Da quando a Toschino hanno portato via ciò che aveva di più caro, non è più entrato nella sua cuccia. Ora dorme direttamente sulla terra nuda, mangia appena e non reagisce nemmeno all’unico amico che gli è rimasto, Sergio…

Dal giorno in cui a Berto venne tolto ciò che aveva di più caro, non mise più piede nella sua cuccia. Dora in poi dormiva direttamente sulla terra fredda, quasi non mangiava e ignorava persino il suo unico amico rimastogli, Sergio

Arrivò un altro novembre. Ogni giorno faceva sempre più freddo, il cielo era spesso coperto da una spessa coltre grigia, e la gente si rannicchiava nei cappotti di lana e si avvolgeva nelle sciarpe. Nellaria già si sentiva che linverno era alle porte e Berto capiva bene che presto sarebbe arrivata la neve.

Mi chiedo quando metteranno finalmente della paglia calda nella mia cuccia? Ho pelo abbastanza da non morire di freddo, ma di notte arriva fino alle ossa pensava il cane steso sulla terra umida.

Guardava pigramente i facchini che si affaccendavano nel cortile, trasportando scatole e caricandole su enormi camion dallodore pesante e sgradevole. Nessuno prestava attenzione al vecchio cane da guardia.

Cosa fai sdraiato lì? disse una voce. Berto vide avvicinarsi una guardia, lo stesso che usciva sempre dalla baracca per fumare una sigaretta. Sei stato assunto per controllare il magazzino, non per fare il cane da divano. Bah!

Sputò rabbioso vicino a lui e se ne andò. Si chiamava Valerio. Aveva preso in antipatia Berto sin da quando era solo un cucciolo senza un vero motivo.

Poco dopo arrivò una vecchia Fiat verde scuro. Il cane balzò in piedi.

Ciao amico mio, si avvicinò un uomo con la coppola e la barba. Sono venuto a sistemarti per linverno.

Era Sergio, il custode più gentile e il preferito di Berto. Trovava sempre una parola di affetto per il cane e qualcosa di buono da mangiare. Anche di domenica, non si dimenticava mai di lui: stavolta portò paglia fresca perché non prendesse freddo.

Sergio sistemò con cura la cuccia, la riempì di paglia morbida e poi estrasse dalla macchina una ciotola con polenta fumante e carne. Aspettò che Berto finisse di mangiare, prese la ciotola vuota per lavarla e solo allora se ne andò.

Il cane restò solo. Meno male che la notte era vicina dormendo non sentiva più cosi ferocemente quella solitudine che ormai lo accompagnava quasi sempre.

Quando venne completamente buio, Berto si diresse verso la cuccia. Stava già per entrarci, ma si bloccò di colpo.

Nel fondo della paglia brillavano due occhi, verdi come smeraldi. Un sibilo minaccioso ruppe il silenzio.

Berto, senza ostilità, fissò la visita inattesa. Davanti a lui, rannicchiata, stava una gatta nera scheletrica, dagli occhi spalancati e inquietanti. Nel suo sguardo leggeva chiaramente:

Non ti azzardare a toccarmi. Con me non si scherza!

Malgrado laspetto minaccioso, Berto si rallegrò tutto dun tratto.

La cuccia in due è stretta, ma ci stiamo decise ottimista.

Avanzò di un passo e subito una zampa con artigli affilati come rasoi fese laria davanti a sé.

Ffffffff! ringhiò la gatta ai suoi buoni propositi.

Pazienza. Dormo fuori, posso farlo anchio pensò Berto sdraiandosi tranquillo davanti allingresso della sua stessa cuccia.

Allalba si svegliò presto, come ogni giorno sperando nella colazione. Volse lo sguardo verso la cuccia, dove la gatta dormiva profondamente.

Comè carina, in fondo!

Dalla baracca spuntò Valerio, trasandato e di cattivo umore. Senza dire una parola, lanciò a Berto dei resti di cibo e se ne andò.

Secondo le regole Berto avrebbe dovuto avere un pasto migliore, ma Valerio mai si era preoccupato davvero: lanciava avanzi e basta. Dopo quei pasti il più delle volte Berto finiva col mal di pancia. Ma non cera nessuno a cui lamentarsi.

Il cane annusò il cibo, percepì subito un odore estraneo.

La gatta! Senza timore del grande cane, era proprio lì vicino e rosicchiava la pelle di un salame, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Berto era felice di aver potuto offrirle qualcosa da mangiare soprattutto vedendola così magra.

Notando il suo sguardo, la gatta si irrigidì, pronta ad attaccarlo di nuovo. Ma Berto non fece altro che masticare un po di pane, incuriosito.

Chissà perché è sempre arrabbiata? O magari vorrebbe anche lei un po di pane? pensò, lasciando da parte il suo pezzo, imbarazzato.

Durante la giornata si studiarono da lontano. Lei sempre diffidente e ostile, Berto invece pieno di una bonaria curiosità.

A sera Valerio, finendo il turno, gettò di nuovo resti a Berto. La gatta si precipitò subito a mangiare.

Ma cosa vedo! esclamò la guardia, scostandosi allarmato. Ma cosè questa strega! Via, fuori dai piedi!

La gatta si rifugiò subito dietro Berto. Il cane, per un attimo sorprendere, capì subito. Si drizzò, pelo irto e ringhio basso.

Valerio sbuffò e, evitando discussioni, se ne andò. Il collega che arrivò dopo non degnò i due animali di uno sguardo.

La gatta lancio a Berto unocchiata contenente un grazie silenzioso. Berto pensava tra sé:

Valerio le ha dato della Strega devessere il suo nome allora.

Così, decise che la gatta si sarebbe chiamata Strega.

Arrivò il gelo. Strega si rifugiò di nuovo nella paglia. Berto non voleva disturbare, ma alla fine mise la testa dentro.

La gatta lo guardò con occhi quasi dispiaciuti. Strano vedere un cane così ma si spostò un po, lasciandogli spazio.

Dormirono tutta la notte stretti luno allaltra. Non avevano mai dormito così sereni.

Da quel giorno Berto e Strega diventarono inseparabili. Mangiarono assieme, dormirono assieme e parlavano la loro lingua di cani e gatti.

Quando Sergio notò la gatta per la prima volta accanto a Berto, stentava a crederci. Così piccola e così fragile e non aveva paura del cane da guardia.

Ma poi capì: tra animali cera affetto. E lamore, si sa, supera ogni differenza.

Sergio cominciò a occuparsi anche di Strega: la portò dal veterinario, le pulì il pelo, la nutriva meglio. In poche settimane la gatta tornò in forze.

Solo Valerio rovinava la pace. Si era convinto che la gatta nera portasse sfortuna e voleva liberarsene.

Un giorno tentò persino di avvelenarla, ma Berto sentì lodore strano e glielo impedì era sempre allerta.

In una notte di gelo, il cane e la gatta erano nella cuccia. Berto le leccava un graffio Strega si cacciava sempre nei guai.

Allimprovviso i nasi si mossero curiosi. Un odore strano

Berto corse fuori abbaiando disperato. Incendio! Il magazzino andava a fuoco!

Valerio uscì dalla baracca, sbraitando e correndo davanti alledificio in fiamme. Cercava il telefono, ma non lo trovava.

Strega miagolò forte. La guardia si voltò e vide la gatta accanto al cellulare caduto.

Maledetta strega! urlò, respingendola con un calcio, afferrò il telefono e chiamò i pompieri.

Berto accorse da Strega. Zoppicando, lei si portò lontano dal fumo. Il cane la seguì. Aspettarono la fine dellincendio nascosti tra i cespugli.

Quando tutto era finito e Valerio, esausto, se ne andava, lanciò un ultimo sguardo carico dodio a Strega.

La sera seguente, Berto sentì una conversazione vicino al cancello:

Te lo dico io, quella porta solo guai. Ma lhai vista negli occhi? Proprio una strega! insisteva Valerio.

E allora? chiese qualcuno, svogliato.

Portiamola nei boschi, sparirà.

Berto si irrigidì. Il cuore si prese in una stretta dolorosa. Si accucciò vicino a Strega, che dormiva.

Ma sei impazzito? In bosco non sopravviverebbe! protestò Sergio.

E a me che importa! Non basta lincendio?

Vabbè, in fondo è vero che i gatti neri portano sfortuna mugugnò qualcuno.

Nessuno porterà via nessuno. Basta scenate! tagliò corto Sergio, andandosene.

Arrivò il mattino. Berto si svegliò, sbadigliò, e come sempre cercò con il naso Strega.

Ma non cera.

Rovistò nella paglia niente. Uscì fuori, si agitò, abbaiò piano e rauco.

Vide unombra nera accanto alla baracca. Corse là.

Solo un sacchetto di plastica mosso dal vento.

La porta si spalancò.

Che ci fai qui? Cerchi la tua amica? sussurrò Valerio maligno. Non cè più. Adesso porta scompiglio altrove.

Berto lo guardò, cercando un senso diverso nelle sue parole.

Anzi ormai non combinerà più nulla. Fra un giorno o due sarà morta nel bosco. Sempre che non lo sia già.

Berto non fece rumore. Neanche un ululato di dolore gli uscì dalla gola.

Caddero i primi fiocchi. I grandi fiocchi di neve scendevano lentamente sul cane immobile.

Da allora, dopo aver perso ciò che aveva di più prezioso, Berto non mise più piede nella cuccia. Dormiva per terra, non toccava quasi cibo e ignorava perfino il suo unico amico Sergio.

Berto, ora si trova in un posto molto bello, credimi. Sta al caldo, è serena. Mi credi, vero? sussurrava Sergio, inginocchiandosi accanto al cane e accarezzandolo piano.

Anchio voglio andare con lei. Posso raggiungerla anchio? Ti prego

Quel mattino, Berto aveva sentito voci di sconosciuti. Parlavano di lui come una cosa ormai inutilizzabile. Dicevano che era troppo vecchio, che ormai non serviva più. Che ci voleva un cane giovane per il magazzino e che lui andava eliminato

Comè finita quella conversazione, Berto non se lo ricordava. Né gli importava più davvero tutto aveva perso significato, tranne una cosa.

La neve continuava a cadere. I fiocchi freddi si posavano sulla sua schiena, sul muso, sulle zampe. Presto fu coperto da una coperta candida. Chiuse lentamente gli occhi.

Magari potessi non aprirli mai più non voglio più riaprirli fu lultimo pensiero che gli attraversò la mente stanca.

Il mondo si spegneva. Berto sentiva sempre meno il suo corpo, non percepiva più gli odori né il vento. Dimprovviso, nel buio totale, squarciò il silenzio una voce familiare:

Su, svegliati amico. Dai che si parte! Vieni con me.

Il ricordo seguente era confuso: il calore dellauto di Sergio, il sedile soffice, la strada lunga e sconnessa, odori nuovi che entravano dal finestrino.

La tristezza ormai lo aveva reso debole, stanco. Si addormentò sul sedile posteriore, cullato dalla radio accesa

Dopo qualche ora si fermarono. Sergio lo aiutò a scendere e lo sostenne mentre camminava verso casa.

Ora vivi con me, amico.

A Berto non importava quasi nulla. Ma per non deludere Sergio, finse felicità. Gli riuscì male. Ma Sergio capì lo stesso, senza bisogno di parole.

Dai, appena entriamo starai meglio, gli strizzò locchio, aprendo la porta.

Berto fece un balzo appena varcata la soglia. Lodore Quellodore lo conosceva meglio di qualsiasi altra cosa. Era inconfondibile!

E subito ne ebbe conferma.

Dal davanzale scese leggera una nuvola nera, venne incontro a grandi passi verso di lui. Ancora prima che la gatta gli fosse addosso, Berto capì era lei. La sua Strega!

Te lavevo detto che era in un posto migliore, disse Sergio con un sorriso. Davvero pensavi che uno come me avrebbe mai permesso ai soliti vili di abbandonare la tua amica tra i boschi?

Ma per il cane e la gatta, ormai, il mondo era solo loro tanti racconti da scambiarsi, in quella lingua segreta che solo loro conoscevano!

Quando, stanchi, si sistemarono insieme per riposare, Berto si ritrovò a pensare: ma cosa voleva dire davvero Strega?

Stava quasi per chiederglielo, ma cambiò idea. Che importava? Strega è la mia amica, e questo basta.

Oggi lo scrivo qui, nel mio diario ho imparato che anche nelle notti più gelide, una fiammella damicizia basta a riscaldare il cuore e a non sentirsi mai soli davvero.

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Da quando a Toschino hanno portato via ciò che aveva di più caro, non è più entrato nella sua cuccia. Ora dorme direttamente sulla terra nuda, mangia appena e non reagisce nemmeno all’unico amico che gli è rimasto, Sergio…
Ho risparmiato per tre mesi per regalare a mio figlio tutto ciò che desiderava. Ma poi ho trovato il suo barattolo di vetro — e quello mi ha spezzato il cuore in un modo che nemmeno settimane di lavoro da 80 ore erano riuscite a fare.