Nessun posto dove fuggire

Non cè scampo

Margherita Stanislavovna, davvero non mi riconoscete? Sono io, Vanni vostro unico nipote.

Vanni?!

Per qualche secondo la zia rimase senza fiato.

Madonna santa, pensavo fossi morto o finito dentro. Non chiami, non scrivi mai niente…

*****

Ma proprio adesso?! sbuffava Giovanni, davanti al suo portatile, mentre il martello pneumatico del vicino faceva tremare i muri. A dire il vero, non voleva sentire un bel niente, ma quella maledetta sinfonia romana non risparmiava anima viva.

Aveva provato di tutto: orecchie tappate con le mani, cuffie con musica, testa sotto al cuscino

Inutile.

Ogni colpo del trapano rovesciava la pace mentale di Giovanni, manco vivesse sopra un cantiere, altro che casa propria.
Ma quando la finiranno? Quanta pazienza ci vuole per resistere?

Gli sarebbe piaciuto alzarsi, correre in corridoio e prendere a calci la porta del vicino per sequestrare il maledetto trapano.

Ah, se solo potesse farlo nella realtà! Purtroppo queste scene si svolgevano soltanto nella sua fantasia. Oppure…

…nelle pagine della sua nuova, ipotetica, opera letteraria.

Nella realtà il vicino, Vittorio detto il Carro Armato, non gliela perdonerebbe facilmente. Ex paracadutista, fisico come un armadio a due ante, e lo sguardo meglio non pensarci.
Perciò non restava che rassegnarsi.

In fondo, Giovanni ci avrebbe anche fatto il callo, se non fosse stato per un piccolo dettaglio…

Il direttore di una nota casa editrice, dopo aver letto il suo libro precedente su un misterioso omicidio avvenuto in un paesino immaginario roba da far impallidire Agatha Christie, almeno secondo la madre di Giovanni gli aveva proposto una collaborazione importante.

Insomma, un affare doro: promesse di lauti compensi in euro.

Accetto! aveva esclamato Giovanni, senza far molti conti.

Perfetto. Cè solo una condizione: vogliamo il romanzo pronto in tre mesi.

Nessun problema!

Giovanni era un maestro del prima parlo poi penso, talento raro che gli aveva provocato non pochi guai anche alle elementari.
Così, aveva detto di sì, senza aver la minima idea del soggetto.

Ok, doveva essere qualcosa di avvincente, un giallo degno di nota. E sembrava un gioco da ragazzi peccato che tra il dire e il fare ci fosse di mezzo il Mar Tirreno.

Per un buon giallo serve unidea brillante, poi un piano dettagliato, comprimari intriganti, e naturalmente il delitto perfetto.

Eh, peccato che il delitto perfetto non si inventi al primo spritz. Bisogna spremersi le meningi sul serio.

Il libro precedente gli era costato quasi sei mesi, ma allora aveva tutto il tempo del mondo. Ora invece tre mesi scarsi. Non proprio il massimo della serenità.

Così, proprio sul più bello, ecco che i vicini decidono di demolire la propria casa: sotto lassedio del trapano, ogni idea nella sua testa prendeva una brutta piega.
Si era anche informato con Vittorio, beccandolo mentre fumava in balcone.

Quanto pensi di andare avanti con questa ristrutturazione?

Mah, almeno tre mesi. Ma perché, ti dà fastidio?

Nooo, così chiedevo e Giovanni era tornato pallido in camera sbattendo la porta-finestra, più veloce della luce.

Capì che restando lì, il romanzo era solo unillusione. Doveva fuggire. Il problema? Dove?

Aveva fatto un rapido conto di quanto sarebbe costata una pensione a Roma; meglio lasciar perdere subito.

Prendere una casa in affitto? Mica era male, ma servivano comunque soldi e la fortuna di non trovarsi di nuovo con vicini rumorosi. Perché chi ti assicura che non parta una baby shower da un mese o una ragazzina che studia pianoforte dodici ore al giorno?

No, cambiare casa era un rischio, e forse una spesa ancora più folle.

Da qualche parte in casa sua qualcosa crollò con tale fragore che Giovanni fece un salto, dimenticandosi pure di essere seduto sul letto e non al tavolo, sbattendo la testa contro la libreria.

Mentre si massaggiava il bernoccolo, gli venne in mente sua zia, Margherita Stanislavovna in realtà Margherita Teresa, ormai italiana da lungo corso.

Il rapporto con lei non era né buono né cattivo, diciamo… neutro. Laveva incrociata solo una volta, ai funerali della madre, sette anni fa.

Eppure, il numero di zia Margherita lo ricordava meglio del proprio. Il colpo alla testa doveva aver risvegliato lunico neurone sveglio.

Pick up. Che nostalgia sentire la voce squillante della zia, viva e vegeta!

Pronto, Margherita Teresa? Sono io, Giovanni.

Giovanni? Giovanni Lidraulico? Guardi che ho saldato tutto, eh. O le ho dimenticato qualcosa?

Ma no, zia, sono io, Giovanni, vostro unico nipote, il Giovanni nostro!

Giovanni nostro?!

Pochi secondi di ansimare e…

Gesù benedetto, ma pensavo che fossi morto o in galera. Non chiami, non scrivi niente…

In vita, zia. Solo tanto lavoro, sa comè… provava a giustificarsi, mentre si arrampicava sugli specchi come una lucertola napoletana.

Setti anni senza una telefonata? Ma non ti avranno mica rapito a lavorare in qualche vigna?

Ma no, zia, sono diventato scrittore. Romanzi gialli, sa vanno di moda.

Scrittore?! E tutta la fatica e i soldi alluniversità dingegneria nucleare? Tua madre si sta rivoltando sulla tomba!

Ho capito che non era cosa mia, tutto qui. Ma le telefono per un piacere…

Ah, già, vuoi qualcosa. Che volevi? Soldi?

No, la vostra casa in campagna.

Come sarebbe? Vuoi la mia casa in campagna? Non sarai mica impazzito?!

Eh… Sospettosamente informata, zia. Sì, ho sbattuto la testa, ora che ci penso. Ma in verità volevo solo starci un po per scrivere in santa pace.

Guarda, la sto vendendo… o meglio, ci pensa lagente immobiliare.

Aspetta a vendere, per favore! Solo tre mesi…

Forse posso anche aspettare.

Davvero?

Però solo una condizione: sistema il terreno, che se vengono a vedere la casa e la trovano come una giungla, la svendo sotto costo!

Nessun problema! Mi dia il contatto di quellagente.

Poi si pentì immediatamente: Quando lo farò? Il tempo vola!. Sperava solo che nel silenzio assoluto avrebbe scritto tutto in un lampo e avrebbe sbrigato il giardinaggio dopo.

*****

Giovanni aveva pianificato tutto. O almeno, così credeva. Fine estate, tutti i romani tornati in città, chi vuoi che ci sia in quel villino isolato alle porte di Viterbo?

E col caldo si poteva sopravvivere anche senza troppi comfort.

Avanzando nella giungla di gramigna, ormai sicuro del suo piano, sentì una voce cupa:

Fermo! Chi va là?!

Freeze.

Non sento risposta, eh? la voce si fa più pressante.

Eh, sono Giovanni.

E che ci fai qui?

Sono ospite.

Ospite di chi? È una vita che nessuno vive qui. Sarai mica un ladro?

Questa è la casa della zia Margherita Teresa. Mi ha dato il permesso di stare qui, tre mesi. Ecco.

Vieni al cancello.

E da che parte? spaesato come un turista a Termini alle sei del mattino.

A sinistra!

Arrivato affacciato, Giovanni vide nellorto accanto un vecchietto con a fianco un cane enorme, occhi affamati come quelli del lupo di Cappuccetto Rosso.

Giovanni, da sempre terrorizzato dai cani, si preparava mentalmente al peggio.

Lanziano, molto loquace, si presentò come Innocenzo.

Appurata la vera identità del nipote, Innocenzo partì in quarta coi racconti, probabilmente alleviando così la sua solitudine.

Eh, cho dato la casa a mia figlia quando sè sposata e mhan cacciato qui. E poi ho accolto pure Lui indicando il cane, Fedele. Viviamo insieme da sette anni, ormai.

…Capisco borbottò Giovanni, fissando il cane, con il cane che non toglieva gli occhi di dosso a lui.

Tengo docchio tutte le villette qui intorno dinverno. Tutti con i frigoriferi, i televisori, insomma: ci vuole un guardiano. Mi danno poche lire, ma meglio di niente. E tu stai solo tre mesi?

Sì, giusto per scrivere un libro. Serve pace. In città sarebbe un miracolo.

Hai fatto bene. Qui zero disturbo. Solo io e Fedele!

*****

Congedato Innocenzo, Giovanni si sistemò: portò dalla macchina buste piene di roba, il portatile e una microonde, per stare sul sicuro. Il frigo cera, il televisore per una volta poteva farne a meno.

Prima mettiamo in ordine il giardino, mi tocca viverci tre mesi, meglio non sembrare uno squatter, decise, osservando la selva che dominava il giardino. E davanti a quanto era pulita la proprietà di Innocenzo, la vergogna fu totale.

Quindi, quattro giorni dedicati al giardinaggio. Al quinto giorno il prato era più pulito dei giardini Vaticani. Le erbacce le ammassò sul retro: Non si sa mai, magari qualcuno usa il compost.

In tutto questo tempo Fedele lo osservava in silenzio, con uno sguardo inquietante. Per fortuna cera una robusta recinzione tra i due, più rassicurante dellOki.

Bene, ora libro, si disse soddisfatto davanti al portatile. Tempo cera e pace pure: niente macchine, niente galli, niente trapanatori diabolici. Lo stato di grazia però durò pochissimo.

Appena le dita accennavano a posarsi sulla tastiera, sul campo di Innocenzo ruggiva il cane.

E questo ora che cavolo vuole? Giovanni davvero si chiedeva cosa stesse succedendo: durante il giardinaggio Fedele non aveva fiatato. Ora invece, abbaiava come Caronte invocando i dannati. E a decibel da denuncia, tra laltro.

Uscivi e il cane taceva, rientravi e partiva la serenata. Un enigma.

Giovanni ne parlò col custode, che si strinse nelle spalle: Non lo capisco neanchio.

Lo mise anche alla catena, ma Fedele, invece di calmarsi, peggiorò. Abbaio moltiplicato. Insomma, fail totale.

Dopo varie giornate a cercare di lavorare, Giovani si arrese: nessun pensiero, nessun capitolo, solo il martellante abbaio.

Se solo, pensava, potesse prendere quel cane e fargli capire che doveva stare zitto!

Ma come con il vicino, anche questa scena restava confinata alle sue fantasie. In realtà, sarebbe bastato che Fedele lo guardasse di traverso per costringerlo alla fuga.

Passava le giornate a girare a vuoto nel giardino, divorando le provviste.

Innocenzo, spiegatemi: perché il vostro cane abbaia solo quando sono in casa?

Mistero della fede. Cè piuttosto da rallegrarsi: i cani così poi diventano amici per la pelle.

Bella consolazione… Ma quelli come lhanno potuto abbandonare, allora?

Quelli non sono persone. Lascia stare…

*****

Poi, una notte, una sirena interruppe la canzone di Fedele. Lambulanza, luci blu, i soccorritori portano fuori Innocenzo. Giovanni osservava dalla finestra come un investigatore da romanzo.

Sentì Innocenzo lamentarsi piano: chi darà da mangiare al cane?

Non si preoccupi, la curano e tornerà lo rassicurò uno dei soccorritori con il camice dordinanza. Ma ora non possiamo lasciarla qui. Un infarto non è uno scherzo.

Quella notte fu impossibile dormire: Fedele ululava la sua solitudine alla luna. E successe così per giorni, finché arrivò un carabiniere.

Serrò la casa di Innocenzo e si girò verso Giovanni:

Lei chi è?

Spiegò tutto, come già a Innocenzo, mostrando anche la carta didentità.

Il suo vicino è morto. Infarto. Spiacente. E il cane è rimasto solo.

E ora che ne è del cane?

Che ne so io? Liberalo o portatelo con te, vedi tu.

Giovanni guardò Fedele, ancora alla catena. Fame? si corresse subito, Certo che hai fame, povero! Tirò a caso una fetta di salame oltre il recinto, ovviamente sbagliando mira come sempre nei giochi di sport.

Riprovò. Niente, ancora male.
Alla fine armato di coraggio varcò il cancello e si avvicinò. Fedele lo fissava, pronto a saltargli addosso. Giovanni chiuse gli occhi, lanciò finalmente il cibo nella direzione giusta.

Fedele ingoiò tutto in un attimo. Così ancora per altri pezzi.

Poi Giovanni fece la cosa più coraggiosa (o incauta?!) della sua vita: liberò Fedele dal guinzaglio.

Il cane gli saltò addosso… e iniziò a baciarlo come uno zio ubriaco a Natale.

A-ahh! gridava Giovanni, ma lì intorno nessuno poteva sentirlo.

Giovanni aveva sperato che liberando Fedele, se ne sarebbe andato per la sua strada. Invece iniziò a seguirlo ovunque, scodinzolando beato.

Ah sì? Credi che io ti adotti? Ma guarda che questa casa mica è mia! E poi sono qui solo di passaggio e sono pure squattrinato, grazie a te che non mi fai scrivere e…!

Bau!

Già, se almeno tu non avessi abbaiato e ululato notte e giorno, magari qualcosa avrei fatto… sospirava Giovanni.

Tanto era inutile. Fedele non cercava certo il permesso. Era uno di quei casi in cui non si scappa: Ora vivo con te.

E con Fedele miracolosamente sparirono i suoni molesti. Ma con la pace sparì pure lispirazione: troppo silenzio, altro che trapanatori. Nulla in testa, vuoto totale.

Aveva quasi nostalgia della sua vecchia casa romana, della folla, del caos Adesso che aveva la pace, il cervello sembrava morto.

E intanto spingeva la cuccia di Fedele dal giardino di Innocenzo al suo; una cuccia corazzata, degna di Fort Knox, che ribaltava ogni volta che fermava a mangiare per non farsi rubare il cibo dal cane.

Aveva quasi finito le forze, portandola senza carriole (il capanno era chiuso a doppia mandata dai Carabinieri).

Eppure il sistema non funzionò mai: lasciava Fedele nella cuccia, tornava con il bollitore, e… puff! I panini spariti. Il cane dentro la cuccia, la porta chiusa. Impossibile.

Lindomani la verità: era un enorme gatto grigio, comparso dal nulla, ad aprire il chiavistello, banchettare con Fedele, e poi richiudere la porta.

Roba da non crederci, pensava Giovanni. Ma smise di chiudere Fedele in cuccia, lasciò mangiare anche il gatto, che soprannominò Sfrontato.

In breve si trovò tre bocche da sfamare.

Sfrontato, in segno di riconoscenza (o forse solo come tributo mafioso) ogni mattina lasciava una collezione di topi stecchiti davanti al letto di Giovanni. Un risveglio che avrebbe svegliato pure la zia in città, a 15 km di distanza.

Riassunto della puntata: due settimane buttate, niente novel, ma ora con cane e gatto a carico. E con che li sfamo? chiese al disco vuoto del frigorifero.

Toccava andare a far spesa in paese, ma i suoi coinquilini non erano dellidea.

Appena aprì la porta, schizzarono entrambi nellauto, come se dovesse andare tutti in gita. Tre ore tra negozi, pause pipì e gatti che cacciavano passerotti nel parcheggio.

Aveva quasi voglia di scappare a sua volta… solo che, letteralmente, non sapeva dove andare.

*****

Dopo cena, Giovanni prese la decisione difficile: lindomani avrebbe chiamato la casa editrice per annullare tutto e tornare in città.

Ovviamente, anche stavolta la realtà scombinò i piani.

Quella sera, al buio (la lampada bruciata), sentì un furgone avvicinarsi. Allarmato, chiamò il carabiniere di zona. Questi promise di intervenire, ma chissà quando.

Giovanni vide due individui entrare a saccheggiare la casa di Innocenzo. Elettrodomestici, televisori, persino una console nuova. Gente che va in campagna solo per giocare, pensava sconsolato.

Appena i due uscirono, li affrontò, trovando il coraggio dove non cè:

Carabinieri! Siete in arresto! Mani dietro la schiena, non fate sciocchezze!

Battute da telefilm poliziesco, evidentemente.

I ladri sembravano conoscerlo, poi uno illuminò:

Ma non è un carabiniere, è quello dello scrittore il vicino matto che diceva il vecchio!

Appena si avvicinarono per ribaltarlo, dalla notte spuntarono Fedele e Sfrontato. Il gatto balzò in testa a uno, Fedele rovesciò a terra laltro, e le urla si persero tra le sterpaglie.

Un minuto dopo, Giovanni prese una catena e improvvisò delle manette rudimentali, legando i banditi.

Just in time, arrivò il carabiniere vero.

Bravo, Giovanni! Solo contro due mica male!

Non ero solo, rispose lui, indicando i suoi due fedelissimi. Ecco chi sono i miei bodyguard.

Con due così, puoi anche sfidare il diavolo! Trattali bene…

Dove vuoi che vada senza di loro? pensò Giovanni.

Ma chi erano quei tizi? Mi parevano famigliari…

Ma erano i paramedici quelli che hanno portato via Innocenzo. Ecco perché sparivano cose nelle campagne. E tu li hai beccati!

Il carabiniere portò via la coppia, e Giovanni corse a scrivere: finalmente aveva trovato la trama per il suo romanzo!

*****

Due mesi e mezzo dopo, Giovanni consegnò il manoscritto. Il direttore lesse tutto dun fiato, tra sorsi di caffè e urla di gioia.

Giovanni, hai sfornato un best-seller! I soldi arriveranno presto e avrai pure delle royalties!

Poco dopo, Giovanni vendette la casa a Roma e comprò non solo il terreno della zia, ma anche quello di Innocenzo. Li unificò e, grazie allanticipo, costruì una villetta decente con bagno interno e riscaldamento autonomo.

E si trasferì lì, in campagna. Con Fedele e Sfrontato.

Pace e serenità, insomma… E la compagnia dei migliori amici che potesse mai desiderare.

Di giorno scriveva, di sera passeggiavano tutti insieme, vigilando sul territorio, grati al destino e al benedetto trapano del vicino per avergli cambiato la vita. Se non fosse stato per quella ristrutturazione chissà dove sarebbe stato ora.

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Nessun posto dove fuggire
Semplicemente si è sdraiato davanti alla mia porta… Era gennaio, il gelo più intenso che si ricordasse da anni. La neve arrivava quasi alle ginocchia, l’aria tagliente come una lama, il vento sferzava così forte da far quasi male a respirare. Il nostro paesino era minuscolo, sperduto nell’entroterra, e ormai quasi del tutto abbandonato. C’era chi era andato in città dai figli, chi invece riposa per sempre. Restavano solo quelli che non avevano più dove andare. Anch’io ero tra loro. Dopo la morte di mio marito, e con i figli ormai lontani, la casa non era vuota solo fuori, ma anche dentro. Le pareti, un tempo piene di voci, ora silenziose. Scaldavo la stufa, cucinavo pasti semplici – una minestra, polenta, uova. Sbriciolavo pane sul davanzale per gli uccellini. Passavo il tempo con i miei vecchi libri, le pagine consumate e segnate negli angoli. La televisione era quasi sempre spenta – lì ci sono rumori, non parole. Nel silenzio, mi sono accorta che iniziavo a sentire la casa sospirare con il vento, la bufera che ululava sul tetto, le assi lamentarsi per il freddo. Poi è arrivato lui. Ho sentito graffiare sul ballatoio. Ho pensato fosse una gazza malandrina o magari il gatto della vicina. Ma il rumore era diverso – quasi impercettibile, come di chi gratta con l’ultimo filo di forza. Ho aperto la porta – il gelo mi ha colpito come uno schiaffo. Ho guardato giù – e sono rimasta senza fiato. In mezzo alla neve c’era una creatura piccola, nera e tutta sporca, rannicchiata. Non era un gatto – sembrava più un’ombra. Ma gli occhi… occhi gialli, vivi, come quelli di un gufo. Mi fissavano dritto. Non chiedeva elemosina, ma quasi una sfida. Come dicesse: “Fin qui sono arrivato. O mi accogli, o mi mandi via. Ma più avanti non vado.” Una zampina davanti mancava. Era una vecchia ferita, chiusa e senza sangue, una cicatrice ruvida. Il pelo era a ciuffi, pieno di palline di sporco e rovi. Aveva le ossa sporgenti. Solo il buon Dio sa quello che aveva passato e quanta strada aveva fatto per arrivare fin lì. Sono rimasta lì, sospesa, poi ho deglutito e sono scesa i gradini. Lui non si è mosso. Non è scappato, non ha soffiato, non si è accovacciato. Ha solo tremato appena quando gli ho allungato una mano, poi si è fatto di nuovo immobile. L’ho sollevato, portato dentro. Leggerissimo, appena un battito. Ho pensato: “Non ce la farà. Non arriva a domani.” Ma l’ho steso accanto alla stufa, sul tappeto. Gli ho messo una vecchia cuccia, una ciotola d’acqua e un po’ di pollo. Non toccava niente. Rimaneva disteso, il respiro pesante, quasi una fatica ogni boccata. Gli sono rimasta vicino. E all’improvviso l’ho capito: era come me. Stanco, ferito, ma vivo. Ancora aggrappato alla vita. Per una settimana l’ho curato come un bambino. Mangiavo lì con lui – perché non si sentisse solo. Gli parlavo. Gli raccontavo le mie giornate, mi lamentavo dei reumatismi, ricordavo mio marito, che ancora chiamo nei sogni. Lui ascoltava, davvero ascoltava. A volte apriva gli occhi, come per sussurrare: “Sono qui. Non sei sola.” Dopo qualche giorno ha bevuto un sorso d’acqua. Poi ha leccato un po’ di polenta dal mio dito. Poco tempo dopo ha provato ad alzarsi. Si è messo su, ha barcollato, poi è ricaduto. Ma non si è arreso. L’indomani ci ha riprovato. E ce l’ha fatta. Si è alzato. Zoppicava, incerto, ma andava. L’ho chiamato Meraviglia. Perché altro nome non poteva avere. Dal quel giorno non mi ha più lasciato. Ovunque andassi – in pollaio, in veranda, in dispensa – c’era. Dormiva in fondo al letto e se mi giravo, miagolava piano, come a chiedere: “Ci sei?” E quando la sera piangevo, veniva vicino, si stringeva a me, mi guardava negli occhi. Per me è stato una cura. Uno specchio. Un senso. La signora Pina, la vicina, scuoteva la testa: – Livia, sei impazzita? Ce ne sono tanti per strada! Cosa te ne fai di questo? Alzavo le spalle. Come potevo spiegare che quel gatto nero, storpio, mi aveva salvata? Che da quando era arrivato avevo ricominciato a vivere, non solo a esistere? A primavera si metteva al sole sul terrazzo, inseguiva farfalle. Ha imparato a correre a modo suo – su tre zampe. All’inizio inciampava, poi ci ha preso la mano. È diventato anche cacciatore – un giorno mi ha portato perfino un topolino. Fiero. Me l’ha mostrato, poi è andato a dormire. Un giorno è sparito tutto il giorno. Sono impazzita di angoscia, l’ho cercato dappertutto, chiamato, girato il bosco. La sera è tornato – con la faccia graffiata ma camminava come un re. Forse aveva fatto un salto nel suo passato, o aveva chiuso un conto. Dopo ha dormito tre giorni filati. È rimasto con me cinque anni. Non solo è sopravvissuto, ha vissuto. Con le sue stranezze, i suoi gusti, il suo carattere. Amava la pasta col burro, odiava l’aspirapolvere, si rifugiava sotto le coperte quando veniva il temporale – o sotto il mio braccio, se c’ero. È invecchiato in fretta. L’ultimo anno quasi non usciva in cortile. Dormiva di più, mangiava meno, ogni movimento era più cauto. Sapevo – la fine si avvicinava. Ma ogni mattina, appena sveglia, la prima cosa era controllare se respirava. E se sì – ringraziavo. Una mattina di primavera semplicemente non si è più svegliato. Era sdraiato nella sua solita cuccia, accanto alla stufa. Non apriva più gli occhi. Mi sono seduta vicino, gli ho messo la mano addosso – era ancora caldo. Ma il cuore lo sapeva. Le lacrime non sono arrivate subito. L’ho accarezzato a lungo, sussurrandogli: “Grazie, Meraviglia. Sei stato tutto. Senza di te non ci sarei nemmeno io.” L’ho seppellito sotto il vecchio melo, il suo rifugio d’ombra in estate. In una scatola, con una camicia di flanella soffice. Ho detto addio in silenzio, davvero. Sono già passati tre anni. Ora vive con me un altro gatto – tigrato, giovane, vivace. Ma non gli somiglia per niente. Eppure, la sera, a volte mi pare di scorgere un’ombra nera sulla soglia. O sento un rumore familiare. Sorrido. Perché so che è qui accanto a me. Lui – è parte di me. La mia Meraviglia. Se anche tu hai avuto qualcuno come la mia Meraviglia, racconta la tua storia nei commenti.