«E chi ti prenderà mai con cinque figli?” — La madre caccia di casa la figlia vedova di 32 anni, ignorando che nella vecchia casa la attende un’eredità e un ospite misterioso nella notte…

A chi mai puoi servire tu, con cinque figli a carico? mia madre mi cacciò di casa, vedova a trentadue anni, senza sapere che nella vecchia casa mi attendeva uneredità e un visitatore notturno

Il terreno vicino alle tombe era parecchio umido. Largilla scivolava sotto i miei piedi e si incrostava in blocchetti pesanti sulle scarpe economiche che portava mia figlia Lucia. Io ero lì, in silenzio, a guardare gli operai che seppellivano la mia vita. Sergio ci aveva lasciato allimprovviso. Trentacinque anni. Un semplice malore in officina, un attimo, e non si era più rialzato.

Accanto a me, mia madre, Maria Pietrini, si stringeva nella pelliccia mentre gettava occhiate di disdegno ai nipoti, serrati al cappotto nero di Lucia.

Va bene, basta piangere, disse a voce alta, non appena la terra prese la sua forma. Andiamo Lucia, non cè niente da fare qui. Dobbiamo parlare.

A casa, nel loro piccolo bilocale preso in mutuo, Maria Pietrini si accomodò subito in cucina, a capotavola come una regina.

Allora, iniziò, senza togliersi il cappello. Il mutuo non lo pagherai più, lo sappiamo. La banca si riprende lappartamento. Sergio non cè più. E tu sei da sempre in maternità.

Troverò un lavoro, rispose piano Lucia, dondolando il piccolo Michele di un anno tra le braccia.

E dove, come donna delle pulizie? borbottò mia madre. Hai cinque figli! Una carrozzata! Chi ti vuole? I due grandi, Giovanna e Paolo, li metterei in collegio. Solo per un po. I piccoli magari lassistenza sociale.

Esci, sussurrò Lucia.

Cosa?

Esci da casa mia! Lucia alzò lo sguardo, gli occhi freddi, asciutti. I miei figli non li do via. Piuttosto morirò di fame, ma li crescerò da sola.

Sei proprio una stupida, disse mia madre risollevandosi e sistemando la pelliccia. Te lho sempre detto: dovevi pensarci prima E ora siediti qui, con la tua tribù. Non venire a chiedere soldi da me.

Dopo un mese, davvero arrivò lavviso della banca. Quindici giorni di tempo per lasciare lappartamento. Lucia fece il giro degli amici, cercò stanze in affitto, ma nessuno voleva una mamma con cinque figli.

Poi arrivò una lettera dal paese di Bosco Alto. Il notaio la avvisava che una casa, lasciata da una prozia che laveva vista solo una volta, le spettava in eredità. Vecchia, ma pur sempre casa, pensò Lucia. Non aveva scelta.

Bosco Alto la accolse con un vento gelido. La casa era al margine del paese, ai piedi del bosco. I tronchi del muro anneriti, il portico inclinato, finestre dai vetri appannati.

Mamma, fa freddo, si lamentò la piccola Annunziata, cinque anni.

Ora accendiamo la stufa, piccola, cercò di rassicurarla Lucia, con voce ferma.

La prima notte fu una sfida. Il camino fumava, i bambini tossivano e da tutte le fessure entrava gelo. Lucia coprì i figli con tutto: giacche, coperte, persino i tappeti. Non dormì. Restò a vegliare su Ivan, il figlio di sette anni.

Ivan, il medio, soffriva di una grave malattia. Avrebbe bisogno di un intervento costoso. La ASL può coprire le spese fra un anno, disse il medico del capoluogo, ma non so se può aspettare ancora. Meglio la clinica a Roma, privatamente. Il costo? Quanto due case come quella che le avevano appena tolto.

Al mattino Lucia salì in soffitta a tappare gli spifferi. Nel vecchio ciarpame, fra giornali ingialliti degli anni Cinquanta e pellicce strappate, trovò una scatola di latta da tè. Avvolto in un fazzoletto unto, cera un oggetto pesante.

Un orologio da tasca, massiccio, con catenella. Lucidò il coperchio col dito: argento. Sul metallo annerito apparve unaquila bicipite e la scritta: Per Fede e Fedeltà.

Bello sospirò. Ma quanto potrà mai valere?

Puntava sulle undici e cinquantacinque. Morto.

Lucia nascose loggetto nellarmadio. Al momento cerano cose più importanti. Aveva viveri per tre giorni, la legna finiva, Ivan peggiorava. Era sfinito, riusciva a malapena ad alzarsi.

Quella sera scese una tormenta. La neve cadeva a raffiche, isolando la casa dal resto del mondo. Lucia sistemò i bambini e rimase seduta alla finestra. Aveva il cuore oppresso. Che aveva fatto? Aveva portato i figli in un vicolo cieco?

Qualcuno bussò piano.

Lucia sobbalzò. Unallucinazione?

Il colpo si ripeté. Secco, deciso.

Prese il ferro da stiro e si avvicinò alla porta.

Chi è?

Apri, padrona, cè una gran tempesta La voce era strana, roca, ma calma come un tronco antico.

Lucia si trovò, senza capire come, ad aprire. Sulla soglia cera un vecchio, basso, avvolto in una zimarra fino ai piedi, stretta in vita da una corda. Barba bianca e occhi vivaci, giovani.

Entri fece Lucia, spostandosi.

Il vecchio attraversò la casa, ma dal suo cappotto non scendeva neppure un fiocco. Anzi, emanava calore, come una stufa accesa.

Si fermò davanti al letto dove dormivano i bambini e poggiò lo sguardo su Ivan. Il ragazzo respirava a fatica.

Sta male, vero?

Malattia difficile. Servirebbe aiuto. Non ho soldi, sospirò Lucia.

Il denaro è polvere, rispose sedendosi su una panca. Il tempo, quello sì che è oro. Hai trovato il mio oggetto?

Lucia si irrigidì.

Lorologio? È suo?

Mio. Me laveva dato il padrone di casa, tanti anni fa, per averlo salvato nel fiume Lho sempre tenuto da parte, sapevo che un giorno sarebbe servito.

Allora lo vendo, nonno! Potrò comprare almeno qualche medicina. È argento puro

Il vecchio sorrise fra la barba.

Non svendere. Nasconde un segreto. Il maestro Bure era sempre un burlone. Prendi un ago sottile, e sotto il coperchio, vicino allanello, premi piano. Cè un doppio fondo.

Si alzò.

Addio, Lucia. Bel nome, non perderti danimo.

Aspetti, prenda almeno un tè! Come si chiama? Lucia corse al fornello.

Mi chiamano Protasio.

Ma, voltandosi, trovò la stanza vuota. La porta ben chiusa, i figli addormentati. Rimaneva solo nellaria un leggero odore dincenso e pane fresco.

Quella notte Lucia non chiuse occhio. Appena fu lalba, prese ago e orologio e le mani le tremavano. Cercò il piccolo foro accanto allanello, premette.

Click.

Il coperchio posteriore, che sembrava fuso, saltò via. Dentro, piegato in quattro, un foglio e una moneta. Oro vero, pesante. Nulla di simile ai ninnoli dei Compro Oro.

Sul foglio: Con questo si certifica che il portatore il resto era antico, lettere ormai difficili da leggere.

Per raggiungere la città Lucia prese un passaggio, cercò lantiquario. Il padrone, un uomo grassoccio e dagli occhi furbi, guardava lorologio.

Argento, punzone 835. Sui cinquemila euro. Un po rovinato.

Guardi anche questa, Lucia porse la moneta e il foglietto.

Lantiquario prese la lente, e il viso gli cambiò colore.

Ma da dove arriva?

Da uneredità

Signora si tolse gli occhiali. Questa è una Lira Costantina, una tiratura di prova. Ne esistono pochissime. E il foglio ha la firma originale di un duca! Qui non posso acquistarla, serve una grossa asta a Roma o forse anche a Milano. Vale una fortuna.

Ivan fu operato un mese dopo dai migliori specialisti, nella migliore clinica. Lucia restava nella stanza a guardare le guance del figlio tornare rosse. I soldi bastarono per tutto. Anche per una casa nuova, e per listruzione di tutti e cinque.

Appena tornata a Bosco Alto, Lucia andò al cimitero. Cercò a lungo, tra lerba secca, finché trovò. Una croce, la targhetta quasi cancellata dalla pioggia: Servo di Dio Protasio. 1888 1960.

Lucia depose un mazzo di fiori e si inchinò profondamente.

Grazie, nonno Protasio.

Costruì una nuova casa: grande, luminosa, con il metano e tutte le comodità. In paese la stimavano: lavoratrice, decisa, i figli in ordine.

Dopo sei mesi si presentò Maria Pietrini in taxi, una torta in mano. Passò lo sguardo sulla villetta a due piani, il cortile perfetto.

Ciao, figlia mia! salutò, spalancando le braccia come se non mavesse mai mandata via. Ho sentito che ti sei sistemata! Qua dicono che hai trovato un tesoro, brava! Lo sapevo, tutto per il meglio! Io però non sto bene, la pensione è poca mi aiuti? Hai tante stanze

Lucia uscì davanti, affiancata dai figli grandi, che fissavano la nonna con occhi duri.

Buongiorno, mamma, disse Lucia calma.

Allora? Non mi inviti in casa? Maria aveva già un piede sul gradino.

No.

Come no? Il sorriso le morì sulle labbra.

Qui non cè posto per te. Hai deciso tu quel giorno che ci avresti cacciati.

Ma guarda che ti porto in tribunale! Sono tua madre! Devo avere qualcosa! il viso di Maria si macchiò di rosso.

Fai pure, Lucia si voltò verso la porta. Vani ora deve fare il riposino.

Chiuse la pesante porta di rovere. Scattò la serratura.

Da fuori arrivavano ancora le proteste sulla mia scarsa riconoscenza e sulla carrozzata, ma Lucia non ascoltava più.

Andò in cucina, dove il profumo della crostata aleggiava nellaria e il vecchio orologio sulla parete segnava, preciso, il tempo della loro nuova, felice vita.

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«E chi ti prenderà mai con cinque figli?” — La madre caccia di casa la figlia vedova di 32 anni, ignorando che nella vecchia casa la attende un’eredità e un ospite misterioso nella notte…
-Una brava donna, davvero. Cosa faremmo senza di lei? — E tu le dai solo duemila euro al mese. — Ma Elena, le abbiamo intestato l’appartamento Nicola si alzò dal letto e, lentamente, andò nella stanza accanto. Alla luce tenue della lampada notturna, con gli occhi un po’ appannati, guardò sua moglie. Si sedette accanto a lei, ascoltò il suo respiro. — Sembra tutto a posto. Poi si alzò e andò in cucina: aprì il kefir, passò dal bagno. E tornò nella sua stanza. Si stese sul letto, ma il sonno non arrivava: — Noi con Elena abbiamo novant’anni ormai. Quanto abbiamo vissuto? Tra poco andremo anche noi dal Signore, e qui vicino non c’è più nessuno. Le figlie non ci sono, Natalia se n’è andata prima dei sessant’anni. Anche Massimo non c’è più. Era uno scapestrato… Abbiamo una nipote, Oxana, ma vive in Polonia ormai da vent’anni. Dei nonni non si ricorda nemmeno. Avrà già bambini suoi, forse grandi… Non si accorse nemmeno di quando si addormentò. Fu svegliato da una mano che lo toccava: — Nicola, tutto bene? — sussurrò una voce lieve. Aprì gli occhi. Sua moglie era piegata su di lui. — Ma Elena, che succede? — Ti guardavo: eri così fermo. — Sono ancora vivo! Va’ a dormire! Si sentirono passi strascicati. Scattò l’interruttore della cucina. Elena Ivanovna bevve dell’acqua, si fece un giro in bagno e andò nella sua stanza. Si sdraiò sul letto: — Un giorno mi sveglierò e lui non ci sarà più. Cosa farò? O forse toccherà prima a me. Nicola ha già organizzato anche le nostre esequie. Non avrei mai pensato si potesse fare in anticipo. Da un lato, è meglio così. Chi penserebbe a noi? La nipote ci ha dimenticati. Solo la vicina Ivana ogni tanto passa. Ha una copia delle chiavi del nostro appartamento. Il nonno le dà mille euro ciascuno dalla pensione, per comprare la spesa o quello che serve. Che ce ne facciamo di quei soldi? E dal quarto piano ormai non scendiamo più. Nicola Ivanovich aprì gli occhi. Il sole faceva capolino dalla finestra. Uscì sul balcone e vide la sommità verde di una piantina di ciliegio. Un sorriso gli illuminò il viso: — Ce l’abbiamo fatta anche a quest’estate! Andò a trovare la moglie. Era seduta a riflettere sul letto. — Elena, basta malinconia! Vieni che ti faccio vedere una cosa. — Ah, proprio non ne ho le forze! — la vecchietta si alzò a fatica dal letto. — Che ti è venuto in mente? — Su, vieni! La accompagnò a braccetto fino al balcone. — Guarda che verde la ciliegia! E tu che dicevi: non arriviamo all’estate. Invece ci siamo arrivati! — Eh, è vero! E c’è anche il sole. Si sedettero sulla panca in balcone. — Ti ricordi quando ti ho invitato al cinema? Ancora a scuola. Quel giorno anche il ciliegio era tutto verde. — Come si può dimenticare? Quanti anni sono passati? — Più di settanta… Settantacinque ormai. Stettero a lungo a ricordare la gioventù. Da anziani si dimentica tanto, persino cos’hai fatto ieri, ma la giovinezza non si scorda mai. — Oh, abbiamo chiacchierato troppo! — disse la moglie alzandosi. — E ancora non abbiamo fatto colazione. — Elena, fammi un tè buono! Sono stufo di questa tisana. — Ma non si può per noi. — Anche solo leggero, ma con un cucchiaino di zucchero. Nicola Ivanovich beveva quel tè leggero, insieme a un piccolo panino con formaggio, e ricordava i tempi in cui la colazione era tè forte e dolce, con brioche o frittelle. La vicina entrò sorridendo: — Come va? — Cosa vuoi che vada a due novantenni? — scherzò il nonno. — Se scherzi, allora tutto a posto. Vi serve qualcosa? — Ivana, compra un po’ di carne! — chiese Nicola Ivanovich. — Ma non potete. — Ma il pollo sì. — Va bene. Vi faccio la minestrina con i tagliolini! La vicina sistemò il tavolo, lavò i piatti, e uscì. — Elena, andiamo sul balcone — propose il marito. — A scaldarci al sole. — Andiamo! Tornò la vicina. Uscì anche lei in balcone. — Sentivate la mancanza del sole? — Quanto si sta bene qui, Ivana! — sorrise Elena Ivanovna. — Ora vi porto qui la crema e poi inizio la zuppa per pranzo. — È proprio una brava donna — la guardò lui allontanarsi. — Cosa faremmo senza di lei? — E tu le dai solo duemila euro al mese. — Le abbiamo intestato l’appartamento. — Ma lei non lo sa. Restarono sul balcone fino a pranzo. A tavola li aspettava una minestra di pollo, buona, con pezzetti di carne e patate schiacciate. — Così la facevo sempre a Natalia e Massimo, quando erano piccoli — ricordò Elena Ivanovna. — E ora ci cucina gente estranea — sospirò il marito. — Così è, Nicola caro. Quando non ci saremo più nessuno piangerà per noi. — Basta, Elena. Non pensiamoci. Andiamo a riposare un po’! — Nicola, non dicono per nulla «Vecchio e bambino, tanto uguali sono»: minestra passata, riposo pomeridiano, merenda. Nicola Ivanovich si assopì un po’ ma poi si alzò, il sonno non veniva. Forse cambia il tempo. Entrò in cucina. Sul tavolo due bicchieri di succo, sistemati da Ivana con cura. Li prese e, attento a non versarli, li portò nella stanza della moglie. Lei, seduta sul letto, guardava fuori, assorta: — Elena, sei pensierosa? — sorrise lui. — Prendi un po’ di succo! Lei bevve un sorso: — Anche tu non riesci a dormire? — Sarà il tempo. — Anche io mi sento così da stamattina — Elena Ivanovna scosse la testa, triste. — Sento che mi resta poco. Tu poi fammi una bella sepoltura. — Elena, cosa dici. Come vivrei io senza di te? — Tanto uno di noi due se ne andrà per primo. — Basta, dai! Andiamo sul balcone! Rimasero fino a sera. Ivana preparò i dolcetti con la ricotta. Mangiarono, poi si misero davanti alla televisione. Ogni sera era questo il loro rito. I film nuovi li capivano poco, perciò guardavano le vecchie commedie e i cartoni animati. Questa sera solo un cartone. Elena Ivanovna si alzò dal divano: — Vado a dormire. Mi sento stanca. — Allora anch’io. — Fammi guardare ancora una volta per bene! — chiese improvvisamente lei. — Perché? — Voglio solo guardarti. Si guardarono a lungo. Probabilmente pensavano alla loro giovinezza, quando tutto era ancora davanti a loro. — Vieni, ti accompagno al letto. Elena Ivanovna prese sottobraccio il marito e uscirono insieme, piano piano. Lui la coprì con la coperta e andò nella sua stanza. Si sentiva un peso sul cuore. Non riusciva a dormire. Gli sembrava di non aver proprio dormito, ma l’orologio segnava le due di notte. Si alzò e andò nella stanza della moglie. Lei era stesa con gli occhi aperti: — Elena! Le prese la mano. — Elena, ma che fai! E-le-na! E all’improvviso sentì mancargli anche l’aria. Andò nella sua stanza. Prese i documenti preparati, li mise sul tavolo. Tornò dalla moglie. La fissò a lungo. Poi si sdraiò vicino, e chiuse gli occhi. Vide la sua Elena, giovane e bella come settantacinque anni fa. Camminava verso una luce in lontananza. Lui corse da lei, la raggiunse, la prese per mano. La mattina Ivana entrò nella camera. Erano distesi uno accanto all’altro. Sul viso di entrambi un sorriso di felicità. Infine, la donna chiamò l’ambulanza. Il medico che arrivò li guardò, e scosse il capo con stupore: — Se ne sono andati insieme. Devono essersi amati moltissimo… Li portarono via. Ivana stremata si sedette accanto al tavolo. Lì vide i documenti e il testamento a suo nome. Appoggiò il capo sulle mani, e scoppiò a piangere… Mettete un like e lasciate i vostri pensieri nei commenti!