La vicina della suocera
Non prendertela, Giulia, ma Rosaria non avrebbe mai fatto così.
Stavo davanti ai fornelli, mescolando la minestra che scuoteva la sua anima nella pentola, il cucchiaio di legno faceva giri e giri, come una giostra sgangherata appesa al soffitto della mia cucina. Il vapore si alzava: le nuvole di un temporale che non sarebbe mai arrivato. Sentivo ogni parola ogni parola una goccia che mi bagnava, anche se continuavo a girare la minestra. In tondo. In tondo.
Rosaria mette il sale solo alla fine. Dice che così si salvano tutte le vitamine. Non te la prendere, Giulia, volevo solo dirtelo.
La suocera, Ornella De Luca, sessantotto anni con le sue rughe ordinate e la postura dritta come un soldato in pensione, stava seduta al mio tavolo con la faccia di chi è arrivata per sistemare le cose. Proprio così: “Sistemare”. Mani raccolte sulle ginocchia, labbra strette in una linea che sapeva di dovere.
Mamma, la minestra è già pronta disse dalla porta Corrado.
Mio marito, trentotto anni. Aveva il perfetto tempismo di chi sa entrare per non cambiare nulla.
Io non disturbo, dico solo, rispose Ornella senza girare la testa. Giulia è una donna grande, saprà fare tesoro.
Ho trentaquattro anni. Lavoro come contabile in unimpresa edile. So preparare la minestra. So salarla quando voglio. Ma in quel momento continuavo soltanto a girare, improvvisamente tra il sonno e la veglia, e pensavo che la vita da grandi, quando ne fantasticavo, non assomigliava a questo.
Credevo che essere grandi fosse avere le chiavi di casa e saper cucinare. Le chiavi le ho avute a ventidue anni, quando io e Corrado abbiamo affittato il primo bilocale. Cucinare già sapevo. Pensavo fosse abbastanza. Che il resto sarebbe stato solo vita, chiara e mia. E invece, la vera maturità arriva quando altri varcano le tue porte armati di regole tutte loro su come bisogna vivere.
Rosaria è entrata in casa nostra circa tre mesi prima di quella sera dautunno, con la zuppa che cantava. Rosaria Terenzi, cinquantquattro anni, viveva due porte più in là. Era arrivata dopo il divorzio, aveva preso in affitto un piccolo appartamento, lavorava in farmacia, sul suo davanzale sbocciavano tre vasi di violette, e usciva spesso sul pianerottolo con pantofole morbide come nuvole. Ci salutavamo. Un sorriso. A volte mi teneva la porta dellascensore. Una vicina come tante.
Poi la notò Ornella.
Lei abitava a venti minuti da noi, in un altro quartiere, in un due stanze che guardava i garage. Veniva a trovarci ogni settimana, a volte due. Il pretesto cambiava: portare un po di marmellata, controllare come stava Corrado dopo linfluenza, o semplicemente passavo da queste parti. In realtà il motivo era sempre lo stesso: assicurarsi che tutto venisse fatto come si deve.
Non ho mai capito come abbia conosciuto Rosaria. Credo si siano incrociate in ascensore, hanno iniziato a parlare, lei le ha offerto torta fatta in casa con la ricotta e, a modo suo, quella cortesia cambiò per sempre la regolarità dei nostri dialoghi.
Rosaria fa delle torte buonissime. Le hai mai provate?
No, mamma.
Devi assaggiare. Ha le mani leggere: la sera prima mette a riposare la pasta, è questo il segreto.
Ascoltavo e annuivo. Delle torte di unaltra non mi importava. Io facevo le mie.
Ma Ornella insisteva. Ogni settimana. In autunno, quando le giornate si accorciarono e fuori sembrava notte già alle cinque, le sue visite si fecero più frequenti. Rosaria divenne un personaggio fisso, come in una fiction che non guardi mai, ma conosci i dettagli perché te ne parlano tutti.
Sapevo che Rosaria non mangiava carne rossa. Che si svegliava allalba. Che il figlio ormai grande viveva a Pisa e la chiamava sempre la domenica. Che non alzava mai la voce. Che era gentile, pratica, brava a mettere tutti daccordo.
Questultima frase la sentivo spesso.
Giulia, non fraintendermi, ma tu a volte sei troppo diretta. Rosaria invece parla con calma, è un piacere ascoltarla.
Mamma, non sono brusca. Dico solo quel che penso.
Ecco, certe cose a volte è meglio non dirle tutte. Rosaria sa tacere.
In quei momenti Corrado guardava lo smartphone o si alzava a bere. Era maestro nellarte dello sparire al momento giusto. Alto, moro, buono in fondo, soprattutto un uomo che scappava appena sentiva aria da tregenda.
Lo capivo. Non mi arrabbiavo neanche. La comprensione, però, non è la stessa cosa del non offendersi allora ancora non distinguivo.
Le storie di famiglia iniziano quasi sempre così: non da una grande tragedia, ma dal cucchiaio che gira in un pentolone di minestra, da un nome che rimbomba uno, due, cento volte, da piccoli pizzichi che fanno poco male persino presi da soli, ma insieme diventano fitte che senti fino a sera.
Ottobre era freddo. Io e Corrado vivevamo in un appartamento di tre stanze, settimo piano in un palazzone grigio. Camera da letto, salotto con balcone, studiolo ripostiglio. Amavo il balcone: vi tenevo una sedia intrecciata presa chissà dove, ci bevevo il tè guardando i tetti. Era il mio posto. Un brandello di spazio tutto per me.
Rosaria è venuta per la prima volta a ottobre. Non sola, ma con Ornella, ho incontrato Rosaria sulle scale, così siamo entrate. Portava un vaso di cetrioli sottolio e una busta di biscotti alle mandorle. Sorriso delicato, quasi scusandosi in anticipo, come chi percepisce di essere di troppo.
Vi disturbo? Giusto il tempo di bere un tè, mi disse già dallingresso.
Ma no, accomodatevi risposi.
Che altro potevo fare.
Rosaria era bassa, paffutella, capelli corti con striature dargento e una voce tenera come la schiuma del latte. Parlava basso, sempre un po in punta di piedi. Non solo a parole, pure nei gesti, nello sguardo inclinato e nelle mani che non stavano mai al centro ma ai margini. Teneva il tono di chi si ritira da una stanza appena sente il bisogno.
Mi venne quasi da scusarmi io. Misi lacqua, dissi due battute. Si sedette Corrado questa volta non fuggì, anzi sostenne la conversazione. Si chiacchierava di prezzi al mercato, del tempo, dellascensore aggiustato nellaltro palazzo.
Io osservavo.
Rosaria ascoltava. Proprio ascoltava: occhi attenti, cenni di capo nei momenti giusti, nessuna interruzione. Accanto a lei, Ornella si apriva tutta, gesticolava, rideva. Era evidente: le piaceva avere qualcuno che lascoltava senza rispondere di traverso.
Anchio sapevo ascoltare, ma non così. Io resistevo, lei invece sembrava assorbire.
Dopo la visita, scendendo insieme, Ornella mi disse quasi sottovoce:
È una brava donna. Semplice, buona. Vive da sola eppure non si abbatte. Dovresti imparare qualcosa da lei.
Ho chiuso la porta e sono rimasta ferma.
La psicologia scritta nei libri parla sempre di processi misteriosi, di accettazione e distacco. Io quella sera pensai solo che settanta metri quadrati erano diventati pochi, anche se fino a ieri sembravano infiniti.
Era una sensazione strana. Cera aria, ma respirare era più difficile.
Rosaria iniziò a passare di nuovo. Prima ogni due settimane, poi ogni settimana. Portava sempre qualcosa: confettura fatta da lei, un mazzetto di prezzemolo dal mercato, una fetta di torta “prima che si secchi”. Avvisava sempre col citofono. Diceva “un minuto e vado”, e non restava mai oltre unora.
Formalmente: niente da obiettare.
Ma pian piano nella nostra casa spuntavano le sue cose. Prima venne una coperta, blu, a quadretti piccoli, morbida. Rosaria la lasciò, “ne ho due, usatela voi, è perfetta per il divano”. Stavo per dire di no, ma Corrado ne sentì la morbidezza:
Davvero bella, grazie, signora Rosaria.
La coperta si appollaiò sul divano.
Poi apparvero tovaglioli di carta con fiori stampati, due pacchi “avanzati”. Poi trovai in frigo la maionese “Sole Mio”, che noi non avevamo mai comprato, ma Rosaria sì, “serviva per linsalata russa”.
Ogni dettaglio era minuscolo, innocuo. Ognuno veniva con una premessa ragionevole. Ma tutti insieme davano il senso che qualcun altro viveva a casa nostra. Abitudini altrui invadevano le mie.
Provavo a parlarne con Corrado.
Non ti dà fastidio che venga così spesso?
Ma è simpatica. È solo un po sola.
Capisco. Ma questa casa è nostra…
Sì, ma stare a fare due chiacchiere non è mica la fine del mondo, Giulia.
Non parlo di catastrofi. Parlo di una chiave data al nostro frigorifero.
Che chiave, ha solo portato la maionese.
È una metafora, Corrado.
Mi guardava con lespressione di chi cerca di capire ma non può.
Esageri, diceva piano. Non fa nulla di male.
Lo so. Non parlo di male, parlo del mio.
Ma il “mio” restava inespresso. Sentivo qualcosa, ma non mettevo a fuoco. Era come arrivare in una stanza e scoprire che ti hanno spostato qualcosa di pochissimo eppure, sai che cè qualcosa fuori posto.
A novembre Ornella si ammalò. Non grave, solo influenza, ma lei stava sola e stava male. Io e Corrado andavamo a trovarla, portavamo qualcosa da mangiare, la spesa. Ma ci andava anche Rosaria: faceva il brodo, portava medicine, si sedeva al suo fianco. Ornella guarì e lo raccontò a tutti.
Rosaria mi ha proprio salvata. Veniva tre volte al giorno, da sola, senza che glielo chiedessi. Questa sì che è una persona.
Detto davanti a me.
Ho sorriso e taciuto.
Era una commedia sulla vicina, con piccoli passaggi che ogni volta mi slittavano dalle mani. Sentivo che dentro me qualcosa si spegneva, come se qualcuno abbassasse il volume, non del tutto ma abbastanza da diventare silenziosa.
A quel punto iniziai a lasciare biglietti a Corrado.
Non perché non si parlasse. Ma a voce qualcosa sfuggiva. Lui sentiva solo le mie parole, non ciò che avevano dentro. Nei foglietti, senza il suo sguardo compassionevole, potevo essere più chiara.
Lasciai il primo, una mattina:
Corrado, mi a disagio che Rosaria sia così spesso qui. Non perché sia cattiva, ma perché questa è casa nostra. Vorrei che lo capissi.
Mi chiamò in pausa pranzo.
Ho letto.
Bene.
Beh… non so che fare.
Intanto, ascolta. Non chiedo altro.
Va bene… ascolto.
Era poco, ma era già qualcosa. Capivo che i biglietti funzionavano meglio delle conversazioni blendate di TV e consigli materni. Così continuai.
Era un segno. Minuscolo, ma vitale. Che qualcosa mutava dentro di me. Capisci come funzionano le relazioni solo col tempo: anche dal modo in cui legge un tuo biglietto e ti richiama dopo.
A dicembre qualcosa cambiò ancora. Rosaria iniziò a comparire da noi la mattina del sabato. Non lavevamo deciso; la prima volta venne alle dieci, solo una tazza di tè, poi la settimana dopo ancora, e così ogni sabato.
Io il sabato mattina leggevo. Era il momento mio: libro, caffè, silenzio. Dopo qualche settimana, persi questa abitudine.
Una mattina mi alzai, preparai il caffè, presi il libro e uscii sul balcone. Fuori faceva freddo, infilai la giacca e restai quarantacinque minuti, tornando dentro congelata. Ornella mi guardò:
Ma che facevi là fuori? Ti aspettavamo.
Leggevo.
Potevi star qui con noi.
No, volevo leggere.
Mi osservò come se avesse preso una punta in un occhio.
Non te la prendere, Giulia, io solo…
Non finii. Buttai il caffè freddo e ne feci altro.
Era metà dicembre. Mancava poco alla resa dei conti, anche se allora non lo sapevo.
Tornai dal lavoro un giovedì sera, aprii la porta e sentii una voce. Ornella parlava al telefono in salotto. Passai nel corridoio.
…non te la prendere. Giulia ha quel carattere. Non è cattiva ma è brusca. Lo sai. A lei si legge in faccia se qualcosa non le piace. Non te la prendere, ci mette del tempo ad abituarsi.
Pausa.
Fai quello che pensi sia giusto. So che ti impegni. Non ti offendere.
Restai lì, con il cappotto in mano.
Non era rabbia e basta, ma qualcosa di più cristallino. Come se il quadro che vedevi sfocato, dimprovviso si mettesse a fuoco.
“Non te la prendere. Non ti offendere.”
Così era tutto molto più chiaro. Rosaria non era solo una vicina. Era il personaggio che serviva a Ornella come esempio vivente. Non per cattiveria, ma per far vedere come dovrebbe essere una vera nuora.
Appesi il cappotto e entrai in salotto.
Ornella tolse il telefono.
Ah, sei arrivata. Ti aspettavo, Corrado fa tardi. Ceniamo insieme?
Mamma dissi, scoprendo che la voce mi usciva calma e piatta. Devo parlarti.
Mi guardò pronta a sentire, pronta a spiegarmi perché avevo torto.
Ti ascolto.
Io e Corrado siamo una famiglia. Le decisioni su questa casa le prendiamo insieme. Capisco che ci vuoi aiutare, ma accetto i tuoi consigli solo quando li chiedo. Il resto non mi va più bene.
Tenne il silenzio. Sul viso: offesa, sorpresa, qualcosa come rispetto che nemmeno lei si aspettava da sé stessa.
Dici sul serio?
Sì.
Giulia, non lo faccio per cattiveria. Non te la prendere.
Non me la prendo. Sto parlando di come sto. Sono cose diverse.
Stette zitta, poi:
Ho sempre pensato di aiutare.
Lo so. Per questo te lo dico pacata.
Si alzò, prese la borsa.
Sei una donna complicata, Giulia.
Lo so. Ma è casa mia, qui posso.
Se ne andò. Io rimasi a guardare la coperta blu sul divano.
Quando arrivò Corrado, gli porsi il tè e dissi:
Ho bisogno che tu scelga.
Mi guardò serio.
Parli di mamma?
Parlo di noi. Tua madre è un altro discorso. Ma noi dobbiamo parlare.
Si sedette davvero, non di lato di fronte a me.
Ti ascolto.
Scompari gli dissi quando lei cè. Non fisicamente. Internamente. Aspetti che passi.
Stette zitto. Poi annuì.
Sì, forse è vero.
Perché?
Perché se sto con te, si offende lei. Se sto con lei, ti offendi tu. Non so come vincere.
Non è una gara, Corrado. Si tratta di stare. A casa.
Sollevò lo sguardo.
Vuol dire che sembro andarmene quando si alza la tensione?
Esatto. Ma qui è casa. Devi restare. Non combattere, non scegliere chi vince. Restare.
Attese. Poi disse:
Non so farlo, credo.
Imparerai.
Lo dissi senza rabbia, perché ci credevo.
Non sapevo ancora i trucchi della difesa dei confini personali. Ma dentro qualcosa si raddrizzava. Come la schiena che per anni hai piegato e adesso ricordi che puoi tenerla dritta.
Con Rosaria parlai più avanti, a gennaio, quando arrivò il gelo e ci trovammo insieme sul balcone. Io davo da mangiare ai passeri, lei prendeva aria. I balconi erano separati solo da una parete bassa e un metro di vuoto.
Fa freddo, disse lei.
Già.
Silenzio. I passeri beccavano briciole.
Abbassò lo sguardo.
Sei arrabbiata con me, Giulia.
No.
Sì che lo sei. Lo sento.
Guardai le sue guance arrossate dal gelo.
Voglio sapere una cosa, dissi calma. Vieni qui perché ti piace stare con noi o perché “devi”?
Mi fissò.
Non capisco la differenza.
Se vieni perché ti piace, è una scelta. Se vieni perché temi che ti trascuriamo, è un obbligo.
Una lunga pausa. Un passero svolazzò via.
Ho paura di non essere voluta bene, confessò, semplice e bassa. Se non servo, se non porto torte, per cosa valgo? Mio figlio vive lontano, mio marito se nè andato, le amiche hanno le loro vite. Venire qui mi fa sentire utile.
La fissai.
Rosaria, dissi. Laffetto non dipende dalla torta che porti.
Lo so… forse no, non proprio.
No, se lo sapessi, non avresti paura.
Si strofinò le mani, soffiò sulle dita.
Ornella diceva che sei brusca.
Forse sì.
Ma non è vero. Sei solo onesta.
A volte è la stessa cosa.
Restammo in silenzio, finché passò una macchina in strada. Il freddo entrava nelle orecchie.
Non volevo escluderti, Giulia. Se è sembrato così…
Lo so. Ma questo non cambia che a volte accadeva.
Annuì.
A te cosa piace fare, a parte aiutare gli altri?
Le ci volle un attimo per capirlo.
Una volta dipingevo ad acquerello. Poi smisi. Troppo da fare: lavoro, famiglia.
E ora hai tempo.
Ora sì…
Allora dipingi. Un quadro non sparisce come una torta.
Rise, sottile e vera.
Mi fai ridere, Giulia.
Colpa della mia bruschezza.
Stette ancora un po, poi tornò dentro. Non era tutto risolto, ma era cambiato qualcosa.
A febbraio Ornella si ammalò di nuovo. Stavolta una brutta bronchite. Il medico disse: riposo e niente stress. Serviva organizzarsi.
Telefonai a Rosaria.
Senti, dobbiamo trovare un modo per aiutare Ornella. È sola, ma non possiamo esserci sempre.
Io posso, disse subito.
Aspetta. Facciamo a modo nostro, senza martiri.
Pausa.
Daccordo.
Ci trovammo al bar, presi due tè e un blocco. Due adulte, trattativa vera.
Lunedì e giovedì ci penso io: piatti pronti, una controllata.
Martedì e venerdì io. Posso anche portare le medicine.
Ok. Mercoledì riposo. Nessuno, solo telefonata.
E il weekend?
La domenica è nostra. Corrado può passare se proprio serve, ma non deve essere sempre.
Rosaria mi fissava stranita.
Sei ordinatissima.
Sono contabile. Amo le tabelle.
Funzionano anche in famiglia?
Certo, se lo accordiamo tutte.
Lei annuì e guardò la neve cadere oltre il vetro.
Cambierà Ornella?
No. Sessantotto anni, il carattere la guida. Ma può abituarsi che funziona diversamente.
Non ti arrabbi?
Ogni tanto. Ma di fondo no. Ama Corrado a modo suo. Strano, ma è così.
Le persone amano in modo strano.
Vero. Chi con le torte, chi coi consigli, chi col silenzio.
Rosaria mi fissava con attenzione nuova.
Ci hai pensato molto.
A trentanni si riflette su queste cose.
Era vero. Dopo i trenta impari che la differenza tra fare quello che serve e quello che scegli, è piccola ma tutto sta lì.
Tornai a casa. Corrado leggeva sul divano. La coperta blu stavolta era piegata sullo schienale, non sulla sua schiena.
Cosa da nulla, eppure lo notai.
Tutto bene?
Tutto chiaro. Io e Rosaria abbiamo fatto una tabella.
Davvero? sorrise leggermente.
Sono contabile.
Lo sa tua madre?
Glielo dico domani. Così è più facile.
Litigherà.
Forse. Ma unagenda in mano è difficile da discutere.
Chiuse il libro.
Sei cambiata, disse. Non come rimprovero. Unosservazione.
Mi sono raddrizzata.
In che senso?
Di schiena, Corrado.
Mi guardò. Poi fece sì con la testa, come chi comprende qualcosa che non si dice più.
Andai in cucina. Affettai la cipolla, misi la padella. Dal frigo presi quello che serviva e rimisi dentro la maionese “Sole Mio”. Misi il mio vasetto.
Piccolezze. Ma le piccolezze che contano.
Essere una donna “comoda” significa occupare meno spazio di quanto occorra, parlare più piano di quanto si pensa, essere daccordo anche se non lo si è per evitare i conflitti. Mescolare la minestra in silenzio, sorridere dopo il paragone con una vicina.
La donna “comoda” nellordine degli altri è preziosa. Dentro, però, si svuota un poco alla volta, smette di vedere, di farsi sentire, e un giorno pensa che sia normale.
Io non volevo diventare trasparente.
Marzo portò il disgelo. Neve sciolta e grigia sotto il sole. Ornella guarì, mi chiamò subito.
Giulia, non prendertela, ma Rosaria dice che fate un piano?
Sì, mamma. Io il lunedì e giovedì, lei martedì e venerdì, tu il mercoledì riposo.
Sembra lavoro.
Un po. Ma funziona meglio.
Funziona, ripeté, riflettendo.
Hai bisogno di qualcosa adesso?
No, era solo…
Se ti serve qualcosa, chiama. Vengo.
Pausa.
Va bene, rispose più breve del solito.
Il rapporto suocera-nuora non cambia in un giorno. Però, a volte dopo uno scatto, cominciano a parlarsi diversamente. Non affetto, né gelo. Dritto, senza curve.
Ad aprile, il balcone divenne giardino. Sedia intrecciata, vaso di geranio rosso. Il geranio cresceva benissimo.
Rosaria si iscrisse allacquerello. Lo seppi vedendola con una cartella grande.
Che hai lì?
Fogli per dipingere. Mi sono iscritta al corso di acquerello. Il martedì sera.
Parlava con una felicità nuova, come chi si concede una gioia in punta di piedi.
Che disegni?
Per ora nature morte: mele, caraffe. Linsegnante dice che ho il senso del colore.
Ma certo! Le tue violette sembrano vive.
Risero entrambe.
Da allora Rosaria passò meno spesso. Non perché ci fossimo allontanate. Aveva altro: il martedì sera, i suoi fogli a colori, un piccolo posto tutto suo.
A volte ci vedevamo sulle scale, dieci minuti di chiacchiere. Qualche volta lasciava una torta per citofono, niente visite. Qualche volta tè, ogni due-tre settimane: bello, vero, senza confronti nascosti.
La coperta blu gliela restituii. Ora avevo la mia. I tovaglioli floreali finirono, ne scelsi altri che piacevano a me.
Ornella veniva una volta la settimana, sempre la domenica, deciso insieme. A volte dava consigli. Ascolto quelli utili, agli altri dico “ci penso”. Non è una bugia, davvero ci penso. Qualche volta ha ragione.
Un giorno mi disse:
Non prendertela, Giulia, ma le tue frittelle sono più buone di quelle di Rosaria.
La guardai.
Uso la mia ricetta.
Lo so. Mi piacciono.
Senza peso speciale. Una semplice osservazione. Ma la impressi nella mente.
Perché qui è così non è uno scudo né una difesa, solo il segno che qui cè posto per noi, e per il nostro modo di vivere. Non il migliore, non il peggiore. Solo il nostro.
Una sera di maggio ero sul balcone. Sedia intrecciata, tè, geranio in fiore. Corrado uscì, si appoggiò alla ringhiera.
Qui si sta bene.
Te lho sempre detto.
Sì.
Silenzio. Sotto i bambini giocavano in cortile. Si sentiva il cane del vicino abbaiare, aria di primavera e smog, la città.
Giulia disse a dicembre non sono stato bravo.
Lo so.
Ti sei offesa?
Sì. Adesso no.
Lo dici come niente.
Perché adesso sei presente. È più importante di dicembre.
Mi rivolse un mezzo sorriso.
Ci provo.
È vero.
Non cerano abbracci, nessuna musica. Solo due persone sul balcone, maggio, un po più vicini.
Perché il proprio equilibrio non è acciaio rigido. È la colonna: piega, si rialza. Conta che ci sia.
La storia della vicina non finisce con la vicina che scappa. Sta ancora lì. Dipinge, ogni tanto porta una torta. Solo che ora sono torte e basta. Non una tappa della battaglia di qualcuna.
La narrativa femminile parla spesso degli scossoni della vita, di tradimenti e perdoni, di decisioni che rovesciano tutto. Ma a volte la cosa più importante è imparare a dire qui è così, senza scusarsi.
È una storia minuscola. È mia.
A giugno, Ornella chiamò una domenica: fuori programma.
Giulia, non prendertela, volevo chiederti… Mi insegni la ricetta delle tue frittelle? Ho provato in mille modi, ma le tue sono sempre perfette.
Restai un attimo sospesa.
Vieni domenica prossima. Le facciamo insieme.
Silenzio diverso dal solito.
Va bene, accettò. Corta, più che mai.
Posai il telefono e guardai Corrado.
Tua madre viene a imparare le frittelle.
Domenica prossima?
Sì.
È un evento storico.
O solo frittelle.
Solo frittelle, concordò.
Non so se cambierà qualcosa. Forse niente. Ornella resta Ornella. Sessantotto anni. Però verrà a imparare secondo il mio modo. Conta questo.
In quella settimana Rosaria mi scrisse un messaggio. Senza motivo. Una foto di un suo acquerello: il geranio. Rosso, quasi identico al mio.
“Guarda, lho disegnato da una natura morta, ma pensavo al tuo balcone”, scrisse.
Rimasi a guardarlo a lungo. Il pelargonio storto, ma dal colore vivo, vero.
Bellissimo, risposi.
Davvero? mi restituì. In quel davvero? cera ancora qualcosa di quella vecchia ansia da “servo quindi merito”.
Davvero: hai il senso del colore, scrissi. Non è da tutti.
Mi mandò un emoji. Solo quello; ma io sapevo cosa cera dietro.
Capire come tracciare i confini non ha una risposta. Perché i confini non sono un muro, sono una linea da tirare ogni giorno. A volte col lapis, a volte con la gomma, e poi si ricomincia. Basta che ci sia.
A volte mi sembra che quellautunno con la minestra e il non te la prendere sia passata una vita. A volte pare ieri. Forse la crescita è questa: non si ricorda il giorno esatto, ma solo che, improvvisamente, ti scopri più dritta.
Un po più salda. Un po più leggera. Con una tazza di tè in mano, sul tuo balcone, dentro la tua vita.
Queste sì, sono le chiavi. Vere.
Domenica non è ancora arrivata. Le frittelle con Ornella sono tra una settimana. Chissà come andrà. Forse dirà che lei avrebbe fatto diverso, forse tacerà, forse le piaceranno per davvero.
Ho apparecchiato. Ho acceso il bollitore. Ho preso il quaderno delle ricette quello di quando avevo ventidue anni, la prima casa. Le pagine sono gialline ormai.
Ho aperto alla pagina delle frittelle, scritta con la mia calligrafia svelta, tra le righe una nota a matita: Qui si fa così.
Ho sorriso.






