Mamma cara

Mamma

Ehi, peloso! Di chi sei? domandai, fermandomi davanti alla porta di casa e osservando il grosso gatto rosso seduto davanti allingresso.

Il gatto, ovviamente, non rispose. Non fece nemmeno un cenno alla mia presenza. Non cambiò posizione. Solo lorecchio strappato tremolò appena, come a voler dire: Sì, ti sento. Ma non aspettarti risposta da me!

Fai pure come vuoi! mormorai, risentito, frugando nella borsa alla ricerca delle chiavi.

Il gatto, forse intuendo la mia intenzione, si spostò appena sullo zerbino, ma restò dovera, guardandomi con occhi attenti mentre armeggiavo con il mazzo di chiavi.

Abbiamo acquistato questo appartamento da poco, io e mio moglie, Arnaldo. Piccolo, due stanze, ma per noi era un sogno che si realizzava. Qualcuno potrebbe dire che bisogna puntare più in alto, che un bilocale in una palazzina anni sessanta alla periferia di Bologna non è un traguardo. Ma solo sei mesi prima mai avremmo pensato di avere una casa nostra. Alloggiavamo nella stanza di mio nonno, in una vecchia casa popolare, e già essere da soli ci sembrava una libertà.

Lisa, ricorda solo di non litigare con i vicini! la mamma di Arnaldo mi aiutava a pulire la stanza prima delle nozze. Sono brave persone. Anche se, purtroppo, bevono.

E in cosa sarebbero brave se passano il tempo col vino in mano? risposi ironica, strizzando il panno e togliendo i ricci spettinati dal viso.

I miei capelli, tanto amati da Arnaldo, erano una vera tortura, soprattutto nelle pulizie. Qualunque molletta usassi, i ricci ribelli sfuggivano e mi si arrotolavano sulla fronte come un tarassaco impazzito.

È difficile da spiegare, la suocera, Signora Rosa, scrollava la testa. Hanno avuto tante disgrazie nella vita. Non tutti riescono a superare il proprio dolore senza smarrirsi.

Questo lo capivo. Io, orfana cresciuta in famiglia affidataria, buttata fuori il giorno in cui compii diciotto anni, conoscevo bene quelle persone che si impietosiscono su sé stesse e dimenticano chi dipende da loro.

Mia madre mi lasciò che avevo appena tre anni. Mi abbandonò alla stazione, una lettera in tasca e un coniglio di peluche, con un solo orecchio. Mi disse di aspettarla sulla panchina e io rimasi lì, stringendo il mio coniglietto Cencio e trattenendo la pipì per paura di essere sgridata al ritorno della mamma.

La mamma non tornò mai più. Invece, arrivò un uomo in divisa. Mi fece delle domande, ma io scossi solo la testa, muta. Non piangevo più, avevo solo freddo e fame. Ma quando toccò il coniglio, domandando come si chiamasse, riuscii a sussurrare: Cencio…

Lui mi accarezzò la testa, poi quella del coniglio. La mamma è andata via da tanto? domandò.

A quel punto scoppiai in lacrime, spaventando non solo lui, che immediatamente chiamò aiuto via radio, ma anche la folla di sconosciuti che era passata accanto a me per ore senza degnarmi di uno sguardo.

Solo molti anni dopo scoprii il motivo dell’abbandono. Una donna scarmigliata si avvicinò un giorno fuori da scuola, piangendo: Figlia mia, ti ho ritrovata! Abbracciami! Mi sei mancata tanto!

A quel punto vivevo già in una famiglia affidataria, con altri sei ragazzi più giovani. I genitori affidatari ci trattavano a modo loro: nessuno pativa fame o freddo, si frequentavano corsi e si studiava, ma era chiaro che al compimento dei diciotto anni ogni posto sarebbe stato occupato da altri bambini come noi.

Malgrado la mancanza di confidenza, sicurezze o affetto dai miei affidatari, quella donna non mi attrasse. Anche se, in fondo, avrei voluto gettarmi tra le sue braccia e provare finalmente quellamore che tanto avevo sognato nei silenzi della notte, quando Cencio usciva fuori dal cuscino, sempre un po più consumato ma sempre mio

Così, come ogni bambino, avevo sognato la mamma. Sognavo che sarebbe tornata a prendermi, che mi avrebbe stretta a sé e finalmente mi avrebbe amato. Non sapevo nemmeno cosa significasse, ma osservando gli altri bambini capivo che era possibile.

Quando finalmente la “mamma” apparve davanti a me, piangendo e chiamandomi, non credetti minimamente alle sue lacrime. La memoria degli adulti diceva che non ricordavo nulla ero troppo piccola, dicevano loro. Avevo smesso di contraddirli, tanto tentavano di convincermi. Ma il ricordo del rumore della stazione, della panchina, e dellabbandono era inciso nella mia pelle.

Una delle sorelle, Natalia, intervenne accanto a me quando mi tirai indietro davanti a quella sconosciuta.

Lisa, chi è questa? domandò Natalia, ponendosi tra me e la donna.

Non lo so… risposi, sentendo la testa girare per la confusione.

Signora, qui si sbaglia! Vada per la sua strada! Questa è mia sorella! gridò Natalia, stringendomi la mano e tirandomi via dal cortile. Racconterò tutto a mamma! Non si avvicini!

Tra me e Natalia non correva buon sangue, ma per la prima volta strinsi con gratitudine la sua mano. Arrivammo a casa così, ancora unite. Quando la madre adottiva ci guardò interrogativa, alzammo le spalle in coro: Che cè?

E da quel giorno ebbi una sorella.

Natalia non era tanto diversa da me: anche a lei era mancato tutto, solo che al posto di una madre aveva avuto un padre alcolizzato. Anche lei desiderava con tutte le forze avere una famiglia, anche se solo di nome.

Rividi mia madre la settimana dopo. Ormai non si gettava tra le mie braccia, ma supplicava: Parla un po con me, figlia mia!

Quel figlia mia mi irritava, ma Natalia scrollava le spalle: È solo una parola. Lasciala parlare.

Mi consigliò di affrontarla: Non hai nulla da perdere. Almeno saprai perché ti ha lasciata. Chiedile conto! È forse lultima volta che la vedrai. Solo così smetterai di pensare che sia colpa tua.

E tu come fai a sapere che mi colpevolizzo?

Ci passiamo tutte. Pensiamo sempre di essere noi il motivo per cui ci hanno lasciate

Anche tu?

Certo. Ma queste cose non si dicono, Lisa. Si piange e si sta zitti. Io piango. Forse un giorno smetterò. Ormai bisogna crescere.

Il dialogo con mia madre non cambiò molto la mia vita.

Mi hai abbandonata.

Perdonami, figlia mia!

Non chiamarmi così! Mi fa rabbia!

Daccordo, va bene, non mi arrabbio!

Perché lhai fatto?

Era difficile… Niente aiuto né sostegno. Il tuo padre mi sbatté fuori.

Perché?

Gli dissi che non eri figlia sua.

Era vero?

No.

Allora?

Litigavamo sempre. Giovani e sciocchi. Ci siamo separati

E poi?

Ho litigato con mia madre e decisi di andarmene. Ma dove andavo con una bambina? Così ti ho lasciata lì. Sapevo che qualcuno si sarebbe preso cura di te. Avevo lasciato il biglietto…

E secondo te bastava? Cos’hai nella testa?

Sono colpevole! Lo so Ma se mi permetti di rimediare…

E cosa pensi di poter sistemare? Mi restituirai gli anni senza di te? Scusa, sei strana davvero! Non voglio più vederti! Non venire più!

Non mi perdonerai mai?

Non lo so. Ma anche se succedesse, dimenticare non potrò mai! Capisci? Mai!

E cosa dovresti mai ricordare?! Eri piccola, non puoi…

A quelle parole mi alzai e me ne andai. Da quel giorno promisi a me stesso che nessuno avrebbe più deciso per me cosa ricordare, cosa sentire.

Natalia capì subito.

Hai fatto bene. Decidi tu. Se pensi che sia giusto, allora basta rimpianti.

Sei proprio sveglia tu, eh

Non sempre, ma ci provo. Voglio continuare a studiare!

Cosa vuoi fare?

Psicologa. Forse così capirò come bisogna vivere.

Quante risate avremmo fatto su questa battuta Qualche anno dopo, quando Natalia si sposò e diventò madre, mi disse: Sciocchezze. Nessuno sa come si vive davvero. Nessuno.

E allora come si vive?

Come? Divertendosi! Cercando di stare bene tra le persone giuste, senza essere invidiati da nessuno.

Tu ci riesci.

Ci provo! rideva, cullando la sua neonata.

Guardando Natalia, imparai ad essere più tollerante verso i miei problemi

Un buco in una casa popolare? Almeno era al centro e vicino al lavoro. Un po di miglioramenti fatti a mano, e la vita diventava quasi bella! Rosa aveva ragione: i vicini erano discreti. Sì, bevono per i loro dolori, ma non infastidiscono nessuno. Bisogna anche capire chi soffre.

Io, però, faticai tanto ad accettare questo. Nessuno mi aveva mai davvero compatito, a parte Natalia.

La mia salvezza furono Rosa e il nonno.

Rosa era energica, testarda, ma con un cuore grande. Accettò me come una figlia. Natalia la definì uneroina.

Non aspettarti troppo, Lisa, mi disse mentre mi aiutava a prepararmi per conoscere la famiglia di Arnaldo. Tu per loro non sei nulla: orfana, senza niente, e nemmeno una casa tua.

Invece ci sono riuscita! Mi hanno messa in graduatoria!

Sì, e quanti anni pensi di attendere quella graduatoria? Non dirlo a tua suocera. Meglio non parlarne fino a quando non avrai davvero qualcosa tra le mani.

Perché?

Tanto, finché non sarà vero, non dirlo a nessuno!

Ok E poi?

Non aspettarti nulla da Rosa, ma non diventare ostile subito.

Io lo capivo già di mio.

Allinizio Rosa non mi piacque per nulla. Troppo forte, sempre decisa, sempre pronta a migliorare la vita degli altri. Sono sempre stata abituata a cavarmela da sola. Se da Arnaldo accettavo attenzioni, da Rosa ogni sua premura mi innervosiva.

Lisa, mi accompagni al centro commerciale? Devo prendere un cappotto nuovo. Arnaldo per queste cose è inutile, si annoia. E io ci metto tanto a trovare qualcosa che mi stia. Che dici?

Acconsentivo per educazione, ma poi mi ritrovavo carica di sacchetti. E spesso le cose erano per me: una giacca, un paio di stivaletti, una borsa. Né io sceglievo: Rosa notava dove cadeva il mio sguardo, sorrideva e mi spingeva a provare.

Che dici, ti piace questa borsa? È troppo giovanile per me, ma a te donerebbe! Forza, provala!

Reagire era inutile. Rimanevo a contemplare i regali, ringraziandola a voce bassa.

Rosa era strana. Per lei, io chi ero? La fidanzata del figlio una ragazza qualunque, portata in casa da Arnaldo… Volermi bene non era cosa da tutti. In Italia, queste relazioni sono sempre complicate. Così accettavo con cautela le sue attenzioni, senza mai lasciarla davvero entrare nel mio cuore.

Rosa questo lo capiva e non mi forzava. Accettò senza batter ciglio il nostro desiderio di vivere separati.

Il nonno ormai è anziano. Fatica a stare da solo. Dobbiamo portarlo qui da me. Arnaldo, ti tocca lasciare la camera.

E noi, mamma?

A casa del nonno. Vi scambiate. Voi giovani e autonomi vi fate la vostra vita. Ma il nonno ha bisogno di qualcuno.

Il nonno, ascoltando questi discorsi, sorrideva sotto i baffi. Al trasferimento, la domenica, svegliava Rosa e comandava: Forza, pigrona! Ci aspetta la corsetta mattutina!

Lei sospirava e lo portava al parco, poi lo aiutava con la doccia fredda.

Papà, secondo te ho fatto bene?

Certo! I giovani devono imparare da soli. Fino a che non chiedono aiuto si arrangino! Ma Lisa? È arrivata qui con due scarpe rotte

Questa è un’altra storia. Lì, come mamma, hai diritto di fare la tua parte. Ma attento a non esagerare. Quella ragazza è orgogliosa. Se esageri, va a finire male.

Rosa seguì il consiglio del padre. Veniva in visita da noi solo se invitata, senza imporsi.

Anche lei aveva avuto i suoi problemi da giovane. La suocera la criticava senza tregua, fino alla nascita di Arnaldo. Crescere un bimbo da sola era difficile. Solo quando nacque il nipote, la suocera divenne più magnanima.

Sei la madre! le disse una volta osservando le sue mani tremanti mentre faceva il bagnetto al neonato. Di che hai paura?

E se sbaglio? E se gli faccio del male?

Basta piangere! Senti me: nessuna donna nasce madre. Nessuna! Solo quando prendi tuo figlio in braccio impari. Dove non capisci, chiedi. Ti aiuto io.

Grazie

Eh figurati! Anche a me aiutarono così. È normale!

Arnaldo ricordava poco dei suoi nonni, ma Rosa gli ripeteva spesso:

Ti hanno amato tanto! Tua nonna non ti mollava un secondo! E tuo padre… Aveva una voglia di averti da comprare palloni di continuo.

Mamma, perché è successo tutto questo? Papà guidava bene, no?

Non so, caro. Quel giorno cera nebbia, visibilità scarsa. Papà accompagnava la nonna dalla sorella che stava male. Era domenica, poche auto, ma un camion non evitò l’impatto

Ti manca, vero?

Tanto, tesoro. Se non ci fossi tu, non so cosa sarebbe stato di me. Io lo amavo.

E lui ti amava?

Certo che sì.

Come lo sapevi che era amore?

Altro che abitudine! Vita con una persona per me non è questione di comodità. Tu la pensi così?

No, mamma. Vorrei anchio una storia come la vostra Voglio sposarmi per amore, non per convenienza. Voglio essere amato.

Vedrai che succederà, dolcezza! Non avere fretta

Forse proprio per questo, quando Lisa apparve nella nostra vita, Rosa non si oppose. Decise che, se era la scelta del figlio, allora andava bene anche per lei.

Con il passare del tempo trovammo un equilibrio. Le mie difese sparirono, e iniziai a vedere Rosa quasi come unamica.

Quando il nonno propose di vendere la stanza, mi demoralizzai.

Cosa cè che non va? il nonno stava sistemando dei documenti per la vendita, io lo aiutavo.

Niente! Siamo adulti. Troveremo una camera in affitto o un piccolo monolocale, secondo le possibilità. Arnaldo ha appena cambiato lavoro, io guadagno poco. La stanza come la vostra sarebbe il massimo

E cosa ha che non va?

Nulla! Se solo avessi i soldi la comprerei io. Ma sono solo sogni. La nostra casa arriverà con fatica. Ma intanto almeno risparmiamo un po. Natalia dice che anche un piccolo gruzzoletto infonde fiducia. Ed è vero! Arriverà anche il nostro momento.

Brava! Indipendenti e ottimiste. Così si fa, il nonno sorrideva.

Ho detto qualcosa di buffo?

Lui rispose solo accarezzandomi la guancia e chiedendomi di mettere su lacqua per il tè.

Prendiamoci una pausa a spettegolare. Sai, alla mia età rimane solo questo! Rosa ti dà fastidio?

Ma figurati! mi inalberai. Non mi ha mai fatto del male!

Già… e allora perché ti agiti tanto? Calmati, dài

Perché dite così?

Lei è tua suocera, no?

E quindi?

E tutte le storie sulle suocere perfide? Saranno vere?

Frottole! Io nessun problema! Ma cosa ve lo dico a fare? Voi già sapete tutto

Certo. So che per Rosa sei come una figlia. Non respingerla. Lascia che ti sia vicina. Ha un cuore grande.

Non voglio che qualcuno mi compatisca!

E perché mai?

È umiliante.

Allora non vengo più a trovarvi!

Perché?

Pensavo ti facesse piacere la mia compagnia vorrà dire che smetto.

Non capisco. La pietà non è bella, o sì?

Dipende. In passato in Italia volere bene e avere pietà si usavano quasi come sinonimi. Quando uno sta male, cosa desidera? Coccole? O compassione vera?

Forse la seconda

Appunto! Talvolta si ha bisogno di essere compresi più che di essere amati. Ma la pietà ha anche dei limiti.

Tipo?

Se tuo marito beve e tu lo compatisci, poco serve. O se tuo figlio fa uno sbaglio e per pena non lo rimproveri, non gli farà bene. La pietà serve, ma con giudizio.

Io vi voglio bene

E io lo so! Perché non è per compassione da vecchio. Ti sono simpatico, vero?

Molto!

Allora è reciproco. E vada così: vogliamoci bene.

In quel momento mi tornò in mente il discorso del nonno. Il gatto davanti alla porta, in fondo, sembrava solo aspettare qualcuno che gli volesse bene. Infatti, quando provai ad accarezzarlo, rimase fermo. Ma allinvito ad entrare, si allontanò di scatto salendo le scale, lasciandomi stupito.

Beh, almeno linvito glielho fatto sospirai, pronto a chiudere, quando il peloso riapparve sulle scale.

Ma non era solo.

Aveva un gattino tra i denti, una sua minuscola copia.

Ma guarda te! presi il micetto tra le mani, mentre il rosso tornava su di corsa.

Stavolta, il fratellino era ancor più vivace. Si dibatteva, non voleva saperne di farsi trasportare tranquillo. Io ridevo di gusto mentre il gatto lo mollava a terra, faticando, ma senza arrendersi al trasporto del ribelle nella nostra casa.

Eh già! Sei proprio una brava mamma! presi il secondo micetto, aprìi la porta. Coraggio! Vieni dentro. Ne hai altri da portare ancora?

Il gatto entrò titubante, guardando me e i cuccioli fra le braccia.

Avanti, fidati! Qui nessuno vi farà male. La vostra mamma dovè?

Non rispose, ma afferrò per la collottola il più piccolo che avevo adagiate a terra e si mise a insegnargli ad usare la sabbietta.

Sei proprio una mamma in gattese! risi sommessamente, portandomi una mano alla bocca per non spaventare i micetti. Scusate! Vado a vedere cosa vi trovo da mangiare.

Il gatto accolse liniziativa con entusiasmo, così mi spostai in cucina.

La sera, radunai il consiglio di famiglia.

Signora Rosa, se non vi va bene cercherò loro una sistemazione, ma non li rimando per strada. Sono piccoli, non so cosa sia accaduto alla madre e perché sia un gatto a prendersene cura. È strano.

Cara Lisa, ma perché chiedi permesso a me? Rosa accarezzava il gattino sulle ginocchia, sorridendo. Questa è casa vostra, decidi con Arnaldo chi farci stare dentro. Hai fatto bene a pensarci! E come li hai nutriti intanto?

Latte, per fortuna già loccano da soli.

Questo lo prendo io quando cresce. Gli altri…

Troverò loro casa, ma il gatto grande lo tengo: voglio imparare da lui.

A fare cosa? Rosa sollevò le sopracciglia.

Arnaldo mi fece un gesto dintesa, lasciando a me il compito di dare la notizia che avevamo tenuto nascosta per il suo compleanno.

A imparare a essere una buona mamma Tra poco avrò due maestri: tu e questo balordo qui

Accarezzai lorecchio del gatto seduto accanto e, quando Rosa mi abbracciò, non riuscii a trattenere le lacrime.

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