Sono stata il suo progetto personale

Caro diario,

Stanotte non riesco a dormire, continuo a pensare allultima volta che ho preso una decisione davvero mia, senza chiedere niente a nessuno, senza domande, senza mille consigli. La zia Giovanna, la madre di Marco, oggi me lo ha chiesto mentre girava il cucchiaino nel caffè senza nemmeno guardarmi in faccia. Dimmi, Francesca, quando è stata lultima volta che hai deciso da sola? Ma proprio da sola, senza chiedere niente a nessuno. Ti ricordi?

Guardavo fuori dalla finestra della cucina di casa nostra, giù nel cortile cera il cane di fronte, Minù, che tirava al guinzaglio e il padrone arrancava dietro. Ho pensato e pensato, ma alla fine lunica risposta che mi è venuta era la più sincera: Non me lo ricordo. E lei: Appunto e ha posato la tazza di porcellana sul tavolo, senza fare rumore, come fa sempre lei, con quella precisione maniacale.

Avevamo appena compiuto tre anni di matrimonio io e Marco. Ero ancora convinta che quella domanda fosse solo preoccupazione di una suocera affettuosa, manie di controllo mascherate da premura. Che la sua insistenza su certi temi, quel modo di studiarmi, fosse solo il suo desiderio di ordine perfetto, tipico di molte donne della sua generazione. Non avevo colto quanto fosse calcolata quella sottile attenzione che mi dedicava, né avevo notato come mi osservasse appositamente, memorizzando tutto, con quello sguardo intenso che non si concentrava né sul tavolo né sulla finestra, ma solo su di me.

Allora avevo solo sorriso e detto: Ma dai, almeno da noi si fa tutto insieme, cè armonia, nessuno comanda. E lei, asciutta: Già, proprio così.

Io Marco lho conosciuto alla Biblioteca Civica di Firenze. Avevo ventotto anni, lui trentadue. Io bibliotecaria, lui ricercatore in Filosofia allUniversità, la stessa dove la madre era stata una docente stimata di Psicologia Sociale. Ci siamo incrociati a una serata su Dante e la letteratura: ricordo solo la voce calma, gentile, mai invadente. Unisola di pacatezza in mezzo a tanta gente che sembrava voler dimostrare qualcosa. Marco, invece, era lì, socievole ma mai invadente. Mi aveva conquistata proprio così.

Ci siamo frequentati quasi due anni. Non cerano montagne russe di passione, ma serenità. Marco non tardava mai, mi mandava sempre un messaggio se doveva far tardi, si ricordava che odiavo il tè freddo e che al cinema preferivo il posto in fondo vicino al corridoio, vicino alluscita. La mia amica Giulia mi diceva spesso: Franci, tienitelo stretto, uno così è oro in questa città. E io mi convincevo di essere fortunata, che lamore maturo fosse così: equilibrio, non tempesta. Mi dicevo: la vera forza è restare a galla, non navigare a vista nelle bufere.

Zia Giovanna entrò nella mia vita già dopo un mese dal nostro primo appuntamento. Marco mi portò a farle visita dallaltra parte di Firenze, in quellappartamento luminoso accanto a Piazza della Signoria. Lei mi accolse attenta, non fredda né calorosa: un interrogatorio formale, domande sul mio lavoro, sulla mia famiglia in Toscana, se amassi cucinare, cosa pensassi del ruolo della donna oggi. Io rispondevo a tutto, trasparente. Quella stessa sera scrissi un messaggio a Giulia: Donna intelligente, un po severa, ma tutto sommato ok.

Ci siamo sposati dopo un anno. Matrimonio piccolo in una trattoria del centro, una trentina di invitati. Giovanna si occupò di ogni dettaglio, io non mi opposi, non avevo né i desideri né la forza di litigare su nulla. Andò tutto liscio. Tutti soddisfatti, il pranzo ottimo, le bomboniere scelte da lei.

I primi sei mesi dopo il matrimonio, la zia chiamava ogni giorno sempre verso le sette di sera. Parlava soprattutto con Marco, ma a volte chiedeva di me. Racconta, comè andata la giornata? Così io raccontavo: biblioteca, la spesa, che cosa avevo cucinato. Non mi sembrava strano, tante suocere si informano. È premura, mi ripetevo.

Vivevamo in un bilocale in Oltrarno che Marco aveva ricevuto in regalo da sua madre per il matrimonio. Un bellappartamento, il quartiere tranquillo. Tante volte mi ero detta che dovevo contribuire alle spese, per sentirmi davvero a casa, ma Marco tagliava corto: Sono sciocchezze. È casa nostra, un dono. E fine della discussione.

La suocera veniva da noi ogni sabato, dopopranzo, a volte portava una crostata, a volte solo la sua presenza. Non entrava mai senza avvisare, ma aveva le chiavi. Quando, allinizio, timidamente proposi che avrei voluto parlarne, Marco mi guardò come se non lo capisse: Ma che cè da discutere? È mia madre. E io lasciai perdere, in fondo aveva ragione.

Eppure Giovanna non era mai invadente davvero: mai uno spostamento di piatti, mai un vero giudizio. Solo domande, osservazione. Domande che sembravano semplici, innocue, ma poi mi restavano in testa, andavano in profondità.

Non hai mai pensato di fare dei corsi? Un master, una specializzazione? mi chiese un pomeriggio, Secondo me potresti aspirare a qualcosa di più. Quella sera ci ho pensato di continuo. Non mi sono sentita offesa era più una sottile sensazione di inadeguatezza, come se lei mi ricordasse che ero un passo indietro rispetto a quello che potevo essere. Così mi iscrissi a un corso di gestione progetti alla Scuola Superiore di Management. Arrivai a metà, poi mollai: troppo stanca, poi Francesco si ammalò. Lei non domandò più nulla sulla questione, mi guardò solo con quello sguardo che capivo solo io.

Francesco, mio figlio, è nato il quarto anno di matrimonio. Il parto andò bene. Io mi ripresi subito. Giovanna arrivò in clinica già la mattina dopo, con un mazzo di fresie e una borsa piena di corredini, lista pronta di tutto ciò che serviva. Le ero grata, mi sentivo protetta. Nei primi tempi, la sua presenza era quasi quotidiana: aiutava con il bambino, cucinava, consigliava. Necessario, importante.

Poi, una mattina di metà aprile, mentre Francesco dormiva nella culla e la zia sedeva accanto a lui, la sentii mormorare fra sé e sé, come a un pubblico immaginario: Ora il progetto è completo.

Ero ferma sulla soglia. Cosa avete detto?

Si girò: Che la famiglia, adesso, è completa. Con un bambino cè tutto.

Non risposi. Mi rifugiai in cucina, bere solo un bicchier dacqua. Mi convinsi che forse avevo frainteso. O che era solo un modo di dire. Non lo so.

Quel periodo fu difficile, più difficile di quanto volessi ammettere. Non era una tragedia improvvisa, ma una lenta estinzione di me stessa. Come dimenticare una sciarpa su una sedia, una lettera nel cassetto, piccoli pezzi sparsi qua e là. Avevo smesso di andare alle mostre che adoravo, leggevo solo i libri che mi suggeriva la zia: Sono buoni, formativi, diceva lei, e io li leggevo senza chiedermi come mai proprio quelli.

Marco era rimasto sempre lui: affidabile, presente, mai brusco. Un padre attento, un marito senza difetti visibili. Va tutto bene, Franci. Abbiamo una bella famiglia. Ma io spesso mi chiedevo cosa pensasse davvero. Cercavo di scavare oltre le parole.

Al quinto anno iniziarono i piccoli dissapori. La zia insisteva per le attività migliori e costose per Francesco, dallaltra parte della città. Io proponevo alternative più semplici. Tu vuoi il meglio o quello che ti rende la vita più facile? Voglio che cresca bene, senza stress inutile. Bene, diceva lei e poi silenzio, così che mi sentivo una ragazzina di fronte allinsegnante.

Anche Marco dava sempre ragione a sua madre, in modo quieto. Allennesima discussione, chiamai Giulia.

Giulia, ti sei accorta che ormai non decido quasi più nulla? Dove mandare Francesco, cosa cucinare, come sistemare le cose a casa. Tutto sembra già deciso. Lei, cauta: Be, tua suocera è sempre stata dominante. Forse dovresti parlarne a Marco. Ma parlai, e lui: Va tutto bene. Forse pensai sono solo stanca.

Lanno dopo, ho cominciato a notare dettagli inquietanti. Giovanna ricordava tutto, davvero tutto. Frasi di due anni prima, dettagli che io stessa avevo dimenticato. Un giorno, ricordò una battuta che avevo fatto su mamma parlando fra mille cose e me lo ripeté esattamente uguale, sei mesi dopo.

Ha una memoria incredibile. dissi.

Ho sempre preso appunti sulle cose importanti, abitudine dai tempi delluniversità. Tenevo diari, fogli di osservazione. Di osservazione su chi? Su tutto: persone, processi. Allora decisi di non pensarci più. Era troppo disturbante.

Poi un giorno, tutto cambiò.

Stavo spolverando la libreria, nel salotto, e da dietro un tomo spesso di Calvino, cadde a terra un piccolo registratore vocale. Lho preso, incuriosita. Era uno di quei modelli moderni, batteria carica. Ho premuto play: cera una conversazione tra me e Marco, di mesi prima, sulle spese di casa. Ricordavo bene quella sera, avevamo discusso su chi doveva occuparsi del bagno nuovo. Le nostre voci, nitide, registrate.

Ho spento il registratore, lho rimesso al suo posto. Poi lho ripreso. Onde di inquietudine.

Andrea! ho chiamato.

Si è affacciato dallo studio.

Che cosè questo?

Lui non si è sorpreso. Dove lhai trovato? In libreria. Chi lo ha messo lì? Silenzio di tre secondi. È di mamma. Ogni tanto li lascia in giro. Abitudine del lavoro. Ci registrava? Non farne un dramma. Non lo è? Andrea, mi sembra molto grave. Sono solo abitudini da psicologa. Ha sempre seguito famiglie, studiato comportamenti. È il suo metodo. Il suo metodo? Senza dircelo? Non lo usa contro di noi. È della famiglia. Sono sembrata io una pazza, lui imperturbabile.

Qualcosa dentro di me si incrinò. Non urlai, presi solo la borsa e andai da Giulia. Mi sdraiai sul suo divano, lo sguardo fisso sul soffitto.

Mi spieghi? chiese Giulia. Sei stata spiata? Lui lo chiama metodo. Metodo di che cosa? Non lo so.

Quella notte non chiusi occhio. Ripensavo al registratore, alla parola progetto detta cullando Francesco, alle sue memorie di tutto e tutti, alle raccomandazioni su cosa leggere o fare, a come nel tempo avevo smesso di oppormi, di esprimere davvero la mia voce.

La mattina dopo, presto, chiamai Marco. Volevo incontrare la madre. Lui tentò di frenarmi, io fui irremovibile.

Andai da sola a casa sua. Mi accolse pacata, mi offrì del tè, declinai.

Mi parli del registratore.

Andrea ti ha già spiegato.

Voglio sentire da lei.

Si sedette davanti a me, composta. Sei una donna intelligente, Francesca. Forse ormai hai capito. Lei ci ha registrato. Perché? Studio le dinamiche familiari, le relazioni, linfluenza dei ruoli, da ventanni. Siete parte delle mie ricerche. Allora mi ha scelta di proposito per Marco? Certo. Cercavo un preciso tipo di partner per lui. Tu combaciavi con diverse caratteristiche. Sarebbe? Stabilità emotiva, intelligenza superiore alla media, poca tendenza al conflitto, capacità di introspezione. Perfetta nel contesto che volevo analizzare.

Mi sembrava di ascoltare una lingua straniera.

Marco sapeva? Pausa.

Sì, sapeva in linea di massima. Credeva fosse utile per la scienza, per aiutare le famiglie. Credeva. Io non ero daccordo. Proprio per questo i dati sono puri. Sussurrò, abbassando finalmente lo sguardo.

Mi alzai, la voce appena un sussurro: Voglio tutto ciò che mi riguarda: le registrazioni, i materiali. Mia privacy, mio diritto.

Parliamone con calma.

No. Ho già deciso.

Me ne andai, giù per le scale, fuori nel sole ancora freddo di aprile vicino al mercato di San Lorenzo. Chiamai Giulia: Me ne vado, questa volta davvero. Silenzio lungo, poi solo Era ora da parte sua.

A casa, riempii due borse delle cose essenziali. Quando Marco rincasò capì tutto. Franci, ti prego, ragioniamo. Dimmi solo: sapevi che lei ci registrava e hai lasciato fare? Lui, lo sguardo basso: Sì. Credevo fosse importante, per la scienza. Aiutare altre famiglie, magari anche la nostra. Ci credevo. Io non ero daccordo. Non avresti capito allora. Già, magari non avrei accettato. Non è lo stesso.

Presi Francesco: Lui resta con me. Per il resto parliamo coi legali.

Mi sono trasferita una settimana dopo, in un piccolo appartamento al terzo piano in via Maggio. Giulia mi ha aiutata a sistemarmi. Francesco nel nuovo letto piangeva spesso allinizio, poi si abituò.

Zia Giovanna mi chiamò il terzo giorno: Stai sbagliando, Francesca. Forse. Hai pensato a tuo figlio? Alla famiglia intera? Per lui penso ogni giorno. Ragiona e rientra. Possiamo parlare, capire. Non sono stata contro di te, non è come pensi. No, non mi ha chiesto il permesso. Questo conta, adesso.

Attaccai.

Una settimana dopo mi arrivò una chiavetta USB con una lettera: Ecco parte dei materiali. Così vedrai il ruolo che hai avuto nel nostro studio.

Ci ho messo giorni prima di aprirla. Dentro, tabelle: Soggetto A. Schemi comportamentali durante l’adattamento. Soggetto A. Reazioni al conflitto. Soggetto A. Indipendenza progressiva dal punto di vista dellosservatore. La percentuale, alla fine, del grado di influenza esercitato su di me: settantaquattro per cento.

Ho letto e riletto. Parole mie, azioni mie, ridotte a voci su un foglio Excel. Registrate, archiviate, sezionate come fossi un caso. Ne ho avuto nausea.

Francesco dormiva nella sua camera. Ho sentito il suo respiro lieve, quattro anni e già grande. Sapeva legare le scarpe: amava quando disegnavamo insieme coniglietti o macchine rosse.

Sono tornata al computer, ho aperto un nuovo file.

Ho scritto le prime frasi. Non sapevo se fosse un diario, una denuncia. Era altro, qualcosa che non sapevo ancora chiamare.

Zia Giovanna chiamò ancora. Nuovo tono: Dove vivi? Ho diritto di sapere dovè mio nipote. Vedrà Francesco in presenza degli avvocati. Così abbiamo deciso.

Minacciò, questa volta: Ho registrazioni, le uso se serve, anche in tribunale. Potrei raccontare cose scomode, dialoghi che ti danneggerebbero.

Era finalmente chiaro, lessenza di tutto.

Faccia quello che vuole. Attaccai e la bloccai dai contatti. Scrissi un messaggio a Marco: Tua madre mi ha minacciato con le registrazioni. Devi saperlo. Rispose dopo ore: Parlo io con lei.

Avvocato, uomo daltri tempi, voce ferma: È reato. Decide lei, cosa vuole fare? Prima voglio solo vivere in pace, poi vedremo la giustizia. Sorrise: È un ottimo inizio.

Divorzio: tre mesi, pochi litigi. La casa restò a Marco, compensò con cinquantamila euro. Francesco con me, il padre lo vedeva ogni weekend. Zia Giovanna poteva vederlo solo insieme a Marco, ogni due settimane.

Con il tempo, il file sul computer divenne una bozza di libro. Ottanta pagine, poi cento, poi centoventi. Una protagonista che chiamai Teresa, insegnante a Pisa, una vita che era la mia scritta in terza persona. Raccontavo tutto, liberandomi piano.

Un pomeriggio dautunno, rincasando dal lavoro (Francesco era dal padre), trovai nella buca una busta anonima, solo un foglio piegato:

Ciclo concluso. Losservazione è finita. Sei uscita dal sistema.

Ho guardato quel messaggio a lungo. Poi mi sono diretta in cucina, acceso un fiammifero e ho dato fuoco al foglio. Lho tenuto sul lavello fino a diventare solo cenere.

Mi sono seduta davanti allo specchio, quello antico della nonna, poggiato su un tavolino ereditato. Ho guardato Francesca per intero, senza dover subito pensare alla spesa, alla lista del domani, alle scarpe di Francesco.

Solo io, finalmente.

Poi telefono: Giulia, pronta ad ascoltare. Ti leggo le prime pagine, ascolti? È la storia di una donna che si chiama Teresa. Vive in una città dove lestate è lunga, e linverno silenzioso. E finalmente dopo molto tempo sa che la sua vita è la sua.”

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