Il Riccetto

Riccio

Di nuovo! Elena lesse il messaggio nella chat del gruppo dellasilo, poi lanciò il telefono sul divano accanto a sé con uno sguardo che sarebbe bastato a far crescere i pomodori nei balconi delle vicine, senza troppo sole.

Che cè, mamma? domandò Olga, scostando i quaderni di matematica per guardare la madre.

Hanno indetto lennesimo concorso! Non ne posso più, questi concorsi stanno diventando una tradizione più fastidiosa del panettone a Ferragosto. E ovviamente, consegna dopodomani. Io domani ho il turno di notte. Quando mai dovrei trovare il tempo?!

Vuoi che lo faccia io? Olga spinse via il suo libro di algebra. Ho quasi finito i compiti. Lalgebra potrei anche copiarla domani da Marika, tanto il problema sembra scritto da uno col mal di testa: non ci ho capito niente. Magari lei me lo spiega.

No, no, figlia mia, pensaci tu ai compiti tuoi. Non ci manca che ti metti pure a fare lavoretti, con la pagella che si avvicina e i test in arrivo.

Ma Se non lo facciamo, Vovino si deprime. Ti ricordi come ci è rimasto male laltra volta? Tutti col diploma in mano e il suo lavoretto nemmeno degnato di uno sguardo. Eppure laveva fatto tutto da solo

Appunto per questo non lhanno guardato! Elena strinse le labbra. Lì in mezzo sembra una mostra di Michelangelo e Canova. Altro che bambini: qui ci sono genitori che nascono con la pistola a colla tra le mani. Che un bambino riesca a fare quelle opere? Ma questa non è nemmeno la cosa che mi dà più fastidio.

E cosa ti urta allora?

Il fatto che le maestre giurano a coro che sono lavori fatti dai bimbi. Se li vedessi! Ci vuole il doppio della mia età solo per capirci qualcosa Possibile che tutte le altre tacciono? Nessuno si ribella? Tutte mute e via a incollare allalba, ogni volta. Ti ricordi in prima elementare? Finché qualche mamma disse: basta con le idiozie, o li fanno i bambini o niente.

Era quando la vostra maestra, la signora Irina, si dimise da tutte le attività extra-curriculari? rise Olga.

Esatto! E che liberazione fu per tutti! Poi la signora Svetlana cambiò le regole: dora in poi, lavoretti rigorosamente fatti a mano dei figli. E ti ricordi Nini che portò il pupazzo fatto ai ferri dalla mamma? Fosse una cosa fatta da lei, va bene, invece subito una nota sul registro. E la magliaia di mamme a correre in cerca di gomitoli

Ah, quindi fu per quello che girai per le scale come una matta alla ricerca di lana quella sera! Certo che mi ricordo.

Eh, vedi. Ma a Nini la fecero sedere a tentare di fare un cerchietto alluncinetto, ovviamente non ci riuscì e prese un bel 2. Non te lo ricordi?

Lavevo rimosso Era secoli fa.

Secondo me il premio ai concorsi dovrebbero darlo ai genitori, non ai bambini. Così non ci resta male nessuno! Olga radunò le penne, si alzò dal tavolo e fece cenno verso la cucina. Vuoi un tè? Poi racconto a Vovino una favola.

Sì, lo voglio! Elena si alzò, abbracciò Olga e la baciò in fronte. Ma quanto sei cresciuta! Ora non arrivo più nemmeno a darti un bacetto sulla testa, ormai tutta tuo padre.

Dai, mamma, lasciamo stare Olga si scostò piano. Non parliamone.

Va bene, niente ricordi oggi. Prepara il tè, che io intanto faccio una chiamata. Mi hai dato una bella idea.

La strinse unaltra volta, poi la spinse dolcemente fuori dalla stanza.

Vai, vai!

Osservando la schiena diritta e sottile di Olga, Elena pensò che la genetica è proprio una barzelletta crudele: lei tutta curve e biondissima, identica a Vovino, che era la sua copia sputata, robusto e col ciuffo chiaro come una nuvola; Olga, invece, poteva posare per uno di quei cataloghi di scuole di danza: collo lungo, polsi di seta, eleganza naturale che veniva dalla nonna paterna, una ballerina (che, per carità, non aveva mai sfondato, era il tredicesimo cigno a sinistra nello Schiaccianoci), ma con una schiena da manuale, tenacia e voglia di lavorare come fosse una fabbrica del Novecento. Sì, a parte il carattere: Olga di polemico non aveva nulla, e la sua gentilezza spesso si trasformava in occasione per gli altri di approfittarsene. Eppure, cambiarsi danimo non le è mai passato per lanticamera della mente.

Animali malridotti spuntavano sempre a casa, portati da Olga di ritorno dal supermercato, dai compiti di gruppo, dalla nonna Rimessili in sesto, trovava loro famiglie che li accoglievano. Lunico rimasto era il vecchio mastodontico gatto che Olga aveva salvato proprio il gennaio prima.

Quellinverno faceva freddo che a Milano avevano bloccato le scuole. Olga stava a casa col fratellino, influenzato. Lasciati polpette e Vovino con il divieto assoluto di muoversi dal divano, si precipitò a comprare due cipolle nel negozietto sotto, ma tornando fece un volo sulle scale da far impallidire qualsiasi nonno con le ciabatte, finendo accanto a un grosso gatto nero come il caffe, spelacchiato, con due occhi color miele che ti trapassavano nella tristezza. Pareva avesse scelto le scale come suo palcoscenico finale. Olga si commosse, si sfregò le lacrime dopo la botta e chiese:

Hai freddo? Vuoi venire su con me?

Il gatto, indifferente alla vita, non rispose, limitandosi a rannicchiarsi ancor più.

Tentare di portarlo di peso era fuori scala, quindi Olga aprì la porta del portone e gli fece un cenno:

Vieni? Dai, dentro fa caldo e cè il latte.

Il gatto la fissava come a dire chi vuoi che mi voglia. Olga si sedette sul gradino gelato.

Vieni, forza non avere paura. Dai che mi servi, davvero.

Alla fine il gattone si alzò, le diede una testata sulla mano e la seguì: il primo gesto di fiducia da mesi, probabilmente.

Tornata a casa, Elena lo guardò e sospirò:

Olga, questo gattaccio qui secondo me non resisterà molto

Almeno morirà al caldo, mamma

Non ho detto nulla. Possa restare.

La forza di protestare, ormai, le mancava. Metteva il pilota automatico su lavoro-casa-figli. Da un po, le sembrava di vivere in una gelatina lenta e appiccicosa, dove tutto scivolava, tranne i figli, che erano le sue ancore a questo mondo.

Il marito era sparito per gradi: un anno a fare il doppio gioco, due vite, due frigoriferi, persino due dentifrici. Lei con lui non voleva parlare neppure per sapere le previsioni meteo, ma lui si ostinava: i bambini almeno a me ci tengono. Alla fine, sistemarono le stanze: lui da una parte, lei e Olga stringendo sul divano letto in camera della figlia. Da brava adolescente precoce, Olga capì tutto senza doverlo dire.

Elena sapeva che dallaltra parte cresceva un secondo figlio di quel marito in offerta speciale, un bambino appena più piccolo di Vovino, e che la nuova fidanzata, più magra di una radice di sedano e biondissima, passeggiava nel quartiere con il figlio vestito come un principino. Altro che antagonista: più che una rivale era una statua vivente, perfetta, esibita nei parchi come la collezione dautunno. Quando la vide un giorno arrivando dal vecchio parco milanese, in cui non metteva piede da mesi, Elena respirò a fondo, pestò allegramente qualche foglia caduta come quando era ragazzina, e si convinse che prima o poi avrebbe ritrovato se stessa. Magari non quella dei cataloghi di viaggi, ma almeno quella col maglione bucato che ride dei guai.

Il marito la incrociò e giocava felice col nuovo figlio. Bastò quello per chiudere il sipario: tornata a casa, impacchettò i vestiti di lui, lo guardò dritto negli occhi quando rientrò e, senza alzare la voce, ordinò:

Vai.

La figlia, silenziosa spettatrice, fece eco:

Vai.

E quando la porta si chiuse, Elena scivolò col sedere al muro, esausta.

Mamma, che hai? mormorò Olga.

Metti su il bollitore, va Ho bisogno di un tè.

I figli reagirono diversamente: Vovino era piccolo, la mamma bastava. Il padre non lo vedeva spesso, tanto impegnato a riscoprire se stesso, chiaro. Ma Olga affrontò la notizia come unepidemia di malinconia che le occupava la testa nelle lunghe notti, osservando il soffitto alla ricerca di motivi di speranza tra le ombre.

Lo stress si fece sentire presto: Olga diventò nervosa, tanto sensibile che piangeva anche guardando la pubblicità dei detersivi. Lo psicologo non servì. Solo con larrivo del vecchio gattone, che fu ribattezzato Cosimo (Kuzma dai bambini, alla milanese), le cose migliorarono.

Nessuno, in casa, si permise più di metterlo in mezzo alla strada: il mastodontico Cosimo, a modo suo, faceva terapia a Elena. Non chiedeva coccole, non si lamentava, ma si piazzava là, tutte le sere, sulla sedia della cucina. E lei di notte, a bassa voce, finiva per raccontare di tutto: paure, sogni, nostalgia della famiglia che si stava sciogliendo. Cosimo fissava le sue pupille color miele, come a consolarla tacitamente, fedele compagno dascolto.

Quando Elena iniziò a notare che anche Olga era più rilassata, fece una dichiarazione:

Guarda che se vuoi piazzare il gatto da qualche amico, io mi oppongo. Ormai fa parte della famiglia.

In un anno Cosimo si trasformò, si ingrassò, il pelo tornò lucido e laria da teppista lasciò spazio a quella di sofisticato filosofo casalingo. Alle domande curiose delle amiche sulla sua vita sentimentale, Elena ormai rispondeva:

Voglio un uomo come Cosimo: mi ascolta, ama i bambini, non lascia i calzini sulle sedie e chiede poco. Una meraviglia!

A relazioni future neanche pensava: si sentiva come una Barbie smontata cui sono rimasti solo i figli e un gatto. A volte bastano questi affetti piccoli per rimettere in moto la vita.

Ecco, con Olga nessun trauma alle elementari: la scuola materna per lei fu una sfilza di feste continue cambi dabito più frequenti dei pettegolezzi sotto casa. Scarpe, fiocchi, recite.

Con Vovino, invece, tutto più serrato: nuove maestre allasilo e mamme del comitato genitori in pieno delirio organizzativo. Più che un asilo, sembrava la produzione di uno spot natalizio della Barilla. Il marito, ovviamente, dopo essere stato accompagnato alla porta, aveva giurato: I soldi li vedrai solo dal giudice!. Elena, che sapeva di non potersi mantenere con la sua busta paga da infermiera, tenne duro e trovò un secondo lavoro: stanca come dopo una maratona sul Duomo, ma almeno senza doversi umiliare dal suo ex.

Così il tempo divenne una risorsa introvabile: i lavoretti per concorsi iniziarono a pesare più di un sacco di cemento. Eppure allinizio andava avanti: un animaletto di pongo qui, una maschera di carta là Olga aiutava, Vovino pretendeva di fare tutto da solo. Ma i suoi lavorini venivano relegati nellangolo più remoto dello scaffale, irrilevanti. Una sera, alla riunione di classe, la maestra sgridò Elena davanti a tutti: Mica sarà un dramma dare mezzora al proprio figlio!. E le altre genitrici, finalmente, sbottarono. Bastava concorsi! Elena promise a se stessa di non farsi pestare più i piedi.

Quando la riunione finì, si immaginò Cosimo che la aspettava, solito sguardo zen, per dividere una tazza di tè e farle raccontare la serata come si fa tra amici veri.

Quella sera, un messaggio annunciava lennesimo concorso. E stavolta, Elena sentì che era troppo: basta. Questo giro, i lavori li facciano davvero i bambini! Scrisse alle tre mamme e un papà più affidabili della classe e organizzarono un piccolo sabotaggio creativo.

Il giorno della festa, Elena andò all’asilo fiera come unitaliana con il dolce pronto per la tombola. Se non funzionava, pazienza: mai più avrebbe permesso a nessuno di darle della cattiva madre solo perché il figlio voleva fare il lavoro da solo.

La creazione di Vovino un riccio di pasta modellata stortarello era, come al solito, semi-nascosta tra le opere darte. Elena la prese dallo scaffale, ci aggiustò la targhetta e la piazzò bene in vista, tra lo sguardo perplesso della maestra, che però dovette chinare la testa. Vovino a bocca aperta, quando la vide. Orgoglio che trapelava nelle guance rosse.

Poi, gran caos, i bambini travolsero le aule tra costumi e pettinature improbabili; finalmente si scese in sala giochi, per la grande esibizione.

Il concerto andò benissimo: Vovino, vinto dallemozione, recitò una poesia che gli aveva insegnato Olga e ballò il valzer con una compagna. Forse la nonna ballerina ha portato anche a lui qualcosa, pensò Elena intenta a valutare se iscriverlo a un corso di danza.

Ecci la proclamazione dei vincitori: diplomi e cioccolatini ai soliti noti, quelli con le opere da adulto. Vovino, per la cronaca, neanche fuori dal radar.

Elena, stavolta, non ci stava:

E ora, scusate ma vorremmo dire due parole, se la maestra permette.

Alcuni genitori sorrisero, consapevoli; altri incuriositi. Elena prese una pila di certificati e la mamma di Lisa una scatola ben confezionata.

Prima di tutto: grazie alle nostre insegnanti! Il loro impegno è impagabile Anche se, a volte, ci fanno sudare freddo! Ma cè una cosa importante: vorremmo premiare pure chi, pur non vincendo, si è sbattuto tanto. Applauso per tutti i piccoli!
I bambini si rianimarono: finalmente diplomi anche alle nonne (cioè, i lavoretti a mano) e cioccolata in regalo.

E ora continuò Elena premiamo i veri artisti di casa! Cioè Noi genitori!

E via di ciucciotti al comitato che aveva prodotto più lavoretti dei figli. Tutti, ma proprio tutti i super-artisti-faidate vennero premiati e risero anche le maestre, seppure un po nervose.

Quando tornarono in classe, sulla seconda mensola erano apparse le creazioni fatte SOLO dai bambini: sopra, un cartello scritto da Olga a caratteri cubitali. IO, DA SOLO!. Elena prese Vovino, infilarono le scarpe e uscirono a razzo, diretti a casa.

Mamma?

Dimmi, campione rispose guardandolo stringersi al diploma.

Se mi hanno dato lattestato, allora il mio riccio era buono?

Certo! Tutti lhanno visto, hai sentito! Era il migliore perché TU lhai fatto, non lha sistemato Olga, né tanto meno la mamma con la pistola a caldo!

Però Il riccio è un po storto.

E che importa? È tuo.

Camminando a passo svelto, Vovino la guardò:

Mamma, tu sei fiera di me?

Elena si fermò, si inginocchiò e lo guardò negli occhi:

Tanto. Sei più bravo di quanto pensi. Sai fare le cose solo e aiuti sempre, non ti lamenti come fanno tanti. Lo sapevo che ieri non era Olga a lavare i piatti E grazie, davvero, per tutto.

Chi è un vero uomo, mamma?

Bah, uno che risolve i problemi ma sa anche ringraziare. Capisce che non esistono cose da maschi o da femmine, ma solo cose giuste da fare in famiglia. Tipo ieri: tu ai piatti, Olga ai compiti di chimica, tutti felici!

E come si fa?

Tutto col tempo, tesoro. Sai che mi è venuta una fame? Ci serve una torta?

Sìì!

Alla sera, seduta in cucina con il tè al timo e i bambini che scherzavano, Cosimo che si stiracchiava in un angolo, Elena capì che, in fondo, la felicità è semplice: bastano parole gentili e sentirsi importanti almeno per qualcuno.

Silenzioso, il telefono finì in borsa, la chat dellasilo fu eliminata la mattina dopo e le notizie filtrate solo dalla madre di Lisa. Poi, risero a ripensare alle facce seccate degli altri, mentre distribuivano i premi.

Fu così che, due anni più tardi, Vovino finì al Liceo militare e il suo riccetto storto rimase sulla mensola della cucina, accanto alla teiera che Olga portò da Roma dopo luniversità.

Quanto a Elena, quando rimase sola con Cosimo, poche idee su come reinventarsi. Ma il destino, si sa, in Italia ama improvvisare: incontrò Egidio, un ometto tondo e tenero, che aveva la pazienza di ascoltare, dare spazio, piantare insieme le rose in giardino e viaggiare insieme dove volevano. Egidio seppe farsi voler bene pure dai figli, e per Elena fu una rivelazione: non aveva mai creduto possibile amare figli non suoi. Olga, durante le vacanze, spesso sorrideva vedendo mamma e Egidio mano nella mano al parco, e tra sé sperava, un domani, di trovare anche lei un compagno di passeggiate autunnali, foglie sotto i piedi, caldarroste in tasca e una tazza di buon tè da condividere senza parlare. Perché, a volte, basta sapere che cè chi ti ascolta, anche senza parole.

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