Mi chiamo Patrizia, ho 49 anni e sono un’infermiera nel turno di notte all’ospedale generale. Lavoro lì da 20 anni e ne ho viste davvero di tutti i colori.

Mi chiamo Francesca, ho 49 anni e faccio linfermiera nel turno di notte allospedale Maggiore di Bologna. Ormai sono ventanni che lavoro lì, ne ho viste davvero di tutti i colori.

Sono divorziata da otto anni. Ho un figlio, Lorenzo, che ha appena compiuto 16 anni. Vive con me. Lui è bravo, davvero. Un ragazzo responsabile, studioso, non mi ha mai creato problemi.

Beh, a dire il vero una volta sì. Il problema più grande che abbia mai vissuto. Ma non per colpa sua.

Sei mesi fa, Lorenzo ha iniziato a lamentarsi spesso di forti mal di testa. Allinizio ho pensato alla vista, magari servivano gli occhiali. Lho portato dalloculista: lui vedeva benissimo.

I dolori sono andati avanti. Poi ha iniziato ad avere nausea la mattina. Ho pensato che fosse qualcosa che prendeva a scuola, così gli preparavo il pranzo io, fatto in casa. Ma niente, le nausee continuavano.

Una mattina lho trovato in bagno a vomitare e aveva il volto bianco come il latte. Mi ha detto che si sentiva stordito, che tutto girava.

Lho portato subito al pronto soccorso. Hanno fatto analisi, prelievi, insomma, tutto nella norma. Il medico mi ha detto che probabilmente era lo stress, che i ragazzi a volte somatizzano le pressioni della scuola.

Ma io, dopo ventanni di corsia, sentivo che non era soltanto stress. Ho insistito che facessero altri esami. Il dottore mi ha guardata come se fossi la solita mamma ansiosa, ma alla fine ha ordinato una tac.

Quel giorno me lo ricordo perfettamente. Era un martedì. Stavo lavorando quando mi hanno chiamata dallospedale dove Lorenzo aveva fatto la tac. Signora, ci serve che venga subito, dobbiamo parlarle.

Ho lasciato il turno a metà, ho guidato come una pazza fino allospedale. Sono entrata nello studio, cera un neurologo che non avevo mai visto, sulla cinquantina, volto serio.

Signora, abbiamo trovato qualcosa nella tac di suo figlio, mi dice. È un tumore al cervello. Dobbiamo fare ancora degli esami per capire bene di che tipo e in che stadio sia.

Mi è crollato il mondo addosso. Io che ho dato brutte notizie a così tante famiglie. Io che ho visto morire tanti pazienti. Mi credevo preparata a tutto. E invece no. Nessuno ti prepara a sentirlo dire per tuo figlio.

I giorni seguenti sono stati un incubo di esami, risonanze, biopsie, incontri con oncologi, parole che conoscevo benissimo ma che adesso sembravano solo sentenze.

Glioblastoma multiforme. Grado IV. Aggressivo. Inoperabile, per dove si trova. Terapia: chemioterapia e radioterapia, per provare a rallentare un po. Ma le speranze sono poche.

Quando loncologo ci ha spiegato tutto, Lorenzo era seduto accanto a me. Il mio bambino, il mio piccolo, che ascoltava che aveva un tumore incurabile nel cervello.

Morirò?, mi ha chiesto con una voce tranquilla che mi ha spezzato lanima.

Il medico gli ha risposto con quella compassione professionale che ho dovuto usare anchio tante volte. Faremo tutto quello che possiamo per regalarti ancora un po di tempo, gli ha detto.

Più tempo. Non ti guariremo. Non andrà tutto bene. Solo più tempo.

Quella notte, Lorenzo mi ha abbracciato e mi ha detto: Mamma, non piangere. Lotteremo insieme.

E abbiamo iniziato la battaglia. Chemioterapia ogni due settimane. Lorenzo ha perso i capelli, è dimagrito, nausea continua. Eppure, mai una lamentela, mai una domanda perché proprio a me?. Non ha mai smesso di sorridere.

I suoi amici venivano spesso a trovarlo allinizio. Poi sempre meno: lo sappiamo tutti che a 16 anni è difficile confrontarsi con qualcosa così grande.

Ma cera un amico che non lo ha mai mollato. Si chiama Davide. Sono amici dai tempi delle elementari. Davide veniva ogni giorno dopo scuola, gli raccontava tutto ciò che succedeva, gli portava i compiti. Giocavano alla Playstation, anche se Lorenzo a volte non aveva nemmeno la forza di tenere il joystick.

Una sera, mentre stavo mettendo su lacqua per la pasta, ho sentito Lorenzo parlare con Davide dalla sua stanza, la porta era socchiusa.

A te fa paura?, ha chiesto Davide.

Sempre, ha risposto Lorenzo. Ma non lo dico a mamma, ha già troppe preoccupazioni.

Cosa ti spaventa di più?

Che la mamma rimanga sola. Che stia male. Di non riuscire a salutarla come si deve. Che si senta in colpa per una cosa che non dipende da lei.

Devo essere andata in camera per non farmi sentire piangere.

La terapia non sta funzionando. Il tumore non si riduce. Continua a crescere. I medici hanno parlato ormai solo di cure palliative, di qualità della vita per quello che resta.

Quanto tempo? Nessuno lo sa. Forse tre mesi, forse sei, forse meno.

Stamattina Lorenzo mi ha chiesto se potevo portarlo a scuola. Non ci va da settimane, si stanca troppo. Ma voleva vedere i compagni unultima volta. Voleva sentirsi ancora normale, almeno per qualche ora.

Lho portato. Lho aiutato a scendere dalla macchina. Ora è così magro e fragile. I suoi amici lo hanno abbracciato, la sua prof di italiano è venuta a salutarlo. Lho visto sorridere, e per qualche momento è tornato ad essere solo Lorenzo, non quello malato.

Quando lho ripreso tre ore dopo, era distrutto, ma felice.

Grazie mamma, mi ha detto in macchina. Grazie per avermi portato. Grazie per tutto quello che fai. Grazie per essere la mamma migliore del mondo.

Sei tu il figlio migliore del mondo, gli ho risposto.

Mamma, mi ha detto dopo un attimo di silenzio, quando io non ci sarò più, voglio che tu sia felice. Voglio che tu viva. Che non passi la vita a piangere per me.

Lorenzo, ti prego, non parliamo di questo

Mamma, dobbiamo parlarne. Lo sappiamo tutti e due come stanno le cose. E io ho bisogno che mi prometti che andrai avanti. Che mi ricorderai con il sorriso, non solo con tristezza.

Lho promesso. Anche se non so se potrò mantenere quella promessa.

Stasera dorme nella sua stanza. Sono andata a vederlo poco fa. Sembra così sereno, quando dorme. Così piccolo ancora. Il mio bambino.

Domani mattina viene linfermiera delle cure domiciliari per la visita settimanale. Dopodomani appuntamento dalloncologo per gli ultimi controlli, anche se in fondo sappiamo già cosa ci diranno.

Mi sono seduta in salotto con una tazza di caffè freddo ormai, nelle mani. Guardo le foto sul muro. Lorenzo neonato. Lorenzo il primo giorno di asilo. Lorenzo alla festa dei dieci anni. Lorenzo sei mesi fa, sano, con quel sorriso che non conosceva cosa lo aspettava.

Non so come si sopravviva a tutto questo. Non so come si sopravvive a seppellire un figlio. Sedici anni solamente, una vita davanti che non vivrà mai.

Ma per lui ci provo. Resto forte finché avrà bisogno. Sorrido quando mi guarda. Voglio che i suoi ultimi giorni siano i migliori possibili.

E poi? E poi non so cosa farò. Ma sarà un pensiero per dopo. Ora importa solo essere qui. Per lui.

Come si dice a un figlio che lo si ama, quando il tempo scivola via? Come si può concentrare tutta una vita di amore nei giorni che restano?

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Mi chiamo Patrizia, ho 49 anni e sono un’infermiera nel turno di notte all’ospedale generale. Lavoro lì da 20 anni e ne ho viste davvero di tutti i colori.
Quando il papà di Chiara è partito per lavoro, non avrebbe mai immaginato che alla sua famiglia potesse accadere una cosa del genere!