Questo episodio accadde nellormai lontano 1995. Allepoca ero studente allAccademia Militare Nunziatella di Napoli. Nel bel mezzo di una lezione, mi tirarono fuori dallaula e mi ordinarono di correre dallufficio del Comandante. Dentro la stanza da generale, seduta su una poltrona, cera una signora dallaria sconfortata: occhi gonfi, lacrime che scorrevano a fiumi, e il fazzoletto lavorava più di un operaio della FIAT.
Il nostro comandante era il generale Bianchi, un vero leone: ufficiale tutto dun pezzo, uscito indenne dallAfghanistan e con la reputazione dessere burbero ma giusto. Diciamolo, un po lo temevamo, ma lo rispettavamo con tutto il cuore. Non lavevo mai visto così abbattuto. Si avvicinò e, come se la speranza gli fosse rimasta solo nei baffi, mi disse:
Ragazzo, non ti parlo da superiore, ma da amico. Ho bisogno del tuo aiuto.
Sono a disposizione, risposi senza pensarci un attimo. Cosa devo fare?
Mio nipote sta male, sospirò il generale. Ha finito la Nunziatella un anno fa, dovresti conoscerlo. Ora studia Medicina alla Federico II, ma gli è capitato qualcosa di grave. La nostra ultima speranza è tuo nonno. Aiutaci. Forse accetterà di vederlo e capire cosa non va.
Niente domande inutili, solo azione: telefonata lampo al nonno e, in meno di 15 minuti, eravamo già sullauto di servizio, una nobile Alfa Romeo, diretti a casa sua. Fortuna volle che fosse il primo giorno di ferie per il nonno: lo pescammo al volo, mezzora prima che partisse per la casa al mare.
Il paziente era con noi. Anche se lo conoscevo di vista, faticavo a riconoscerlo: gli occhi persi nel vuoto, lo sguardo spento come una Fiat senza benzina. Sembrava in catalessi. Qualcosa di inquietante, davvero.
Di corsa verso casa del nonno. Ci fece entrare e ascoltò il pianto disperato della mamma del ragazzo. Sette mesi prima, il figlio era entrato a Medicina. Un giorno, durante una lezione, un attacco improvviso davanti a tutti. Ricovero in ospedale, analisi dalla testa ai piedi, ma niente. Lo dimettono, nuovo attacco. E poi ancora. Nessuno ci capiva più nulla. Così rimaneva solo lopzione nonno: luminare di neurologia e psichiatria a Napoli e non solo.
E qui arriva il bello. Il nonno portò il ragazzo di là, e dopo un quarto dora tornò, da solo.
Potete andare a casa, comunicò serenamente alla mamma e al generale.
Ma e mio figlio? Non dovevamo curarlo? balbettò la signora, già pronta alle crisi.
Via, via a casa. Io invece porto il giovane con me alla casa al mare. A me serve una mano per spaccare legna, con queste braccia giovanili che si sprecano! replicò il nonno, ironico come sempre.
Così, un po a calci nel sedere ma col sorriso, ci mandò a casa, mentre lui e il paziente prendevano la via della costiera sorrentina.
Un mesetto dopo, il generale mi convocò di nuovo. In studio la stessa donna, stavolta raggiante come una napoletana a una tombolata. Al suo fianco, lex paziente: completamente trasformato, in forma e sorridente. Mi strinse la mano, mi ringraziò, e lo stesso fece il generale. Un miracolo, dicevano. Nessuno era riuscito a fare nulla, e in meno di un mese il ragazzo era tornato quello di prima. Fossi stato bravo a contare, ricorderei quante miracolate ha regalato mio nonno nella sua carriera!
Poi indagai anchio. Che era successo? Semplice: lo stress micidiale della facoltà di medicina laveva fuso come una caffettiera troppo a lungo sul fuoco. La mente, sovraccarica, aveva spento i motori per non esplodere. Il nonno intuì subito e adottò la terapia allitaliana: niente pillole, ma dura fatica. Portò il ragazzo al mare, lo mise a spaccare legna come un boscaiolo del Trentino, e gli vietò qualsiasi studio. Sveglia alle 8, doccia fredda, colazione e via a massacrare tronchi fino al tramonto, con solo una pausa per pasta al pomodoro e polpette. Sera, crollo a letto e sonno profondo.
Dopo qualche settimana così, il cervello si ricaricò come una batteria nuova di zecca, e tornò a funzionare meglio di prima. Mai una medicina, solo sudore e risate campagnole.
Ecco, questa è la storia. Raccontata oggi sembra quasi una barzelletta, ma a Napoli e dai nonni i veri miracoli passano sempre per una montagna di legna da spaccare e, ovviamente, un buon piatto di spaghetti!







