Forchette con i denti in giù
Chiara, hai di nuovo messo le forchette con i denti in su.
Chiara non risponde subito. È davanti al lavandino, guarda i piatti immersi nellacqua saponata. Fuori la pioggerellina dottobre cade lenta su Milano, quasi non si sente.
In casa nostra si mettono con i denti in giù. Lo faceva anche mia mamma.
Chiara si asciuga le mani con il canovaccio, si gira. Livia Bellini è ferma sulla soglia della cucina, dritta come un fuso, con laria di chi ha appena rimesso in ordine qualcosa dessenziale nelluniverso.
Va bene, signora Livia.
Non è solo va bene. È una regola di casa.
Chiara ha ventisei anni e vive qui da otto mesi. In questi otto mesi ha imparato le regole: le forchette con i denti in giù, il tè solo nella teiera di porcellana, mai in quella di metallo, gli strofinacci appesi obbligatoriamente al gancio di sinistra, la finestra della cucina si apre solo al mattino e solo per cinque minuti, il pane si taglia di traverso, mai per il lungo, e la borsa non si mette mai sul tavolo, perché porta sfortuna.
E questo è solo linizio. Chiara ha smesso da tempo di memorizzare nuove regole; ormai osserva e fa finta di ascoltare.
Tre anni fa ha sposato Marco Bellini. Un matrimonio sobrio, in una trattoria alla buona, venti invitati. Marco, otto anni più grande di lei, lavora come disegnatore tecnico in uno studio dingegneria, ama la precisione e soprattutto sua madre. Questo Chiara laveva capito già prima delle nozze, ma allora le era sembrata una cosa rassicurante.
Allinizio hanno vissuto in affitto. Livia veniva a pranzo la domenica. Chiara preparava la tavola con attenzione. Livia mangiava in silenzio e poi, ogni volta, lasciava qualche osservazione: La minestra è un po chiara, La crostata è ancora cruda. Chiara annuiva e pensava che avrebbe imparato.
Dopo circa un anno, Marco le dice che la mamma è sola. Livia ha un appartamento di tre camere nello stesso quartiere, ma Marco insiste che si senta isolata, che per lei sarebbe meglio vivere con loro. Gli chiede se sia proprio sicuro. Marco la rassicura: Mamma non si intrometterà, ha la sua stanza, noi la nostra vita. Così Chiara accetta.
E adesso è qui, davanti al lavandino, a riflettere sulle forchette.
La sera Marco torna e va subito in camera dalla madre. Chiara li sente parlare: del tempo, dei vicini, di una trasmissione in tv. Poi Marco esce, dà a Chiara un bacio sulla guancia e chiede cosa cè per cena.
Pesce al forno risponde Chiara.
Bene. La mamma adora il pesce.
Chiara serve il pesce, pensando che nessuno le ha mai chiesto se alla mamma piaccia. Semplicemente voleva cucinare pesce. Ma adesso anche questo riguarda la mamma.
Durante la cena, Livia osserva che il pesce va portato a tavola col limone.
Qui si fa così, col limone.
Non lho comprato.
Beh, prendi nota per la prossima volta.
Chiara guarda Marco. Lui mangia, gli occhi chini sul piatto.
Così passa il primo anno. Poi il secondo. Poi il terzo. Chiara lavora come farmacista in una farmacia di zona. Esce ogni mattina alle sette e quarantacinque, torna alle sei. Quelle sono le sue ore migliori, perché lì è solo Chiara Bellini, fa il suo lavoro e nessuno la corregge su come sistemare le medicine.
A casa tutto cambia.
Livia Bellini, sessantotto anni, ex ragioniera, grande lettrice. Non è cattiva, lo sa Chiara. Livia è una persona con una sua logica, un sistema interno rodato da decenni. Dopo la morte del marito, Enrico, quando Marco aveva solo quattordici anni, Livia è diventata il perno della casa. Tiene tutto sotto controllo, decide tutto, tutto ruota attorno a lei. Questa casa è davvero sua.
Chiara lo capisce. Ma capirlo non rende meno fastidiose le forchette con i denti allingiù.
Non ti accorgi che lo fa apposta? chiede una notte a Marco, mentre sono a letto. Chiara guarda il soffitto.
Chi? Cosa fa apposta?
Tua madre. Deve sempre correggere tutto. Sempre.
Chiara, è solo abituata a fare così. Questa è casa sua.
Anche mia.
Marco tace.
Certo che anche tua. Ma cerca di capire, lei non lo fa per cattiveria.
Io capisco. Ma non significa che non pesi.
La prendi troppo sul serio.
Chiara si gira verso la parete. Fuori la notte calma di via Peschiera, con il lampione che lampeggia giallo. Chiara pensa: Marco lo dice con tranquillità, come fosse un dato oggettivo. La prendi troppo sul serio. Come se fosse il tempo. Come le forchette.
Non continua la discussione. Sa già come andrà a finire. Marco dirà che la mamma ha sofferto tanto, che lha cresciuto sola, che bisogna avere pazienza. E Chiara avrà pazienza. Sempre.
Qualche settimana dopo, lamica di Chiara, Martina, la invita per un caffè nel piccolo bar Il Faro, in una traversa del quartiere.
Allora, come va nella fortezza?
Chiara ride.
Tutto bene.
Ogni volta che dici tutto bene, mi viene un nodo in gola.
Solo un po di stanchezza.
Da cosa?
Chiara tiene la tazzina tra le mani. Laroma di cannella si leva caldo.
Da come si fa qui.
Martina la guarda interrogativa. Chiara spiega. Delle forchette. Del limone. Dei ganci per gli strofinacci. Del tabù della borsa sul tavolo.
Da quanto va avanti? chiede Martina.
Da subito. Ma adesso pesa di più.
Perché adesso?
Chiara passa un momento in silenzio. Non lo dice, ma pensa: con Marco è già da tre anni che vorrebbero un figlio. Non ufficialmente, senza visite, ma si lasciano andare agli eventi e aspettano. Ma non succede nulla. I medici dicono tutto ok. Eppure nulla cambia.
A volte Chiara pensa che non sia un problema fisico, ma che il corpo sa cose che la testa ignora. Che in una casa dove ogni passo viene corretto, dove nemmeno una forchetta può essere messa come si vuole, cè qualcosa dentro di lei che non vuole mettere al mondo una vita destinata anchessa a essere continuamente corretta.
Ma pensarlo le fa paura, quindi lo tace.
Solo stanchezza ripete a Martina. Passerà.
Livia ama Marco con lindulgenza possessiva di chi ha cresciuto un figlio solo. È un amore invadente, caldo, quasi soffocante. Come un maglione di lana a maggio: da fastidio, ma buttarlo via dispiace.
Verso Chiara si comporta in modo neutro. Mai cattiva. Le prepara la zuppa il giorno del compleanno, le chiede del lavoro, le offre consigli domestici che Chiara non chiede, ma accetta in silenzio.
Una volta, allinizio, Livia ha detto a Chiara una frase che le è rimasta.
Sola in cucina, Marco in trasferta di lavoro. Chiara beve tè. Livia, senza preamboli:
Sei una ragazza intelligente, Chiara. Lo vedo.
Chiara non sa cosa dire.
Grazie.
Ma per chi è intelligente, è tutto più difficile. Perché sente di più. E questo pesa.
Chiara la guarda. In quel momento Livia ha unespressione diversa, più morbida.
Pesa vivere? chiede Chiara.
Pesa sopportare, dice Livia. Pausa. E nella famiglia bisogna saper sopportare. Altrimenti non si va avanti.
Chiara si chiede: chi sopporta chi? Ma non lo dice.
Passano altri due anni. Chiara compie trentuno anni. Vivono lì da cinque anni. Le regole sono sempre le stesse: forchette con i denti in giù, limone col pesce, strofinacci a sinistra.
Ma qualcosa è cambiato. Allinizio pensa sia solo stanchezza di Livia. A volte ripete due volte la stessa domanda, non trova gli occhiali (che lei stessa ha posato sul comò), una volta dimentica la teiera sul fornello.
Chiara spegne il gas senza dire nulla.
Poi, una sera, Livia chiede a Chiara se Marco abbia telefonato. Marco è seduto accanto a lei.
Mamma, sono qua dice piano.
Livia lo guarda, resta in silenzio un attimo.
Ah, certo, scusate. Persa nei pensieri.
Poi decidono di fare vedere Livia da un neurologo. Il dottore, calmo e conciso, diagnostica linizio di un processo degenerativo. Serve attenzione, attività per la memoria, regolarità, presenza dei cari.
Tornando a casa, Marco resta in silenzio. Livia dice che i medici inventano sempre malattie.
A tavola, quella sera, Livia prende la forchetta e, come sempre, la mette coi denti in giù. Tutto come sempre.
Ma Chiara sa che qualcosa ha preso unaltra direzione.
Da quel giorno Chiara fa di più: tiene sotto controllo i farmaci, compra un organizzatore per le pillole, ricorda le visite, tratta con i medici, prende permessi dal lavoro. Accompagna Livia alle lezioni di ginnastica dolce per anziani, per allenare la mente, dice il dottore.
Marco aiuta, ma in modo diverso. Passa le serate con la madre, guarda la tv con lei, va in farmacia se Chiara glielo chiede. Ma non vede il resto: non vede Livia che confonde i pasti, che a volte parla da sola, che la notte piange piano.
Chiara invece vede tutto.
Una notte si alza per bere e sente il pianto sommesso di Livia. Resta in ascolto sulla porta della camera, poi entra.
Livia è seduta sul letto, ha in mano una foto vecchia. Non si capisce chi sia, nella penombra.
Signora Livia sussurra Chiara.
Livia le alza lo sguardo.
Che cè?
Niente, lho sentita.
Vai pure a dormire. Sto bene.
Chiara resta ancora un attimo.
Vuole una tisana?
Livia ci mette un po, poi: Preparamela.
Si siedono insieme in cucina, alle due di notte. Chiara prepara il tè nella teiera di porcellana, come da tradizione. Livia, seduta dritta come sempre, sembra però piegata da qualcosa di invisibile.
Questo è Enrico, dice indicando una foto portata con sé.
Tuo marito?
Sì. Eravamo al mare. Era il 1978, Marco aveva due anni. Lo lasciammo dai nonni per la prima volta.
Chiara guarda lo scatto: un uomo e una donna giovani, sorridenti, il mare destate sullo sfondo.
È una bella foto, dice.
Sì. Livia rimette la foto nel taschino della vestaglia. Era unestate felice.
Pausa. Poi:
Non dormi quasi mai bene, vero?
Chiara si sorprende. Non sapeva che Livia la sentisse alzarsi.
Mi capita.
Lavoro?
Anche.
Livia la guarda come quella notte di anni prima.
So di essere difficile, dice ad un tratto.
Chiara non risponde.
Lo sono sempre stata. Enrico mi sopportava, Marco si è abituato. Ma tu, tu sei diversa, non sei abituata.
Ci provo.
Me ne accorgo.
Non aggiungono altro. Finiscono il tè in silenzio. Livia va a dormire. Chiara rimane in cucina, osserva la teiera con i fiori blu. Pensa che questa sia stata la conversazione più vera nei cinque anni insieme. Strano che sia avvenuta di notte. Strano che sia avvenuta adesso.
La malattia va avanti, piano. In autunno Livia smette di uscire da sola, teme di non ricordare la strada del ritorno. Chiara comincia ad accompagnarla ovunque. In inverno peggiora. A volte Livia la mattina non riconosce Chiara, la guarda e chiede chi sia. Chiara risponde calma: Sono Chiara, la moglie di Marco. Livia dice Ah e va nella sua camera.
Marco vede tutto, ma poi resta in silenzio per il resto del giorno. Chiara comprende: per lui è un dolore sordo, difficile da affrontare.
Ma dolora anche a lei. Per altri motivi.
Ora passa molto più tempo in casa, ha chiesto di ridurre le ore in farmacia. Prende meno soldi, ma non cerano alternative. Marco guadagna abbastanza, ma è comunque un peso.
Chiara cucina secondo l’orario, controlla che Livia mangi. Se rifiuta il cibo (non ho fame, non ha buon odore), Chiara non insiste. Porta via il piatto, ci riprova dopo unora.
Marco rientra la sera. Chiede della madre. Chiara riassume: ha mangiato poco, dormito unora dopo pranzo, oggi era di buon umore. Marco annuisce, va in stanza dalla madre, resta un po, poi cena.
Un giorno Chiara dice:
Marco, vorrei parlare.
Di cosa?
Del modo in cui viviamo adesso.
Cosa non va?
Si siedono uno di fronte allaltra. Sul tavolo, una minestra fredda che Chiara non è riuscita a mangiare, perché a pranzo Livia ha fatto cadere un bicchiere e si è spaventata.
Io sto lavorando part-time, tu lo sai. Passo tutto il giorno con tua madre. Gestisco le medicine, i medici, la cucina, il ritmo. Mi alzo di notte se serve. Non mi sto lamentando. Voglio solo che tu lo sappia. Che tu capisca davvero.
Marco abbassa lo sguardo sul piatto.
Lo so. E ti ringrazio.
Non voglio ringraziamenti. Voglio che tu partecipi.
Chiara, io lavoro. Porto avanti la casa.
Lavoro anchio.
Ma part-time.
Un colpo secco al petto. Non dolore, unaltra sensazione, come uno strappo.
Marco, sono passata al part-time perché non riuscivo a conciliare lavoro e assistenza a tua madre. Non è stata una scelta.
Capisco. Ma tu te la cavi meglio di me.
Non è una giustificazione.
Cosa vuoi da me? Che smetta di lavorare? Che stia a casa anche io?
Chiara si alza, prende la minestra e la versa nel lavandino. Si gira, resta di spalle.
Voglio che tu sappia tutto quello che faccio. Davvero. Non lei se la cava.
Marco non risponde. Chiara lava il piatto. Vanno a dormire senza parlare. Il lampione su via Peschiera resta acceso. Chiara lo fissa e pensa di essere invisibile. Non a Livia. A tutto il resto.
Si sente diventata un mobile della casa. Necessaria, anonima, che si nota solo quando manca.
A marzo qualcosa si rompe non per la malattia, non per i medici. Per via delle forchette.
È una serata come tante. Chiara apparecchia, Livia è eccezionalmente briosa, ricorda storielle della vicina Carolina e dei suoi tortini. Chiara ascolta, Marco mangia.
Poi Livia prende la forchetta, la osserva e dice:
Chiara, le hai messe di nuovo coi denti in su.
Chiara si blocca.
È la stessa frase, parola per parola, che otto anni fa aveva segnato linizio di tutto. Ricorda la pioggia dottobre, i piatti nella schiuma.
Signora Livia, mormora Chiara. In realtà le ho messe coi denti in giù.
Livia guarda la forchetta, poi Chiara, poi di nuovo la forchetta.
Beh, allora va bene, dice. E comincia a mangiare.
Ma Marco dice:
Dai Chiara, cosa cambia, in fondo?
E quel cosa cambia non riguarda solo le forchette. Chiara lo sente subito. È il riassunto di otto anni, del esageri sempre, della minestra fredda, del tanto tu ce la fai.
Chiara posa la forchetta, si alza, esce dalla cucina, va in camera e chiude piano la porta.
Resta seduta sul letto a guardare fuori. Il lampione, la strada silenziosa. In un appartamento vicino qualcuno guarda la tv.
Pensa a lungo, forse unora.
Poi prende il telefono e scrive a Martina: Sei libera sabato?
Martina risponde subito: Sì. Tutto bene?
Niente. Voglio solo parlare.
Si vedono sabato, allo stesso bar Il Faro. Chiara arriva puntuale, una rarità per lei.
Sei cambiata, dice Martina, osservandola.
In che senso?
Non so, ma sei diversa.
Chiara ordina un caffè. Resta a guardare il tavolino a lungo.
Penso di andare via. Non lasciare Marco. Solo prendere una casa per conto mio, per un po. E vedere che succede.
Martina ci mette un attimo.
Vuol dire che lui rimarrà solo con la mamma?
Sì.
Secondo te ce la farà?
No, ammette Chiara. Non credo. Ma forse è necessario.
Per te? O per lui?
Per tutti e due. Soprattutto per lui.
Martina resta in silenzio.
Non hai paura che sia la fine?
Sì che ho paura. Ma più ho paura di andare avanti così.
Torna a casa la sera. Marco è in cucina, legge qualcosa. La madre dorme. Chiara mette a bollire lacqua.
Marco, dice finalmente. Voglio prendere una casa mia. Per un po. Ho bisogno di restare sola.
Marco alza la testa.
Cosa?
Non per sempre. Ma ho bisogno di questo. Sono stanca.
Ti stanchi e scappi?
Prendo casa. Non scappo. Ti lascio tutto scritto. Farmaci, visite, orari, cosa può mangiare, cosa no. Tutto.
Marco la guarda.
Dici sul serio?
Sì.
E da quando lo pensi?
Da tempo. Ma ora è il momento.
E io? Devo fare tutto da solo?
Capirai cosa vuol dire. Ti servirà.
Marco si alza e va alla finestra.
È una cattiveria.
No. Cattiveria sono otto anni di esageri e tanto ce la fa.
Silenzio lungo. Lacqua bolle. Chiara versa il tè, direttamente nella tazza, non in teiera. La prima volta dopo tanti anni. Appoggia la tazza sul tavolo.
Non so che dire, mormora Marco.
Non devi dire niente. Me ne vado il prossimo fine settimana. Hai una settimana.
E poi?
Vedremo.
Nei giorni successivi, tutto sembra identico. Ma dentro Chiara qualcosa si è assestato, una decisione che rimane accanto a lei, silenziosa.
Trova casa tramite amici. Un bilocale modesto in via del Sole, venti minuti di tram. Manca la ristrutturazione, ma è pulita. La padrona vuole un mese di anticipo. Chiara paga dai suoi risparmi.
Tre giorni prima della partenza, scrive a Marco un piano dettagliato: quattro pagine sulle medicine, con nomi, orari, dosi; i nomi dei medici e i loro cellulari, il ritmo dei pasti, cosa fare se Livia non lo riconosce, se cade, se piange la notte. Cosa dire, come dirlo.
Marco legge in silenzio.
Ma tu tutto questo lo tenivi a mente?
Sì.
Ogni giorno?
Ogni giorno.
Non aggiunge altro.
Il venerdì sera Chiara prepara la valigia. Qualche vestito, documenti, libri. Niente di superfluo. Appende il piano sul frigorifero, con la calamita Sorrento dellestate scorsa.
Livia è alla finestra della sua camera, guarda la strada. Chiara entra.
Signora Livia, devo andare via qualche giorno.
Livia si volta.
Dove vai?
Ho qualcosa da fare. Marco è qui, se serve ti aiuta.
Livia la guarda a lungo. Chiara pensa che non abbia capito, o che dimenticherà. Ma Livia dice:
Era tanto che non partivi.
Sì.
Va tranquilla.
Chiara esce. Marco è in corridoio. Fissa la valigia.
Chiara.
Ti chiamo. Se serve chiama pure, a qualsiasi ora.
Esce. È freddo, inizio aprile, la primavera quasi assente. Va verso la macchina, sale, resta seduta un attimo prima di accendere il motore.
Poi parte.
La casa nuova in via del Sole è piccola, vuota. Puzza ancora di pittura. Chiara apre la finestra. Appoggia la valigia. Si sdraia sul letto, ancora col cappotto. Fissa il soffitto.
Si aspetta di sentire colpa, o paura, o sollievo. Non sa quale delle tre.
Arriva invece qualcosa di diverso. Qualcosa di silenzioso, una specie di aria nuova che entra in una stanza chiusa da tanto.
Per i primi due giorni Marco non chiama. Nemmeno lei. Lavora tutto il giorno, perché finalmente può. Mangia quando vuole. Dorme quanto vuole. Appoggia la tazza dove vuole.
Il terzo giorno arriva un messaggio: La mamma non ha voluto pranzare. Che faccio?
Chiara risponde: Vedi piano, punto sette. Offri di nuovo dopo unora, piccole porzioni.
Dopo mezzora: Ha mangiato un po.
Chiara: Bene.
Il quarto giorno: Non mi ha riconosciuto stamattina. Non credevo fosse così. Stavo lì, non sapevo cosa fare.
Chiara legge il messaggio tre volte. Poi: Cè tutto nel piano. Parla calmo, dì chi sei, ricorda dove siete. Non discutere, resta lì.
Ogni giorno così?
Sì.
Lunga pausa.
Chiara. Non lo capivo.
Lei non risponde subito. Poi: Lo so.
Il sesto giorno lui chiama.
Come stai?
Bene. Come va la mamma?
Oggi giornata buona. Ha raccontato di Carolina, delle torte. Ho ascoltato.
È un buon segno quando racconta.
Sì. Chiara.
Dimmi.
Torna, per favore. Non perché non ce la faccio. Ce la faccio. Ma vorrei che tornassi.
Chiara è seduta davanti alla finestra di via del Sole. Fuori il cielo di aprile è di un blu scuro e irreale.
Vengo domani. Parliamo.
Va bene.
Il giorno dopo, sabato, arriva alle dodici. Suona. Marco apre. È diverso. Non peggiorato. Semplicemente un altro.
Mamma dorme. Vieni in cucina.
Si siedono. In tavola la teiera di porcellana. Marco sa fare il tè, Chiara non lo sapeva.
Ogni mattina leggevo il piano, come una guida.
E?
E ho capito che non era solo una guida. Era quello che tu facevi ogni giorno, in silenzio.
Chiara sorseggia il tè. È più forte di come piace a lei, ma non lo dice.
Voglio chiederti scusa, dice Marco.
Per che cosa esattamente?
Lui esita.
Per lesageri sempre. Per tanto ce la fai. Per non aver visto. Per non aver capito.
Chiara annuisce.
Ok.
Ok cosa?
Ok che lo hai detto.
Dalla camera si sente un rumore. Livia si è svegliata. Chiara la raggiunge. Livia è seduta, confusa, come ogni volta dopo il sonno.
Buongiorno dice Chiara.
Livia la guarda.
Chiara? Sei tornata?
Sì.
Dove eri?
Sono andata a riposare.
La suocera resta in silenzio. Poi dice una cosa che Chiara non si aspetta.
Meno male che sei tornata. Mi sei mancata.
Chiara la fissa. Livia guarda altrove, come sempre, ma lo ha detto. E basta.
Anche tu mi sei mancata, risponde Chiara.
Aiuta Livia ad alzarsi, la accompagna in bagno, le porta i vestiti. Proprio come sempre. Ma qualcosa, lieve, è diverso. Le mani di Livia sono più deboli, o forse Chiara ora lo nota di più.
A pranzo sono tutti e tre insieme. Chiara distribuisce il cibo. Le forchette sono con i denti in giù. Unabitudine ormai.
Livia prende la forchetta, la osserva. Chiara trattiene il fiato.
Qui si usa così, dice Livia in modo diverso, più quieto, come se parlasse tra sé.
Qui si usa così, ripete Chiara.
Si guardano. Livia annuisce. Comincia a mangiare.
Marco le osserva.
Dopo pranzo, Livia va a riposare. Chiara lava i piatti, Marco asciuga.
Resterai? domanda lui.
Forse. Ma tengo la casa per ora.
Marco non ribatte subito.
Perché?
Ho bisogno di sapere che cè. Non riguarda te. Riguarda me.
Va bene, dice infine. Capisco.
Chiara mette il piatto sullo scolapiatti. Guarda i due ganci per gli strofinacci. Ne appende uno a destra.
Marco nota la cosa. Non commenta.
Chiara si prende un bicchiere dacqua e guarda la pioggia di aprile dalla finestra. Leggera, come quella dottobre anni fa.
Pensa che niente si è risolto davvero. Livia continuerà a correggere. Marco a volte non vedrà. La malattia farà il suo corso. La casa in via del Sole costerà ogni mese.
Ma qualcosa si è mosso. Non nella casa. In lei.
E forse anche in Marco.
Se basta, Chiara non lo sa.
La sera, Livia guarda un film vecchio in tv. Marco raggiunge Chiara in corridoio.
Chiara. Resterai stanotte?
Chiara guarda verso la camera, da cui arrivano i suoni della tv. Poi Marco.
Resto.
Lui annuisce. Non la abbraccia, non aggiunge parole. Solo annuisce.
Chiara va in cucina, mette lacqua nel bollitore. Nella teiera di porcellana, di nuovo. Non per abitudine, ma perché le piace. La differenza tra le due cose è piccola. Ma cè.
Prima di dormire, fa visita a Livia nella sua camera. La tv è già spenta.
Buonanotte, sussurra Chiara.
Buonanotte. Pausa. Chiara.
Sì?
Hai messo bene le forchette oggi.
Chiara resta sulla soglia.
Sì, dice. Qui è così.
Livia accenna un sorriso, chiude gli occhi.
Chiara esce. Nel corridoio cè silenzio. Marco è già in camera. La pioggia continua.
Chiara si sdraia accanto al marito. Il lampione su via Peschiera illumina la stanza nel suo giallo sbiadito.
Pensa alla casa in via del Sole, alle chiavi nella borsa, alla possibilità di andarsene quando vuole.
Non è un piano. È solo una consapevolezza.
Ed è una sensazione vicina alla pace.
Marco non dorme.
A cosa pensi? domanda.
A molte cose.
Anche a?
Al bambino? A volte sì.
E fa bene o fa male, a volte?
Non so, risponde Chiara. Per ora non lo so.
Marco non insiste. Restano in silenzio. Piove. Il lampione resta acceso.
Dal letto di Livia arrivano suoni, respiri, parole confuse nel sonno. Chiara li sente. Sempre li ha sentiti.
Stavolta però, resta ferma. Ascolta. E basta.
Anche questo è qualcosa di nuovo.
La mattina Chiara si alza per prima. Metre lacqua bolle per il tè, esce sul balcone. Lodore di aprile asfalto e qualcosa che non sa chiamare le entra dalla finestra. Un ricordo dinfanzia di stivaletti di gomma e pozzanghere.
Guarda giù su via Peschiera. Sugli alberi un accenno di verde, ma se si osserva attentamente, si nota.
Dalla cucina, il rumore dei passi di Livia. Chiara entra.
Livia è seduta al tavolo, sembra cercare qualcosa.
Signora Livia, dice Chiara dolcemente. Si sieda, preparo il tè.
Livia si gira, la osserva.
Chiara.
Sì.
Bene che sei qui.
Chiara sposta la sedia, Livia si siede. Versa il tè in una tazza di porcellana.
Da noi si beve nella porcellana, dice Livia, senza tono da predica. Solo un dato di fatto.
Lo so, sorride Chiara.
Si serve il tè nella sua solita mug bianca. Afferma:
Ho capito che quando si dice qui si fa così, può voler dire tante cose.
Livia la guarda.
Tipo?
A volte è una regola. A volte solo un ricordo di come andava.
Livia riflette a voce alta:
Forse sì.
Bevono il tè, ognuna dal suo bicchiere. Il giorno si fa più chiaro.
Poi Marco entra in cucina, spettinato, col vecchio maglione.
Buongiorno.
Buongiorno, dice Livia.
Buongiorno, dice Chiara.
Marco si versa il tè dalla teiera di porcellana. Prende una forchetta dal tavolo, già apparecchiato da Chiara per la colazione.
La osserva.
Denti in giù, nota.
Sì, risponde Chiara.
Qui si fa così, dice Marco. E guarda Chiara in modo nuovo, come se quella frase fosse una domanda, o una risposta.
Chiara prende la sua forchetta.
Qui si fa così, dice.
E stavolta non è una regola, né un avvertimento, né una lotta per il controllo.
È qualcosa di cui ancora non conoscono il nome. Ma che tutti e tre, a modo loro, stanno pian piano imparando.




