Bagaglio smarrito
La valigia pesava diversamente. Chiara lo capì ancora prima di afferrarla dal nastro bagagli. I soliti dodici chili sembravano improvvisamente diventati altro: più pesanti, più densi, con un centro di gravità del tutto nuovo. Eppure linvolucro grigio era lo stesso di sempre: plastica, quattro ruote, graffio sullangolo sinistro. Chiara strinse la maniglia e si avviò verso luscita.
Laeroporto di Genova odorava di caffè e di pioggia sulle piastrelle. Fuori dai vetri il cielo di metà marzo piagnucolava, tuttaltro che da vacanza. Chiara, però, si era già convinta che partecipare a un convegno sul verde urbano era una buona ragione per volare da Bari a Genova. Ma non così buona da farla saltare di gioia.
Aveva trentuno anni. Ricercatrice junior allIstituto di Urbanistica, un monolocale in affitto da ventotto metri quadri, libri impilati contro la parete. La madre, rimasta ad Alessandria, chiamava tutte le domeniche e ripeteva sempre la stessa domanda: «Allora? Novità? Qualcuno?». E ogni volta Chiara rispondeva: «Mamma, davvero, lavoro troppo». Come se spiegasse tutto.
Il taxi fino allhotel ci mise venti minuti. Il tassista chiese se fosse venuta in vacanza. Chiara disse solo: «Per lavoro». Lui annuì senza stupore, come se fosse la risposta standard.
La stanza era piccola ma pulita, dava su una striscia di mare color grigio piombo. Sul davanzale una piantina di plastica una gerbera che non era mai stata una vera gerbera. Chiara poggiò la valigia sul letto, sganciò le chiusure e aprì il coperchio.
E si bloccò.
Dentro cerano abiti da uomo.
Un maglione a maglia grossa verde scuro, odoroso di erbe invece che di aftershave. Una taglia che le sarebbe andata tre volte tanto. Un paio di jeans. Scarpe da ginnastica in un sacchetto, numero quarantatré. Un caricabatterie di marca sconosciuta. Un sacchettino con dei semi letichetta in una lingua straniera, qualcosa di botanico. E un quaderno grosso, copertina di pelle, tenuto insieme da un elastico ormai lasso.
Quella non era la sua valigia. Chiara si sedette sul bordo del letto e fissò la roba non sua. Era proprio identica la valigia: quattro ruote, lo stesso graffio, tutto quanto. Ma non era la sua. Qualcuno in aeroporto aveva preso le sue cose: libri, vestito da presentazione, portatile con la presentazione, foto della mamma nella cornice. E lei aveva preso la valigia di qualcun altro.
Per cinque minuti rimase lì, bloccata. Poi chiamò in aeroporto. Una voce registrata la pregò di restare in attesa. Attese undici minuti prima di parlare con una vera persona, che prese i dati del volo e il numero della valigia e le chiese di aspettare. «Richiamiamo noi, non si preoccupi».
Chiara rimise giù il telefono e fissò di nuovo il quaderno. La copertina era consumata, lelastico slacciato.
Sapeva che non si fa. Le cose degli altri non si guardano. È come ascoltare dietro una porta o spiare una finestra accesa la sera. Non si fa, punto. Ma lindice abituato al touchpad si mosse da solo: toccò la pelle calda e morbida della copertina.
Aprì il quaderno.
***
La calligrafia era strana. Lettere che pendevano a sinistra, rotonde, con codini lunghissimi. Non uno scarabocchio frettoloso, ma parole pensate. Uno che scrive così, probabilmente parla anche lentamente.
La prima pagina non aveva data.
«Torino. Al mattino ho scalato la collina della Superga a piedi. La città sotto sembra un enorme giardino lasciato a se stesso. Gli alberi spuntano tra i palazzi, i cespugli conquistano i balconi. Ho disegnato il platano davanti alla stazione della funicolare. Il tronco una mappa di un paese sconosciuto: chiazze chiare, isole scure. Sono rimasto lì per tre ore, finché non avevo più sensibilità nelle mani.»
Chiara girò pagina.
«Firenze. Ho disegnato un baobab allOrto Botanico. Non era un vero baobab, ovviamente era bonsai. Ma le radici sembravano voler scappare dal vaso. Un albero serio in una misura ridicola. Forse un po come me.»
Per la prima volta nella giornata, sorrise.
Scorrevano una dopo laltra: Verona, Porto, Trieste, Cagliari. Sempre posti e piante. Un viaggio continuo, alberi e pensieri ad alta voce sulla carta. Nemmeno una riga su hotel, ristoranti, monumenti. Solo chiome, tronchi, radici. E in mezzo alle parole, schizzi rapidi e decisi. Un rametto con tre foglie. Una radice che abbracciava una pietra.
«Verona. Al mercato ho visto un arancio in mezzo alle bancarelle. I venditori ci appendono i sacchetti e i prezzi. Ma lalbero è lì: avrà almeno duecento anni. Ha visto tutti i mercanti passare. Lho disegnato come potevo, con le mani tremanti dal caldo.»
«Porto. Le glicini sulla Ribeira pendono così basse che sfiorano le teste. I portoghesi ci girano attorno. I turisti le fotografano. Io pensavo: ecco un albero che se ne frega dei confini. Cresce dove gli pare. Vorrei essere così.»
Chiara scoprì che stava leggendo da quaranta minuti ormai. Fuori si era fatto buio. La pioggia picchiettava il davanzale come una tastiera impaziente.
Voltò ancora pagina.
«Trieste. Sono entrato in un parco abbandonato ai margini della città. Tigli grossi come colonne, con le radici che spaccano lasfalto. Una volta ci passeggiavano le persone. Ora solo alberi. E io. Ho disegnato un tiglio. Pareva una sentinella, dritto, immobile, nessuna foglia che si muovesse. Pensavo: così deve essere la fedeltà. Resti fermo ad aspettare qualcuno che forse torna.»
In ogni pagina lautore parlava con gli alberi come altri parlano con gli amici: senza nessun filtro, nessuna vergogna. Gli alberi erano i suoi compagni di viaggio. A Chiara venne voglia di sapere il perché.
Poi arrivò una pagina che le fece chiudere di colpo il quaderno per fissare la parete.
«Cagliari. Due anni dopo il divorzio. Ho viaggiato con Laura quattordici anni dalluniversità allultimo giorno. Mi ha detto: Ti piacciono gli alberi più delle persone. Forse aveva ragione. Forse non ero capace ad amare le persone in modo che lo sentissero. Non credo più che troverò. Non un albero, una persona. Una che capisca perché disegno radici.»
Chiara chiuse il quaderno e lo posò sul comodino. Poi andò alla finestra.
La pioggia continuava in silenzio. Dietro, il mare era scuro e piatto come velluto. Sotto, una porta sbatté, si sentì una risata di coppia voci giovani, allegre, estranee.
Trentuno anni. Un monolocale. Libri a pile. «Novità, Chiara? Qualcuno?». Lultima relazione finita da un anno e mezzo; non sapeva più nemmeno quando aveva smesso di cercare. A un certo punto si era solo accorta di stare bene da sola. O meglio: essere abituata. E labitudine, se ci pensi poco, sostituisce la felicità.
Soltanto allora si ricordò.
La lettera.
Cioè, quella che aveva iniziato sul volo, annoiata dallattesa lunga. Due ore di ritardo, aveva riempito un foglio per far qualcosa con le mani. Non diario, né nota di lavoro. Una sciocchezza che una donna adulta non dovrebbe scrivere: Caro sconosciuto, sogno di incontrare. Era rimasta in sospeso. Laveva infilata nella tasca della valigia prima di imbarcarsi e poi se ne era dimenticata.
Ora quello stesso foglio era nella sua vera valigia. Nella valigia che aveva preso qualcun altro. Quelluomo, che aveva il suo diario sul comodino.
Chiara si sedette. Le guance calde come dopo una corsa.
***
Il mattino dopo chiamò ancora in aeroporto.
Ufficio oggetti smarriti, Lucia, rispose una voce stanca, con sottofondo di qualcuno che sgranocchiava grissini.
Ieri ho fatto una segnalazione. Volo Bari Roma Genova, etichetta numero
Un momento. Smise di sgranocchiare. Ecco sì, la sua pratica è in lavorazione. La contatteremo.
Quando?
In ordine di arrivo. Da tre a dieci giorni lavorativi.
Dieci?
Lavorativi. Magari prima. Resta in attesa, signora.
Chiara rimise giù e guardò la valigia estranea. Le servivano dei vestiti. Il convegno era tra due giorni. Lunico abito, il portatile, le scarpe: tutto nella valigia di uno sconosciuto, chissà dove.
Uscì a piedi. Il centro commerciale era a quindici minuti. Comprò pantaloni, camicia, biancheria, caricatore. Alla cassa, la commessa le chiese:
Ha perso la valigia?
Scambiata.
Qui a Genova succede spesso. Sono tutte uguali, stoiche e grigie.
Chiara annuì. Non era la sola; in un modo insensato, la cosa la consolava.
Passò in farmacia per spazzolino e dentifricio, poi entrò in un bar dangolo per un cappuccino. In piedi, perché tutti i tavolini erano occupati da coppie. Sulla via del ritorno, chiamò la mamma.
Sei arrivata? Che tempo fa?
Piove.
Hai preso lombrello?
Mamma, ho perso la valigia.
O Gesù. Rubata?
No scambiata allaeroporto. Qualcuno ha preso la mia.
Silenzio. Poi:
Allora ora qualcuno si guarda i tuoi libri. Chissà che pensa.
Mamma, dai.
Cosa vuoi, è vero! Ti porti mezza biblioteca dietro.
Non raccontò alla madre del diario degli alberi. Né della calligrafia. Né della pagina di Cagliari. Solo: «Andrà tutto bene, mamma». E chiuse.
Poi tornò in camera e riaprì la valigia.
Non per il diario; cercava indizi, un nome, un riferimento, qualunque cosa. Nei taschini interni trovò un biglietto da visita.
«Tommaso Ricci. Progettazione del paesaggio. Progetti, consulenze, realizzazioni».
E un numero.
Chiara scrisse su WhatsApp:
«Buongiorno, credo che in aeroporto a Genova sia avvenuto uno scambio di valigie. Ho la sua: grigia, col graffio. Ho trovato il quaderno e il biglietto. La contatto per restituirla».
Risposta nove minuti dopo.
«Buongiorno. Ho appena aperto la sua valigia. Decisamente non è mia: libri, quaderno, vestito. Mi scuso. Sono anche io a Genova. Possiamo incontrarci per lo scambio?»
Chiara rilesse il messaggio. Libri, quaderno, vestito. Laveva aperta anche lui.
«Va bene. Dove preferisce?»
«Bar “Il Faro” sul lungomare. Domani alle dieci? Porto la sua valigia.»
«Daccordo, ci vediamo lì.»
Posò il telefono. Lo prese, rilesse: libri, quaderno, vestito. Lui aveva aperto la valigia. Aveva visto il quaderno dei suoi appunti. Forse la foto della mamma nellastuccio.
Forse aveva trovato anche la lettera.
Chiara chiuse gli occhi e cercò di immaginarselo: in una camera dalbergo, o su qualche terrazzo, con il suo foglio tra le mani. La carta strappata per noia, la calligrafia frettolosa. Leggeva parole che lei non aveva mai pensato di mostrare a nessuno.
Li riaprì. Prese il diario dal comodino e lesse ancora la pagina di Cagliari.
«Non credo più di trovare».
E lei aveva scritto «caro sconosciuto, sogno di incontrare». Quella lettera era nelle mani di uno che disegna radici e cerca chi capisca perché.
Una coincidenza. Una di quelle assurde, impossibili, da commedia romantica.
O forse no.
Riaprì il diario dallultima pagina. Oltre Cagliari cerano ancora poche righe.
«Bologna. Primavera. Il balcone è talmente pieno che i vicini protestano. Centoquattordici piante le ho contate. Laura direbbe: Sei matto. Ma Laura non cè più. E non si lamenta nessuno. Solo il ficus, a volte. Ma lui tace. Linterlocutore perfetto.»
Poi lultima nota:
«Sto volando a Genova. Orto Botanico. Voglio vedere lalbero dei tulipani, dicono che abbia più di centanni. Vacanza. La prima in due anni che non sia per lavoro. Strano viaggiare solo per viaggiare. Sembra che serva una scusa.»
Chiara chiuse il diario. Lo rimise nella valigia. Chiuse la zip.
Lui andava a Genova per un albero. Lei per il convegno sul verde cittadino. Lui disegnava piante in giro per lItalia. Lei scriveva articoli su come riportare il verde nei cortili e nelle piazze. Eppure, per una strana legge del contrappasso, due identiche valigie grigie si erano scambiate, incrociando due traiettorie.
Andò a letto, ma il sonno tardò. Pensava a quanto la vita sia bizzarra: lavori, fai bagagli, vai ai convegni, chiudi serrature. Poi una micro-casuale sciocca una valigia ti apre il mondo di qualcun altro come nessun incontro programmato.
***
Il bar Il Faro era proprio sul lungomare, incastrato fra palme e un lampione. Pareti di vetro, tavolini di legno, il profumo del pane caldo e della cannella. Una cameriera giovane con un grembiule pieno di ancore sparecchiava tazzine.
Chiara arrivò con venti minuti danticipo. Non perché avesse fretta: più che altro non riusciva a reggere lattesa in camera. Scelse un tavolo vicino alla finestra, poggiò la valigia accanto e ordinò un tè. Le mani tremolavano leggermente, quasi si vergognasse. In fondo, si trattava solo di restituire oggetti smarriti. Niente di più.
Ma non cera solo quello. Cera un diario di vite altrui letto dalla A alla Z, una vita diventata, inaspettatamente, più vicina della maggior parte dei conoscenti.
Lo riconobbe subito.
Luomo entrò alle dieci in punto, trascinando la valigia grigia al seguito. Alto, con una giacca verde scuro stesso tono del maglione in valigia. La striscia di abbronzatura su naso e zigomi: segno degli occhiali da sole indossati sempre. Si guardò intorno, individuò la sua valigia e si avvicinò.
Chiara? disse con voce calma, facendo precedere il nome da una lunga pausa.
Sì. Tommaso?
Lui annuì e si sedette di fronte, accostando la valigia di Chiara alla propria. Due gemelle grigie, una accanto allaltra.
Strano, disse. Ho controllato le etichette, eppure
Anche io.
Forse scambiate anche quelle. O siamo entrambi distratti.
O magari le valigie hanno fatto comunella tra loro.
Lui sorrise, solo un lato della bocca. Chiara pensò che sorrideva come scriveva, con parsimonia, ma in modo sincero.
Dovrei chiedere scusa, disse Tommaso.
Di cosa?
Ho aperto la sua valigia. Pensavo fosse la mia. Poi ho visto i libri, ho capito.
Anche io la sua. Solo dopo ho realizzato.
Pausa. Lui rigirava in mano un cucchiaino. Mani grandi, con terra sotto le unghie non sporco, ma segno di mestiere.
Ho letto il suo quaderno, disse Tommaso a bassa voce. Appunti per gli articoli. Sullurbanistica, sulle piazze verdi. Mi è venuta la curiosità. Avrei dovuto evitare, ma
Anchio ho letto il suo diario, ammise Chiara.
Lui la guardò.
Tutto?
Tutto.
Silenzio. La risacca fuori dalla vetrata, una bimba che sfamava i gabbiani con il pane.
Allora conosce Torino, disse Tommaso.
E Firenze. E il baobab-bonsai.
E Trieste.
E il tiglio che parla di fedeltà.
Lui abbassò lo sguardo.
E Cagliari.
Chiara annuì. Bastò quello. Lui capì.
Lei sa di me cose che non racconto a nessuno, disse lui.
E lei di me?
Tacque. Poi tirò fuori dalla tasca un foglio piegato. Chiara lo riconobbe subito: quello della lettera.
Lho trovato nella tasca della valigia, disse Tommaso. Lho letto. Non avrei dovuto. Ma lho letto.
A Chiara subito si tinsero le guance.
Una sciocchezza, borbottò. Lho scritto per noia, sullaereo.
Caro sconosciuto, lesse Tommaso a memoria, sogno di incontrare qualcuno con cui si può stare in silenzio. Non perché manchino le parole, ma perché a volte bastano gli sguardi. Non mi va più di spiegare chi sono. Ho stanchezza di ricamare le frasi. Vorrei che qualcuno guardasse la mia libreria e capisse tutto. Vorrei che qualcuno
Basta, lo interruppe lei sottovoce.
La frase si interrompe, proseguì lui. Vorrei che qualcuno E basta. Non ha finito.
Non sapevo cosa volevo dire dopo.
Io invece sì, disse Tommaso. Perché avrei scritto la stessa cosa. Solo che al posto dei libri, parlerei di alberi.
Lei lo guardò. Da vicino la riga abbronzata era ancora più netta. Sotto le unghie, terra. Negli occhi, pace.
Sa che mia madre vive ad Alessandria, disse Chiara.
La foto nella cornice Le assomiglia.
Sa del mio lavoro.
Gli appunti sul verde urbano. Anchio faccio il paesaggista. Allinizio interessato per lavoro, poi basta così.
Sa che sono sola.
So che ha un solo vestito per la conferenza. Cinque libri per quattro giorni. Che porta la foto della mamma in valigia, non sul telefono, perché vuole vedere quella vera. Che scrive a mano, anche se lavora sempre al PC. E che ha scritto una lettera a uno sconosciuto che non esiste.
Chiara rimase zitta.
E io aggiunse Tommaso, disegno alberi, sono divorziato, sul mio balcone stanno centoquattordici vasi, perché non so parlare alle persone abbastanza bene da farle restare. Ma questo lo sa già.
Lo so.
Allora ci siamo letti la vita attraverso le cose. E ora ci conosciamo già. Saltato il primo appuntamento, siamo al terzo.
Chiara rise, scoprendosi a suo agio. Tommaso sorrise più ampio.
So di lei più di quanto avrei sperato, disse. E lei di me. Forse è disonesto. O forse è la cosa più onesta che mi sia mai capitata.
Perché non abbiamo potuto scegliere cosa mostrare?
Esatto. La valigia ti fotografa come sei. Non prepari nulla. Prendi quello che ti serve davvero. E si vede subito chi sei, davvero.
Chiara guardò le due valigie, una accanto allaltra, identiche.
Vuole fare una passeggiata? chiese Tommaso. C’è l’Orto Botanico proprio dietro l’angolo. Sono venuto fin qui per vedere lalbero dei tulipani.
Lo so, sorrise Chiara. Lultima pagina del diario.
Tommaso annuì, scolò il caffè e si alzò.
Lasciamo qui le valigie? propose lei.
Lasciamole chiacchierare. Ne avranno di cose da dirsi.
Uscirono. La pioggia era cessata e tutto luccicava nuovo. Le palme erano ferme, le fronde immobili, e Chiara pensò al tiglio di Trieste e a quella strana idea di fedeltà: restare fermi ad aspettare.
Mi racconti qualcosa che non cè scritto nel diario, chiese lei.
Ho paura dei piccioni, disse lui serissimo.
Piccioni?
Da bambino uno mi si è posato in testa dalla finestra. Da allora li evito.
Chiara rise, lui pure.
E lei? Cè qualcosa che non si trova nella valigia?
Parlo con i libri. A voce alta. Quando lautore scrive stupidaggini gli rispondo.
E chi vince?
Di solito lautore. Ma io resisto.
Camminavano lungo il mare e Chiara pensò che era bizzarro: passeggiare con qualcuno che conosci per calligrafia, per appunti e disegni, eppure è la prima volta che lo vedi. Come entrare in un libro e incontrarne lautore.
Ha scritto che non crede più di poter trovare, a Cagliari.
Me lo ricordo.
Ha trovato la mia valigia.
E lei la mia.
Stettero in silenzio. Ma era un silenzio buono, esattamente il tipo di silenzio di cui aveva scritto nella sua lettera. Quello che basta da sé.
LOrto Botanico arrivò dietro la curva. Chiara riconobbe la cancellata, le cime degli alberi più alte delle case.
Lalbero dei tulipani è quello là, indicò Tommaso. Strano vero? Ha centoventi anni, ha visto due guerre. Ed è ancora in piedi.
E ancora fiorisce.
Lui prese un quadernetto dalla tasca, non quello della valigia ma uno più piccolo, da viaggio. Iniziò a disegnare.
Chiara guardava la mano di Tommaso: decisa, sicura, le linee scorrevano sulla carta. Tronco, rami, silhouette delle foglie. La striscia dabbronzatura diventava quasi rossa alla luce.
Posso chiederle qualcosa? domandò.
Sì.
Quando ha letto la mia lettera, che ha pensato?
Lui non tolse gli occhi dal disegno.
Che volevo sapere come finiva.
Le ho detto, non sapevo cosa scrivere.
Forse ora lo sa?
Chiara non rispose. Ma non distolse lo sguardo. Il sole filtrava tra le fronde, le ombre le macchiavano il viso.
Passarono tre ore nellorto. Si fermarono ad ogni pianta singolare. Tommaso raccontava, non da guida, ma come uno che conosce da una vita quelle creature e te le presenta. Lui disegnava, lei parlava del suo lavoro: i cortili da grigi a verdi, la burocrazia impossibile, il vecchietto che ha piantato ventitré meli e ora combatte con lamministratore.
Ventitré meli? Tommaso alzò un sopracciglio.
Tutti con nomi femminili. Dice che gli sono più cari dei vicini.
Lo capisco. Tommaso sorrise. Il mio ficus si chiama Arcangelo. Sopravvissuto al trasloco dopo il divorzio.
Arcangelo?
Ha quella faccia lì. Saggio, ruvido, ma indistruttibile.
Risero. Chiara realizzò che era la prima volta dopo mesi che chiacchierava così, senza filtri, senza tensione a voler sembrare altro da sé. Due persone e basta, e alberi con nomi, a fare da testimoni.
Si sedettero sotto lalbero dei tulipani, con mezzo metro di distanza tra loro. Nessuno dei due si mosse.
Ha la conferenza domani, ricordò Tommaso.
Sì. Parlo alle dodici.
Argomento?
Il ruolo delle aree verdi nel benessere psicologico in città. Una noia.
Per qualcuno, forse. Per me no.
Chiara lo guardò.
Vuole venire?
A un convegno accademico?
A un noiosissimo convegno sugli alberi.
Ci vado da una vita. È il mio mestiere.
Risero insieme. Aveva la sensazione esatta di una delle poche cose vere: come una nota di diario, precisa e senza maschera.
Ritornarono senza fretta. Tommaso raccontava di Bologna: il balcone-giungla, la vicina del piano di sotto che gli annaffia le piante quando è via e poi resta a bere tè. Dopo il divorzio era scomparso due mesi, poi il volo improvviso per Torino, solo perché aveva trovato unofferta.
E ha iniziato a disegnare lì?
Disegnavo già. Ma a Torino ho iniziato a scrivere. Prima solo linee, là servivano anche parole.
Chiara capì perfettamente: a volte le linee non bastano, ti serve una frase, serve svuotare tutto, anche solo su un foglio.
Davanti al bar Il Faro si fermarono. Le valigie erano al loro posto. Ognuno si riprese la propria.
***
La sera stessa, Chiara sorseggiava tè freddo nella sua camera. La valigia vera, finalmente, era accanto alla parete, con i libri, quaderno e abito per la presentazione. Aprì: tutto in ordine. Portatile, caricabatterie, la foto della mamma, cinque libri, il suo blocco appunti. Tutto, tranne una cosa.
Sul tavolo, invece, un disegno.
Tommaso glielo aveva dato alla fine. Un foglio strappato ordinatamente dal quaderno: un albero immaginario, grande chioma e radici larghe che si espandevano come raggi.
Cosè? aveva domandato Chiara.
Un albero per una città senza verde, aveva risposto Tommaso. Lho inventato io. Non esiste ancora, ma tu ti occupi di urbanistica. Magari prima o poi lo pianti.
E se nera andato. Non si era voltato. Ma per un attimo, Chiara notò che aveva rallentato allangolo, come volesse tornare e non lavesse fatto.
Lei rimase col disegno e pensò che forse la persona con cui è bello tacere è proprio chi fa sentire il silenzio più ricco di mille parole. E che quella persona ormai era già sparita dietro langolo, tenendosi la sua lettera.
Prese il cellulare.
«Grazie per lalbero. Lo pianterò.»
Risposta quasi istantanea.
«Dico sul serio. Se faccio un progetto per sistemare un cortile, mi dai il parere scientifico?»
«Certo.»
«Allora mi serve il tuo indirizzo a Bari. Spedisco ancora alla vecchia maniera, carta e busta.»
Chiara sorrise. Scrisse il suo indirizzo e mandò. Poi aggiunse:
«Attento però, la cassetta è piccola. Per i progetti grandi dovrai portarli tu.»
La risposta non si fece attendere:
«Affare fatto.»
Chiara posò il telefono. Dal muro confinante filtrava il rumore della TV voci compresse, cronisti, lettere lette in velocità. Una sera qualsiasi, in una camera qualsiasi. Ma qualcosa era cambiato; se ne accorse solo seduta, a guardare il vuoto: sorrideva. Senza motivo apparente. O meglio, la ragione cera. Talmente assurda che non avrebbe saputo spiegarla neanche alla madre. Hanno scambiato la mia valigia e ho incontrato una persona. Inizia come un film melodrammatico di quelli che non guardi mai.
Poi Chiara aprì la sua valigia e dal taschino laterale prese un foglio nuovo. Quello stesso dove, giorni prima, aveva lasciato la lettera ora nelle mani di Tommaso, che però non glielaveva ridata. E lei non glielaveva chiesta.
Sedette al tavolo, pose il foglio, e scrisse:
«Caro sconosciuto, sogno di incontrare qualcuno con cui si possa stare in silenzio. Non perché non si sappia cosa dire, ma perché basta esserci. Sono stanca di spiegare chi sono. Stanca di trovare le parole giuste. Vorrei che qualcuno guardasse i miei libri e mi capisse. Vorrei che qualcuno…»
Si fermò. Si girò verso il disegno appeso al muro.
E aggiunse una sola parola.
«Tommaso».
Piegò il foglio con cura e lo ripose nel taschino della valigia, dove tutto era iniziato.
Fuori, il mare batteva lieve. La Genova di marzo sapeva di terra umida e primavera che ancora non cè, ma si annuncia. La pioggia era cessata da ore, una striscia rosa si stendeva tra le nuvole e lacqua.
Chiara spense la luce. Domani avrebbe parlato della necessità delle aree verdi, con labito rimasto due giorni nella valigia di un altro. E, magari, in terza fila ci sarebbe stato qualcuno che disegna alberi per le città senza alberi.
Dopodomani, passeggiata. Lui doveva farle vedere il viale dei cipressi dallaltra parte della città, quelli così vicini che le chiome si intrecciano in un tunnel verde. Ti piacerà, aveva scritto, sia come studiosa che come te stessa.
Poi, Bari e Bologna, città e vite diverse. Ma adesso le collegava un disegno spedito per posta. E un indirizzo, battuto frettolosamente via chat. E una lettera che, finalmente, aveva un finale.
La valigia era la stessa di sempre, con il graffio lì sullangolo. Ma torno tutto diverso.
Il bagaglio era stato ritrovato.







