Il cuore che si scioglie

Il cuore sciolto

Quellanno la primavera era arrivata a Milano prima del previsto, soffice come il burro su una fetta di pane caldo. Cera nellaria una luce che ti spingeva a sorridere anche se eri appena stato sgridato dal prof di matematica. A metà marzo la neve aveva già fatto fagotto, lasciando piccoli arcipelaghi grigi negli angoli ombrosi dei palazzi; i rami degli alberi si gonfiavano di gemme, impazienti di esplodere e liberare foglie di un verde così brillante che parevano fatte di smeraldo. Nellaria aleggiava un profumo discreto di fresie e viole, sottile come un segreto appena sussurrato.

I raggi del sole, freschi e allegri, si infiltravano tra le tende leggere della camera di Chiara, disegnando quadrati di luce sul parquet. Sembravano giocare a nascondino, cambiando posizione ogni volta che i tramonti fuori dal Duomo si facevano più intensi. Chiara stava appollaiata sul davanzale largo come una panchina di parco, le gambe raccolte e lo sguardo fisso sul cortile. Aveva quattordici anni ma già sapeva due cose fondamentali della vita: la prima, che il gelato si scioglie sempre al momento sbagliato; la seconda, che la felicità, proprio come il gelato, può sparire in un attimo senza preavviso.

Aveva avuto inizio tutto due anni prima, in una di quelle primavere così allegre che ti viene da sospettare che luniverso stia tramando qualcosa. Quel giorno il cielo era limpido, il sole tiepido come una carezza e la brezza frizzante scompigliava i capelli agli studenti che avevano osato uscire senza berretto.

Chiara era tornata da scuola col cuore che le saltellava: aveva appena saputo che aveva vinto la gara di matematica della città!

Papà, ho una notizia da urlo! aveva gridato entrando.

Nessuno le rispose. La casa era talmente silenziosa che si sentiva persino il ticchettio del vecchio orologio parmigiano. Un brivido di gelo le era salito su per la schiena; una strana ansia le stringeva il cuore come una cintura di sicurezza troppo stretta.

Entrò in salotto e si immobilizzò.

La mamma era davanti alla finestra con una valigia nuova di zecca una di quelle con adesivi colorati, come se stesse per andarsene in crociera. Accanto a lei, papà sembrava che gli avessero appena pestato un piede con lo stivale.

Chiara, tesoro la mamma si voltò, la voce sottile come la carta velina. Io vado via. Ho conosciuto una persona. Vivremo insieme, da ora.

Shock. Un secondo prima stava pensando a come raccontare la vittoria, il secondo dopo le sembrava che il mondo si fosse spaccato come un uovo sodo.

Ma e noi? Tu sei la mia mamma! balbettò Chiara. Le sembrava di star tirando una corda logora pronta a spezzarsi.

Sarò sempre la tua mamma, la mamma si accovacciò davanti a lei e le prese le mani. Erano calde, ma a Chiara sembravano di marmo. Ma ora voglio essere felice, tesoro.

E noi? Non ti importiamo più? La voce le si spezzò, come una forchetta che cerca di tagliare una bistecca troppo dura.

Certo che mi importa! la strinse forte, così forte che Chiara ebbe quasi paura di abbracciarla indietro. Solo vivrò in unaltra casa. Ma ti chiamerò, verrò a trovarti, lo prometto.

Chiara si liberò dallabbraccio, guardandola negli occhi. Cerano lacrime, lucide come rugiada, ma la bocca sorrideva. Solo che quel sorriso era uno di quelli di plastica che trovi nella scatola dei biscotti: più finto che vero.

Il giorno dopo la mamma prese davvero la valigia e sparì. Un mese dopo arrivò una cartolina dalla Liguria: cera lei, uno sconosciuto con la camicia a fiori, e il mare alle spalle. Chiara fece la raccolta differenziata della cartolina, ma limmagine rimase incollata nella memoria come una vecchia chewing gum sotto la sedia. Ogni volta che ci pensava, le sembrava che il cuore diventasse un cubetto di ghiaccio.

Da quel giorno Chiara sviluppò una particolare antipatia per lidea che una nuova donna potesse entrare nella vita del babbo. Sono tutte uguali, si diceva, guardando i magnolie in fiore fuori dal balcone che ormai le sembravano uno sberleffo. Divenne un riccio, pronta a drizzare ogni spina al minimo tentativo dintrusione.

Ma a Milano la solitudine non piace nemmeno ai piccioni, figuriamoci ai papà! Dopo appena sei mesi dal divorzio, nella loro casa fatta di libri storti e cuscini scompagnati entrò la prima ospite. Si chiamava Olga. Anzi, Signora Olga. Era una donna con una presenza così decisa che sembrava volesse risistemare pure lordine delle posate già dal primo passo in casa.

Allora, ragazza, facciamo conoscenza, dai. Da oggi controllo io se studi e se combini pasticci, proclamò con voce da ufficiale.

Chiara strinse i pugni così forte che le unghie le lasciarono la bandierina tricolore sui palmi.

Io so badare a me stessa, grazie, mormorò, tentando di non suonare troppo tremante, senza molto successo.

Eh no, poca confidenza replicò Olga, alzando un sopracciglio come solo le professoresse di latino sanno fare. Io sono qui per portare un po dordine.

In meno di una settimana Olga fece il suo show: i libri sparsi nella camera di Chiara erano la sua crociata personale. Tirava su tutto con lo stesso cipiglio di chi si prepara a ricevere una Vigilia di Natale con la suocera.

Ma che disordine è questo?! sbottava, sistemando i libri come opere darte. In casa mia cè pulizia!

Questa NON è casa sua, replicò piccata Chiara.

Sei troppo giovane per stabilire regole, tagliò corto Olga.

Quando Chiara provò ad invitare lamica per lavorare insieme a un progetto di storia, Olga si piazzò davanti al telefono come una guardia svizzera armata di telecomando.

Niente ospiti qui, decretò senza appello. Non si fa casino in casa mia.

Ma dobbiamo solo studiare! protestò Chiara.

Troppo tempo libero, meglio aiutare con le faccende, tagliò corto la Signora Olga.

La sera, ovviamente, Olga non perse tempo e fece rapporto allunica autorità rimasta: papà Valentino.

Valentino, tua figlia è indisciplinata e insolente! dichiarò con fare da pubblico ministero. Laltro ieri le ho chiesto una cosa e mi ha ignorata per ben cinque minuti!

Chiara? guardò incredulo Valentino.

Mi ha chiesto perché non avevo lavato i piatti, sbuffò Chiara. Stavo finendo i compiti. E comunque io non sono la domestica di nessuno.

Hai sentito?! sgranò gli occhi Olga.

Anche perché voi nemmeno siete della famiglia! esplose Chiara, il comando di un telecomando rotto.

Olga arrossì fino alle orecchie e reagì come si addice ai grandi personaggi: con una scenata e luscita di scena. Dopo due giorni raccolse la valigia, fece vibrare i tacchi nel corridoio e sparì dallorizzonte meneghino. Chiara guardò fuori dalla finestra con uno strano retrogusto in bocca: aveva vinto la battaglia ma il trionfo sapeva di brodo riscaldato.

Ci riprovarono un anno dopo. La nuova concorrente di papà si chiamava Marina. Sorriso preciso come le righe sulle strisce pedonali, mani curate, profumo che la precedeva di mezzo metro. La sua voce era morbida quanto falsa.

Valentino caro, mi compri una nuova pelliccia? Con questo freddo, chi esce senza? sussurrava ammiccando.

Hai già il cappotto, provava a obiettare papà, ormai prossimo alla fuga.

Ma la pelliccia è uno status symbol, tesoro! Solo una vera donna vicina a un uomo come te può capire.

Chiara assisteva a quelle commedie tenendo la bocca chiusa talmente tanto che le guance si stavano fossilizzando. Marina, non proprio la regina della discrezione, chiedeva soldi per ogni genere di cosa: stoviglie, sedie nuove, microonde invisibili, ma nulla cambiava in casa.

Papà? sussurrò una sera Chiara, trovandolo nascosto dietro il Corriere della Sera. Si intravedevano le ombre delle occhiaie fin sotto la frangia.

Sì?

Hai mai controllato dove finiscono tutti i soldi che le dai?

Cosa intendi?

Nulla però, hai mai provato a chiedere qualche scontrino? Io, onestamente, no, rispose facendo finta di essere distratta.

Papà ci pensò, facendo la classica passata di mano tra i capelli che in casa significava tempesta in arrivo.

Il giorno dopo, tutto esplose. Marina perse la pazienza e scoppiò gridando a Chiara che era colpa sua se Valentino era diventato un taccagno. Chiara, però, la guardò dritta negli occhi:

Il problema è che qui non ci sei per lui, ma per il portafoglio.

Marina si infuriò, afferrò la sua borsetta (che valeva più della PlayStation), e se ne andò. Papà quella sera la guardò e chiese:

Perché non provi mai a dare una possibilità a qualcuna?

Perché nessuna di loro ti ama davvero. E tu meriti molto, molto di più, papà, rispose.

Dopo quella scena, le candidate sparirono. Per un bel po, Chiara e papà tornarono a vivere in due come ai vecchi tempi: tortillas al sabato, colazioni interminabili, Chiara che cominciava a credere che poteva bastare così.

In aprile, però, quando nel cortile fioriscono i narcisi con la testardaggine di chi non ha mai sentito parlare dello smog, Valentino si presentò a casa con una sorpresa.

Chiara, questa è Caterina, disse turbato, stringendosi la giacca sulle spalle.

Caterina era diversa. Niente abbracci appena entrata, niente smania di essere subito chiamata mamma. Non faceva osservazioni, non imponeva regole come cartelli stradali il 15 di agosto. Si limitò a un delicato:

Piacere, Chiara. Sono davvero contenta di conoscerti.

La voce era morbida, sincera nulla a che vedere con il miele artificiale di Marina. Chiara rimase sul suo, pronta a scattare come un gatto davanti allaspirapolvere.

Eppure Caterina non cambiava. Un giorno, mentre affettava i pomodori per linsalata, si voltò verso Chiara, che faceva i compiti, e chiese timidamente:

Tu come la faresti, questa insalata? Metteresti olio o vinaigrette?

Una domanda da affettare i pensieri. Chiara la guardò di sbieco e capì che quellinteresse era vero, non programmato.

Forse con la vinaigrette, disse a bassa voce.

Grazie! sorrise Caterina, col sorriso genuino di chi trova un euro per terra. Mi piacerebbe che andassimo daccordo, tutte e due.

Il muro di diffidenza iniziò a mostrare qualche crepa. Una sera Chiara lasciò apposta il piatto sporco sul tavolo per vedere se Caterina avrebbe fatto la spia; quella invece caricò il piatto in lavastoviglie e si mise a canticchiare.

Poi, una sera, Caterina la trovò a disegnare. Il tramonto sulle case del Naviglio, alberi e cielo viola, colori che aggiungevano poesia anche ai cassonetti. Caterina osservò attentissima.

Hai talento, davvero. Si vede che ci metti il cuore.

Stavolta Chiara rimase di stucco. Nessuno degli adulti aveva mai fatto caso alle sue passioni più di tanto.

Posso vedere altri tuoi disegni? chiese Caterina, sedendosi sul bordo del letto.

Chiara esitò, poi le mostrò la cartellina segreta. Caterina li studiò uno a uno, facendo domande vere, non tanto per fare conversazione.

Un giorno, fermi nellingresso, Chiara origliò Caterina che borbottava a papà:

So che per Chiara è dura. Non mi aspetto che mi accetti subito. Voglio solo che sappia che io non sono qui per sostituirle la mamma. Voglio solo esserci per voi.

Quelle parole le suonarono strane. Era la prima volta che una nuova compagna di papà si metteva davvero nei suoi panni. Chiara deglutì, appoggiò i libri e se ne andò piano, senza farsi sentire.

Quella sera si presentò in cucina. Caterina preparava qualcosa che sapeva di basilico fresco.

Posso aiutarti? chiese.

Caterina si voltò, il viso si illuminò di una felicità semplice.

Certo! Tagliami questi pomodori a cubetti, per favore.

Tagliavano in silenzio. Il ghiaccio si stava sciogliendo.

Tu non vuoi essere la mia mamma? chiese Chiara.

No, rispose Caterina. Tua mamma sarà sempre tua mamma. Io spero solo di diventare tua amica.

Chiara rimase attonita: quelle parole erano proprio quelle che le servivano.

Va bene sussurrò piano.

Caterina sorrise e tornarono a tagliare, questa volta con unaria quasi familiare.

Il giorno dopo, tornata da scuola, Chiara non corse in camera sua. Andò in cucina, il rifugio di ogni famiglia italiana che si rispetti.

Caterina ti va se facciamo insieme una torta di mele? Una come la faceva la mamma.

Caterina brillò come la Madonnina.

Ma certo! Stavo giusto pensando di impastare qualcosa.

Impastando insieme, la rivalità svanì come la panna sulle fragole. Pochi minuti dopo la cucina profumava di mele e cannella, mentre il ghiaccio che Chiara aveva sempre nel petto ormai era acqua limpida.

La sera, tutti e tre a tavola, papà scherzava:

Mi sa che sono luomo più fortunato di milano: una figlia brava e una Caterina così!

Chiara rise, una risata bella forte, che non le usciva da tanto. Incrociò lo sguardo di Caterina che le lanciò quellocchiata da ci sono, non vado via.

Quella sera, mentre aiutava Caterina a sistemare la cucina, sentì di nuovo quellabbraccio caldo e rassicurante, fatto di parole semplici:

grazie che ti fidi di me, Chiara.

Anche io sono contenta, mormorò. Avevo solo paura.

È normale, rispose Caterina. Faremo un passo alla volta. E se ti senti a disagio, dimmelo. Affare fatto?

Affare fatto! sorrise Chiara.

Quella notte, mentre guardava le luci delle macchine fuori che si allungavano come spaghi bagnati sullasfalto, Chiara capì che forse, in fondo, cè sempre una primavera che può sciogliere il cuore. Che la vita non è giusta, è vero ma ogni tanto sorprende con un caldo inaspettato. E che ora, nel buio della sua stanza, si addormentava finalmente, serena, col sorriso.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

10 − 8 =

Il cuore che si scioglie
Storie Sconosciute: Racconti di Vite altrui