Micetta
La chiamò Micetta fin dal primo incontro, quando si sedette accanto a lei su una poltrona identica, rossa, di velluto e un po rovinata come tutte le sedie vecchie del Teatro Verdi di Firenze, dove ci trovavamo.
Si guardò attorno per un minuto, poi posò lo sguardo sulla mia persona.
Ehi, micetta, ti annoi? sospirò, provando a mettere la gamba sullaltra ma il corridoio stretto non lo permise, la punta lucida della scarpa batté contro la poltrona davanti, la caviglia si piegò a disagio. Michele fece una smorfia.
Io fingevamo di non dargli retta, concentrandomi nella direzione del palco, anche se non cera nulla dinteressante. Soliti tavoli allineati in fila, il podio, gente indaffarata con cavi e microfoni. Il solito clima alle conferenze e che afa.
Non mi sono mai trovata a mio agio nei luoghi affollati, costretta a restare seduta gomito a gomito, senza via di fuga.
Eh borbottò Michele, grattandosi il mento. È un disastro, dai! Ma sai che, micetta, qui non sentiremo niente di nuovo. Te lo assicuro! Ho già letto tutte le relazioni, fa parte del mio lavoro, capisci? Non cè dentro proprio niente di interessante.
Mi girai e lo fissai severa.
Vestito bene, giacca, cravatta, scarpe lucide. Eppure, trasmetteva la sensazione dessere fuori posto, come se avesse rubato labito e non fosse il suo. Un tipo da marciapiede, baldanzoso, sempre a cercare guai. E quei capelli a spazzola, con due vortici che si arricciano come il bordo del cornetto fresco. Sembravano morbidi come la panna.
Michele, allungò la mano enorme senza neanche farmi parlare. Che ne dici, andiamo a pranzare? Sei così magrolina, quasi sparisci, ti voglio nutrire. Sì, davvero, andiamo via! Vieni!
Proprio mentre le luci si abbassavano e i responsabili salivano sul palco, tra gli applausi dei presenti, Michele, senza vergogna, mi trascinava attraverso la fila, pestando qualche piede a ogni passo, chiedendo scusa e rimettendosi la cravatta dentro la giacca, che non ne voleva sapere di stare al suo posto, come se schernisse le autorità.
Ma che fate?! Lasciatemi! cercavo di liberare la mano senza riuscirci, mentre correvo dietro a Michele verso luscita.
Sgusciammo nellatrio proprio quando qualcuno stava già battendo col microfono, pregando silenzio.
Lasciami! Devo tornare, prendere appunti, ho un incarico! protestai, premendo il quaderno al petto, facendo cadere la penna. Mi chinai per raccoglierla, ma Michele fu più veloce.
Ma lascia perdere sta carta, micetta! Ti invio tutto, te le leggi a casa. Adesso devi mangiare. Prima però un po dacqua. Sei pallida. E hai il battito a mille. Vedi? Ci ho preso! Mi prese il polso, schioccò la lingua. Aria, cibo e basta conferenze!
E sì, mi sentivo davvero confusa, il cuore galoppava fin nelle tempie.
Nessuno si era mai curato di me così, tanto meno si era preoccupato davvero. Piuttosto, ero sempre io a badare a tutti a mia madre, a mio marito, a mia figlia. E mi pareva normale. Pesante, certo, qualche volta avrei voluto stare tra le braccia di qualcuno, essere leggera, abbandonarmi, bere vino e ridere come nei film, ma non era mai capitato.
E invece Michele, questa occasione me laveva data.
Quasi senza accorgermene mi trovai seduta a un tavolo intimo nellosteria di fronte, mentre il cameriere ci portava due bicchieri di succo darancia e limone, spremuto fresco, con quel colore acceso come se il sole stesso fosse stato versato nel vetro.
Bevi. E poi acqua, mi raccomando. Che ci prendiamo da mangiare? domandò Michele.
Forse gli piacevo molto. Avevo un aspetto delicato, minuta, filiforme. Una donna avrebbe potuto considerarmi graziosa, se non fosse stato per quellespressione sempre stanca e rassegnata. Alla soglia dei cinquanta, famiglia, niente amore, tutto già consumato: impossibile fiorire come una rosa di maggio…
Eppure, proprio così piacqui a Michele una micetta stanca della vita.
Non voglio niente. Respiro un attimo e torno dentro! Mi sento già meglio, davvero! biascicai.
Va bene, fa come credi! annuì Michele. Però prima branzino con verdure, insalata e tu, micetta, cosa bevi?
Alzò lo sguardo dal menù, bello, fresco, ancora spettinato, profumo di sigaretta e colonia, muscoli forti, mi guardò fisso.
Arrossii, mi corrucciai.
Sono impazzita! Davvero! Un uomo sconosciuto mi porta al ristorante, mi chiama micetta, mi sistema la frangia, che impudente E io intontita, sciolta del tutto.
Dove mi toccava lui avevo caldo, la pelle vibrava.
Abbiamo bevuto vino bianco. Michele raccontava di quando da giovane lavorava nei cantieri in Liguria, poi si era spinto a Milano a fare loperaio, due anni impiegato a spostarsi da un sito allaltro, e poi…
E poi, micetta, io e il mio amico Giorgio abbiamo aperto una piccola impresa. Niente di che, costruivamo villette, abbiamo messo su una squadra, il lavoro veniva. Tutti vogliono vivere bene, al caldo, con il bagno dentro casa, e noi sapevamo come si fa. Mangia, dai! mi indicava la mia insalatiera. Alla tua salute, micetta! Appena ti ho vista ho pensato: Devo sfamare questa ragazza! Vuoi che ordini ancora qualcosa?
Scossi il capo. Mi sentivo galleggiare. Dal vino, dal cibo buono, ma soprattutto dal fatto che per la prima volta in vita mia qualcuno voleva riempirmi la pancia perché ero una ragazza, stanca e sottile.
A casa era diverso. Ho vissuto con mia madre, Lucia, durante tutta linfanzia. Lei lavorava sempre, la mattina non cera, facevo colazione da sola, la sera tornava tardi, la aspettavo sveglia, le scaldavo la cena, poi riordinavo i piatti mentre madre si lavava, e si andava a letto a notte fonda.
A Capodanno Lucia arrivava spesso verso le undici. Faceva la commessa, e le ultime ore del 31 significavano più incasso.
Mamma rientrava esausta, pallida. Io preparavo il vestito, sistemavo i capelli in modo elegante, e uscivamo insieme dagli ospiti.
Gli invitati non mancavano mai vicini di casa, amiche, qualche cugino che spuntava allimprovviso, già allegro per la grappa. Tutti a tavola, chiacchiere e risate, e io attenta che mamma non si addormentasse dopo il primo bicchiere.
Lucia beveva solo grappa, trovava ridicolo lo spumante; la grappa era la vera festa.
Ma madre reggeva male, crollava al primo giro, russava in mezzo ai commensali. Allora io la spingevo con il gomito, lei si riscuoteva, per un attimo spaesata, poi chiedeva altro da bere, brindava, rideva con quel sorriso tirato e stanco… Figuriamoci se potevo permettermi dessere una bambina fragile! Non era il caso.
Mi sono sposata presto. Andrea, più grande di quasi dieci anni, posato, benestante, ma non affettuoso, pochi discorsi: mi aveva introdotto nel suo mondo come un ingranaggio utile ma niente di più.
Non che mi servisse molto altro, penso. La passione, la gioventù, certo, ci sono stati, il corpo lo vuole. Poi però ci si raffredda. Limportante era la casa, la famiglia, via dalla madre sempre stanca, niente vista sulla spazzatura, niente camera tappezzata di carta vetusta. Avevo il mio appartamento, anzi quello di Andrea, cucina grande, bagno comodo, salotto, balcone, due camere, una bella biblioteca e mio marito. Tutti mi invidiavano. Non tutte hanno questa fortuna, vivere separate dalla suocera, poi!
Sempre, da quando sono nata fino a incontrare Michele, sono stata Irene, oppure Irene Maria come mi chiamavano colleghi e parenti.
Andrea, mamma, le amiche: sempre Irene.
Poi arriva micetta, vino, stuzzichini A qualcuno importa sapere cosa pensa la micetta, cosa sogna.
Andrea nemmeno ci pensava. Certo, le questioni di casa, spese importanti e vacanze si discutevano insieme, ma più che altro mi informava delle sue decisioni; i miei tentativi di oppormi si perdevano tra i rumori dellaria fresca che entrava dai finestrini socchiusi. Andrea amava tenere tutto aperto, non importava se qualcuno aveva freddo.
Michele invece, appena entrati allosteria, si era fatto sistemare in un posto senza correnti daria.
Premuroso
Mi faceva domande, rispondevo arrossendo. Sì, ho un marito. E sì, anche una figlia. Come si chiama? Tamara. Sta alluniversità, corsi di lingue. Io stessa le ho trovato uninsegnante bravissima, ora la ragazza partirà per uno stage in Francia.
Tamara non labbiamo voluta, nulla di sognato, nulla chiesto a Dio, così descriveva Andrea: Labbiamo fatta. Era ora, diceva sua madre, tempo di essere padre. E io ero giovane, doveva essere facile. Ma non arrivava. Ci lavoravamo sopra.
Alla fine sono rimasta incinta. Andrea per nove mesi si è tenuto alla larga, non mi ha mai accarezzato la pancia come si vede nei film, non ha mai dialogato con la bimba in grembo. Trovava la cosa buffa, forse sgradevole.
Quando nasce, allora mi occupo io, le insegnerò tutto. Ire, quando hai il controllo? Ti accompagno in macchina se vuoi.
Mi dava un passaggio, mi aspettava alluscita della clinica con la torta, i palloncini, il grazie per la figlia. Controllava il peso di Tamara, il latte, preparava la migliore pappa, la notte si alzava per farla addormentare, portarla a fare le vaccinazioni. Quando per la prima volta arrivò la pediatra a vedere la neonata, Andrea osservava minuzioso, voleva vedere le mani lavate, scaldava lo stetoscopio col fiato per non raffreddare Tamara.
Sei esausta? mi chiedeva premurosa lamica Giulia, vedendomi pallida, con gli occhi cerchiati. Un figlio non è una margherita, è una fatica! Andrea ti aiuta?
Alzavo le spalle. Aiuta, penso. Ma sempre poco…
A volte era persino piacevole questa condizione di vittima. Così mi compativano, e Andrea veniva un po criticato: Non ti coccola mai, non ti protegge, povera Ire.
Michele invece mi coccolava, mi offriva cibo buono, mi faceva arrossire.
Ma dai, micetta! brontolava lui. Mangia, sennò non ti lascio andare, hai capito?
Stringevo le labbra e, guardando il mio salvatore, masticavo in silenzio.
Mi accompagnò alla metro, io declinai linvito ad andare oltre, scusandomi con una buona bugia.
Quella sera mi arrivarono per email tutti gli appunti della conferenza.
Per la Micetta, da Michele! diceva il post scriptum.
Chiusi in fretta il portatile, ma Tamara intravide qualcosa, fece una piccola smorfia.
Ma che soprannome sciocco! mi lamentai allarmata. Sono documenti ufficiali, e questi scrivono sciocchezze!
Ma Tamara non sembrava ascoltare, già con le cuffie e la musica…
Ire, Tama, sono rientrato! A tavola! sentii dalla porta dingresso.
Andrea, sfinito dal traffico e dallafa, si tolse la camicia camminando, rimase in pantaloni, poi infilò i pantaloncini verdi con le palme, spalancò il balcone e si mise a respirare aria fresca.
Sapeva di sudore, acre, di ieri.
Irene, io mica mi lavo ogni sera come dici tu! Basta! Mi prude dopo la doccia, magari domani. respingeva piano le suppliche sottovoce. Basta, sono stanco. Portami da mangiare.
Cenammo in silenzio, ciascuno assorto. Io pensavo a Michele, alla sua freschezza, alla sua delicatezza
Il giorno dopo lui mi chiamò al lavoro.
Ciao micetta! Come stai? Mi sei mancata. Hai già pranzato? la voce squillante mi scombussolò, mi guardai intorno timorosa che qualcuno sentisse. Era come se il telefono urlasse.
No… non ancora. Ho tanto da fare. balbettai. Micetta. Mi sentivo fragile
Molla tutto, scendi. Sono al caffè qui sotto. Posto così così, ma qualcosa si mangia. Sbrigati! Ti aspetto.
Scesi col cuore in gola, licenza di un quarto dora. Guance di fuoco, imbarazzo da liceale. Sembrava che tutti sapessero: Irene Maria va dallamante.
E sì, lo chiamavo ormai così tra me e me lamante. Era emozionante, un po’ folle.
Michele mi aspettava in jeans e t-shirt, ancora spettinato, ancora caldo.
Abbiamo preso due caffè, raccontavo aneddoti dellinfanzia, Michele ascoltava.
Micetta, sei una bellezza, lo sai? ad un tratto interruppe. Dai, andiamo a comprarti qualcosa! Un vestito. Ho amici in boutique, sanno consigliarti. Voglio vederti in abito.
E mi vide. Non quel giorno. La sera, mi portò alla Rinascente, si sedette sulla panca e guardò, mentre le ragazze mi sistemavano tra specchi e luci.
Come mi guardava! Affamato, quasi predatore. Altro che Andrea.
Non mera mai capitato! confessai allorecchio a Giulia, la mia amica di sempre. Solo nei film. Eppure, mi sono sentita Donna. Assurdo, ma mi è piaciuto.
E Andrea? domandò quella, realista.
Non sa nulla. E non deve. Neanchio saprei spiegare. Non dire niente, nemmeno per scherzo! E tieni tu il vestito per ora. È troppo caro. Che faccio adesso, Giulia?
Lei spostò il sacchetto, fece spallucce. Vedrai.
Boh… Stai facendo assurdità. Andrea sarà rozzo, ma ricorda come in inverno si faceva chilometri per un litro di latte fresco. Lavora, porta a casa. Un altro resterebbe sul divano con la birra, lui è uno rispettato, in gamba. Sempre risolve, sempre programma. Adesso un altro ti ha confusa e ti sembra tutto grigio. Che vuoi che ti dica? Io, a te, ti invidio… non per Michele, ma per tuo marito.
Forse aveva ragione, ma la verità è che mi sentivo vuota. Arrivavo tardi, cucinavo alla buona, spesso nemmeno cenavo, rimanevo lì, nella cucina fredda, a mescolare zucchero assente in un tè diventato tiepido.
Mamma? Sono settimane che ti chiedo il pane! mi chiamava Tamara, alzandosi da sola, cercando nella madia. Finito
Annuii, accigliata, poi mi chiusi in camera. A sognare.
Andrea e Tamara mi guardavano straniti.
Potevo passare ore a fantasticare, le mani sudate per lagitazione.
Michele era premuroso, sapeva baciare, scherzava dei miei impacci, mi curava, mi chiamava micetta, mi portava regali che nascondevo da Giulia, a volte mi mandava ricariche sulla carta, altre mi scriveva messaggi di notte. Dovevo saltar giù dal letto, chiudermi in bagno, leggere, cancellare, rileggere, poi spegnevo il cellulare e mi lavavo il viso con acqua ghiacciata.
Andrea si voltava nel letto, mi abbracciava a caso, borbottava qualcosa. Io rispondevo con un monosillabo e stavo immobile. Peccato che in questa vita di Irene ci fosse Andrea. E peccato che per tanti anni non abbia mai capito cosa fosse essere davvero micetta, carina, desiderata, sensuale. Una vita sprecata
Ora però cera Michele, la mia felicità.
Ci vedevamo da lui, in un appartamento luminoso vicino a Porta Romana, finestre a tutta parete, nessuna tenda, vista sulle luci di Milano la notte. La testa mi girava per lo champagne, per il suo profumo. Le lenzuola erano di vero raso…
Il mondo si sbriciolava in mille scintille.
A casa invece la tensione incalzava. Mi sembrava che tutti sapessero: Tamara mi scrutava con sospetto, Andrea con severità.
Allora inventavo impegni, aspettavo che tutti andassero a dormire. Solo così potevo restare da sola in cucina, con caffè amaro e tristezze varie.
Ire! Dove sei? Ho comprato il cavolo, va tagliato. Ricordi laccordo? stava urlando Andrea dal telefono, mentre guardavo Michele che nuotava silenzioso lungo la piscina: un piccolo capolavoro in mezzo allhotel.
Non ero mai andata alla Piscina Comunale di Milano, ma quel giorno Michele mi ci portò, ordinandomi di nuotare. Guardavamo il vapore alzarsi, i pochi presenti, pace. Dalla torretta, si vedevano le luci di piazza Gae Aulenti. Ma io pensavo soltanto al mio cavaliere. Trovato, finalmente amore. Mio Dio…
Il cavolo? balbettai avvolgendomi nellasciugamano. Lascia stare, torno tardi. Sono con Giulia in piscina, lortopedico ha consigliato di nuotare, abbiamo fatto labbonamento. Domani facciamo il cavolo. Ora devo andare, Giulia mi chiama. Ciao!
Salve, ansia. Avvertii subito Giulia di reggere la bugia nel caso Andrea la cercasse.
Aspettai che rispondesse, sussurrai tutto a bassa voce, poi Giulia sbuffò:
Ire, oggi vi ho lasciato il cumino per il cavolo, lo fate sempre col cumino. Ero al mercato, ho pensato di portarvelo. Andrea già appendeva il bollitore… Ve lho portato, ti dico!
Abbassai la testa. Michele, con i suoi muscoli, era già sulla piattaforma, pronto al tuffo. Sotto di lui ragazzine giovani ridacchiavano, tutte snelle e allegre.
Pronte, micette? Uno, due, tre! gridò, saltando con grazia: intero. Mi salutò dallacqua. Irene, vieni! Serata appena iniziata!
Le ragazze lanciavano occhiate. Improvvisamente mi sentii di nuovo brutta, ordinaria, col pancino e cosce rilassate. Nuotavo malissimo, come una rana spaventata. E lespressione del mio viso tornò spenta.
Le nuove micette di Michele stavano già iniziando una partita a pallanuoto, sgusciavano, cercando di toccarlo.
Lui rideva, e non sembrò troppo turbato quando improvvisamente me ne andai. Capiva: doveri, famiglia, cavolo Che andassi pure.
Entrai nellandrone buio, in casa regnava lo stesso silenzio, solo la luce accesa in cucina.
Andrea mi mise davanti una padella con uova strapazzate.
Sarai affamata dopo la piscina? Mangia. Vuoi anche la salamina? Mi versò poi una grande tazza di tè.
Scossi la testa. Temevo dincrociare il suo sguardo, mi precipitai a tagliare le uova alla buona.
Saprà? E adesso? Come fa a restare calmo?!
Irene… dopo un lungo silenzio disse. Giulia ha lasciato delle cose. Ci teneva a sistemare, ma le ho detto di no. Che entra a fare in cucina tua? Le sue buste indicò sotto il tavolo. Diceva fossero tue. Ma sono tue davvero? Ha sbagliato Giulia.
Sollevai piano il bordo della tovaglia, guardai le buste. Scrollai le spalle.
Appunto, dicevo anchio! si rallegrò Andrea. Mi versi un po di tè anche a me? O sai che cè, meglio il cognac. Oggi me lo merito.
Scattai ad aprire lo stipetto, poi mi bloccai.
Micetta, sentii la voce secca di Andrea, lo guardai negli occhi. Dicevo, le briciole sul tavolo, pulisci. Tamara sparge sempre pane, serve uno straccio, dai. concluse calmo, lanciando una occhiata tagliente, poi si voltò
Bevemmo cognac in due, in silenzio, evitando di incrociare gli sguardi.
Finalmente Andrea si alzò e se ne andò.
Giulia, è andato via! Ha preso i suoi vestiti, lasciato le chiavi! piangevo al telefono, guardando il mio viso sfigurato nello specchio, la micetta che, poche ore prima, ancora nuotava con Michele. Odore di cloro ancora nei capelli, schiena spaccata dal dolore. Giulia! Come ha potuto?! Gli uomini non si comportano così, lui ha abbandonato me e Tamara!
E improvvisamente mi arrabbiai, stretto i pugni.
Come un vero uomo, Irene. Un altro ti avrebbe malmenato. Andrea, invece, semplicemente se nè andato. Nota: via dalla sua casa. E ancora hai il coraggio di lamentarti? Giulia abbozzò un sorriso amaro. Non capivo mai perché tutto finisse così fra voi… Soldi ci sono, Tamara è brava, Andrea non beve, aggiusta tutto. Ma tu vuoi la vita dei film, vuoi coccole? Ma quante gliene hai date tu, di coccole? Basta una parola buona, vedrai che ti dà il mondo! Ma tu, Irene, mai un complimento. Forse è ora che tu faccia i conti. Scusami, buona notte.
Poggiai il cellulare, mi piegai sulla sedia, le lacrime scesero
Tamara aveva passato la sessione, se nera andata in campagna dagli amici. Con me non parlava, lasciò solo un biglietto di non disturbarla.
Michele si fece vivo dopo una settimana, mi aspettava sotto casa, comparve dal buio.
Ciao, micetta! sussurrò, nascondendo la faccia rossa nel bavero della giacca di pelle. Ti sono mancato?
Lo avevo chiamato più volte, per piangere, ma non rispondeva. Ora era lui lì davanti
Michele dissi con voce morta. Che fai qui?
E cercai la sua auto.
Sono qui per te. È ora di saldare i conti, piccola! mi cinse la vita.
Che conti? Che ti prende?
Iniziava a spaventarmi. Provai a liberarmi, lui strinse il braccio.
Ti ho dato da mangiare, coccole, vero? Ora ho bisogno. Soldi, gattina spelacchiata! Ho problemi, la casa di tua madre vale almeno mezzo milione. Vendiamola. E questa pure. Dai, che discutiamo a casa!
Incerta, colta dal panico, camminai incespicando verso il portone, sperando, almeno una volta, che ci fosse qualcuno in cortile. Ma no, vuoto.
Apri, micetta, sto congelando, mi spinse avanti.
Scoppiai a piangere, svenni quasi, quando Michele dun tratto mi lasciò andare. Si piegò, colpito da una testata invisibile, e cadde di lato.
Sopra di lui stava Andrea, spettinato, senza cappello, furente. Alzava i pugni, tremava:
Fuori! Fuori da qui, subito! urlò, lanciandosi addosso, ma io lo trattenni tirandolo per il braccio.
Michele, capito il pericolo, rise maligno, come dire cornuto. Smise di ridere quando Andrea lo colpì in pieno volto.
Sparisci! Mai più qui vicino, hai inteso?! tuonò Andrea, si prese il suo berretto, e mi condusse dentro. Andiamo, fa freddo…
Di cosa abbiano parlato quei due, di cosa abbiano pianto tutta la notte, lo sa solo la luna dietro le tende e il vento che spiava dalla finestra socchiusa. Due tazze di tè intatte sul tavolo, il vecchio orologio ticchettava. Poi, il buio. Loro, marito e moglie, decisero, chissà perché, di andare avanti insieme…
Nessuno, mai più, mi chiamò micetta. E se qualcuno osasse, rabbrividirei solo e scapperei.
Michele svanì. Non funzionò, il marito fu troppo deciso.
Sentì una volta una mia conversazione sullautobus, riguardo la casa lasciata da mamma, sulle mie incertezze e quel senso di solitudine atroce. Michele pensò subito a come risolvere il problema immobiliare e finire anche quello della mia solitudine: bastava poco, se lavessi lasciato fare gli avrei dato tutto, visto che ormai mi aveva conquistata, nutrita, scaldato. Ma fu precipitoso. Aveva debiti, Giorgio lo incalzava, anche con le maniere dure Così decise di forzare, di pretendere. Ma non funzionò. Pazienza. Ci sono tante micette, tristi, sole. Michele le troverà e magari anche stavolta prenderà il suo.
Per ora ha dovuto lasciare quellappartamento elegante, tende di seta vera e vista sulla Milano illuminata. Pazienza, troverà di meglio. Sempre che Giorgio lo lasci fare
***
La vita mi ha insegnato che si può desiderare tanto dessere una micetta amata, ma molto spesso la felicità vera si trova nei gesti semplici, nelle presenze solide. Forse, la vera debolezza è sognare altro, senza accorgersi di quello che si ha davvero vicino.






