Il bambino venne al mondo esattamente a mezzanotte. Proprio nellistante in cui lorologio digitale della sala parto, lampeggiando una tenue luce verde, passò dalle 23:59 alle 00:00.
Il medico e lostetrica si scambiarono uno sguardo preoccupato, mentre il neonatologo di turno afferrò rapidamente quel corpicino livido e immobile, lo adagiò sul tavolo fasciatoio e si precipitò a usare laspiratore. Il piccolo non respirava. La mamma, Lucia Bianchi, con il volto stanco dalla fatica, osservava con distacco le mosse del medico.
“Forse è morto? Non piange nemmeno…” vagavano i pensieri nella sua mente, ancora annebbiata dal dolore acuto del parto. Finalmente, il neonato emise un flebile gemito che pian piano si fece più intenso, fino a diventare un pianto dirompente che risuonava lungo i corridoi silenziosi dellospedale in quella notte profonda. Il medico, lostetrica e il neonatologo lo fissavano in silenzio, colpiti.
Era davvero fuori dal comune, quel bambino. La sua colonna vertebrale, arrivata allaltezza delle scapole, si piegava in modo così singolare da formare due gobbe quasi simmetriche, che scendevano fino a metà del torace.
“Comè possibile?” ripeteva incredulo il neonatologo. “Non ho mai visto nulla del genere… Non è possibile… Non può essere…”
Quando, la mattina dopo, il medico entrò nella stanza di Lucia per spiegarle la condizione fisica del figlio appena nato, lei arricciò il naso disgustata, le labbra sottili e belle contratte. “Quindi è anche deforme… Ma guarda te…”.
“No, davvero… Tenetevelo voi, non mi serve un figlio così… Nemmeno uno sano volevo, figurati con questi problemi… Portatemi i documenti, scrivo subito che rinuncio.”
E così, quando fu il momento di uscire dallospedale, Lucia lo fece leggera, senza alcun peso nel cuore. Il suo bambino rimase lì, ignaro del fatto che la sua stessa madre laveva abbandonato.
NellIstituto per lInfanzia lo chiamarono Simone. Sì, proprio così. Le infermiere gli mettevano camicette larghe, più grandi della sua taglia, per celare quella particolarità del suo corpo.
Eppure, anche se avesse avuto il fisico più perfetto, Simone sarebbe stato comunque diverso dagli altri bambini che piangevano, gridavano, si azzuffavano e imparavano a dividersi i pochi giochi. Nei suoi occhi di un azzurro sereno, contornati da lunghe ciglia scure, cera una serietà che non si addice ai piccoli.
Spesso Simone si sedeva vicino alla finestra, ascoltando qualcosa che sembrava venire da dentro di sé, cercando di cogliere un senso che gli sfuggiva.
Così accadde, un giorno, mentre una lunga fila di bimbi piccoli barcollava per i corridoi diretta a qualche attività. Simone sentì QUELLA Cosa: da una porta semiaperta dellufficio della direttrice usciva una musica. Non era la solita canzoncina infantile, piena di suoni semplici, che usavano per farli marciare come soldatini, muovendo le braccia deboli e le gambette scoordinate.
Quella musica sembrava vento. Un vento caldo, avvolgente, che lo sollevava leggero e lo cullava, senza bisogno di parole ma piena di unanima viva, che gli raccontava cose che solo lui poteva capire e che nessun altro avrebbe mai saputo.
Simone allora si fermò in mezzo al corridoio, creando scompiglio tra la fila ordinata, ma rimase immobile, dondolandosi piano a tempo con la melodia, ignorando i richiami degli altri e degli adulti.
Tutto, allimprovviso, gli fu chiaro. Quella era la Musica, la voce che aveva sempre cercato tra i pianti e nei rumori dellIstituto; la musica che gli parlava al cuore.
Elena e Marco erano una coppia che aveva visitato tutte le case famiglia di Firenze e provincia. Una patologia congenita impediva a Elena di avere figli.
Scelsero di adottarne uno. Ma non era facile: avevano finito i corsi, preparato tutti i documenti, ma davanti a loro restava la SCELTA. Il loro bambino, quale sarebbe stato? I figli non si scelgono, si amano così come sono, eppure, tra centinaia di bambini senza famiglia, non riuscivano a trovare quello che sentissero davvero loro.
Mano nella mano, Elena e Marco si avvicinarono al cancello dellIstituto. Nel cortile i piccoli giocavano allegri: le bimbe spingevano le bambole nelle carrozzine, i maschi scavavano nella sabbia, tra urla e risate.
Solo uno di loro, avvolto in un giubbino troppo grande, ascoltava rapito il cinguettio di un passero su un ramo. In quellistante il cellulare di Elena suonò.
Era Mozart. Elena, amante della musica classica, era distratta dal telefono. Ma fu il bambino a reagire: trasalì, gli occhi si illuminarono come se un faro si fosse acceso dentro di lui, e iniziò a dondolarsi seguendo perfettamente il ritmo, come solo chi sente davvero la musica può fare. Elena e Marco rimasero immobili, dimenticando anche il telefono.
Lo videro. Loro figlio. Unanima affine, che brillava negli occhi luminosi di Simone.
“Sì, lo so che è un bambino malato, disabile… Sì, sono pronta a prendermi la responsabilità… Riabilitazione? Certamente…”
Elena rispose pazientemente per ore alle domande della direttrice, che cercava di convincerla a scegliere un bambino sano. “I figli non si scelgono”, spiegava, “e io voglio lui, costi quel che costi”.
“Mamma?” Simone si scostò dal pianoforte, appoggiando la testa sulla mano di Elena. “Perché sono così? Perché non sono come gli altri?”
Elena lo accarezzò dolcemente sulla schiena segnata: “Vedi, amore mio, ognuno di noi è speciale, sia fuori che dentro. Tu, io, papà… La tua schiena? Te lho detto, quelle sono ali dangelo che devono ancora aprirsi… ma un giorno si apriranno, ne sono certa…”
Lo strinse a sé, lo baciò sulla testa calda e si sedette al suo fianco, al pianoforte. E suonarono insieme, e Simone suonava con unanima e una passione che raramente si trovano anche tra i più grandi musicisti.
E dietro di lui, davvero, le ali cominciavano ad aprirsi. Solo la mamma, il papà e il suo angelo custode potevano vederle brillare, e la musica, come un fiume in piena, avvolgeva e trasportava Simone felice sulle sue onde.
A volte, la vera bellezza si rivela solo a chi sa ascoltare il cuore, e solo amando senza riserve si può vedere volare davvero chi ci sta vicino.




