La valigia nascosta sulla mensola dell’armadio

La valigia dalla soffitta

Caterina, perché sei salita in soffitta? Te lavevo detto, non cè niente di interessante lassù disse Marco, senza staccare gli occhi dal giornale.

Lo dicevi tu. E invece ho trovato cose che non sono nostre. Una valigia. Vecchia, marrone, con le chiusure di metallo.

E allora? Era mia. Ai tempi delluniversità.

Bene. Allora spiegami cosa cè dentro.

Marco finalmente sollevò lo sguardo. La osservò come fa chi è stato interrotto per una sciocchezza durante una cosa importante. Calmo. Leggermente infastidito. Ormai abituato.

Sono solo vecchie carte, Cate. Appunti di studio. Nemmeno ricordo più.

Appunti ripeté lei.

E non disse nientaltro. Posò la tazza che teneva tra le mani sul tavolo ed uscì dalla cucina. Marco tornò al giornale.

Era una comune sera dottobre. Fuori pioveva, laria sapeva di foglie bagnate, i termosifoni accennavano appena a scaldare. Caterina Paoletti Bellini, cinquantatré anni, professoressa ditaliano al Liceo Classico di Parma, ventidue anni di matrimonio con Marco Bellini, madre di una figlia adulta, Giulia, proprietaria di un appartamento con tre stanze nella tranquilla periferia della città. La sua vita, per Caterina, era sistemata come doveva essere. Forse senza grandi slanci. Senza le romanticherie dei romanzi. Ma forte, solida, chiara.

Rientrò in camera solo dopo unora. La valigia era già lì, appoggiata accanto al letto. Laveva aperta in fretta quando aveva sentito Marco salire le scale. Ora lui era davanti alla tv in salotto, sarebbe stato distratto abbastanza.

Le serrature scattarono facili. Il coperchio si alzò piano, con un soffio debole, come se qualcosa avesse appena espirato. Lodore della vecchia carta, un po dolciastro, un po stantio. In cima cera una giacca piegata. Sotto, una pila di documenti legata con un elastico. Alcune lettere. E in fondo, avvolto in un fazzoletto sottile, un quaderno a quadretti.

Caterina prese la prima busta.

Era firmata. Nessun indirizzo, nessun francobollo. Solo una parola, in una grafia elegante che conosceva da sempre.

Nina.

Sua madre si chiamava Nina Ferri. Era mancata otto anni prima, nel sonno, senza vere malattie. Si era addormentata e non si era più svegliata. Caterina allepoca aveva pensato che, se si deve andare, è così che si dovrebbe: senza dolore, senza un lungo addio. La mamma lo diceva spesso.

La busta era sigillata. Caterina la tenne in mano per un poco, poi laprì.

Dentro cera una lettera. Due fogli pieni di una scrittura maschile, ordinata. La riconobbe subito. Marco aveva sempre scritto così. Leggermente inclinato a destra, la d con una lunga coda.

Nina, non posso venire adesso. Caterina sospetterebbe. Tu sai quanto è attenta ai dettagli. Abbi pazienza ancora un po. Troverò un modo. Tu per me sei importante quanto

Caterina si fermò. Lesse di nuovo il primo paragrafo. E ancora, come se le lettere potessero cambiare da una lettura allaltra.

Non pianse. Rimase seduta a terra accanto al letto a fissare il foglio. Dalla parete, la voce del telegiornale parlava del clima della settimana.

La lettera era datata 1998. Caterina e Marco erano sposati già da quattro anni. Giulia aveva due anni.

Prese la seconda busta.

Poi la terza.

Erano sette in tutto. Tutte firmate con lo stesso nome. Tutte con la calligrafia di Marco. Date diverse. La prima 1996. Lultima 2003. Nina, sua madre, sarebbe mancata nel 2015, dodici anni dopo la lettera più recente. Cosa era successo in quei dodici anni, Caterina non sapeva.

Leggeva piano. Non aveva fretta. Sentiva solo un vuoto strano dentro. Non dolore, non lacrime. Come se qualcosa fosse stato tolto, qualcosa che cera sempre stato, e adesso restava solo aria.

Lettere dolci. Non passionali come nei romanzi. Marco scriveva semplice. Chiedeva della salute. Diceva che pensava a lei. Che le mancava. Che la stimava. Che era riconoscente. Scriveva così a una persona che si ama da tanto e in modo silenzioso, senza teatralità.

Nella terza lettera parlava di un figlio.

Andrea cammina già. Hai ragione, mi assomiglia. Soprattutto gli occhi. Lho visto mercoledì scorso, mentre Caterina era al collegio docenti. È un bravo bimbo, Nina. Mi dispiace non potergli stare vicino.

Andrea. Caterina ripeté il nome. Un figlio di Marco e sua madre. Il suo fratellastro. O forse neanche quello. Un bambino che non aveva mai conosciuto, che nessuno aveva mai voluto farle incontrare.

Sua madre. Ricordava quella donna silenziosa, un po distante, che mai si intrometteva, mai criticava Marco, ribadendo sempre: Cate, limportante è che tu sia felice. Veniva alle cene della domenica e beveva il suo tè, mentre Marco raccontava qualcosa a tavola.

Caterina chiuse gli occhi.

Un ricordo affiorò, quasi svanito. Una volta, era il 99 o il 2000, Caterina era passata da sua madre senza avvisare. Aveva suonato. La madre ci mise un po ad aprire. Si presentò in corridoio un po confusa, distratta. In casa cera odore di fumo, benché non fumasse. Allora pensò che una vicina fosse passata per un tè. Confermò: la signora Valeria. In cucina cerano due tazze, appena lavate, capovolte ad asciugare.

Allepoca significava niente.

Adesso, sì.

Caterina si ritrovò con il quaderno in mano.

Lo aprì a caso.

Era un diario. Della madre. Nina Ferri. Scritto con una grafia irregolare, di fretta. Non come quella dei biglietti sul frigorifero. Più viva. Più vera.

Sfogliò allinizio. La data: 1992. Lei aveva appena conosciuto Marco. Si sposarono nel 1994.

Allinizio, nulla di sconvolgente. Fatti di tutti i giorni, il tempo, lavoro, la salute. Poi un nome. Marco. Solo nome, mai cognome, mai spiegazioni. È venuto Marco. Ha telefonato Marco. Ho parlato a lungo con Marco, fino a tarda notte.

Annotazione del marzo 94. Due mesi prima del matrimonio con Marco.

Non so se è giusto così. Dice che ama Caterina, che è una brava ragazza e che la sposerà. Gli credo. Anchio gli voglio bene, ma non come da giovani. In modo diverso. Non gli darò fastidio. Limportante è che Cate sia felice.

Caterina rilesse quella frase tre volte.

Sua madre sapeva tutto, da sempre. Anche prima del matrimonio. E taceva. E sorrideva. E veniva a cena la domenica. Ripeteva: Cate, limportante è che tu sia felice.

In salotto Marco rise per qualcosa visto in tv.

Caterina non si mosse.

Sfogliava ancora. Con calma, come si studiano i documenti importanti.

Gennaio 1996.

Sono incinta. Ho paura di dirglielo. Dirà che non si può. Che Caterina lo scoprirà. Che sarebbe la fine. Ma ho già quarantadue anni, non so se essere felice o spaventata.

Febbraio di quellanno.

Lo sa. Ha detto di non dire nulla a nessuno. Che ci penserà. Che avremo il bambino, ma in silenzio. Ho ascoltato. Non so se è giusto.

Caterina si fermò. Sua madre aveva undici anni più di lei. Quando nacque Andrea, Nina aveva quarantadue o quarantatré anni. Caterina era una giovane moglie con una bimba piccola, Giulia.

Qualcosa cambiò nellaria della stanza. Una tensione palpabile.

Sfogliò a ottobre 1994.

Giulia era nata quellottobre. Il parto difficile, Caterina lo ricordava bene. Si svegliò in camera, e Marco accanto a lei, le raccontò che era tutto finito, la bambina era sana, che era salva.

Cercò le annotazioni di sua madre di quellottobre. Anche lei andò in ospedale. Visitava. Caterina lo ricordava in modo vago, come in un sogno di stanchezza.

Dodici ottobre 1994.

Caterina lesse la pagina. Poi richiuse il quaderno, lo lasciò accanto, si alzò e si avvicinò alla finestra, guardando la strada. Rimase così, poi tornò, riprese il diario e lesse di nuovo.

Caterina ha partorito. La bambina non ce lha fatta. È vissuta tre ore, poi se ne è andata. Marco me lha detto subito, la notte stessa. Mi ha chiamato. Io non dormivo. Ha detto: Caterina non deve saperlo. Ha già sistemato tutto. Unaltra puerpera, sola e senza soldi, accetta di lasciare la sua bambina. Anche lei è nata nella notte. Ha pagato. È tutto organizzato. Caterina, quando si sveglia, vedrà la bambina e penserà che è la sua. Ho detto a Marco che non è giusto. Lui: non sopravviverebbe alla perdita. Lo fa per lei, dice. Non so. Ho taciuto. Dio giudicherà.

In salotto ora cera musica. Leggera.

Caterina, in mezzo alla stanza, col diario in mano. Giulia, quellanno, aveva ventinove anni. Viveva a Milano, lavorava come designer, chiamava la domenica, tornava a Natale. Allegra, bionda, con le fossette. Caterina aveva sempre creduto fossero di Marco, anche lui le aveva da ragazzo.

Ora non lo sapeva più. Non sapeva nemmeno di chi fosse davvero lei, la sua bambina.

Destino di donna. Ecco come si chiama. Destino femminile: credi di sapere tutto, di avere tutto in mano. Poi apri una vecchia valigia in soffitta, e scopri che non sapevi ciò che conta. Che per ventanni, mentre facevi il minestrone e correggevi compiti, accanto a te scorreva una storia parallela. Una storia che ti toccava da vicino.

Caterina rimise tutto nella valigia. Con cura. Lettere nelle buste. Diario nel fazzoletto. Documenti sotto lelastico. Chiuse bene. Spinse la valigia sotto il letto.

Andò in salotto.

Marco era in poltrona. La fissava.

Hai messo via la valigia? chiese.

Sì.

Mangiamo?

Sì.

Si diresse in cucina a scaldare il minestrone.

Quella notte non dormì. Rimase sulla sua metà del letto ad ascoltare il respiro di Marco. Lui si addormentava subito, laveva sempre invidiato per questo. Ora fissava il soffitto, pensava a mille cose.

Pensava a sua madre. A cosa volesse dire saperlo, e stare zitta per più di ventanni. Sedersi a tavola con la figlia, con luomo di cui hai un figlio, sorridere, bere tè. Ritornare, ogni settimana. Sempre.

Provava a arrabbiarsi con lei. Ora che era morta da otto anni. Ma la rabbia scivolava via, come laria. Lei aveva fatto ciò che aveva fatto. Perché? Non avrebbe mai saputo la risposta.

Pensava a Giulia.

Giulia, che aveva allattato, insegnato a camminare, portato a scuola il primo giorno, a cui aveva cucito il vestito per la festa, che le aveva pianto sulla spalla dopo il primo litigio damore, che era partita e chiamava la domenica.

Biologicamente non era figlia sua.

Ma cosa significava, biologicamente, dopo ventinove anni? Dopo che avevi il ricordo dei suoi capelli da piccola, di notti passate senza dormire per la febbre? Le scenate a quattordici anni e i chiarimenti al mattino? Laffetto era altro.

La biologia una lettera, la vita si compone di altro.

Caterina si girò verso Marco. Lui dormiva, il volto sereno come sempre. Da giovane era bello. Ora aveva i capelli grigi, qualche chilo in più, ma era sempre ordinato, premuroso, attento. Non urlava mai, non mancava mai di rispetto. Un buon marito. Tutti lo dicevano. Le vicine lo ammiravano, i colleghi lo stimavano.

Un buon marito con una valigia sulla soffitta.

La mattina Caterina si alzò prima di lui. Preparò la colazione. Quando Marco entrò in cucina, già vestito, gli versò il caffè e disse:

Marco, tu hai anche un figlio. Andrea. Da mamma.

Lui posò la tazza.

Cate…

Non ho bisogno di spiegazioni ora. Voglio solo che tu sappia che adesso io so tutto.

Hai letto le lettere?

Sì.

E anche il diario?

Sì.

Lui si sedette. Guardò a lungo il tavolo. Poi alzò gli occhi.

Non sapevo come dirtelo.

Venti anni non lo sapevi?

Cate…

Basta. Vai a lavorare.

Lui se ne andò. Caterina lavò le tazze, si vestì, prese la borsa e andò a scuola. Aveva quattro ore. Due terze, una quarta. Lezione come sempre. Spiegava, ascoltava le risposte. I ragazzi non notarono nulla. Solo Martina Ferretti della terza B, una ragazzina acuta, a fine ora le disse:

Professoressa Paoletti, oggi sembra diversa.

Diversa come?

Non so come se pensasse ad altro.

A volte capita, Martina. È normale.

La narrativa psicologica spesso spiega che non tutte le sofferenze sono uguali. Cè la ferita acuta, quella sorda, quella che nemmeno si può chiamare dolore, ma piuttosto un cambiamento interno, come i mobili spostati in una stanza. Tutto uguale, ma non al solito posto. Vai a sbattere negli angoli dove prima non cerano.

Così visse i tre giorni successivi.

Marco rientrava, lei preparava la cena. A tavola, pochi discorsi. Lui tentava a volte, lei lo fermava con uno sguardo, una parola. Lui taceva. Non pressava. Attendeva.

Al quarto giorno, la sera lui si sedette davanti a lei:

Dobbiamo parlare.

Lo so.

Voglio spiegarti.

Ascolto.

Raccontò tutto, senza scuse, senza giri di parole. La voce calma, la rassegnazione di chi ha già riflettuto molto.

Conobbe Nina prima di Caterina. Per caso, ad una presentazione di libri. Lei aveva trentotto anni, lui ventisette. Si videro per alcuni mesi, senza impegni. Poi arrivò Caterina. Si fece serio. Lo disse a Nina, che se vuoi vai. Così fece.

Si sposarono. Nacque Giulia. Marco non vide Nina per anni. Poi si rividero, per caso. Una cosa che capita, a volte, tra persone che sono state vicine. Non era più passione, non era più innamoramento. Solo consuetudine, abitudine.

È andata avanti fino al 2003 disse Marco. Poi lei ha chiuso. Ha detto che Andrea cresceva, bisognava pensare a lui. Ho aiutato. Una volta lanno, magari due, lo vedevo.

Quanti anni ha ora Andrea? chiese Caterina.

Ventotto.

Sa di essere tuo figlio?

Marco esitò.

Sì. Glielo disse Nina quando lui aveva diciotto anni.

Ti ha cercato?

Sì. Ci siamo visti poche volte. Vive a Parma, lavora in fabbrica. È a posto.

Mio fratellastro, che non ho mai incontrato, che nessuno mi ha mai fatto vedere, ripeté Caterina.

Cate…

Basta, si alzò a bere un bicchiere dacqua in piedi al lavandino. Raccontami di Giulia.

Quello fu il silenzio più lungo.

Su Giulia, iniziò lui.

Sì.

Raccontò. Il parto fu molto difficile. Complicazione. La bambina nacque, visse qualche ora. Marco era nel corridoio senza sapere cosa fare. Come dirlo alla moglie appena operata? Solo quello pensava. Nel frattempo, nasceva, nella stessa notte, una bambina da unaltra donna sola. Nasceva sana, ma la madre era disperata. Marco non spiegò bene, accenni, qualche parola, soldi, uninfermiera. Solo: Ho sistemato tutto.

Quella donna sapeva?

Sì.

Sai se è viva questa Tatiana?

Non lo so. Mai più vista.

Giulia, sa nulla?

No. Non sa niente.

Sapevi almeno il suo cognome?

Forse nemmeno quello. Era Tatiana.

Caterina rimase a lungo in silenzio. Poi:

Hai tolto una bambina a una donna. Alla tua, lhai tenuto nascosto. E hai vissuto così ventinove anni.

Volevo proteggerti, rispose Marco.

Proteggere te stesso, volevi. Dal confronto. Dal dolore. Dal dover gestire situazioni. Non è protezione: è viltà.

Non rispose.

Vai. Adesso. Raccogli le cose per qualche giorno e vai via.

Cate…

Non urlo. Non servo spettacoli. Ti chiedo solo di andare. Per ora ti chiedo solo questo.

Lui fece una borsa piccola. Lei rimase in corridoio, guardandolo allacciarsi le scarpe.

Mi chiamerai?

Quando sarò pronta, disse lei.

La porta si chiuse.

Caterina tornò in camera, prese la valigia da sotto il letto, la mise sul letto, riaprì. Estrasse il diario materno. Si sedette vicino alla finestra e iniziò a leggere da capo. Non saltando, ma tutto.

Andò avanti fino alle due di notte.

È unesperienza strana leggere il diario di una madre che non cè più da otto anni e vederla diversa, viva, complicata. Non la donna chiusa, mani morbide, testa sempre bassa e il tè forte. Qui dentro Nina era unaltra. Rideva, si arrabbiava, amava, sbagliava.

Novembre 1994.

Ho visto Cate con la bambina. Buona. Serena. Lho presa in braccio. Marco mi guardava, quasi avesse paura che dicessi qualcosa. Non ho detto nulla. Cosa avrei dovuto dire? Cate è felice, questo conta. Questo solo.

Dicembre.

Ho visto la mia vera nipotina. Marco mi ha indicato il posto. Una tomba piccola e senza nome. Sono rimasta lì, a pensare: neanche un giorno di vita, nessuno davvero pronto per te. Perdonaci, piccola.

Caterina chiuse il quaderno.

La sua bambina vera. Senzanima. Senza nome. Chissà dovera. Ventinove anni. Nessun nome.

O ce laveva? Forse Marco sapeva.

La mattina dopo chiamò Giulia.

Ciao mamma! Che succede, così presto?

Giulia, serve che tu venga qui il prossimo fine settimana. Ci dobbiamo parlare. Sul serio.

Pausa.

Che succede? Tutto bene?

Tutto nella norma. Voglio solo che tu venga.

Papà sta bene?

Vivo. Ho bisogno di parlare con te.

Va bene. Arrivo venerdì sera.

Ti aspetto.

Riattaccò. Poi chiamò Marco.

Caterina? rispose subito, quasi aspettasse. Dimmi.

Devo sapere dove hai seppellito mia figlia. Il luogo, se ha avuto un nome, tutto quello che sai.

Silenzio lungo.

Nessun nome. È in una zona speciale del cimitero, quella dei non reclamati. So dove si trova. Ti invio tutto.

Scrivimi.

Cate, io

Solo lindirizzo. Altro non mi serve.

Poco dopo arrivò il messaggio: Cimitero di Parma, settore, fila, numero. Nessun nome.

I giorni seguenti trascorsero nel silenzio. Un silenzio strano, solo, dopo ventidue anni con qualcuno sempre in casa. Marco metteva la musica al mattino, Giulia da piccola non stava mai zitta. Ora sentiva i tubi, il pavimento scricchiolare quando camminavano i vicini sopra.

Non sempre pensava a cosa aveva scoperto. Era impossibile. Il cervello dosa da solo quanto ti permette di sentire. Andava a scuola, spiegava, correggeva temi, spesa, cena, tv. Viveva.

Ma tra una faccenda e laltra, tutto riaffiorava.

Il volto della madre alle domeniche, il sorriso a Marco, mai letto come un vero sorriso prima. Ora significava altro.

Il viso di Giulia, le sue fossette, la risata, il modo di tenere la tazza.

Il nome Tatiana. Da qualche parte, in questa o unaltra città, cera una donna a cui era stata sottratta la neonata. Come aveva vissuto questa cosa? Preso i soldi e via? O si era pentita? O laveva mai cercata?

Giulia arrivò venerdì, puntuale. Suonò dal citofono, salì, entrò. Sistemò la giacca.

Papà dovè?

Vive altrove per ora.

Giulia rimase un attimo ferma in corridoio.

Che succede?

Vieni, ho messo su il tè.

In cucina, Giulia la fissava con unespressione sospettosa, inquieta. Aveva sempre capito lumore della madre, fin da bambina.

State per separarvi?

Non lo so ancora. Devo prima raccontarti qualcosa di importante.

Caterina raccontò tutto. La valigia, le lettere, il diario, Andrea. Solo alla fine, sottovoce, la verità su Giulia.

Giulia non la interruppe mai. Rimase dritta, le mani afferrate alla tazza. Il volto cambiò: prima stupore, poi chiusura.

Quando Caterina finì, restarono in silenzio a lungo.

E adesso? domandò Giulia.

Adesso tocca a te decidere che fare.

No mamma, dimmelo tu.

Caterina la fissò, i capelli chiari, le sue fossette lievi, le mani che reggevano la tazza.

Tu sei comunque mia figlia. Nulla cambierà. Nessun documento potrà cambiare questo. Volevo solo che tu sapessi la verità. Perché sei grande e ne hai diritto.

Devo pensarci disse Giulia.

Lo so.

Non so come reagire.

Non serve. Puoi stare semplicemente senza sapere cosa provare. Anche questo va bene.

Giulia rise. Breve, nervosa.

Fai sempre così. Dici qualcosa da non capire se ridere o piangere.

È voluto, rispose Caterina.

Restarono ancora a lungo. Fecero altro tè. Giulia chiese di Andrea. Caterina le disse tutto: Parma, fabbrica, ventotto anni. Madre morta da poco.

Allora… sua madre è anche mia nonna, ragionò Giulia.

Sì.

Strano.

Sì.

Vuoi conoscerlo?

Non ora. Devo prima chiarire con me stessa.

Giulia restò tutto il fine settimana. Dormì nella sua vecchia stanza. Il sabato andarono insieme al mercato, comprarono mele, fecero la marmellata come ogni autunno da sempre. Non parlarono di cose pesanti. Solo cucina, la radio piccola accesa, qualche risata.

Era una sensazione strana. Tutto uguale e tutto diverso.

La domenica sera, prima di ripartire, Giulia abbracciò forte la madre nellingresso.

Mamma, per me resti sempre la mia mamma. Non ci sono discorsi.

Caterina la strinse forte. Pensò: ecco, questo almeno è certo. Il resto può essere difficile, complicato, doloroso. Questo no. Questo è semplice, vero. Non sparisce.

Vai, che fai tardi al treno.

Vado, vado.

Una settimana dopo, un numero sconosciuto di Parma.

Pronto? voce giovane, tesa. È la professoressa Paoletti?

Sì.

Sono Andrea. Andrea Niccolò Ferri. Forse sa chi sono.

Caterina attese un istante.

Lo so.

Mi ha dato il suo numero Marco Bellini. Non sapevo se chiamare, poi…

Andrea lo interruppe.

Sì?

Come vivi?

Silenzio. Poi rise piano, confuso.

Bene. Lavoro in fabbrica. Vivo solo. La mamma è mancata lanno scorso. Ora…

Capisco, disse lei.

Parlarono quasi unora. Allinizio con cautela, poi più sciolti. Andrea lavorava come meccanico, amava leggere, specie libri storici. Non sapeva cucinare, solo cibo pronto, e non gli piaceva, ma non aveva voglia di imparare. Aveva un gatto, Filippo, trovato per strada.

Perché Filippo? domandò Caterina.

Ha lo sguardo duro, sembra un giudice.

Lei rise.

Andrea, tu non hai colpe. Voglio che tu lo sappia.

Nemmeno lei, rispose lui.

Lo so.

Posso chiamarla ancora?

Puoi.

Dopo la telefonata Caterina rimase a lungo col cellulare. Destino strano, pensò. Un ragazzo cresciuto senza padre, perché il padre non poteva farsi avanti, madre morta, solo con un gatto di nome Filippo e incapace di cucinare.

Non provava rabbia, nessun imbarazzo. Solo compassione. Un giovane, solo, senza colpa.

Con Marco si rividero a novembre, tre settimane dopo. Incontrarono un bar. Marco era già seduto, invecchiato, più stanco.

Come stai?

Sto.

Giulia è venuta?

Sì.

Sa tutto?

Sì.

Annui. Guardò fuori.

Vorrei tornare a casa.

Lo so. Io però ancora non so cosa voglio.

Sei sincera almeno.

Marco gli disse, per la prima volta dopo un mese non farò drammi. Non è nel mio stile. Voglio chiarire due cose.

Quali?

La mia bambina, quella vissuta tre ore. Cè un luogo dove andare. Senza nome, certo. Andrò io.

Posso venire?

No. Andrò da sola.

Va bene.

Poi, Andrea. Se vorrà venire a conoscerti, può farlo. Io consentirò.

Marco la guardò a lungo.

Tu… va bene?

Non è va bene o non va bene. Non è una mia storia da decidere. È la vostra, la sua. Io non mi opporrò.

Caterina…

Che cè?

Te…

Non dirlo. Finisci il caffè. Ne abbiamo ancora molte da sistemare. Piano piano.

Si separarono fuori dal bar. Per la strada Caterina pensava: così è la vita vera. Non come nei libri. Così. Cammini, in testa tutto e niente, e devi correggere trenta temi per lunedì.

Li corresse.

A fine novembre andò al cimitero.

Si alzò presto, preparò dei crisantemi bianchi. Prese il bus, camminò nel parco ormai spoglio, il cielo grigio e freddo.

Cercò il settore giusto, la fila, come da biglietto. Tanti tumuli senza nome. Cercò, trovò. Un piccolo sasso grigio, senza scritte. Marco glielo aveva messo anni fa.

Caterina depose i crisantemi. Stette in silenzio.

Non sapeva cosa doveva fare. Parlare? Pensare? Solo essere lì. Guardava la pietra, pensava alla bambina vissuta poche ore, senza nome, che non aveva mai visto.

Poi sussurrò:

Non ti ho dimenticata. Non sapevo di te. Ora lo so.

Rimase ancora un po, poi tornò a casa.

Sul bus pensò ai nomi. Voleva darne uno alla figlia. Nessun documento, nessun certificato, ma in testa sì. Pensò ai nomi semplici.

Vittoria. Così decise.

Vittoria.

Nome bello.

Dicembre portò la prima neve e una nuova telefonata di Andrea. Ormai chiamavano una volta a settimana. Raccontava del lavoro, lei dei suoi studenti. Filippo, il gatto, era ingrassato e non ci stava più sul davanzale.

Come passi il Capodanno? chiese Caterina.

Niente di che. Di solito sto solo. A volte con Pino, il vicino, gioca a carte.

Carte?

Sì, a scopa. Mi ha insegnato lui. È rilassante.

Andrea disse lei Giulia sarà da me a Capodanno. Puoi venire anche tu.

Lunga pausa.

Sul serio?

Non dico cose a caso.

Devo… pensarci.

Pensaci. Non forzo.

Richiamò dopo due giorni.

Vengo, annunciò. Se siete sicure.

Sì. E Giulia lo sa. Le ho detto tutto.

Ha reagito bene?

Ha detto: venga pure.

Ancora pausa.

Va bene.

Giulia arrivò il 28 dicembre. La sera erano in cucina, Caterina aveva tirato fuori le vecchie fotografie di famiglia, sempre dalla soffitta. Le sfogliavano insieme.

Guardami qui: tre anni! Che guance, rideva Giulia.

Da piccola ti torturavano tutti pizzicandotele. Tu ti arrabbiavi tantissimo.

Ricordo. Che odio.

Sfogliavano. Caterina pensava che tutta la loro storia, reale e fittizia, era comunque accaduta. Quella che sarebbe venuta, ancora tutta da scrivere.

Mamma, chiese Giulia, papà verrà a Capodanno?

No.

Hai già deciso?

Non del tutto. Ma a questo Capodanno: no.

Capito. Mamma, tu non devi decidere tutto subito, lo sai?

Sì.

Perché sembri sempre dover trovare una soluzione giusta, subito.

Deformazione professionale. Uninsegnante deve sapere sempre la risposta giusta.

Non è detto. A volte la risposta non cè.

A volte cè, replicò Caterina. Solo che ci vuole tempo per trovarla.

La sera del 31 dicembre suonò il campanello. Caterina aprì.

Sulla porta, un uomo alto, una borsa a tracolla e una busta di mandarini in mano. Capelli scuri, occhi chiari, allungati, gli occhi di Marco. Ma il viso era diverso, aperto, onesto, un po timido.

Buonasera, disse Andrea. Ho portato i mandarini. Non sapevo cosa prendere.

Perfetti i mandarini, rispose Caterina. Entra.

Giulia guardò dalla cucina. Si scambiarono uno sguardo. Pausa.

Ciao, salutò Giulia.

Ciao, rispose Andrea.

Giulia.

Andrea.

Lo so, sorrise lei. Vieni, vedi dovè il bagno.

Sparirono nel corridoio. Caterina restò in ingresso con la busta dei mandarini in mano.

La tavola di Capodanno era la stessa di sempre. Insalata russa, che faceva ogni anno colla ricetta di nonna. Lesso, pollo arrosto, mandarini, spumante.

Allinizio silenzio cauto, poi Andrea e Giulia scoprirono di aver visto gli stessi cartoni in tv da piccoli. Scoprirono che entrambi sbagliavano a chiamare lespresso e dicevano lexpresso, e risero. Caterina ascoltava: ecco, pensò, così è. Due persone che mangiano, parlano, e intanto imparano chi sono.

A mezzanotte cin cin con lo spumante.

Cosa brindiamo? chiese Giulia.

Alla verità, rispose Caterina. Qualunque sia.

Andrea annuì. Giulia guardò la madre, a lungo. Poi annuì e bevve.

Andrea restò a Parma ancora tre giorni in gennaio, poi ripartì. Al momento dei saluti, Caterina gli consegnò una cosa: il diario di Nina.

È tuo, disse. Era tua madre. Ti deve restare.

Andrea lo strinse tra le mani a lungo.

Ha letto tutto?

Sì.

E…?

Era pieno damore per te, rispose Caterina. In ogni riga. Leggi pure.

Andrea mise via il diario. Si abbracciarono, piano, come tra persone che devono ancora capirsi, ma sanno che non sono più estranei.

Giulia ripartì il cinque gennaio. Marco chiamò il sei.

Comè andato il Capodanno?

Bene. Andrea è venuto.

Pausa.

Davvero?

Davvero. Un bravissimo ragazzo. Dovresti parlargli davvero, non così, come ora.

Sì… hai ragione.

Lo so. Marco, voglio chiederti una cosa.

Dimmi.

Quella bambina nata e morta. Lhai vista?

Lungo silenzio.

Sì, rispose piano.

Era bella?

Era molto piccola. Ma sì, bellissima.

Le ho dato un nome. Vittoria. Ti va bene?

Altra pausa.

Mi piace.

Anche a me.

Poi chiuse la telefonata.

Fuori era gennaio, la neve posata sui davanzali. Caterina preparò il caffè, si sedette alla finestra.

Pensava a tante cose.

Pensava che in marzo avrebbe fatto cinquantiquattro anni. Non giovane ma nemmeno anziana. Metà della vita, forse di più, era passata così. Vera. Anche le bugie erano vere. Aveva vissuto in tutto questo, amato, cresciuto una figlia.

Pensava al futuro con Marco. Divorziare? Restare insieme? Non sapeva. Non odiava, né amava come prima. Cera qualcosa di diverso, senza nome.

Pensava che avrebbe voluto finalmente dedicarsi a un corso. Disegno, magari. Sempre rimandato, ora sembrava il momento.

Pensava ad Andrea, forse sarebbe tornato. Non per una festa, per stare. Filippo lasciava peli dappertutto, bisognava fare qualcosa.

Pensava a sua madre, che alla fine era stata una donna, viva, con le sue paure, errori, affetti. Aveva sbagliato, tanto. Ma era viva. E lamava, a modo suo. Si vedeva nel diario, in ogni frase.

La neve fuori si era fermata. Un pallido sole dinverno. Non scaldava, ma era bello ci fosse.

Caterina bevve un sorso di caffè. Cercò su internet corsi di disegno in zona. Ce nera uno che iniziava a febbraio, di sera. Dopo scuola, tempo perfetto.

Si iscrisse.

Poi tornò al lavoro.

La settimana dopo in scuola iniziava il nuovo quadrimestre. Doveva preparare le lezioni di Tolstoj per le terze; ogni volta cercava di renderlo vivo, per non far dormire i ragazzi. Non facile.

Prese il quaderno, iniziò a scrivere il programma. La mano andava sicura.

A febbraio sarebbe venuta Giulia per il suo compleanno. Magari a marzo avrebbe chiamato anche Andrea. Marco viveva dal fratello. Ogni tanto parlavano, decisioni ancora nessuna.

Il segreto di famiglia che era stato su in soffitta per ventanni, ora era qui, in lei. Non spariva, ma non faceva più paura. Era parte della vita. Quella che continua.

Caterina chiudeva il programma lezione. Fuori brillava il sole dinverno. A febbraio avrebbe imparato a disegnare. In aprile sarebbe andata ancora da Vittoria, con altri fiori, questa volta. Giulia avrebbe chiamato la domenica.

E il resto? Non lo sapeva.

Ma questa incertezza, per la prima volta dopo tanti anni, non la spaventava più. Era strano. Quasi piacevole.

Vibrò il telefono. Messaggio da Andrea.

Professoressa, Filippo ha fatto cadere dal ripiano il suo quaderno di ricette che aveva dimenticato qui. Lo guarda come se fosse stato un caso, ma non ci credo. Come glielo spedisco?

Caterina lesse. Scrisse:

Portalo tu, quando passi di qui. Così ti insegno come si fa il vero brodo.

Dopo un minuto rispose:

Accetto. Anche Filippo gradisce. Per il brodo, si intende.

Spense il telefono e riprese il programma.

La nuova vita che stava costruendo non aveva ancora una struttura delineata. Solo alcuni punti fermi: la figlia che chiama la domenica; il ragazzo di Parma che portava i mandarini; una piccola pietra in un campo solitario al cimitero; un corso di disegno il mercoledì. E molte domande rimaste senza risposta, a cui ormai non cercava di sfuggire.

Una sera, a gennaio inoltrato, chiamò Giulia.

Mamma, tutto bene?

Sì. Sto scrivendo. Tolstoj, terza liceo.

Lavoro impegnativo.

Ce la posso fare. Tu?

Tutto bene. Posso chiederti una cosa?

Certo.

Hai mai pensato a quella donna? La mia madre biologica, Tatiana.

Caterina rimase in silenzio.

Sì, ci ho pensato.

E…?

Non so come trovarla. E non so se sia giusto. Dipende da te.

Non so… un po mi piacerebbe. Un po mi fa paura, e non so di preciso perché.

Va bene così.

Tu… vorresti che la trovassi?

Caterina ci pensò. Sinceramente.

Non so, Giulia. Penso che anche lei sia una persona vera, che allora stava male. E penso che tu hai diritto di sapere. E penso che tu sei mia figlia, sempre, qualunque cosa scoprirai.

Lunga pausa.

Riesci sempre a dare una risposta che non risponde, rise Giulia.

Talento dinsegnante.

Mamma?

Sì?

Ti voglio bene.

Anchio.

Ok.

Ok.

Caterina rimase seduta in silenzio. Poi riaprì il quaderno e continuò a scrivere.

La vita continuava. Con tutte le sue domande in sospeso, i non lo so, le persone che arrivano allimprovviso e si prendono uno spazio che sembrava non esserci. Continuava senza un lieto o tragico finale.

Solo continuava.

Come sempre, per tutti. Finché dura.

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