Mio marito tornò, ma non era più lui.
Hai comprato il pane?
Mi guardò come se gli avessi parlato una lingua sconosciuta. Non era stupore, no. Solo una pausa. Lunga, scomoda, che non aveva mai avuto spazio nella nostra vita insieme.
Che pane? rispose finalmente. Non era una domanda. Lo disse piano, senza punto interrogativo.
Il solito. Pane integrale, lo prendi sempre dal forno La Mimosa qui sotto.
Appoggiò la borsa sul pavimento, guardò la cucina come se la vedesse per la prima volta.
Non sono passato dal forno.
Annuii, mi girai verso i fornelli. Niente di grave, mi ripetevo. Era stanco. Una settimana in trasferta a Bologna, albergo, cibo diverso, aria diversa. Certo che era stanco.
Però il pane laveva sempre preso. Da diciassette anni, ogni volta che tornava da qualche viaggio, anche solo dopo una gita breve, scendeva sempre al forno allangolo di via Garibaldi a prendere il pane integrale. Non perché fosse una regola, non per comodità. Era semplicemente parte di come era. Così tornava a casa.
Mescolai il minestrone senza dire altro.
Si chiama Giovanni. Gianni, per gli amici. Ho cinquantotto anni, lui sessantuno. Viviamo a Parma, in un appartamento di due stanze al quarto piano che abbiamo comprato nel 1999, quando nostra figlia Lucia era ancora piccola. Lucia adesso vive a Milano, ci chiama la domenica. Io lavoro come bibliotecaria in una scuola, Gianni è in pensione da tre anni, ma fa qualche lezione di normativa edilizia al politecnico. Viviamo tranquilli, senza quasi mai litigare. Questo è importante: nulla avrebbe fatto pensare a ciò che sarebbe venuto dopo il suo ritorno.
Cenammo in silenzio. Lui mangiava piano, guardando il piatto. Mi aspettavo che prima o poi alzasse lo sguardo per raccontarmi qualcosa del viaggio, dei colleghi, dellascensore rotto dellhotel, di quanto gli fosse mancato un vero piatto caldo come a casa. Faceva sempre così alla prima cena dopo un rientro.
Comera Bologna? domandai.
Normale.
Il convegno è andato bene?
Sì.
Posai il cucchiaio.
Gianni, stai bene?
Mi guardò. Occhi chiari, un po stanchi, ma normali.
Sì, sono solo stanco.
Sbarazzai la tavola. Lui andò in camera, si sdraiò col telefono, come se nulla fosse successo. Solo che il pane non cera. Nemmeno le chiacchiere di rito. E mancava anche qualcosaltro, qualcosa che non sapevo nemmeno nominare.
La prima notte la imputai alla stanchezza. Anche la seconda.
Il venerdì notai la prima cosa davvero strana.
Stavo bevendo il caffè alla finestra, guardando il cortile. Lui uscì dal bagno, andò in cucina, si versò un bicchiere dacqua. Poi prese dal pensile il barattolo di orzo, lo aprì, lo annusò, e lo rimise su. Non dissi nulla. Ma Gianni non ha mai bevuto orzo. Addirittura, quando ci siamo conosciuti, scherzava che lorzo è per chi non ha fantasia. Abbiamo sempre riso su questo. Gli preparavo riso, farro, miglio, qualsiasi cosa. Orzo mai.
Eppure quel giorno lo aprì. Come se volesse provarlo.
Ti va lorzo, oggi? domandai, facendo finta di nulla.
No, rispose, e tornò in camera.
Rimasi a fissare il barattolo.
Sabato telefonò Lucia.
Papà è tornato? chiese subito.
Sì, mercoledì.
Come sta?
Feci una pausa minima.
È stanco dal viaggio. Tutto bene.
Ok, mamma. A ottobre prendo le ferie con Filippo, veniamo su qualche giorno.
Certo, amore, vi aspetto.
Non le dissi nulla. Cosa avrei dovuto dire? Che papà non ha comprato il pane e annusa lorzo? Non sembrava neppure un fatto vero. Non sembrava niente.
Però io sapevo già che qualcosa non andava. Non a livello razionale, ma in fondo allo stomaco, sotto le costole, dove non si spiega ma si avverte.
Domenica proposi una passeggiata. Ogni tanto la domenica andavamo al Parco Ducale non sempre, ma spesso. Gli piaceva la panchina vicino alla fontana, compravamo un gelato se faceva caldo, si lamentava della schiena che gli dava fastidio nelle passeggiate lunghe, io gli dicevo che doveva fare ginnastica, lui rideva, e si scherzava. Un piccolo rituale, come tanti altri tra noi.
Andiamo al parco? chiesi.
Alzò lo sguardo dal telefono.
Quale parco?
Il Ducale. Cè bel tempo.
Ci pensò su. Anche questo era insolito, di solito diceva andiamo o aspetta che prendo la giacca, senza pensarci troppo.
Va bene, disse infine.
Camminammo in silenzio. Non forzai la conversazione, osservavo soltanto. Lui guardava attorno senza particolare interesse, ma nemmeno con il solito atteggiamento rilassato delle nostre uscite domenicali. Sembrava uno che tenta di memorizzare la strada in un luogo nuovo.
Allentrata del parco cera un vecchietto col cane, un cocker marroncino, rotondo e buffo.
Guarda, Briciola! esclamai. Così chiamavamo tutti i cocker grassottelli, da quando otto anni fa ne aveva uno la nostra vicina, la signora Zina, proprio con quel nome. Era una nostra battuta, un nostro piccolo linguaggio.
Lui guardò il cane. Nessuna reazione.
Briciola, ripetei più piano.
Un bel cane, disse. Gentile, neutro.
Mi fermai vicino a un cespuglio di rose canine, fingendo di osservare le bacche. Il cuore batteva più veloce del solito per una passeggiata.
Non si ricordava di Briciola. O fingeva. Ma perché?
Alla fontana il carretto dei gelati non cera, probabilmente lo avevano tolto con la fine dellestate. Gianni si sedette sulla panchina, guardò lacqua.
Che bella quiete, disse.
Ci veniamo spesso qui.
Davvero?
Mi girai verso di lui.
Gianni, sono dieci anni che veniamo qui.
Annuii. Tranquillo.
Sì, dicevo solo che si sta bene.
Qualcosa in me si contrasse e non si sciolse più. Non lo capii subito; lo capii solo di notte, ascoltando il suo respiro regolare. Non aveva detto mi ricordo, né ovvio. Aveva annuito come si annuisce a un fatto che non si conosce.
Non dormii molto. Ripensavo a come si chiama quando una persona ti rimane vicina ma qualcosa in lei sparisce. So che in psicologia cè una parola per questo. Dopo una crisi o un dolore forte può succedere che chi amavi sembri qualcuno di diverso. Non ricordavo il termine. Ma qui non cera stato alcun trauma, almeno che io sapessi. Solo una settimana a un convegno a Bologna. Non un motivo sufficiente per diventare un altro.
Mi alzai alle tre, bevvi acqua, restai alla finestra. Il cortile era vuoto, solo un lampione intermittente. Osservavo e mi dicevo: aspetta. Forse cè qualcosa che non mi dice. Forse si è sentito male, o si è litigato con qualcuno, o lo ha travolto un pensiero. Succede, soprattutto passati i sessanta, quando la vita ti ha già chiesto tanto.
Tornai a letto. Lui dormiva di lato, rivolto al muro. Gli posai la mano sulla schiena, leggera, come avevo sempre fatto. Non si mosse.
Lunedì chiamai la mia amica Nina. Ci conosciamo dall’università, abita dallaltra parte della città, lavora come impiegata in una clinica. Nina è diretta, non le piace girare attorno e questa qualità la apprezzo molto.
Nina, posso venire da te?
Che succede?
Non so. Forse niente. Voglio solo parlare.
Vieni alle cinque, sono a casa.
Da Nina cè sempre profumo di torta, anche quando non ne ha sfornata nessuna. Ci sedemmo in cucina, mi versò il tè. Le raccontai tutto. Del pane, dellorzo, di Briciola, del sì, si sta bene alla fontana.
Nina ascoltò senza interrompere. Poi restò in silenzio un attimo.
Anna, magari è solo depressione. O linizio di qualcosa con la memoria. Siete avanti con gli anni.
Nina, ne ha sessantuno.
Appunto. Il marito della signora Bruni, a sessantadue, ha cominciato a dare di matto.
Ma Gianni non è mai stato smemorato, anzi, ricordava sempre tutto meglio di me. Date, nomi, tutto!
Anche le persone cambiano.
Fissavo la mia tazza.
Nina, questa non è smemoratezza. È come se mi guardasse… come uno che vuole essere cortese con una sconosciuta.
Lei staccò un pezzo di torta.
Hai dormito?
No.
Ecco. Dai tempo. Magari è solo la stanchezza. Gli uomini raccontano poco. Dagli una settimana.
Annuii. Forse aveva ragione. Probabilmente aveva ragione.
Ma tornando a casa pensai a quando aveva annusato il barattolo dellorzo. Un gesto minuscolo, ma così estraneo da restare sospeso, incastrato in gola.
Lui era già a casa, seduto al tavolo della cucina con delle carte. Misi a bollire il bollitore e sistemai la spesa. Non alzò nemmeno la testa.
Ero da Nina.
Mh.
Mi ha dato una torta.
Alzò lo sguardo verso la torta.
Al gusto?
Verza. La tua preferita.
Non mi piace la verza.
Appoggiai il sacchetto lentamente.
Gianni.
Sì?
Da sempre adori la torta salata alla verza. Me lhai sempre detto. Tua madre la preparava sempre, te la faceva proprio uguale.
Mi guardò.
Mia madre la faceva con le mele.
Silenzio.
Sua madre si chiamava Giuseppina, morta dodici anni fa. Lho conosciuta bene. Ho visto come preparava la torta salata con verza e uova, sempre. Era la sua specialità, ne era orgogliosa.
Gianni, la signora Giuseppina la faceva con la verza, dissi a bassa voce. Lo ricordo benissimo.
Magari, sì, ormai non ricordo. È passato troppo tempo, rispose, tornando alle sue carte.
Uscii in sala, mi fermai alla finestra. Guardavo la strada, le auto, la gente, la solita sera dautunno.
La verza. Ricordavo il profumo in cucina della sua mamma, la tovaglia fiorita. Lui la ricordava meglio di me. Lha raccontato mille volte, con tenerezza. Non si dimentica che profumo aveva la cucina di tua madre.
Presi il telefono, chiamai la sorella di Gianni, Valentina, che vive a Cremona. Non si sentono spesso, ma ogni tanto si parlano. Chiamai.
Anna! sempre allegra. Come state?
Vale, bene. Senti, volevo chiederti una cosa. Ricordi come la zia Giuseppina faceva la torta?
Una breve pausa.
Certo, la salata con verza e uovo. Perché?
No, niente, un ricordo. Ti bacio, grazie.
Chiusi la chiamata. Le gambe molli. Tutto questo per una torta con la verza assurdo. Eppure non riuscivo a muovermi.
Problemi di memoria. Forse qualcosa al cervello, pensai di nuovo. Neurologia, età, qualsiasi cosa. Bisogna portarlo dal medico. Bisogna parlargli chiaro.
A cena domandai:
Gianni, hai avuto mal di testa ultimamente?
No.
Dormi bene?
Sì.
Non sarebbe ora di fare un controllo? Per sicurezza…
Posò la forchetta.
Perché?
Per controllare la pressione, magari. Non vai da molto.
La misuro qui a casa, va bene.
Gianni, mi preoccupo.
Mi fissò a lungo, quasi studiandomi.
Pensavi avessi qualcosa che non va?
Mi preoccupo solo.
Anna, sto bene. Basta così.
Riprese la forchetta. Conversazione chiusa. Era sempre stato bravo a chiudere così, una frase e si traccia il confine, senza mai alzare la voce. Di solito non insistevo.
Ma ora notavo come teneva la forchetta, come muoveva la testa, analizzavo ogni gesto. Era davvero come prima? Il modo di stare seduto era un po più curvo… La forchetta nella destra giusto, lui è destrorso.
Rimisi i piatti e andai in bagno. Mi guardai allo specchio. Una donna stanca, capelli ormai brizzolati e corti, rughe che Gianni chiamava sorridenti, perché venivano dalle risate, non dalletà. Mi dissi: Anna, ti stai suggestionando. Magari lo hai sempre visto così, ma adesso hai paura dellignoto. E la paura ti inganna. Le persone cambiano. A volte dopo qualcosa che nemmeno notiamo.
Mi lavai e andai a letto.
Mi svegliai a notte fonda per via della troppa quiete. Nessun rumore, solo il vuoto accanto. Allungai la mano: il letto dalla sua parte era freddo.
Mi alzai. In cucina la luce era accesa. Lui scriveva su un quaderno, cosa già rara perché Gianni non scriveva mai a mano, se non per firmare documenti.
Gianni?
Alzò la testa. Sereno, come se mi aspettasse.
Non riesco a dormire, disse.
Che scrivi?
Pensieri.
Posso vedere?
Pausa.
È una cosa privata.
Lo guardai. Lui sostenne il mio sguardo tranquillo.
Mai, in diciassette anni, aveva detto è una cosa privata a una mia domanda. Avevamo ciascuno i propri spazi, ovvio, ma non diceva così. Non con quel tono.
Ok, dissi, tornando in camera.
Sdraiata, sentii che continuava a scrivere. Poi si alzò, spense la luce, rientrò a letto. Ma dormì tardi.
Al mattino il quaderno sul tavolo non cera più.
Lo cercai. Non so nemmeno io perché. Aprii, per la prima volta in vita mia, il suo cassetto: era quasi vuoto, solo vecchi occhiali, una moneta, biglietti. Niente quaderno.
Lo portava con sé.
Andai al lavoro. In biblioteca lodore di carta e un po di polvere mi rassicurava. Sistemavo i libri restituiti, rispondevo alle domande di Laura, la giovane bibliotecaria. Un giorno normale.
Durante la pausa pranzo, pensai a come si riconosce il cambiamento di una persona. Non nelle piccole cose, ma nellessenza. Cosa succede quando dopo tanti anni conosci qualcuno come te stesso e poi improvvisamente ti accorgi che qualcosa si è spostato?
Mi venne il termine: sostituzione psicologica. Lavevo letto da qualche parte. Quando la persona vicina cambia così tanto che sembra qualcun altro. Può essere una malattia, una conseguenza di uno shock. O semplicemente… la vita. Si cambia dopo i cinquanta, i sessanta, quando i figli sono lontani, il lavoro è quasi finito e restate in due, e non sai più chi hai davanti.
Ma io conoscevo Gianni. Di questo ero sicura.
La sera arrivò a casa prima di me. Quando entrai stava contemplando la finestra.
Gianni, che fai?
Guardo.
Cosa guardi?
Niente in particolare.
Da chiunque altro sarebbe sembrato normale, ma non da lui. Lui, se stava fermo, era perché stava progettando qualcosa, canticchiando, disegnando. Contemplare così non era da lui.
Come è andata oggi?
Bene. Lezioni normali.
Gli studenti?
Soliti.
Andai a prendere il pollo dal frigo, misi a cucinare.
Raccontami di Bologna, dissi senza voltarmi.
Che vuoi sapere?
Qualsiasi cosa. Dove hai alloggiato, che hai visto?
Pausa breve.
Albergo normale. Convegno alluniversità. Abbiamo visitato un complesso residenziale come esempio. Tutto qui.
Qualche collega? Cerano quelli del politecnico?
Qualcuno sì.
Cera Marco Fabbri?
Marco Fabbri, il suo collega, lavorano insieme da anni, lestate scorsa sono pure andati a pescare. Lo conosco bene.
Fabbri? No, non cera.
Ma va sempre a questi convegni!
Questa volta no.
Mi voltai. Forse era vero.
Quella notte, aspettai che dormisse e mandai un messaggio a Paola, la moglie di Fabbri. Non siamo intime ma ho il numero: Ciao Paola, una domanda: Marco è tornato bene da Bologna?
Rispose poco dopo: Ciao, Marco non cè andato, questa volta è rimasto a casa. Tutto bene?
Scrissi che avevo confuso, tutto a posto, scusai.
Spensi il telefono, restai sveglia.
Non sa se Fabbri cera o no. Un collega con cui lavora da tre anni…
Oppure lha detto apposta. Ma perché?
Pensavo: magari hanno litigato, magari nasconde qualcosa. O forse… forse non è stato nemmeno a Bologna. Forse ha passato la settimana altrove.
No. Questo era troppo.
Eppure il dubbio germoglió e non si cancellò più.
Il giorno dopo, mercoledì, mi inventai una scusa: servivano nuove tende per la camera, proposi di andare da Casa Mia, un negozio grande di tessuti in via Mazzini. Ogni tanto passavamo lì. Gianni si annoiava molto, diceva prendi quella che vuoi, poi andavamo a mangiare una focaccina al bar vicino. Una nostra piccola abitudine.
Andiamo oggi? chiesi.
Dove?
Da Casa Mia, per le tende.
Sono così vecchie?
Meglio cambiare.
Scrollò le spalle.
Daccordo.
Siamo andati. Girai tra i tessuti, chiedendogli pareri, lui rispondeva distratto. Poi:
Dopo prendiamo una focaccia?
Dove?
Al bar qui accanto! Ci andiamo sempre.
Mi guardò.
Non ricordo nessun bar.
Sorrisi, ci ressimo bisogno di mantenere la calma.
Forse ti sfugge, vieni che ti mostro.
Lo portai in quellangolo dove cera il bar dalla insegna gialla, odorava sempre di pane caldo, da almeno ventanni. Si chiama Il Sorriso.
Vedi?
Lui fissava linsegna.
Sì, forse non ci ho mai fatto caso.
Prendemmo le focacce. Gli occhi mi scivolavano addosso. Lui guardava i passanti, mi chiese se avessi freddo. Tutto regolare.
Solo una volta puntò linsegna con uno sguardo lungo, come se volesse imprimersi qualcosa in mente. O appuntarlo.
Gianni, sussurrai. Ti ricordi di me?
Mi guardò sorpreso.
Che domanda… Sei mia moglie, Anna.
Lo so. Intendo: ti ricordi di noi? Di tutto quello che cè stato?
Che succede, Anna?
Niente, solo che… sei diverso in questo periodo.
Tutti cambiano.
Questo è esattamente quello che ho pensato io due giorni fa. Ma tu hai sempre detto le persone non cambiano.
Lui non replicò. Continuò a mangiare.
Forse sto cambiando anchio, disse infine.
Tornammo a casa. Guardavo fuori dal finestrino il viale. La paura di non riconoscere la persona amata esiste. A volte dietro si cela qualcosa di non detto.
Giovedì mattina, uscito di casa, entrai nel suo studio: una stanza ricavata dalla matrimoniale, gli scaffali pieni di libri. Sedetti alla sua scrivania, aprii un cassetto.
Cera il quaderno.
Lo presi, lo aprii. Prime pagine bianche. Poi, da metà, apparivano appunti. Una grafia minuta e pulitissima, non quella di Gianni, che aveva un tratto largo e disordinato.
Cerano elenchi. Anna, moglie. 58 anni. Lavora in biblioteca. Figlia Lucia, Milano. Caffè senza zucchero. Vuole cambiare le tende. Nina, amica, clinica. Poi: Torta salata alla verza, dice che mi piace. Parco Ducale la domenica. Cocker, nome Briciola, scherzo. E ancora: Giuseppina, madre. Verza o mele? Da confermare.
Non riuscivo a respirare.
Sembravano le note di qualcuno che studia una storia non sua, che impara dati per non sbagliare.
Chiusi il quaderno, lo rimisi a posto. Andai in cucina, bevvi acqua. Ancora. Per schiarire le idee.
Chi è questuomo.
Viveva in casa mia da una settimana. Aveva laspetto di Gianni, la sua voce, sapeva come mi chiamavo, che abbiamo una figlia, che bevo caffè amaro. Ma si segnava tutto. Studiava noi.
Chiamai in biblioteca, presi un giorno di malattia. Rimasi in salotto a fissare nel vuoto.
Forse si tratta di amnesia, o di una specie di stato dissociativo ho letto che quando il trauma è forte, una persona può perdere pezzi di sé, e ricostruirli in silenzio. Forse a Bologna è successo qualcosa che io non so. Forse una parte della memoria si è cancellata e ora la sta ricostruendo, senza dire niente per paura o vergogna.
È plausibile. Spiegherebbe tutto.
O quasi.
Perché quella calligrafia non è sua. E questo non trova spiegazione.
Non ho mai dato peso alla scrittura delle persone, ma il modo di Gianni era inconfondibile. Quella calligrafia io non lavrei confusa con nessunaltra.
Basta. Si cambia anche il modo di scrivere, magari. Dopo un ictus, ad esempio. Ma allora lo si capirebbe, no? Non camminerebbe né parlerebbe come sempre.
Mi passai le mani sul viso.
Rientrò alle sette. Avevo già preparato la cena, la tavola. Solo per fare qualcosa.
Sei stanca? chiese. Oggi non sei andata al lavoro.
Cefalea. Ora è passata.
Annuii, lasciò la borsa, andò a lavarsi. Tutto normale, come sempre.
A tavola lo fissavo e pensavo a cosa significa perdere qualcuno che ami. Non unassenza fisica, ma una scomparsa intima, interiore. Un guscio vicino, ma vuoto.
Gianni, dissi.
Mh.
Raccontami qualcosa di noi, di come ci siamo conosciuti.
Alzò gli occhi, sereno.
Perché?
Mi fa piacere sentirtelo raccontare.
Posò la forchetta. Pensò.
Ci hanno presentato degli amici, iniziò. Alla festa di compleanno di Valeria. Avevi il vestito blu.
Aspettavo. Era vero: vestito blu, festa di Valeria, 23 settembre 97.
Poi ci siamo rivisti un paio di volte, proseguì. Abbiamo iniziato a frequentarci, dopo poco ci siamo sposati. Lucia è arrivata quasi subito. Abbiamo preso la casa.
Gianni. Quando mi hai chiesto di sposarmi, dove siamo andati?
Anna…
Dimmi solo dove.
Taceva, a lungo.
Non lo ricordo, disse infine. Sono passati troppi anni.
Mi hai sempre raccontato che ricordavi ogni minuto. Lo hai detto alla nostra festa per i venticinque anni. Lo dicevi con orgoglio.
Silenzio.
Gianni. Dove siamo andati dopo la proposta?
Mi guardò a lungo. Nei suoi occhi nessun fastidio, nessuna vergogna. Solo una stanchezza, forse anche calcolo.
Anna, disse piano. Perché tutto questo?
Perché voglio sapere se lo ricordi.
Sono stanco. Sono dettagli lontani. Non si possono ricordare tutte le cose.
Questa non era una cosa da poco.
Per me lo era.
Mi alzai, sparecchiai, anche se non avevamo finito di mangiare. Lui non disse nulla.
Siamo andati al Trebbia. Un fiume della provincia, eravamo andati in treno e poi a piedi, una follia, ci siamo persi, lui mi portò in braccio per una pozzanghera perché portavo le scarpe eleganti, ed è lì che mi propose di restare insieme. Lo raccontava sempre, lo amava quel ricordo.
Quelluomo, a tavola, non conosceva la nostra storia.
Quella notte scrissi a Nina. Le raccontai tutto. Del quaderno, della scrittura, del Trebbia.
Rispose alluna: Anna. Devi andare dal medico. Entrambi. Potrebbe essere qualunque cosa, davvero. Sentiamoci domani.
Misi giù il telefono, restai a guardare il soffitto. Il suo respiro, tranquillo. Mi domandavo cosa significa davvero quando qualcuno scompare restando lì.
Venerdì mattina decisi che gli avrei detto tutto. Semplicemente. Gli avrei mostrato il quaderno, gli avrei detto che ho chiamato Vale, che Paola mi ha risposto, che Marco non era a Bologna. Volevo la verità.
Era già in cucina, preparava il tè.
Gianni.
Mh.
Dobbiamo parlare.
Si voltò, mi guardò a lungo.
Lo so, disse.
Mi fermai.
Cosa sai?
Che sai qualcosa. Ho visto che eri nello studio.
Silenzio. Rimasi lì.
Siediti, disse.
Ci sedemmo. Tenendo la tazza tra le mani guardava in basso.
È difficile spiegare, iniziò.
Prova.
Quello che pensi è la spiegazione più semplice. Ed è in parte vera.
Cosa intendi per in parte?
Che… Non ricordo tutto. Non come immagini. A tratti. Grandi pezzi.
Il Trebbia, dissi.
Alzò lo sguardo.
Cosa?
Quando mi hai fatto la proposta eravamo sul Trebbia, ti ricordi?
Per un attimo il suo volto mutò.
No, rispose.
Ricordi Briciola?
Pausa.
No.
Tua mamma, Giuseppina?
Ricordo il volto, la voce, ma non i dettagli.
Lo fissavo.
Gianni. Da quando?
Non so dirlo con precisione. Piano piano.
E non me lhai detto.
Non sapevo come farlo.
Scrivevi appunti per non sbagliare.
Sì.
E la calligrafia? Non è la tua.
Lunga pausa. Posò la tazza.
Ne sono consapevole.
Cè una spiegazione?
Non rispose. Guardava il tavolo. Aspettai.
Gianni. Guardami.
Mi guardò. Occhi chiari. I soliti.
Sei Gianni? Davvero?
Per la prima volta notai qualcosa di vivo nei suoi occhi. Una specie di dolore. O forse confusione. O qualcosa che non so nominare.
Anna, disse. Non so come rispondere.
Lo fissavo. Mani attorno alla tazza, la piega sulla bocca, le tempie grigie.
È una risposta sincera? domandai.
La più sincera che posso.
Fuori pioveva. Un piovischio tiepido dautunno. Sentivo le gocce battere sul davanzale. Un suono qualsiasi.
Cosa devo farci, io, con tutto questo? chiesi nel vuoto.
Non lo so, rispose. E fu vero.
Mi versai un caffè. Senza zucchero. Mi misi vicino alla finestra.
Lui si alzò, si avvicinò piano.
Anna.
Sì?
Ricordo la tua voce. Da sempre. Come parli, le inflessioni. Questo lo ricordo.
Non mi girai.
È poco.
Lo so.
La pioggia cadeva. Una macchina suonò e poi nulla.
Ho bisogno di tempo, dissi infine.
Va bene.
Non prometto nulla. Non so cosa succederà.
Lo capisco.
Mi girai. Lui mi guardava come se volesse dire qualcosaltro, o lo sapesse e non osasse.
Dimmi solo questo, sussurrai.
Cosa?
Vuoi restare qui?
Stette in silenzio. Pioggia sul davanzale.
Sì, disse. Voglio stare qui.
Lo guardai. Portava ancora la tazza con due mani, come aveva sempre fatto Gianni.
Allora vai a prendere il pane, dissi. Integrale. Dal forno La Mimosa, allangolo di via Garibaldi.
Annuii. Prese la giacca. Andò verso la porta. Si fermò.
Anna.
Dimmi?
Il Trebbia. Me lo racconterai, un giorno?
Lo osservai a lungo.
Vedremo, dissi.
La porta si chiuse. Sentii i suoi passi sulle scale. Quarto piano, diciotto scalini. Li ho sempre contati.
Diciotto.
Dal balcone lo vidi uscire nel cortile. Si strinse il bavero contro la pioggia. Un uomo qualunque, in un giorno qualunque.
Allangolo svoltò a destra. Verso La Mimosa.
Stringevo la tazza, senza sapere cosa pensare, cosa sentire. Solo quiete, quella che segue il frastuono, quando ancora non ci sono risposte, ma almeno non si fa più finta.
Vibrò il telefono. Era Nina.
Come va? chiese subito.
Non so.
Hai parlato con lui?
Sì.
E?
Guardavo dalla finestra. Langolo era vuoto.
Nina, tu riusciresti a vivere con qualcuno che non ricorda chi è?
Silenzio.
Te lha detto lui?
Più o meno.
Anna, medico, vi prego. Serve uno specialista.
Lo so.
E ora?
Posai la tazza sul davanzale.
Non so. È andato a prendere il pane.
Che pane?
Quello integrale. Dal forno.
Nina restò in silenzio.
Anna, mi spaventi.
Va tutto bene. Ti chiamo più tardi.
Misi via il telefono. Tazza in mano. Il caffè si era raffreddato, ma era buono lo stesso.
Diciotto scalini. Sempre contati.
Dopo venti minuti, sentii la porta del portone in fondo. Poi passi sullo scalone. Diciotto scalini su.
Rimasi ferma.
Chiave nella serratura. Porta che si apre.
Ecco, disse dalla soglia. Integrale. Era lultimo.
Mi girai. Era sulla porta, col pane, gocciolante, i capelli attaccati alla fronte.
Mettilo sul tavolo, suggerii.
Obbedì.
Ci fissammo.
Un tè? dissi.
Volentieri.
Misi il bollitore. Lui tolse la giacca, la appese. Si sedette. Io davo le spalle e lo sentivo silenzioso, ma non inquieto. Solo silenzioso.
Anna, disse piano. Mi racconti del Trebbia?
Il bollitore cominciava a sibilare, piano piano.
Restai ferma.
Non ora, dissi alla fine. Forse dopo.
Va bene, rispose.
Il bollitore fischiava.






