La mia casa è stata assegnata prima di tutte le altre

La mia casa fu data via per prima

Mamma, mi ha rotto lelicottero!

Ero in piedi davanti alla finestra, con un bicchiere di succo d’arancia tra le mani, e osservavo le prime foglie dottobre volteggiare fuori dal vetro. La voce di Giosuè provenne dal salotto prima che riuscissi a voltarmi. Sette anni. Sette anni, e gridava già con la forza di un adulto quando si sentiva davvero ferito.

Nessuno ha rotto niente. Non inventare, rispose la voce di Anna Vittoria. Tonalità piatta come una riga appena disegnata. Senza incrinature.

Uscii dalla cucina. Giosuè stava al centro del soggiorno, stringendo con forza al petto un elicottero rosso e blu, di plastica, col rotore funzionante, comprato insieme ad agosto. Per tre giorni non laveva mollato neanche per dormire.

Dai qui il giocattolo, disse Anna Vittoria allungando una mano ossuta, anello doro allanulare.

È mio, disse Giosuè. Non urlò, disse. Piano e fermo, come sanno fare i bambini quando la paura stringe lo stomaco.

Signora Anna Vittoria, feci un passo avanti, è un regalo per lui. Labbiamo comprato insieme.

Mi lanciò uno sguardo che avevo imparato a riconoscere in dieci anni. Non cattivo, solo vuoto. Come se io non esistessi nella stanza. Come se fossi un mobile, improvvisamente animato.

Laura, non intrometterti. Il giocattolo è stato comprato con i soldi di Andrea. Quindi appartiene alla famiglia.

Giosuè è la famiglia.

Parlo dellaltra famiglia.

Così. Semplice e freddo. Non capii subito. Rimasi a guardarla, mentre nella testa ronzava un bianco rumore assordante. Altra famiglia. Ripetei quelle parole mentre fissavo, immobile. In sala era pronto il tavolo per la festa. Una tovaglia bianca che avevo stirato per due ore. I calici di cristallo ereditati da mia nonna. Dieci anni. Dieci anni esatti oggi dal nostro matrimonio.

Dammi lelicottero, ripeté Anna Vittoria, strappando il gioco dalle braccia di Giosuè bruscamente, senza preavviso.

Giosuè pianse. Non strillava, ma le lacrime gli scendevano silenziose, fitte come lacqua del rubinetto. Guardava le mani vuote.

Presi mio figlio per le spalle e lo portai nella cameretta. Lo feci sedere sul letto. Piangeva piano, il capo appoggiato al mio fianco, e io gli lisciavo i capelli pensando che dovevo tornare di là e dire qualcosa di definitivo. Di forte. Ma quali parole? In dieci anni non le avevo mai trovate per Anna Vittoria.

Mamma, perché vuole il mio elicottero?

Non lo so, amore.

È cattiva?

Tacqui.

È solo diversa, dissi infine. Diversa, tutto qui.

Non mi credette. Si vedeva da come si scurì in viso. I bambini sentono le bugie molto prima degli adulti, anche se non sanno chiamarle.

Andrea arrivò alle due e mezza. Sentii la porta che si chiudeva forte, la sua voce con la madre in corridoio, bassa e svelta. Poi i suoi passi sul parquet. Ero ai fornelli a girare il brodo, anche se lo avevo già spento da un pezzo.

Laura, tutto bene?

Tua madre ha preso lelicottero di Giosuè.

Silenzio. Non mi voltai.

Ti ha spiegato il motivo?

Ha detto che è per laltra famiglia.

Altro silenzio. Più lungo del primo.

Forse hai capito male.

In quel momento mi girai. Era sulla soglia della cucina, col cappotto ancora addosso, lo sguardo altrove: verso la finestra, il muro, ovunque tranne che su di me.

Andrea, cosa significa altra famiglia?

Laura, oggi è un giorno di festa. Non adesso.

Proprio adesso.

Mi guardò davvero, per la prima volta. Negli occhi non cera colpa, ma stanchezza. Di chi ha portato un peso troppo a lungo.

Ti chiamo più tardi, disse, e se ne andò.

Fissai la porta chiusa. Il brodo si raffreddava. Oltre il muro, Anna Vittoria sistemava i bicchieri sul tavolo. I soliti suoni di un giorno qualsiasi. Solo dentro di me qualcosa si muoveva, lento e inevitabile, come terra che si prepara a cedere.

Io e Andrea ci siamo sposati che avevo ventotto anni. Lavoravo come contabile in una piccola impresa edile; lui si occupava di forniture di materiali. Ci eravamo conosciuti a una cena aziendale, per caso. Tre anni di differenza: lui tranquillo, uomo di poche parole. Uno affidabile. Era ciò che volevo, dopo un padre avvocato per tutti, ma mai per me. Cercavo un uomo semplice, che tornasse sempre a casa, cenasse insieme e non sparisse.

Con Anna Vittoria non litigammo mai: non si creò nemmeno quel minimo di intesa. Dal primo incontro mi guardava come si guarda il temporale in arrivo. Attribuivo tutto al carattere della suocera. Si dice: tutte le suocere sono così. Niente di personale, solo questione di istinto materno.

Ci credevo.

Giosuè nacque tre anni dopo il matrimonio. Fu un parto difficile, lunga la convalescenza. Andrea era con me. Allora cera. Portava da mangiare, mi faceva compagnia di notte. Pensavo: ecco il senso di tutto. Quel minuscolo bambino ci legava davvero.

Anna Vittoria venne, lo guardò e disse: Un altro maschio, e partì. Non la vedemmo più per un anno.

Poi iniziò unaltra vita. Andrea viaggiava spesso: trasferte, incontri, contratti. Non protestavo. Curavo Giosuè, casa e lavoro. Vivevamo in provincia di Firenze, in una villetta a due piani coi soldi risparmiati da me. Andrea aveva difficoltà, disse: temporaneo. Accettai. Ho sempre accettato.

Al quinto anno, Anna Vittoria ebbe problemi cardiaci. Andrea disse che servivano cure costose, da solo non ce la faceva. Diedi una parte dei miei risparmi. Poi unaltra parte, per un cugino che doveva operarsi. Non ricordo più per chi e per cosa. Davo e basta. Famiglia prima di tutto, dicevo tra me.

Quella sera il tavolo per lanniversario era perfetto. Caldo, antipasti, una torta dalla pasticceria in centro. Candele accese. Era il nostro decimo anniversario: volevamo che fosse tutto speciale.

Non cerano ospiti. Andrea disse di non voler gente, troppo stanco. Accettai. Eravamo solo noi tre: io, Andrea, Anna Vittoria. Giosuè aveva già cenato e restò in cameretta. Dopo la questione dellelicottero non volle più sedersi con tutti. Non lo forzai.

La conversazione non decollava. Anna Vittoria taceva con laria di chi aspetta qualcosa. Andrea guardava il telefono e sorseggiava acqua. Io pensavo che dieci anni sono molti, che in dieci anni puoi perdonare quasi tutto. Che forse questa è la normalità.

Suonarono alla porta.

Andrea scattò subito. Notai che era pronto, come se lo aspettasse. Ingresso, porta che si apre, voci. Una donna, poi un bambino. Anna Vittoria lasciò il bicchiere e si alzò.

Sono arrivati, mugugnò tra sé. Ma io sentii.

Chi?

Non rispose. Andò anche lei allingresso. Rimasi sola davanti alle candele e ai calici di cristallo, con la torta e le mani strette.

Dopo poco li raggiunsi.

Nellatrio cera una donna sui trentacinque, capelli scuri, cappotto beige. Bella. Automaticamente lo pensai: bella. Accanto a lei un ragazzo, grande per la sua età, spalle larghe. Dodici anni. Biondo. Aveva il mento e gli zigomi di Andrea. Gli occhi che guardavo a colazione da anni.

Li fissai, la mente nuovamente svuotata.

Lei è Irene, disse Andrea. Non a me. Al vuoto.

Anna Vittoria posò dolcemente una mano sulla spalla al bambino. Con delicatezza. Mai aveva toccato così Giosuè.

E questo, il nostro Sergio, disse, la voce insolitamente calda. Un calore mai sentito da lei.

Irene mi osservava serena, senza ostilità. Un po guardinghi, come chi entra in una stanza sconosciuta.

Laura, dobbiamo parlare, disse Andrea.

Sì, risposi. La voce non era la mia, sembrava estranea. Parliamo.

Ci sedemmo in salotto. Irene con Sergio rimasero di là. Anna Vittoria si mise alla finestra, braccia incrociate come chi ha deciso già tutto.

Sergio, iniziò Andrea, è mio figlio. Ha dodici anni.

Feci due conti. Due anni prima del matrimonio. O giù di lì.

Sua madre è Irene. Stavamo insieme prima di te. A lungo.

E dopo, dissi io.

Non rispose. Era già una risposta.

Non abbiamo interrotto i rapporti, confessò infine. Non posso spiegare. Sono continuati e basta.

Lhai mantenuta.

Sì.

Per tutti questi anni.

Sì.

Con i miei soldi.

Pausa. Anna Vittoria non si mosse.

Laura, è più complesso di quanto sembra.

Prova a spiegare, dissi. Dieci anni basta per capire.

Parlò. Di Irene, del figlio nato improvvisamente, del senso di responsabilità e dei soldi che io credevo destinati alle cure della madre e che invece in parte andavano a loro. Raccontò che la casa, la nostra casa acquistata anche coi miei risparmi, era stata intestata a sua madre un anno prima. Per protezione.

Proteggere chi?

Dal rischio di divisione, rispose.

Lo guardai: dieci anni insieme, cene, nascite, crisi. Andrà tutto bene, ripeteva. Ed era questa la nostra storia.

Giosuè lo sa? chiesi.

No. È troppo piccolo.

Ha sette anni, oggi ha pianto per un elicottero che tua madre ha dato a un altro bambino e ha capito più di quanto immagini. Solo non sa come chiamarlo.

Anna Vittoria intervenne.

Laura, ascoltami. Sergio è lerede. Il vero erede. Il primo figlio. Comprendi?

Giosuè è figlio.

Giosuè è diverso. Sergio è il maggiore. Porta il nostro sangue come dovrebbe portarlo un successore. Dovevamo mettere ordine.

A mie spese.

Sono situazioni delicate.

Si chiama inganno. E anche truffa. I soldi per le cure, la delega alla casa. Sono truffa.

Anna Vittoria strinse le labbra, lo sguardo affilato.

Non potrai provarlo. La delega è legittima. Hai dato i soldi volontariamente. Nessuno ti ha obbligata.

Sono stata ingannata.

Provacelo.

Quel punto mi si fece chiaro tutto. Freddo, preciso. Come quando gli occhi si abituano al buio e capiscono la stanza. Dentro di me qualcosa si spense. Una freddezza limpida, come lacqua sorgiva.

Bene, dissi. Va bene.

Mi alzai. Andai allingresso. Irene era lì con Sergio. Il bambino stava osservando lelicottero nelle mani. Quello di Giosuè.

Dallo a me, dissi calma.

Sorprendentemente, lo ridiede. I bambini si arrendono quando sentono la sicurezza.

Presi lelicottero e salii da mio figlio.

Giosuè era sdraiato sul letto, fissava il soffitto. Quando mi vide, girò il capo.

Tieni, gli passai il giocattolo.

Guardò prima me, poi lelicottero.

Mamma, chi sono quelle persone?

Ospiti.

Rimarranno?

No, dissi. Andranno via presto.

Andai in salotto. Andrea e Anna Vittoria erano vicini. Irene entrò e si mise contro lo stipite. Ci guardammo, quadro irreale: quattro adulti nella casa che ormai non era più la mia.

Dunque, Anna Vittoria si alzò, corpo che si faceva più grande, bisogna parlarsi. Tu, Laura, puoi capire che i drammi non servono a nessuno. Meglio accordarsi.

Accordarsi su cosa?

Tu te ne vai. Con Giosuè. Ti diamo tre mesi per trovare casa. Andrea ti passerà il mantenimento, ovviamente. Ma la casa resta qui. Qui vivrà Sergio. Perché è giusto, questa è la giustizia.

La fissai.

Volete che lasci la mia casa.

Non è più casa tua, Laura. Il passaggio è legittimo.

Avete falsificato la mia firma.

Tutto regolare. Andrea ha firmato.

Mi voltai verso mio marito.

Sei tu che vuoi che vada via?

Guardava il tavolo.

Andrea.

Laura, è meglio per tutti.

Per tutti tranne per me e Giosuè.

Ci occuperemo di lui.

Come vi siete occupati finora? Portando via i suoi giochi?

Dettagli.

Non sono dettagli. Non per un bambino di sette anni.

Irene, a bassa voce:

Ha ragione.

Tutti si girarono. Irene fissava le mattonelle.

Riguardo al bambino. Non è stato corretto.

Irene, non intrometterti, la zittì secca Anna Vittoria.

Dico solo quello che penso.

Irene rimase zitta. Ma nei suoi occhi qualcosa si spostò. Notai e ricordai.

Preparai lo zaino a Giosuè in dieci minuti: libro dei dinosauri, lelicottero, vestiti di ricambio. Nessuno venne ad aiutare, a salutare.

Uscimmo dalla porta principale senza sbatterla. Solo chiusa piano.

Fuori era ottobre. Le foglie di cui pensavo la mattina ancora lì, sparse per terra. Giosuè camminava in silenzio. Poi domandò:

Mamma, andiamo dalla nonna Nina?

No, risposi. In albergo, per ora.

E dopo?

Dopo vedremo.

Annì con la serietà dei bambini che non hanno capito ma accettano.

In taxi pensavo. Non a quello che era successoquello era ancora senza paroleinvece a deleghe, soldi, rate, mutui. Che la casa era anche coi miei risparmi, messi via col lavoro anni prima di sposarmi. Che forse avevo letto che unoperazione fatta con linganno è nulla. Che ho ricevute, bonifici, banche.

Mi venne in mente papà.

Papà. Gianluca Rossi, avvocato con trentacinque anni di toga. Non ci parlavamo da tre annidopo una lite assurda fra lui e Andrea a una festa di famiglia. Avevo scelto mio marito. Così accade: scegli chi ami, anche se sbaglia. Poi Andrea era diventato sempre più freddo su papà. Avevo smesso di chiamare. Tre anni di silenzio. Papà chiamò i primi mesi, poi davvero smise. Forse si rassegnò. O accettò la scelta.

In albergo, mentre Giosuè dormiva, fissai a lungo il telefono. Il numero di papà esisteva ancora. Guardai il nome. Tre anni sono lunghi. Magari non risponde. Ha unaltra vita. Può dirmi: te lavevo detto. E avrebbe ragione. Non so se lo reggerei subito.

Poi pensai a Giosuè che dormiva abbracciando lelicottero. E chiamai.

Rispose al secondo squillo.

Laura?

Papà, dissi. E il resto non uscì subito.

Solo pausa. Poi la sua voce leggermente rauca:

Dove sei?

In albergo, a Prato.

Sola?

Con Giosuè.

Cosè successo?

Tante cose. Devo parlare con te. Per questioni legali.

Vieni qui, disse. Niente domande. Niente giudizi. Solo: vieni.

Non mi aspettavo che fosse così semplice. Dopo anni di distanza, mai avrei creduto a una risposta così: vieni e basta.

Arrivai da lui unora dopo. Giosuè dormiva ancora, il taxi lo cullava. Papà abitava a Firenze, zona Campo di Marte, nellappartamento di sempre. Aprì in felpa e pantaloni da casa. Un po invecchiato, capelli più grigi, ma gli occhi identici.

Mi abbracciò stretto e breve, come sa fare chi non è abituato a smancerie ma ti fa sentire più solido.

Vieni. Metti Giosuè sul divano, cè una coperta.

Parlammo in cucina. Dissi tutto dallinizio: soldi, presunte cure, delega, Irene, Sergio, lelicottero tolto a un bambino per darlo a un altro. Papà ascoltò e prendeva appunti nel vecchio taccuino.

Alla fine silenzio.

Hai i documenti di acquisto della casa?

Dovrebbero esserci. Non li vedo da un po, ma ci sono.

Ricevute dei bonifici?

Sì. Alcune nel telefono, altre nelle carte.

Certificato di matrimonio.

Sì.

Bene, fece papà. Ora ascolta: la delega a trasferire beni durante il matrimonio, senza laccordo notarile del coniuge, non vale. Larticolo è chiaro. È nulla. La casa è di entrambi. Nessuna delega lo cambia.

Anna Vittoria dice che Andrea ha firmato.

Non può decidere da solo, nemmeno firmando. Si può tornare in possesso. Bisogna fare causa, ma si fa.

Ci vuole molto?

Tre-quattro mesi, se il caso viene seguito bene.

Lo fissai.

Non ti ho chiamato per tre anni.

Lo so.

Scusami.

Mi guardò da avvocato: senza orpelli.

Sei grande, Laura. Hai scelto allora. Ora cè bisogno. Io ci sono, è logico.

Non ti sei arrabbiato?

Ci penso dopo. Prima sistemiamo la casa.

Sorrisi per la prima volta da giorni. Quasi.

Restai due giorni da papà. Raccolsi documenti, chiamai la banca, chiesi estratti. Papà lavorava al ricorso, preparava istanze. Giosuè girava la casa grande, incuriosito dai libri. Non aveva visto quasi mai il nonno. Ora il nonno gli insegnava gli scacchi e lui pigiava i pezzi sulle caselle, serio e preciso.

Il terzo giorno tornai a casa. Da sola. Papà disse di evitare, ma servivano alcune cose: documenti nel mio studio, foto, il necessario di Giosuè.

Fu tutto quieto. Nessuna macchina di Andrea. Bussai. Aprì Anna Vittoria.

Che vuoi?

Solo prendere qualcosa.

Non serve altro?

No.

Mi scostò. Entrai. Dalla sala arrivava una voce televisiva. Andai nello studio. Aprii il cassetto alto: documenti di matrimonio, atti dacquisto, vecchie ricevute. Li misi in busta.

Lo sguardo scese su un cassetto più in basso, solitamente chiuso. Era semiaperto. Lo aprii, senza sapere bene perché.

Dentro, estratti conto bancarinon miei. A nome di Anna Vittoria Gatti. Alcuni fogli, unaltra busta. Era dellAgenzia delle Entrate, avviso di accertamento per movimenti su conti esteri.

Lessi piano. Cifre alte, davvero alte. Non solo miei soldi sottratti: si trattava di flussi costanti su tre società di cartone in anni in cui spedivo denaro per le cure.

Anna Vittoria era alla porta.

Cosa cerchi?

Non avete ingannato solo me. Avete esportato denaro. LAgenzia lo sa già.

Il suo volto si alterò come mai lavevo visto. Non paura. Di più: la percezione che il terreno mancasse.

Lascia quei fogli, mormorò.

No, chiusi la busta con tutte le carte. Uscii. Prendemmo il mio cappotto allingresso.

Laura, la sua voce alle spalle, molto più bassa. Non sai in cosa ti metti.

Sì, lo so. E me ne andai.

Papà studiò i documenti e il plico delle Entrate per due ore, facendo avanti e indietro dallo studio. Io aspettavo in cucina.

Laura, mi chiamò alla fine.

Entra:

Questo, posò una mano sulle carte, è pesante. Non solo evasione. Qui cè truffa. I bonifici passavano per tre società, registrate con prestanome. LAgenzia sta indagando, ma con queste hai unarma decisiva.

In che senso?

Ci sono motivi per una denuncia penale. Truffa aggravata ed evasione. Depositiamo richiesta e li alleghiamo, la posizione di Anna Vittoria cambia: da minaccia, a imputata.

Andrea lo sapeva?

Non è certo. Forse fino in fondo no. Vedremo.

Io devo rientrare in casa, dissi. Legalmente.

Occorre fare richiesta ai giudici. Tre giorni. Poi entriamo con i documenti in regola.

Riesco ad aspettare.

Papà mi guardava.

Come stai?

Sto. Non benissimo. Ma meglio.

Pianificazione, calma. Non per odio, ma per lucidità.

Pensai molto anche a Irene. A quel suo ha ragione sussurrato. Dodici anni in secondo piano. Denaro non suo, controlli. Sergio cresciuto quasi senza padre. Anche quella era infelicità.

Chiamai Irene con il numero datomi da papà.

Pronto.

Sono Laura. Moglie di Andrea.

Silenzio.

Sì?

Le faccio una domanda: sapeva che i soldi del mantenimento non venivano dallattività di Andrea?

Cosa intende?

Una parte erano miei risparmi, convinta andassero alle cure di Anna Vittoria.

Silenzio lungo.

No, non lo sapevo. Andrea diceva che erano suoi. Che lazienda andava bene.

Confermerebbe questa versione ufficialmente?

Perché?

Perché Anna Vittoria proverà a scaricare la colpa sugli altri. Anche su di lei. Se i bonifici arrivano da lei, resta coinvolta.

Altra pausa. La voce di Irene cambiò, tesa:

Non lo sapevo. Per me erano spese domestiche.

Tramite società offshore?

Non so come arrivassero.

Irene, non sono sua nemica. Sa anche lei che questa situazione mette nei guai entrambi. Se andiamo in tribunale, conviene essere trasparenti.

Dovrò pensarci.

Prenda il tempo. Questo è il numero di papà, avvocato. Parli con lui.

Dettai e chiusi.

Papà mi fissò con aria da vecchio avvocato.

Lhai chiamata?

Sì.

Motivo?

Lei capisce le cose. Sente anche lei il disagio. Potrebbe essere testimone importante.

Parli come me, disse divertito.

Sono tua figlia, risposi.

Sorrise davvero.

Irene alla fine chiamò papà. Parlarono a lungo. Mi informò che testimoniava di sua volontà su tutti e tre i passaggi: ricezione soldi, bonifici, accordi orali.

È consapevole di cosa fa?

Sì. Anzi, si libera di un peso. Anna Vittoria la controllava in tutto. Sergio era per lei più strumento, che persona.

Capito, risposi.

Non provi pietà?

Pensai un attimo.

Un po. Ma la pietà non ferma la giustizia.

Bravo.

Dopo una settimana ci muovemmo. Papà, io, due ufficiali giudiziari coi documenti. Una giornata grigia, il cielo basso. Giosuè restò dalla vicina di papà, una signora che gli aveva fatto la crostata e acceso i cartoni.

Arrivammo. Guardai i gradini. Per otto anni erano stati la mia salita: primavera, autunno, Giosuè piccolo in braccio, borse, fiori. Qui, qui cera il mio tempo e il mio impegno.

Pronta? disse papà.

Sì.

Andrea aprì la porta. Capì tutto dalla scena: ufficiali, documenti, papà.

Che succede?

Siamo ufficiali giudiziari, spiegò uno. Atto di tutela in una causa sulla nullità dellatto. Non ostacoli il portamento.

Andrea incrociò il mio sguardo.

Laura.

Facci entrare.

Si spostò. Entrammo. Anna Vittoria era infissa nellandrone. Guardava papà: si conoscevano, aveva assistito al nostro matrimonio.

Gianluca Rossi, disse lei con voce incrinata.

Signora, rispose papà.

In soggiorno sedeva Irene. Non sapevo fosse già lì. Sergio accanto a lei, un libro. Si voltò quando entrammo.

Irene, Anna Vittoria, mista rabbia e accusa. Sei proprio tu.

Sì, rispose Irene.

Hai portato loro qui.

Ho detto la verità. Non è lo stesso.

Ci hai traditi.

Irene la fissò.

Per dodici anni mi avete presa in giro. Dicevate che ero al sicuro. Sergio era al sicuro invece ero solo uno strumento. Come lei.

Mi indicò. Ci guardammo negli occhi: due donne divise dalla stessa storia, ora finalmente dalla stessa parte.

Non capisci cosa fai, Anna Vittoria.

Lo capisco.

Non otterrai nulla. Né diritti né documenti.

Ho un figlio. E ora un avvocato.

Anna Vittoria le si avvicinò rabbiosa. Papà si pose tra loro.

Vi chiedo calma. Ci sono ufficiali dello Stato.

Anna Vittoria si fermò, lunga un respiro. Sergio osservava tutto muto, sconcertato.

Andrea fino a quel punto era rimasto contro il muro. Lo fissai davvero: dieci anni insieme, e lui così abituato a vivere doppio che non sapeva più cosera vero.

Andrea, hai idea della situazione legale?

Sì.

Tua madre ha esportato soldi illeciti, erano anche miei. È truffa penale.

Non sapevo nulla delle società offshore.

Forse. Sarà la giustizia a capire.

Laura, non volevo così.

È andata come hai fatto andare le cose, giorno dopo giorno.

Tacque.

I funzionari lavoravano in silenzio: registravano, prendevano nota dei beni, papà era presente. Io mettevo da parte foto, bicchieri di nonna, disegni di Giosuè, qualche libro.

Anna Vittoria seduta mi osservava fare. Muta. Solo una volta:

Distruggi una famiglia.

Non mi voltai.

Era distrutta da tempo.

Pensa a Sergio. Un bambino.

Ho anche io un figlio. Aveva una nonna. Adesso non più.

Non aggiunse commenti.

Irene si avvicinò quando impacchettavo le foto.

Mi spiace.

Per cosa?

Per tutto. Per quello che è stato. Per non aver pensato a voi.

Non sa veramente chi sono.

Sapevo che era sposato, fu onesta.

Annuii.

È giusto che lo dica. Si chiama onestà.

Cosa sarà di Sergio?

Non lo so. Dipenderà da molti fattori. Ma con la verità e lavvocato, i suoi diritti materni non li perde nessuno.

Ha bisogno del padre.

Tanti bambini lo hanno. Non sempre è possibile.

Annì, tornò da Sergio, lo prese per mano. Lui la strinse, china verso lei.

Li osservai, pensai a Giosuè. Alla crostata dalla vicina, agli scacchi. Alle parole da inventare per spiegare. A ciò che il tempo servirà a capire.

Andando via, Anna Vittoria si rialzò, dritta.

Non vincerai, disse.

Non è un gioco. Rivoglio solo ciò che era mio.

Uscimmo. Papà reggeva la porta. Lufficiale una cartella. Io la busta di foto e bicchieri.

Sul portico mi fermai. Guardai il giardino. Ottobre stava finendo il proprio lavoro: il melo vicino alla staccionata era spoglio, restavano giusto poche foglie. Lavevo piantato dopo il trasloco. Giosuè aveva due anni. Aiutava col dito scavato nella terra: Qui cresce la mela, diceva. Ridevo.

Il melo crescerà anche senza di me. Darà frutti. Qualcun altro ne coglierà.

Scendemmo in auto.

Tutto bene? chiese papà.

Sì.

Andammo da Giosuè. In viaggio papà spiegava i prossimi passi: causa civile, mantenimento, eventuale processo penale per Anna Vittoria, verifica della posizione di Andreache rischiava amministrativa o penale a seconda delle decisioni della procura.

Lui non avrà vantaggi? chiesi.

Dipende da cosa emerge. Ma la casa sarà tua. O la venderete e dividerete, o lui acquisterà la tua metà.

Ok.

Giosuè ci aspettava alla porta con in mano una pedina degli scacchi.

Mamma, il nonno mi ha spiegato il cavallo.

Molto importante, confermava papà.

Giosuè rise.

Li osservai e qualcosa nel petto, costretto da giorni, sembrò sciogliersi un po. Non tutto e non per sempre. Ma un poco. Come la finestra che accende laria nuova.

Torniamo a Firenze. Giosuè racconta mosse degli scacchi, io guardo la campagna e le insegne illuminate dai fari.

Penso al futuro. Non a cosa, in particolare: solo che ci sarà un processo, una sentenza, la divisione dei beni, il mantenimento che Giosuè merita indipendentemente da me e Andrea. Ci sarà forse una condanna per Anna Vittoria. Andrea dovrà affrontare le proprie sceltequesta però non è più la mia storia.

Ci sarà una nuova casa. Per ora affitto, poi chissà. Ho i miei soldi, il lavoro, mio padre vicino.

Non odio Andrea. Strano, odio non ce nè. Solo stanchezza, amarezza, il dispiacere per unimmagine costruita e poi crollata. Lodio è un lusso per chi ha energie, ora io ne ho bisogno per il resto.

Penso a Irene e Sergio. Per loro non è facile, anzi. Non occorre volere male. Ne hanno avuto abbastanza.

Penso al melo.

Mamma, dice Giosuè.

Sì, amore.

Non torneremo più in quella casa?

Resto in silenzio.

Non so. Forse sì. Forse troveremo una casa nuova.

Meglio unaltra, dice. La nonna Anna Vittoria è cattiva.

Mi ricordo.

E ha preso il mio elicottero.

Te lho ridato, no?

È vero, sorride. Mamma, tu restituisci sempre ciò che è mio. Devo ricordarmelo.

Annuisce, si accoccola accanto. Tranquillo, caldo. Fuori cala la sera. Firenze si avvicina coi suoi mille lumi.

Papà guida silenzioso. Non aveva bisogno di parole. Bastava essere lì.

Guardo il cellulare: un messaggio di Andrea, da unora. Lo apro: Laura, voglio parlare. Senza avvocati. Solo parlare.

Tengo il telefono, guardo la frase.

Solo parlare. Per dieci anni abbiamo parlato, forse mai davvero. Forse sì, ma non di quello che serviva.

Chiudo il messaggio. Non rispondo. Rimetto il telefono via.

Giosuè si appoggia a me, quasi addormentato. Stringe la pedina degli scacchi, quella che il nonno gli ha dato come portafortuna.

Papà, dico piano.

Sì?

Grazie per aver risposto.

Un attimo di silenzio.

Avresti chiamato comunque, prima o poi.

Non lo so.

Io sì, risponde, e non aggiunge altro.

Lauto entra in città. Luci ovunque, ognuna storia di qualcuno.

Guardo avanti e penso che domani dovrò fare un passo, e poi un altro. E poi un altro ancora.

È normale. È sempre così.

Mamma, sussurra Giosuè.

Dormo, amore.

Hai detto dormo.

Dormo vuol dire: sto con te. Sono qui.

Ah, mormora soddisfatto e chiude gli occhi.

Guardo le luci. Sono gialle, bianche, blu. Tante. Stiamo andando verso di loro. Non so esattamente cosa ci sarà. Forse bello, forse difficile, probabilmente entrambe le cose.

Ma vado avanti. Giosuè è con me. Papà guida. Lelicottero è nello zaino sul sedile dietro.

E qualche volta succede che nella vita, quando ti portano via tutto ciò che credevi tuo, recuperi proprio quello che conta: il coraggio di restare fedele a te stessa e la forza di ricominciare. Perché la tua casa vera, la porti dentro.

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