Niccolò è appena arrivato in campagna, nel piccolo paese dove vive sua zia. Qui non ha più nessun altro: i genitori non ci sono più da molto, gli altri parenti si sono trasferiti lontano, ed è rimasta solo la zia Giuliana.
Appena Niccolò si avvicina alla casa familiare e spinge il cancelletto, viene accolta proprio da zia Giuliana.
Ma perché non mi hai chiamata prima? Una telefonata, no? esclama la zia mentre lo stringe affettuosamente. E Maria con i ragazzi? Non sono venuti?
No, sono rimasti in città, non potevano muoversi, risponde lui.
La zia apparecchia in fretta la tavola; mangiano insieme, e appena finiscono, Giuliana cambia tono, più serio.
Guarda un po cosa ho trovato oggi in dispensa, in quella vecchia cassapanca! dice allimprovviso, porgendogli un foglio ingiallito.
Niccolò lo prende incuriosito, e mentre legge, il suo volto diventa sempre più cupo.
Dai, Niccolò, non stare in ansia, prova a tranquillizzarlo la zia. Sono passati tanti anni! Magari da allora la tua salute sarà migliorata. E comunque hai cresciuto due figli: mica sono arrivati col vento, no?
Quella sera Niccolò decide di fermarsi a dormire lì. Ma tutta la notte non chiude occhio. Non potrebbe essere altrimenti: il documento trovato parlava proprio di lui. Era un vecchissimo referto medico, risalente ad un problema di salute avuto quando aveva sette anni. Secondo quella carta, Niccolò non avrebbe mai potuto avere figli in futuro. Il certificato era stato dato a sua madre, ma lui non ne sapeva nulla.
Non può essere vero, pensa Niccolò. Se credessi davvero a questo foglio, significherebbe che i miei figli non sono miei. Ma so di poter contare su Maria, su mia moglie.
La madre di Niccolò è morta quando lui era ancora piccolo, nemmeno dieci anni. Poi suo padre aveva portato a casa unaltra donna. Da quel momento, Niccolò aveva spesso scelto di andare a dormire dalla zia Giuliana, che abitava accanto. Era la sorella minore di sua madre, e con il tempo aveva sostituito per lui la figura materna.
Dopo il servizio militare, Niccolò non era più tornato stabilmente in paese. Non cera lavoro, e con il padre i rapporti erano sempre stati tesi. Così aveva trovato lavoro come autista in città, alloggiando allinizio in una camerata. Poi, dopo qualche anno di esperienza, era diventato camionista, girando per tutta Italia, e finalmente aveva comprato una piccola casa.
Poco dopo aveva conosciuto Maria. Prima ancora di sposarsi, lei gli aveva detto di essere in attesa di un bambino. Si erano messi insieme, felici. Dopo la nascita della figlia, tre anni più tardi, era arrivato anche un maschio.
Verso i quarantanni, con un gruzzoletto da parte, Niccolò lascia la vita da camionista e apre una piccola ditta di traslochi. Da una semplice attività la società si era ampliata, e oggi il guadagno è costante.
Il giorno dopo, da casa della zia, Niccolò parte direttamente per Roma. Non può fare a meno di andare in ospedale per un controllo, visto quello che ha scoperto. La diagnosi, purtroppo, conferma il vecchio referto: non avrebbe mai potuto avere figli. Torna a casa stravolto.
Sei arrivato, Niccolò! esclama felice Maria. Ti preparo il pranzo?
No, risponde lui freddamente, posando sul tavolo il foglio dellospedale.
Cosè questa carta? lo guarda perplessa lei.
Questo, dice Niccolò amaramente, è un documento che dice che nella mia vita non avrei mai potuto diventare padre.
Maria rimane senza fiato, si siede sbalordita.
Niccolò sarà uno sbaglio! balbetta.
Vuoi continuare a mentirmi? chiede lui. Se vuoi continuare così, non mi vedrai più qui in casa.
Lasciami spiegare, ti prego, cede Maria.
Dalla sua confessione viene fuori che a scuola Maria aveva avuto una relazione con un compagno di classe. Dopo il diploma erano rimasti amici, ma lui poi laveva lasciata per unaltra. Proprio in quel periodo lei aveva conosciuto Niccolò. Ed era rimasta incinta. Non era sicura di chi fosse il padre, aveva paura di dirlo ai genitori, e sposare Niccolò era sembrata lunica via duscita.
Va bene, la prima figlia posso capire, interviene Niccolò. Ma il secondo bambino?
A quel punto Maria scoppia a piangere. Si asciuga il viso tra le mani e continua.
Tu in quel periodo eri sempre in giro col camion. Ho rivisto il mio vecchio amore e lui mi ha chiesto di uscire una sera. Non so cosa mi sia passato per la testa, ma ci sono andata Non lho più visto da allora. Non me lo sono mai perdonata, ma tu eri e sei il mio amore vero.
Alla fine del racconto, Niccolò rimane seduto, la testa tra le mani.
Non lasciarmi, ti prego. Senza di te non ce la faccio, supplica Maria.
Non posso nemmeno guardarti, ribatte gelido, dirigendosi alluscita.
Lei lo rincorre in lacrime, ma lui esce senza voltarsi, richiudendo la porta alle sue spalle.
Per giorni Niccolò si butta nel lavoro. Nei fine settimana torna in paese, da zia Giuliana. Di notte la mente non gli dà tregua.
Una vita intera sprecata Perché proprio a me? Come posso andare avanti?
Ma allalba pensieri più calmi prendono il sopravvento.
Se lo avessi saputo già da giovane, forse non avrei mai formato una famiglia. Non avrei mai assaporato la felicità di veder crescere i miei figli. E quante gioie mi hanno dato. Sono stato fortunato proprio perché non sapevo.
La domenica, i figli raggiungono Niccolò in paese.
Papà, non so cosa sia successo con mamma, ma sembri distante anche con noi. Vuoi smettere di vederci anche tu? domanda la figlia appena arrivata.
Ma no, tesoro, io vi voglio bene come sempre. È tra me e vostra madre che le cose non vanno.
Papà, torna a casa. Lei piange sempre, io mi preoccupo che le capiti qualcosa, interviene il figlio.
Basta arrabbiarti con mamma, papà. E poi, ti devo dare una bella notizia: presto voi due diventerete nonni! dice allimprovviso la figlia con un gran sorriso.
Niccolò la abbraccia con emozione.
Questa sì che è una bella notizia!
Papà, non ti lasciamo qui da solo, aggiunge deciso il figlio. Dopo tanti anni insieme, non potete separarvi per questo.
Va bene, mi avete convinto, sorride finalmente Niccolò. Torniamo tutti insieme a casa.







