Promesse Dimenticate
Il vento dautunno, come un vecchio artista distratto, volteggiava svogliato tra i viali di Roma, disegnando arabeschi con le foglie morte sopra piazza Navona. Giù, nel suo appartamento dalle finestre larghe troppo bianche, Elena premeva la fronte contro il vetro freddo e seguiva senza fiato quel triste balletto. I suoi pensieri fluttuavano pesanti come giacche piene dacqua piovana, la malinconia le faceva compagnia in punta dei piedi.
Nella stanza accanto, Tommaso si preparava per lufficio. Contava chiavette USB e scontrini di caffè, infilava con metodo il portatile e la cartella in una borsa logora, mentre si stringeva la cravatta con un gesto sempre uguale. Quanti sbadigli nei gesti meccanici del mattino.
Fai tardi anche oggi? La voce di Elena fluttuò calma nellaria, ma sotto la pelle le tremava tutto, come un vecchio ascensore.
Probabilmente sì rispose Tommaso, senza degnarla di uno sguardo, le parole caddero secche come rami. Abbiamo una presentazione urgente da chiudere.
Elena stringeva la sua tazza di tè mentre le dita le si scolorivano come vecchie fotografie. Sette anni fa era tutto unaltra storia: lo aiutava a sistemare slide per la tesi di laurea, ridendo a piedi nudi sul pavimento freddo del primo monolocale, con il portatile appoggiato su un tavolino storto. Mescolavano sogni e cioccolata, ridevano di niente per cinque euro di pizza.
Ora tra loro un muro trasparente, ghiaccio che brilla e non scalda. Il calore del passato evaporava ed era tutto un sogno nebbioso, la realtà una stanza con i muri troppo larghi.
Magari posso aiutare anche io accennò Elena, aggrappandosi allultima speranza, quasi supplicando per un istante insieme.
Tommaso la guardò, ma solo di sfuggita, e abbassò gli occhi. Infilò i bottoni della giacca come per chiudere un discorso.
Tranquilla, è roba facile. I ragazzi sistemano tutto quasi la liquida mentre si affretta a uscire. Li pagano bene apposta per questo.
Quella parola: ragazzi Un coltello immerso nel miele. Ormai lui parlava dei colleghi come di gente sconosciuta, senza più storie da raccontare, senza più ammirazione. Tutti indistinti, rumore di fondo.
La porta sbatté, Tommaso era già sparito nellumidità mattutina. Elena si sedette lentamente, lo sguardo che navigava tra tazzine e bollette. Notò uno scontrino bianco: trattoria in via dei Coronari, centoottanta euro in euro, spese di lavoro, aveva detto lui. Eppure, la volta che lei aveva proposto di andare in quel locale insieme, Tommaso aveva storto il naso: Cucina mediocre, prezzi folli, ci vanno solo i manager con la camicia sbagliata, fa scena, ma niente di più.
Elena chiuse gli occhi, trattenendo le lacrime. Quando era stata lultima volta insieme fuori? Forse la loro terza ricorrenza, forse mai davvero.
***
Distesa sul divano, gambe raccolte al petto come una bambina, Elena fece scorrere il dito sul telefono. Ogni foto era uno specchietto retrovisore che riportava indietro la giostra dei momenti felici.
Eccoli al mare a Gaeta, la sabbia incollata sulle cosce, sorrisi spalancati. Le aveva comprato i pantaloncini a righe perché dicevano “estate” e lo prendevano in giro. Scoppia a ridere mentre lui si versa un gelato sulla camicia e fa finta di offendersi.
Unaltra foto: Villa Borghese. Lui che offre il pane a delle anatre troppo esigenti, lei che finge gelosia. Sotto, la loro prima casa, lui equilibrista sullo sgabello, lei che allunga cacciavite e parole di incoraggiamento, amici che rubano scatti per immortalare i primi giorni di libertà a buon mercato.
La vibrazione del telefono la strappa a quel viaggio: un messaggio di Giulia, la sua amica dalla scuola.
Come va? Ci vediamo?
Elena osserva il display a lungo. Poi risponde con dita incerte:
Tutto bene. Scusami, sono stanca, voglio solo dormire.
Invia, si lascia affondare nel divano. Non ha voglia di domande, né di consigli.
Lindomani il cielo è basso su Roma, Elena trova il coraggio di fare ordine tra le sue cose. Nellarmadio, una scatola impolverata: tesori smarriti. Biglietti del cinema sbiaditi, fiori secchi da anniversari passati, una camicia quadrata di Tommaso dei tempi delluniversità, impregnata solo di detersivo, nessuna traccia del suo vecchio profumo.
In fondo alla scatola unagenda che sembra un diario di bordo di una nave scomparsa. Sulle prime pagine, la calligrafia di Elena: Tommaso mi ha detto che sono la sua fortuna più grande. Di lato, la sua scrittura storta: Elena + Tom = sempre.
Ci passò sopra il dito, come a voler entrare in quelle lettere e tornarci davvero.
La sera, un rumore di chiavi nella serratura anticipa il rientro di Tommaso. Lei resta ferma in cucina, attenta a ogni suo passo. Lui vaga dal bagno al soggiorno, fino al telefono che squilla piano, con voce impastata di carezze.
Sì, sono già a casa no, non sono stanco. Magari domani usciamo?…
Elena si irrigidisce davanti alla minestra ormai fredda. Quel sussurro, un tono che non sentiva più da tempo.
Chi era? domanda sottovoce quando lui arriva.
Lavoro. Domani ho una cena importante, risponde senza guardarla, pollici rapidi sullo schermo. Altra scusa, uguale sempre.
Nella notte, la casa è una grotta. Tommaso dorme accanto a lei, respira calmo, come se nulla potesse toccarlo. Elena rimane con gli occhi spalancati. Ricorda i tempi magri, una stanza condivisa e la felicità era una pizza a metà, confidarsi sogni come perle rubate. Ora hanno una casa elegante a Monteverde, due stipendi sicuri, viaggi, ma labisso tra loro è diventato più profondo di qualsiasi mare.
***
Allalba penetrano raggi di sole gialli, profumo di moka e rumore di stoviglie. Elena quasi si convince che sia un altro sogno.
Ti ho fatto il caffè dice Tommaso, con un sorriso scolpito di plastica. Come hai dormito?
Lei si accascia sulla sedia, lo osserva servire tutto con gesti abitudinari, ormai svuotati.
Sei già sveglio? chiede lei, cercando trace del vecchio entusiasmo.
Ho ancora lavoro prima della riunione di oggi. E subito si rifugia nello smartphone, con dita troppo veloci.
A proposito, venerdì sto fuori per il weekend aziendale, ti dispiace?
Venerdì. La loro ricorrenza. Sette anni di promesse.
Non me lavevi detto la voce le trema e quasi non si riconosce.
Lho saputo ieri. È importante per la carriera, spero che capisci.
Elena annuisce in silenzio. La carriera è più importante di un anniversario, più importante di lei.
Quando Tommaso esce, Elena resta a fissare il fondo di una tazza vuota. Tutto è immobile, le idee le girano in testa come foglie in uno scirocco di ottobre.
Si veste, esce di casa. Le strade di Roma le parlano ancora: il fornaio di Trastevere dove risparmiavano sui cornetti, la panchina al Gianicolo in cui lui le aveva detto ti amo impacciato, la fermata dellautobus dove per freddo si stringevano, e il taxi non potevano permetterselo.
Finisce su una panchina in un parco limaccioso di pioggia. Una coppia ride poco lontano, lui che la guarda con occhi pieni di futuro. Un tempo, quei due erano loro.
Mani tremanti, chiama Giulia.
Ciao la voce sembra spegnersi tra i rami. Sì, incontriamoci.
Il bar è rumoroso e caldo, musica e tazzine. Giulia la osserva, capisce tutto in un attimo.
Dimmi, che succede?
Elena raccontò tutto, tutto il grigio, la distanza che si allarga come una crepa, le cene di lavoro che mangiano i giorni felici, le scuse che fanno male.
Avete mai parlato davvero? domanda Giulia con dolcezza ferma.
Ci ho provato, lui dice che mi fisso, che vado tutto bene. Ma lo so che non è vero.
Giulia rimane pensierosa.
Pensi davvero che sia tutto perso?
Elena guarda la pioggia contro il vetro, il mondo là fuori si scioglie in acquerello. Ho paura che abbiamo dimenticato perché ci amavamo, quello che ci rendeva una cosa sola.
Non perdere la luce, sussurra lamica. Ricorda chi sei, ricorda chi era lui. Non lasciare che il grigiore diventi abitudine.
Tornata a casa, trova Tommaso sul divano, la testa immersa nel laptop. Si siede accanto a lui.
Ho pensato se ci prendessimo un weekend, come facevamo anni fa? Scappare da tutto in una baita in montagna?
Ora non posso, lui irritato, ho troppo lavoro. È importante per noi.
Elena non dice altro. Si sente affondare, prende il telefono e cerca la vecchia foto, quella della spiaggia, i loro sorrisi da bambini. La stringe al petto.
Dove sei, Tommaso? Dove sei finito?
Luce spenta. Solo il buio a rispondere alla domanda che gocciola nella mente come una perdita dacqua dal soffitto.
Il giorno dopo, Elena prende una borsa e va da sua madre, senza avvisare. La trova con le mani già sul bollitore, come se la aspettasse da sempre, e quella storia la racconta tutta, senza risparmiare nulla.
Ricordi lultima volta che ha chiesto davvero come stai? Non cosa cè per cena, ma davvero come stai tu?
Elena cerca nella memoria, ma trova solo silenzi.
La sera la accoglie con cieli viola, torna a casa e il salotto è nel mezzo della penombra, Tommaso fissa il computer come fosse la sua unica finestra sullesterno.
Dobbiamo parlare, dice lei con voce da lago fermo.
Tommaso chiude il laptop a fatica.
Ancora? Di che cosa?
Di noi. Ci siamo persi. Siamo diventati estranei.
Lui si irrigidisce. Lavoro per darci tutto quello che ci serve, Elena.
Ma io non voglio tutto che si compra, ora la voce corre, sfreccia. Voglio te. Quello scalzo che ride e porta margherite, quello che passava il pane alle anatre. Quello che aveva paura di perdermi.
Il silenzio vacilla nel salotto. Orologio della Stazione Termini che batte ore a caso.
Ti manca davvero quel passato? domanda lui, smarrito.
Sì, risponde Elena senza abbassare lo sguardo. Perché allora eravamo felici davvero. Ora recitiamo una parte che non ci appartiene.
Lui si abbandona alla poltrona, occhi chiusi.
Credevo che bastasse lavorare, portare sicurezze. Bastasse questo a farti felice. Mi hanno detto che conta solo quello. Ma tu parli di fiori e piccoli gesti…
Non sono i fiori È vedere laltro, sentire che ci sei. Che io esisto per te, che mi ascolti.
Mi sono perso anchio, lo dice con voce scoperta. Corro senza fermarmi, ma poi mi volto e tu non sei più lì.
Ci sono, lei gli tocca la mano. Ma tu hai smesso di vedermi.
Tommaso stringe quella mano forte, come un naufrago la riva.
Scusami.
Le loro dita, intrecciate, tengono insieme il tempo che si era sparso. Fuori Roma si illumina, il lampione vibra dietro il vetro, la notte si fa familiare.
Ti ricordi quando volevamo scappare in montagna, via da tutto?
Lui sorride, davvero finalmente.
Sì. Facciamolo ora. Lasciamo tutto.
Anche il lavoro?
Soprattutto il lavoro, se ci allontana.
La mattina seguente il profumo del caffè è denso, vero. Tommaso in cucina, una padella sul fuoco, Elena che lo abbraccia di spalle.
Ho cancellato tutti gli impegni, dice. Andiamo al lago, nella baita che sognavi.
Elena si stringe a lui, lodore di pelle e di casa, quello che non avevano mai davvero perduto.
Grazie per essere tornato sussurra.
Non capivo nemmeno di essere andato via. Ma ora sono qui.
Fuori piove ancora, ma la pioggia sembra lavare via tutto il vecchio dolore. In casa, profumo di colazione, caffè e la promessa di un mattino che può di nuovo essere felicità.







