Nessun posto dove scappare

Non cè dove scappare

Ma, signora Margherita Antonacci, non mi avete riconosciuto? Sono io, Vanni Il vostro unico nipote!

Vanni?!

Per qualche secondo la zia respirò pesantemente.

Santo cielo, pensavo che ormai tu fossi morto da un pezzo, oppure finito dentro. Non telefoni, non scrivi mai

*****

“Proprio adesso doveva succedere!”, pensava Vanni seduto davanti al suo portatile, mentre il trapano dallaltra parte della parete strillava come una tortura medievale. Anzi, in realtà non pensare, sentiva più che altro vibrare tutto dentro. Cercava di tappare le orecchie con le mani, con le cuffie, perfino infilando la testa sotto il cuscino

Inutile.

Ogni colpo era accompagnato da uno stridio acuto, metallico, che dava la sensazione di trovarsi in pieno cantiere piuttosto che nel proprio appartamento.

Ma quando finirà? Ma quanto si può infierire così sulla gente?

A Vanni veniva voglia di alzarsi dalla scrivania, uscire sul pianerottolo, sfondare a calci la porta del vicino e confiscargli il maledetto trapano.

Ma, in verità, queste erano solo fantasie, cose che poteva permettersi solo…

nelle pagine del suo nuovo romanzo.

Perché nella vita vera il vicino, Vittorino, era un ex paracadutista, grosso come un armadio e con uno sguardo che faceva accapponare la pelle.

Di conseguenza, a Vanni non restava che rassegnarsi.

E sì tutto sommato avrebbe anche potuto sopportare, se non fosse stato per una cosa

Il direttore di una famosa casa editrice, dopo aver letto il suo ultimo libro sulle indagini di un misterioso crimine in un paesino inventato di nome Bellariva, lo aveva contattato per proporgli una collaborazione.

Bella collaborazione, prometteva parecchi soldi.

Sono daccordo! aveva esclamato Vanni, entusiasta.

Ottimo. Solo una condizione: il libro devi finirlo in tre mesi, aveva detto il direttore.

Nessun problema.

Solo che Vanni, come spesso accade, prima accetta e poi ragiona. E, in realtà, non aveva la minima idea su cosa scrivere.

Detta così: per un autore esperto, inventare un nuovo poliziesco sembra un gioco da ragazzi. E invece, niente affatto.

Per creare un giallo che tenga incollato il lettore serve prima lidea giusta, poi la trama ben costruita, i personaggi, e soprattutto il delitto, che non puoi inventare da un giorno allaltro.

La volta precedente aveva impiegato quasi sei mesi per decidere, ma allora non aveva alcuna scadenza. Ora, tre mesi e basta.

E giusto adesso i vicini dovevano farsi venire il prurito del fai-da-te Tra il trapano e la testa che gli scoppiava, lunica cosa che gli veniva da scrivere era qualcosa sulla morte.

Vanni aveva chiesto a Vittorino, mentre fumavano sul balcone, quanto sarebbe durato ancora.

Eh, un tre mesi buoni Ti dà fastidio?

No, no, era solo per sapere e se nera rientrato pallido in casa, chiudendo il balcone.

Resosi conto che se fosse rimasto lì non avrebbe scritto neanche la lista della spesa, sera messo a pensare a dove scappare.

Ma un hotel, dopo aver fatto il conto di quanto sarebbe costato, era impensabile.

Affittare unaltra casa? Sì, ma chi ti garantisce che i nuovi vicini non ripiglino a ristrutturare anche loro, o festeggino la nascita del figlio per un mese di fila, o vivano con una bambina che sta imparando a suonare il pianoforte?

“No, affittare casa è troppo rischioso. Magari diventa pure più dispendioso di una stanza dalbergo…”

Allimprovviso, dai suoi pensieri lo fece sobbalzare un botto dallappartamento e, dimenticando di trovarsi seduto sul letto, si colpì la testa contro la mensola dei libri.

Massaggiando la nuca si ricordò di sua zia, Margherita Antonacci.

Non avevano rapporti particolari. Né buoni, né cattivi. Nulli, in realtà: lultima volta che laveva vista era stato al funerale di sua madre, sette anni prima.

Però, strano a dirsi, il numero di zia Margherita lo ricordava a memoria il suo lo dimenticava sempre, quello della zia mai. E ora, dopo la botta, il numero gli era tornato in mente. Un segno.

Pronto! sentì al telefono, e si rasserenò sentendo la voce familiare della zia viva e vegeta.

Buongiorno zia Margherita, sono Vanni.

Vanni Vanni la donna ripeté più volte. Ma sì, sei lidraulico, tutto a posto col rubinetto della cucina o forse ti sei dimenticato qualcosa?

Zia, ma non mi riconoscete? Sono io, Vanni… il vostro unico nipote!

Vannina?!… Dio mio, credevo ti fossi fatto fuori da un pezzo o che ti avessero preso dentro. Da sette anni nessuna notizia

No, non sono mica morto. Solo troppo lavoro, sapete, non ho avuto modo di chiamare…

Sette anni di lavoro ininterrotto? Neanche un minuto per la famiglia? Non è che sei stato rapito dagli zingari?

Eh, no, per carità È solo che, sapete, faccio lo scrittore. Romanzi, in particolare polizieschi, vanno tanto ultimamente.

Romanziere?! E allora perché ti sei laureato in Fisica? Tua madre e io abbiamo speso una fortuna in università Tutto buttato al vento?

Ho capito dopo che quella non era la mia strada… Zia, in verità vi telefono per una cosa

Ecco, lo sapevo: non è che chiami per sapere come sto. Ti serve qualcosa?

Sì. Cioè, no Mi piacerebbe sapere come state Ma avrei anche una richiesta.

Soldi?

No. La vostra casa di campagna.

Cosa?! Vuoi che ti regali la mia casa? Bel coraggio, caro mio! Hai battuto la testa?

Ecco verità si massaggiava ancora la testa. No, zia, non mi avete capito Vorrei solo fermarmi un po nella vostra casa in campagna.

Veramente, proprio ora la sto mettendo in vendita col mio agente immobiliare.

Non potreste aspettare? Mi basterebbero tre mesi!

Forse si può fare.

Sul serio?!

Prima però voglio capire a che ti serve. Se ci porti le ragazze di nascosto da tua moglie, che manco ce lhai, scordatelo!

Ma quali ragazze! Manco sono sposato

Così Vanni raccontò tutto alla zia, facendole perfino sentire il rumore spaventoso del trapano.

Sente? Non sto mentendo! Zia, la prego, aiutatemi!

La zia, messa alle strette, capì e gli diede il permesso di restare tre mesi, ma a una condizione: avrebbe dovuto sistemare il giardino, così che i possibili acquirenti non trovassero solo ortiche alte come un uomo.

Ma certo! Mi passi il numero dellagente immobiliare, così vado a prendere le chiavi.

Poi però si chiese terrorizzato: quando lo farà, con tutto il tempo che non ha?

Sperava almeno che, nel silenzio della campagna, avrebbe scritto il romanzo prima del tempo, e il tempo avanzato lo avrebbe dedicato alla pulizia e allo sgombero della casa.

*****

Vanni predispose tutto per filo e per segno o almeno pensava. Era fine estate, tutti i villeggianti se nerano già tornati in città.

Quindi era convinto che sarebbe rimasto solo nellintera zona.

La temperatura era ancora mite, e la mancanza di comfort nella casetta non lo preoccupava affatto.

Attraversando un mare di erbacce, procedeva deciso verso la casa, quando sentì:

Fermo! Chi va là?!

Vanni si immobilizzò.

Dico a te, chi sei? la voce pareva arrivare dal nulla. Perché non rispondi?

Sono Vanni

Che fai qui?

Sono venuto in visita.

Da chi? Son sette anni che qui non viene nessuno. Sarai mica un ladro!

È la casa di mia zia Margherita Antonacci. Mi ha dato il permesso di starci tre mesi. Davvero.

Allora vieni al cancello.

In che direzione? chiese spaesato Vanni, guardandosi intorno.

Là, vai a sinistra.

Arrivato, scorse nel terreno accanto un anziano con un cane enorme, che lo fissava come se stesse decidendo se mangiarlo per cena.

Che magari non era vero, ma Vanni aveva il terrore dei cani fin da piccolo, quindi già pensava al peggio.

Il vecchio, che si presentò come Innocenzo, era un chiacchierone incredibile evidente segno di grande solitudine.

Eh, Vanni, vedrai: io qui ci abito fisso, da sette anni ormai. Ho lasciato il mio appartamento a mia figlia che si è sposata, e mi sono trasferito qui. Poi è arrivato anche Fedele. Da allora viviamo insieme.

Capisco balbettava Vanni, senza mai distogliere gli occhi dal cane, che non lo mollava un attimo.

E sapessi: mi occupo di sorvegliare queste casette quando dinverno tutti tornano in città. Frigoriferi, forni a microonde, TV Qualcuno deve controllare, no? Mi pagano poco, ma è meglio che niente. Quindi, stai qui solo tre mesi per scrivere un libro?

Sì. Ho bisogno di silenzio. In città, apriti cielo.

Ah, hai fatto bene allora! Qui non cè anima viva, a parte te e me con Fedele.

*****

Dopo aver salutato Innocenzo, Vanni entrò nella sua casetta, portò dentro le borse della spesa, il portatile e il microonde. Il frigorifero per fortuna cera, la televisione non gli serviva a nulla.

Dando unocchiata al giardino, sospirò e decise subito di cambiare i suoi piani.

“Bisogna dare una sistemata, se devo vivere qui tre mesi. Non posso certo lasciare tutto così, specialmente davanti al vecchio che tiene tutto pulito”.

Così, per quattro giorni non fece altro che faticare e diserbare. Al quinto giorno non rimaneva più una sola erbaccia, nemmeno una fogliolina.

Ammucchiò tutto il verde nel retro: “Chissà, magari a qualcuno serve per il compost”.

Fedele, il cane, lo sorvegliava sempre, silenzioso, con quellaria minacciosa che non lasciava dubbi.

Meno male che tra la proprietà e quella di Innocenzo cera un solido recinto a rete la cosa rassicurava Vanni più di una valanga di tavor. Senza quel confine, sarebbe sicuramente impazzito di paura.

Ora posso finalmente mettermi a lavorare sul libro, pensò sorridendo, aprendo il computer.

Era di buonumore: di tempo ancora ne aveva, ed era veramente impagabile stare in un posto senza traffico, senza galli allalba, senza vicini rumorosi. Solo pace. Ma la felicità durò poco.

Appena iniziò a digitare sulla tastiera, il cane nel terreno accanto cominciò ad abbaiare furiosamente.

“Che ha preso, ora?” si domandava. Fino a quel momento, nei quattro giorni di lavori, Fedele non aveva emesso un fiato. E adesso, mania ossessiva di abbaiare. A un volume tale che Vanni iniziò a seriamente rimpiangere il trapano di Vittorino.

Curiosamente, appena metteva piede fuori dalla porta, il cane si zittiva e lo fissava scodinzolando. Rientrava e bum, di nuovo raffica di abbaiate.

Ma che diamine di maledizione è questa?

Alla fine Vanni chiese a Innocenzo spiegazioni, questi spalancò le braccia ammettendo: vai a capire, tu gli piaci, secondo me.

Eh magari, a me lui mica tanto

Ti ci abituerai. Non si può non volere bene a un cane! Ne ho visti tanti giurare che mai e poi mai e poi dagli a strapparli!

Sì, però cè sempre qualcuno che abbandona queste bestie, tantè che Fedele è stato lasciato per strada.

Quelli non sono persone, Vanni. Niente a che vedere con la gente per bene.

*****

Quella stessa sera, arrivò unambulanza davanti alla casa di Innocenzo che venne portato fuori in barella. Vanni, dal bagno, assisteva ad ogni cosa dallo spiraglio della finestra.

Sentì anche lanziano, a fatica:

E ora chi bada alle villette, chi dà da mangiare al cane? Resterà solo, non sopravviverà

Non si preoccupi, cercò di rassicurarlo uno degli inservienti. Lei si rimette, poi torna. Ora non possiamo lasciare una persona con infarto qui da solo.

Quella notte Vanni rimase disteso a fissare il soffitto, ascoltando Fedele ululare alla luna. Si addormentò solo allalba, e si svegliò nel pomeriggio.

Poi ancora, notte e giorno, il cane continuava a ululare.

Finché un mattino non arrivò la pattuglia dei carabinieri.

Lagente entrò senza dire nulla, rimase unora in casa e poi uscì, sigillando la porta.

Mi scusi, cosè successo? chiese Vanni.

Chi sei?

Sto qui temporaneamente, mi ha ospitato la zia.

Raccontò la storia, mostrò la carta didentità e diede anche il numero della zia. Il carabiniere gli comunicò la notizia.

Il tuo vicino è morto. Infarto.

Un vero peccato Era davvero una brava persona. E il cane? Non si può lasciare qui tutto solo

Non lo so. Se vuoi, prendilo tu. Se no, liberalo e basta, si arrangerà.

“Facile a dirsi, lasciarlo andare”, pensava Vanni, osservando Fedele legato alla catena. Hai fame, vero?, domandò, sentendosi subito sciocco. “Ovviamente ha fame, povero bestione”

Andò in cucina, prese una salsiccia intera e, chiudendo gli occhi, la lanciò oltre il recinto.

Ma mancò il bersaglio.

Mai stato una stella dello sport, Vanni. Inutile provarci ancora. Anche il secondo lancio fuori bersaglio. Terzo tentativo: stesa sorte.

Madonnacce varie, raccolse tutto il coraggio, entrò nel giardino accanto, gambe molli, e si avvicinò a Fedele pregando di non svenire.

Il cane lo guardava, sbavando. Raccattò la salsiccia e la mise davanti alla cuccia. Fedele la divorò in mezzo secondo. Poi fece lo stesso con gli altri bocconi.

Ed ecco che Vanni, impensierito, liberò Fedele dalla catena per non farlo morire di fame. Non fece in tempo a capire cosera successo che il cane gli saltò addosso e iniziò a leccargli la faccia.

Ahhhh! urlava Vanni.

Ma era inutile: nellintera zona nessuno avrebbe sentito.

Voleva lasciar andare il cane, così che si salvasse. Ma Fedele, una volta liberato, cominciò a seguirlo ovunque zampettando allegro.

Ma che vuoi da me? Non crederai mica che ora ti adotti io?

Bau!

Seeee Te lo scordi! Prima di tutto la casa non è neppure mia, e la zia non vuole animali. Poi qui sono solo di passaggio. E per di più sono a rischio disoccupazione, se la nuova storia non la scrivo in tempo. E guarda caso: se sono in ritardo, è proprio colpa tua!

Bau!

Appunto! Se non smettevi mai di abbaiare e ululare, io non ho scritto un rigo che sia uno, si lamentava Vanni.

Ma era solo aria.

Fedele non chiedeva permessi: si comportava come chi annuncia un fatto compiuto. “Dora in poi sei il mio padrone”.

Vanni dovette cedere.

E con sua sorpresa, Fedele smise di abbaiare e lasciò che Vanni lavorasse. Però Non cera più ispirazione: nella pace assoluta e nel silenzio il cervello smetteva di funzionare.

Rimpiangeva pure il trapano di Vittorino. Magari col nervoso avrebbe scritto la storia di un ex paracadutista trovato morto con il trapano ancora in mano un vero noir!

Insomma, Vanni faceva tutto tranne scrivere. Trasportò anche la cuccia del cane dal terreno accanto, e non solo: sistemò grata e serratura, così che Fedele non scipasse più il cibo dal tavolo appena Vanni si allontanava a prendere il tè.

Mezza giornata per trasportare la cuccia. Forse Innocenzo aveva una carriola, ma le baracche erano tutte sigillate.

Eppure, anche chiudendo la porta della cuccia, Fedele riusciva a svuotare tutto ciò che trovava sul tavolo.

La ragione? Un giorno, osservando dalla finestra, Vanni scoprì tutto: era opera di un grosso gatto grigio. Apriva la porta con la zampa e depredava la tavola affiancato da Fedele. Poi, in un attimo, Fedele tornava nella cuccia e il gatto richiudeva. Da non credere.

Alla fine Vanni lasciò perdere e iniziò a pranzare allaperto coi due lui a tavola, Fedele sotto, e, a sorpresa, pure il gatto. Lo chiamò Spavaldo.

Il gatto, come ringraziamento (anche se Vanni sperava se ne andasse), sterminò tutti i topi del rustico e lasciò i “trofei” in bella mostra davanti al letto.

Le imprecazioni di Vanni quella domenica mattina si sentirono fino al paese, 15 km più in là.

Tirando le somme, sospirò Vanni versandosi il tè sono già passate due settimane Neanche una riga scritta, né idee, né trama, né personaggi. Però ho un cane e un gatto Come li sfamo? si domandò, davanti al frigo vuoto.

Non rimaneva che andare in città a fare la spesa. Cosa che voleva fare da solo, ma Fedele e Spavaldo non la pensavano così.

Quando aprì la porta, i due balzarono in macchina prima di lui.

Fu una spedizione di tre ore, tra viaggi, tappe nei negozi, pause per i bisogni degli animali e inseguimenti alle rondini. Pensava di cavarsela in unora, illuso! Con Fedele e Spavaldo i piani non valgono niente.

Voleva davvero regalarsi una fuga. Ma dove? Non cera più dove scappare

*****

Dopo cena, decise finalmente che il giorno dopo avrebbe chiamato la casa editrice per rescindere il contratto.

Poi sarebbe tornato in città. Tanto lì, ormai, non aveva più nulla da fare.

Ma il destino aveva altro in serbo. Questa volta non fu colpa degli animali.

Quando fece sera, mentre gustava il terzo tè, sentì il motore di un mezzo pesante vicino alla proprietà. Si trattava chiaramente di un camioncino, non unauto.

Preoccupato, telefonò al carabiniere di zona.

Dopo una lunga pausa, ricevette conferma che sarebbe passato a dare unocchiata.

Poco dopo vide una Fiat Ducato parcheggiare vicino alla villetta di Innocenzo. Era in bagno, fuori i suoi guardiani, e la luce in veranda aveva pure smesso di funzionare quindi nessuno poteva vederlo.

Da lì scorse chiaramente due figure entrare nella casa vicina e rovistare dappertutto.

Erano ladri, non cera dubbio. Ma che fare?

Quando sarebbero arrivati i carabinieri, chissà Intanto i due rubacchiavano di tutto dal confine del consorzio.

Meno male che non avevano notato la sua macchina. Ma se lo scoprono, capiranno che non sono soli…

Devo agire subito, mormorò, cercando la carta igienica nel buio.

Uscì dal bagno, ordinò agli animali di restare, e puntò verso i ladri.

Dietro il cassone vide che avevano caricato frigoriferi, microonde, televisori, perfino una consolle (qualcuno in campagna cè venuto più a giocare che a lavorare).

Mentre si avvicinava, i ladri uscirono dalla casa.

A Vanni quei due sembravano stranamente familiari, ma non ricordava.

Ohi, che ci fai qui?

Carabinieri! mentì di botto. Siete presi con le mani nel sacco. Lì fermi, alzate le mani. Resistenza inutile.

Aveva imparato quella battuta dai polizieschi americani, la sparò così.

Porca miseria fece il primo, col televisore in mano, impallidendo.

Ma il secondo

Ma non è vero nulla, sono balle! Te lo ricordi il vicino che diceva di un tizio che scriveva libri? Noi pensavamo vaneggiasse

Oh, giusto! rise laltro.

Vanni non aveva mai saputo menar le mani, quindi già si rassegnava al peggio, convinto che lo avrebbero messo KO.

Ma proprio in quel momento dal nulla sbucarono i suoi complici. Fedele agguantò uno dei due tirandolo a terra e ringhiando, bava in faccia. Spavaldo, il gatto, piantò le zampe sul cranio dellaltro, graffiandolo come su un disco.

Aaaah! urlava quello.

“Grida pure, tanto qui non ti sente nessuno”, ghignò Vanni.

Laltro, dopo poco, si arrese, piegandosi tra i graffi del micio. Vanni, ficcando nel caos la catena del cane, riuscì a legargli le mani.

Un minuto dopo arrivarono i carabinieri, e lagente lo ringraziò stringendogli la mano.

Sei stato bravo, Vanni! Da solo contro due ladri

Non proprio da solo, sorrise, indicando cane e gatto. Ho avuto dei grandi amici.

Con amici così si può andare dappertutto. Trattali bene

“Dove vuoi che vada?”, pensò Vanni.

Ma chi erano quei due? Mi sembravano conosciuti

Infermieri dellambulanza volevano farci su quattro soldi. Li inseguo da mesi, tu mi hai risolto il caso in una sera!

Appena il carabiniere se ne andò, Vanni corse a scrivere: finalmente lidea per il nuovo libro era esplosa nella sua testa.

*****

Due mesi e mezzo dopo, Vanni portò il manoscritto in casa editrice. Il direttore lo lesse tutto dun fiato, senza fiatare.

Vanni! Questo è un vero best seller. Bravo! I soldi li prendi dopo la pubblicazione, e avrai pure una percentuale sulle vendite.

Poco dopo Vanni vendette il suo appartamento in città e acquistò la proprietà della zia, e pure quella di Innocenzo, unendo i due poderi. Col resto dei soldi più il compenso, costruì una vera casa con bagno e riscaldamento autonomo.

E così Vanni si trasferì lì, fuori città, con Fedele e Spavaldo. Perché no?

Pace, tranquillità, e soprattutto: i suoi migliori amici sempre vicino. Di giorno lavorava al computer, di sera tutti insieme perlustravano la proprietà.

Vanni ringraziava ogni giorno il destino. E pure il trapano di Vittorino, che, se non fosse stato per lui, lì non ci sarebbe mai finitoUna sera dautunno, la nebbia calava dolce tra i filari mentre Vanni sorseggiava il suo tè sul portico. Fedele russava sdraiato ai suoi piedi, Spavaldo acciambellato sul davanzale, occhi doro scrutatori verso il campo. Una quiete nuova lo circondava, fatta di rumori lontani, grilli e vento tra gli sterpi secchi.

Il telefono squillò. Vanni esitò, poi rispose.

Pronto, zia?

Allora, Vanni, comè questa vita da campagna? Ti sei dimenticato di chiamare, come ai vecchi tempi?

Il sorriso gli saliva spontaneo.

Sto bene, zia. Non ho mai scritto così tante pagine. E poi credo di aver trovato la mia storia più bella.

Davvero? Quale?

Vanni guardò il cielo sopra la casa ormai sua, le finestre illuminate, il respiro caldo degli animali.

La storia che non cercavo, zia. Quella che mi ha trovato lei.

Sentì il ronzio della linea, poi la voce della zia addolcirsi:

Tu volevi scappare, e invece ti sei fermato.

Vanni lasciò che il silenzio scendesse lieve, come una promessa.

Ho scoperto che la fuga non è da dove sei, ma da quello che sei. E quando smetti di scappare, qualcosa resta con te. Come Fedele. Come Spavaldo. Come una casa che ora è davvero casa.

La zia rise sommessamente, come solo una persona cara può fare.

E adesso, chi ti farà scappare più via?

Vanni si guardò attorno. La nebbia danzava, le stelle sbucavano tra le nuvole. La notte portava storie, amici, misteri. E un romanziere che, per la prima volta, non aveva più alcuna intenzione di scappare.

Nessuno, zia. Credo che, finalmente, sono arrivato dove volevo restare.

Nel buio la voce della zia si fece un bisbiglio complice.

Allora scrivi, Vanni, scrivi. Le fughe più belle si raccontano da fermi.

Sul portico, con la mano sulla testa di Fedele e Spavaldo che iniziava a fare le fusa, Vanni sorrise. E iniziò la sua prossima storia.

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