Dietro la schiena di una moglie
Mi chiamo Caterina, ed è febbraio anche qui, dietro i vetri della mia cucina a Modena. Linverno in Emilia sembra una lunga lastra opaca: il cielo è grigio, le strade sonnecchiano sotto la pioggia fine che non smette mai davvero. Sulla tavola, la mia tazza di tè ormai è fredda da ore.
Mio marito, Andrea, non viene a cena da tre giorni. Dice che lavora fino a tardi, che ci sono problemi in ufficio. Le solite scuse.
Il suo cellulare, dimenticato stamattina sulla credenza, è una cosa rara. Andrea non scorda mai nulla, figurarsi il telefono. Non volevo guardare, davvero. Lho preso solo per metterlo in carica. Solo per quello.
Quando lo schermo si illumina Mamma lo poso subito sul tavolo. Mi alzo, bevo un bicchiere dacqua, torno in cucina. Il cellulare è ancora lì. Non cè blocco: A casa tanto non ho misteri, ripete sempre Andrea.
L’ultimo messaggio era già aperto.
Lo leggo. Poi scorro indietro. Un messaggio dopo laltro.
Forse il tempo non conta, venti minuti o forse quaranta. La tazza sulla tavola resta gelida.
Poi ripongo il telefono, esattamente dove lho trovato. Vado alla finestra. Il febbraio modenese sembra lo stesso di sempre: grigio, uniforme, distante.
Ecco, penso. Ecco comè, allora.
Andrea rientra attorno alle dieci, in punta di piedi, come chi spera che in casa dormano già.
Sei ancora sveglia?
Sì.
È successo qualcosa?
Mi volto verso di lui. È sulla soglia, cappotto addosso e borsa in mano. Sessantadue anni, e in certi gesti sembra ancora quel ragazzo che rincasava tardi da scuola.
Niente di particolare rispondo. Ero qui a pensare.
Hai mangiato qualcosa?
Sì.
Va bene.
Si leva il cappotto, sinfila in cucina, apre il frigo. Vede il telefono, lo afferra subito, come se lo stesse aspettando. Lo infila in tasca.
Lho lasciato qui stamattina dice.
Ho visto.
E come hai fatto senza?
Lo osservo di spalle mentre si serve la cena rimasta.
Me la sono cavata rispondo semplicemente.
Quella notte non dormo. Penso. Non a ciò che ho letto, ma da quanto tempo sentivo questo peso addosso. Tre anni, forse cinque. Forse da sempre.
Tutto è iniziato talmente tempo fa che non ricordo il punto esatto in cui si è spezzato qualcosa. La signora Rosa, la madre di Andrea, è sempre stata presente. Allinizio mi sembrava normale: le telefonate ogni giorno, i consigli, la sua premura.
È solo che ama molto suo figlio, mi ripetevo. È naturale, è umano.
Ma piano piano qualcosa è cambiato. Come lacqua di un acquario mai cambiata: dapprima limpida, poi sempre più torbida e alla fine ti abitui, nemmeno ci fai caso.
Rosa non ha mai detto nulla di cattivo direttamente. Era unarte, la sua. Sapeva fare complimenti che ti lasciavano lamaro.
Brava, Caterina, che risotto ottimo! Andrea dice che ti impegni tanto
Dice, quindi ne parlano. Quindi mi discute.
Che bella casa avete finalmente Andrea ha messo le tende, vero?
Finalmente. Come se non potessi chiederglielo io. Come se dovessi aspettare che ci pensasse lui.
Ho sentito che andate in vacanza. Andrea dice che ti piacerebbe il mare. Beh, farà del suo meglio
Farà del suo meglio. Come se facesse un favore, un sacrificio.
Non sapevo neanche come spiegarlo ad Andrea. Era solo una sensazione pesante quando lei se ne andava. Una voglia di lavarsi via qualcosa rimasto addosso.
Ne parlavo con cautela:
Mi sembra che tua madre, a volte, faccia delle osservazioni un po
Che tipo di osservazioni?
Come ieri, sulle tende.
Beh, le ho messe. E allora?
Ha detto finalmente.
Pausa.
Cate, è solo una parola.
Non è solo una parola. Dice le cose come se qui fossi unospite, non casa mia.
Esageri.
Andrea.
Sul serio, parla così da sempre. Non vuole farci del male.
Il discorso si interrompeva sempre qui.
La conversazione sul telefono era lunga. Ne leggo solo una parte, ma basta.
Rosa scriveva di me al figlio. Nei dettagli. Con esempi.
Lei ti corregge spesso davanti agli altri, te ne accorgi? Non è rispetto per un uomo.
Andrea, le permetti troppe libertà. Deve capire chi comanda in famiglia.
Io non mi intrometto, tu lo sai. Voglio solo che tu stia bene.
Rileggo più volte: Non mi intrometto. Subito dopo interi paragrafi dintromissione.
Andrea rispondeva, come sempre, con messaggi brevi: Mamma, tutto bene, non preoccuparti. Poi: Ne parlo con lei.
Ne parlo con lei.
Distesa al buio, ascolto il respiro regolare di Andrea. Mi domando: cosa vorrà dirmi esattamente? Cosa devo capire?
Al mattino si alza alle sette, come ogni giorno. Sento i passi in cucina, il tintinnio del bollitore, le tazze che si urtano. Suoni abituali per ventidue anni.
Mi alzo alle sette e mezza.
Buongiorno dice.
Buongiorno.
Legge qualcosa sul telefono, io verso il tè. Ci sediamo uno di fronte allaltra: la solita calma del silenzio mattutino. Ma ora lo sento diverso.
Andrea dico dopo poco Devo parlarti. Ma stasera, quando torni.
Lui mi guarda.
Una cosa seria?
Sì.
Abbassa lo sguardo sul telefono.
Va bene. Stasera torno presto.
E davvero torna alle sette, cosa rara. Segno che ha pensato a questo tutto il giorno.
Ormai nella mia testa ho rivissuto questo confronto mille volte. So già dove proverà a cambiare discorso, dove dirà che esagero.
Allora? dice sedendo sul divano.
Entro in soggiorno e mi siedo proprio di fronte a lui.
Ho letto la chat con tua madre.
Silenzio.
Ieri sera. Hai lasciato il telefono.
E allora?
E voglio che tu lo sappia. Lho letta. Ho visto.
Sta zitto. Un silenzio diverso dal solito, teso.
Che cosa hai visto?
Che tua madre parla di me. Dettagliatamente e spesso. E tu leggi, e mai le hai risposto: Mamma, non è affar tuo.
Caterina
Non interrompere. Non sto facendo una scenata, ti dico cosa ho provato.
Si lascia cadere indietro.
Sono solo sue preoccupazioni.
Preoccupazioni sul fatto che io ti sminuisca davanti agli altri e mi permetta troppo. Sarebbero solo paure?
È anziana. Si preoccupa.
Per te.
Certo, sono suo figlio.
Andrea, tua madre ha sessantotto anni. Tu sessantadue. Siamo sposati da ventidue. E lei ancora ti spiega come deve andare in casa tua.
Si passa una mano sul viso il gesto della stanchezza.
Non lo fa con cattiveria.
Non conta cosa intende. Conta cosa fa.
Che cosa fa, esattamente? Non succede nulla.
Ecco, è questo che mi preoccupa dico sottovoce. Che per te sia nulla.
Passano tre giorni senza veri dialoghi. Solo frasi di cortesia. Buongiorno, buon appetito, buonanotte.
Io non forzo. So aspettare: ho imparato a rispettare questa mia pazienza.
Al quarto giorno si siede accanto a me in cucina, la tazza in mano anche se non ha sete.
Non so cosa vuoi sentire.
Solo che tu abbia visto davvero.
Ho visto che mamma scrive. Sì, tanto. È fatta così.
È una donna che scrive al figlio adulto che la moglie non gli va bene. Da anni.
Non dice esattamente questo.
Lho letta, Andrea.
Dice che
Basta lo interrompo. Le parole sono le sue. Non servono interpretazioni.
Fuori è già buio. Febbraio qui non molla, il freddo resta.
Non saprei come spiegarglielo mormora infine.
Non ti chiedo di spiegarglielo. Chiedo che tu lo spieghi a te stesso. Cosa accetti, cosa no.
Mi guarda strano. Non irritazione, non stanchezza. Confusione.
Vuoi che la veda meno?
No. Ma se lei ti scrive di me, la risposta devessere: Mamma, sono cose mie e di Caterina. Fine.
Si offende.
Può darsi.
È sola. E io sono lunico figlio.
Lo ripeti spesso dico. Come se questo legittimasse tutto.
Non replica.
Andrea, anchio sono sola. Anche tu sei mio marito, lunico. Ma non ti scrivo frasi su tua mamma.
Questo lo scuote. Vedo il cambio nello sguardo.
La signora Rosa arriva il sabato. È il suo rituale. Telefona il venerdì sera: Andrea, domani arrivo a pranzo. Non chiede: avverte.
Io cucino. È la prassi.
Rosa entra in buon cappotto e dolce in mano. Porta sempre una crostata, un po bruciacchiata sotto, ne tagliamo pezzi dicendo che è buonissima.
Caterina dice dando un bacio sulla guancia come stai bene oggi!
Grazie, signora Rosa.
Forse un po stanca, o mi sbaglio?
Subito, così.
Sto bene.
Meno male. Andrea, sei dimagrito!
Ma dai, mamma.
Sì che sì. Caterina, gli dai da mangiare?
Sorrido. Non con la stessa espressione di sempre. Diversa.
È grande, sa badare a se stesso.
Pausa breve.
Certo, certo si siede.
A tavola parla di vicini, prezzi al supermercato, programmi in tv. Andrea ascolta e mangia. Tutto uguale sempre. La superficie è piatta.
Ma io noto i dettagli.
Come porge il pane ad Andrea senza chiedere, come a un bambino.
Come ricorda: Andrea, niente vino da due anni e ti ho fatto la crostata, per sottolineare che sa meglio di lui le sue abitudini.
Come mi chiede: Lavori di più adesso, vero? Andrea raccontava. Sempre: Andrea dice.
Signora Rosa, può chiedere direttamente a me. Mi fa piacere.
Lei mi fissa.
Ma certo che chiedo.
Ha detto: Andrea raccontava. Intendo dire: può chiamare me, se vuole.
Tutto tace un attimo.
Ma Caterina, siamo famiglia. Uno chiede, laltro risponde.
Infatti parliamone direttamente, tra di noi.
Andrea mi guarda. Io sono rivolta a Rosa.
Sei bravissima in cucina taglia lei. Il risotto era proprio buono.
Grazie.
Andrea ama il risotto, da piccolo glielo facevo ogni venerdì. Dice che se lo ricorda ancora adesso.
Lo so che gli piace rispondo piana ventidue anni insieme.
Unaltra pausa.
Sì sì prende un pezzo di torta.
Quando va via, laiuto con il cappotto. Si veste piano, gesto da anziana.
Caterina dice sottovoce mentre Andrea prende la borsa oggi sei diversa.
Diversa come?
Non so diversa.
Sono sempre io.
Voglio solo che voi stiate bene, tutto qui.
La guardo. Ha una faccia preoccupata, un po ferita, ma sincera.
Lo so, e lo voglio anchio.
Si distende nei lineamenti.
Bene.
Solo che io e Andrea dobbiamo capire insieme cosa vuol dire stare bene. Noi due. Punto.
La sua espressione si chiude.
Non mi intrometto mai.
Bene, allora non lo faccia nemmeno ora.
Non è un attacco. Lo dico tranquilla, ma lei capisce. Prende la borsa senza più parlare. Solo grazie del pranzo e arrivederci.
La porta si chiude.
Andrea è in corridoio.
Che succedeva là dentro? mi chiede.
Una conversazione.
Le hai detto che…
Le ho detto la verità. Educatamente.
Si è offesa.
Forse.
Mi fissa, poi va in camera.
Resto ancora un attimo. Guardo la porta chiusa alle sue spalle. Penso: ecco dove inizia davvero qualcosa di nuovo. Non quando ho letto il cellulare. Qui.
La sera Andrea parla al telefono. Non ascolto. Lascio spazio.
Poi entra.
Ho chiamato mamma.
Sentivo.
Le ho detto che sei dispiaciuta e che abbiamo bisogno di spazio.
Alzo gli occhi dal libro.
Dispiaciuta?
Che abbiamo bisogno di…
Andrea. Sono tranquilla. Ho solo definito un confine. Non è la stessa cosa.
Si siede.
Ha pianto.
È una sua scelta.
È una persona anziana.
Lhai già detto. E io ho già risposto.
Non sai cosa vuol dire stare in mezzo.
In mezzo a chi?
Tra te e lei.
Chiudo il libro.
No, tu non sei in mezzo. Sei mio marito. Non un ostaggio.
Mi guarda.
Non sono nemica di tua madre. Parlo di noi due qui, nella nostra casa. Lo vedi?
Vedo che non stai bene.
É poco.
Sei arrabbiata.
Non è la parola giusta.
Allora cosa sei?
Mi sento scacciata. Ogni volta che tua madre parla della casa, del cibo, di noi, lo fa come se fosse roba sua. Io una temporanea.
Sta zitto.
E se tu non dici nulla, è come se dessi ragione.
Non intendo quello.
Ma accade.
Febbraio passa. Arriva marzo, il gelo va via piano. Rosa quella settimana non viene. Chiama Andrea: Sto poco bene.
Entra in camera con la faccia tesa.
Non viene.
Ho sentito. Nulla di grave?
Dice di no.
Vuoi che compri qualcosa?
Vado io.
Daccordo.
Mi osserva, sembra aspettare.
Dimmi.
Vuoi venire con me?
Vengo se serve aiuto. Se vuole vederci entrambi.
Preferisce vedere me.
Perfetto rispondo. Salutala.
Torna la sera, si vede che hanno parlato a lungo.
Come sta?
Meglio, qualche linea di febbre.
Bene che sei andato.
Mi ha chiesto di te.
Cosa voleva sapere?
Se ce lhai ancora con lei. Se sei arrabbiata.
Dille che no. Non porto rancore.
Non la convince.
E che cosa capirebbe?
Crede che tu voglia separarla da me.
Non è vero.
Lo so. Ma lei lo sente così.
Andrea lentamente cè la realtà, e cè quello che si prova. Io non voglio allontanarla. Voglio che abbiate un buon rapporto. Ma voglio che io e te abbiamo una casa solo nostra.
Cosa significa esattamente?
Vuol dire: lei non parla più di me con te. Tu non mi riporti le sue critiche. E se ha domande, chiama me, non te.
Non lha mai fatto.
Ecco.
Non dice nulla. Si gira verso la finestra. Fuori la neve si squaglia, lenta.
Capisco che sia dura dico. Sei figlio unico. Ti ha cresciuto da sola. Lo so e non lho mai dimenticato.
Non si gira.
Ma io non posso vivere in una casa dove vengo giudicata tramite te.
Cè unaltra discussione, ad aprile, con le prime gemme sugli alberi. Adoro questa stagione, così delicata.
Quella volta, Rosa mi chiama direttamente. Non succedeva da anni.
Caterina, sono io.
Buongiorno signora Rosa.
Desideravo parlare. Senza Andrea.
Lascolto.
Pausa, lunga.
Credo che tu mi veda come una nemica.
No, davvero.
Mi sembra che tu… beh…
Posso essere franca?
Certo.
Lei vuole molto bene a suo figlio. E va benissimo. Solo che a volte, questa premura mi lascia poco spazio.
Silenzio.
Non provo rancore. Ma le parole rimangono, anche quelle scritte.
Hai letto i miei messaggi.
Per caso. Ha lasciato il cellulare.
Non si fa dice, tono cambiato. Leggere la posta daltri.
Può essere, ma ormai è successo. E adesso so ciò che so.
Che avrei scritto di male? Ho solo…
Non voglio esaminare riga per riga. Solo: lasci che io e Andrea abbiamo la nostra vita. Abbiamo anni e problemi nostri. Non servono consigli su chi comanda qui.
Lungo silenzio.
Mi accusi.
Le racconto soltanto come mi fa sentire.
Pensavo di aiutarlo.
Aiutare è anche fidarsi. Credere che sappiamo sbrigarcela.
Respira, si sente il respiro al telefono.
Non so fare diversamente.
Capisco. Deve essere difficile quando lunico figlio se ne va.
È tutto quello che ho.
Lo vedo. E lui non smetterà mai di volerle bene.
Non può saperlo.
Sì, posso. Vedo come si comporta. Corre da lei appena serve. Si prende ancora cura. Questo non cambia solo perché chiedo rispetto nella nostra casa.
Ci rifletterò dice infine.
Va bene.
Sei in gamba, Caterina aggiunge con unambiguità che sa dironia e complicità insieme.
Arrivederci, signora Rosa.
Arrivederci.
Ripongo il telefono, mi avvicino alla finestra. Aprile è lì, le foglie tenere e verdissime.
Penso: non è una conclusione. Solo un dialogo, finalmente reale.
Quella sera Andrea chiede:
Ti ha telefonato mamma?
Sì.
Poi ha chiamato me, mi ha detto che avete parlato.
Sì.
E cosha detto?
Andrea: era tra noi. Se vuole, le racconta lei. Io no.
Mi guarda, uno sguardo che non riconosco subito.
Sei cambiata.
No. Sono solo me stessa, finalmente.
Si siede. Restiamo in silenzio, senza peso.
È difficile dice.
So.
Non so dire di no a lei.
Non è un no. È soltanto dire: Qui si fa così.
Per lei è la stessa cosa.
Per ora, forse. Non per sempre.
Abbassa lo sguardo.
Credo di aver sbagliato tutto questo tempo. Senza capire come.
Non è una colpa rispondo piano. Fai solo ciò che ti hanno insegnato.
Non sei arrabbiata?
Ci penso.
No. Sono stanca. È diverso.
A maggio arriva il caldo vero. Rosa torna la prima sabato del mese. Con una crostata, sempre leggermente bruciacchiata.
Ma qualcosa è cambiato.
Non mi è chiaro subito. Rosa si comporta come sempre, parla di questo e quello.
Ma non chiede se Andrea mangia bene.
Non cita: Andrea dice.
Non commenta tende o tappeti.
Piccole cose, ma io le noto.
Durante il tè mi chiede, stavolta direttamente:
Caterina, voi in estate farete vacanza?
Pensiamo ancora, e voi?
La nipote mi ha invitata. Vediamo.
Andateci, una novità fa bene.
Dici?
Sì.
Annuisce, sorseggia la tazza.
Forse hai ragione.
È tutto qui. Minimo, concreto.
Dopo la sua partenza laviamo i piatti. Silenzio senza peso.
Hai notato? mi fa Andrea.
Sì.
Ha fatto da sola. Stavolta non le ho detto niente.
So.
Cosa le hai detto per telefono?
Parlato. E basta.
Mi porge un piatto.
Come fai a parlare senza offendere ma facendoti capire?
Sorrido sottovoce.
Non so. Forse ho smesso di avere paura.
Mette la tazza sulla mensola, mi guarda.
È colpa mia se è passato tanto tempo così.
Probabile.
Non vuoi dirmi che non è vero?
No. Sarebbe una bugia.
Annuisce.
E adesso?
Adesso rispondo decidiamo noi come stare in casa nostra. Da adulti.
Sembra facile.
È più semplice di quello che sembra. Una volta che inizi.
Mi guarda stranito. Non solo colpa né solo sollievo.
Non te ne sei mai andata, in tutto questo tempo.
No.
Perché?
Ci penso. Niente fretta.
Non era da cui scappare. Era da sistemare.
Annuisce e laviamo i piatti in silenzio. Fuori è maggio, gli alberi pieni di foglie.
Due settimane dopo, Rosa richiama: stavolta a me.
Caterina, ho una domanda.
Dimmi pure.
Cosa pensi di Luciana, la moglie di Vittorio? La mia consuocera.
Nulla di male. Perché?
Ci invita tutti in campagna a giugno. Tu e Andrea inclusi. Che ne pensate?
Resto in silenzio un attimo. Una domanda così corta, ma densa.
Ne parliamo io e Andrea, poi vi faccio sapere.
Ecco, te lho chiesto direttamente.
Nel suo tono cè qualcosa di nuovo; lieve ironia, quasi affetto.
Grazie, signora Rosa.
Ma di nulla. Ciao Caterina.
Ciao.
Ripongo il telefono e sorrido, poco ma sinceramente. Lo so: non è una fine. Rosa non è unaltra persona in due mesi. Ma ora pesa le parole.
Anche Andrea non è un altro. Scrive ancora spesso alla madre, magari le racconta cose che non dice a me. Va bene così. Io volevo solo che la nostra casa fosse nostra. Non oggetto di discussione altrui.
Per ora, sembra funzionare.
Cè una sera a fine maggio. Siamo in cucina, beviamo tè. Il tramonto tarda.
Andrea dice:
Mamma mi ha scritto ieri.
Sto zitta.
Dice che le sei piaciuta, durante la telefonata.
Ah sì?
Sì. Dice che sei sincera.
Lo guardo.
E tu che hai risposto?
Che lo so.
Guarda la tazza, io lui.
Continui a leggermi i suoi messaggi.
Questo era positivo.
Andrea.
Si volta.
Non serve essere tramite. Se vuol dirmi qualcosa, può chiamare me.
Resta in silenzio, poi annuisce.
Va bene.
Grazie.
Sorseggio il tè, ancora buono anche se non caldissimo.
Ce la faremo? chiede piano.
Rifletto sul serio.
Non lo so. Ma sono qui. È già qualcosa.
Non risponde. Guarda fuori: il cielo chiaro, tipico di maggio, incerto come noi.
Guardo anche io. Penso che in famiglia i confini non sono muri né reti. Sono linee da vedere, percorrere e spiegare più volte, ancora e ancora.
Tutte le parole grandi suocera manipolatrice, psicologia familiare mi facevano pensare agli altri, non a noi. Eppure eccoci qui, tra la mia cucina, la crostata bruciata e il tè freddo.
Difendere se stessi non vuol dire urlare, né fare scenate. Basta dire la verità, anche con calma. Stare in piedi finché qualcuno dice: Ti fai film.
Io non me li facevo.
Conta. Conta tantissimo.
A giugno andiamo davvero in campagna da Luciana. Gente, grigliata, chiacchiere. Rosa è lì, resta accanto ad Andrea. Ma ora parla anche con me, mi chiede se serve una mano, se sto comoda.
Dettagli. Ma io li noto.
Luciana, una donna minuta di sessantacinque anni con occhi accesi, mi si avvicina la sera.
Caterina, siete in pace tu e Rosa?
Non abbiamo mai litigato.
No, dico in generale. Ora mi sembra più tranquilla.
Abbiamo solo parlato.
Lei mi osserva.
Sai parlare davvero. Non è da tutti.
Ho imparato per forza rispondo.
Il ritorno è silenzioso e pieno: i lunghi tramonti di giugno scorrono fuori dai finestrini.
Bella giornata dice Andrea.
Già.
Mamma si è comportata bene.
Sì, confermo. E nulla più.
Lui capisce. Lo noto dal suo sguardo.
La macchina prosegue. È una strada lunga, verde di giugno.
Penso: si cambia così, a piccoli passi quasi invisibili. Oggi non ha chiesto se Andrea ha mangiato. Domani altro, poi altro ancora.
E comunque chiamerà, scriverà. Quel tono non sparisce in un mese.
Ma ora so la differenza tra tacere e dire. Tra subirsi e nominarsi. Tra sentirmi ospite e sentirmi padrona. Non padrona, ma parte vera di questa casa.
Questo è tutto.
Arriviamo a casa. Ci fermiamo un po in macchina, stanchi. Poi ci avviamo; Andrea apre la porta.
Tutto normale. Tutto tranquillo. Niente è cambiato per sempre. Rosa domani scriverà ancora ad Andrea. Magari dirà cose di sempre. Forse non tutto perfetto.
Ma ora io so che posso parlare. E che le parole, se dette con fermezza, non si sciolgono nellaria.
Lascensore lento. Saliamo, vicini, senza tenerci la mano ma accanto.
Lei non cambierà dice Andrea dun tratto.
Lo so.
E tu?
Rifletto. Lascensore arriva, le porte si aprono.
Va bene così rispondo. Resti se stessa. Io pure. Vedremo.
Entro, lui apre casa.
Lodore di qualcosa che è solo nostro. Nessun altro.
Tolgo le scarpe, vado in cucina, accendo il bollitore. I rumori di casa mia.
Il telefono di Andrea lampeggia: Mamma.
Non leggo. Lo lascio lì, passo oltre.
Riempio il bollitore. Prendo due tazze.
Andrea entra.
Da mamma.
Ho visto.
Dice che si è trovata bene oggi.
Bene. Mi fa piacere.
Risponde al telefono, poi lo mette via.
Le ho scritto che anche noi.
Bene.
Lacqua bolle. Verso nelle tazze.
Andrea senza voltarmi.
Sì?
Se dovesse riscriverti qualcosa su di me
Una pausa.
Ora sai cosa rispondere?
Silenzio.
Sì.
Bene gli porgo la tazza.
La prende con entrambe le mani, come chi vuole scaldarsi o tenersi aggrappato.
Mi siedo di fronte. Restiamo lì, ciascuno con la propria tazza. Fuori è giugno, la notte tarda.
Ti fidi? mi domanda.
Lo guardo a lungo.
Te lo domanderò di nuovo fra sei mesi rispondo.
Non sorride. Annuisce, piano.
Onesto dice.
Già.
E rimaniamo lì, in un silenzio che non è né buono, né cattivo. Ma vero.



