Tornando a casa
Nonna, non ci crederai! Gisella quasi sfondò la porta, rischiando di investire la vicina proprio sulle scale. Ho sentito mamma al telefono! Vuole portarmi con sé! Sono così felice! Quanto mi manca!
Anna Bellini si fermò, sentendo la terra mancargli sotto i piedi. Si lasciò cadere, come in trance, sulla sedia traballante che cigolò con una protesta sonora. Il cuore le martellava nel petto al punto che sembrava pronto, da un momento allaltro, a saltare fuori. Lo sapeva che quel giorno sarebbe arrivato eppure aveva sempre sperato che la nipote sarebbe rimasta con lei.
E tu, cosa le hai detto? chiese sforzandosi di mascherare lemozione, anche se la voce le tremava in maniera imbarazzante.
Ho detto che sì, voglio andare da lei! Gisella scoppiò in unesplosione di gioia, girando in tondo per il salotto a braccia spalancate, come volesse abbracciare il mondo intero. Immagina, ora ha anche un bambino! Vuole che io laiuti! Ora ho un fratellino! E vado a vivere con la mamma! Evviva!
La nonna si fece forza e le regalò un sorriso, anche se dentro sentiva solo una stretta dolorosa. Certo, capiva che la nipote sentiva la mancanza della madre. Per quanto lei si fosse impegnata a essere mamma e papà, non era mai stato abbastanza. E come faceva male sentirsi, di nuovo, solo la seconda scelta ogni esclamazione entusiasta di Gisella apriva nuove ferite nel cuore di Anna.
La ragazzina, ancora euforica per la notizia, continuava a progettare la vita con mamma e il fratellino: di come le avrebbe dato una mano, delle passeggiate nel parco, i pranzi della domenica Intanto Anna Bellini guardava fuori dalla finestra mentre le ombre della sera si facevano più fitte e pensava a quanto fosse passato in fretta il tempo e quanto fosse difficile lasciar andare chi ami più di te stessa.
Quel grigio pomeriggio autunnale, Anna aveva finito di stendere il bucato sul balcone quando il campanello ruppe la quiete. Posò le mollette e si avviò allingresso, asciugandosi le mani sul grembiule.
Alla porta cera Lara. Non si vedevano da tempo, ma Lara era rimasta praticamente uguale. Solo lo sguardo era diverso: nervoso, sfuggente, come se lì proprio non ci volesse stare.
Posso entrare? chiese, quasi bisbigliando, ingrugnata e tormentando la tracolla della borsa.
Anna Bellini fece un piccolo cenno e la lasciò passare, affascinata e anche un po preoccupata. Dovera Gisella? Con chi aveva lasciato sua nipote, quella creaturina così fragile?
Siediti pure, disse, cercando di sembrare indifferente. Non pensavo saresti venuta. Allultimo funerale mi avevi detto che non avrei più rivisto né te né Gisella. A proposito… dovè lei?
Lara si sedette appena sul bordo del divano, le mani che tremavano come foglie. Restò in silenzio, il tempo di contare tutte le tessere del pavimento, prima di parlare:
Anna, devo dirti una cosa balbettò, evitando di incrociare lo sguardo della suocera. Mmi sposo, disse tutto dun fiato, e nella stanza sembrava di poter sentire la TV del vicino.
Oh, Lara. Sono felice per te, davvero, rispose Anna sinceramente, anche se non capiva cosa gliene dovesse importare. Spero tu sia felice… e che Gisella trovi un buon papà. Se lo merita.
Ma Lara non sorrise. Prese un lungo respiro, drammatico come quelli delle telenovele.
Cè una complicazione… iniziò, con la voce che sembrava una ruota bucata. Il mio futuro marito è una bravissima persona, ci tengo! Solo che lui non vuole figli di altri. Anzi, in generale non ne vuole ancora.
Anna rimase impietrita. Ma come? Sapeva di Gisella, o pensavi ti fossi portata la bambina nel portabagagli della macchina? Non era possibile.
Tu vuoi dire… sussurrò piano, cercando le parole come biglie in fondo a un sacco. Che rinunci a Gisella? Alla tua stessa figlia? Ci hai riflettuto bene?
Sì, rispose Lara senza paura, guardandola finalmente negli occhi. Può sembrare egoista, persino crudele, ma sono giovane, ho tutta la vita davanti! Ho trovato luomo che amo e voglio una famiglia nuova! E lui ha le sue idee.
Col cuore che batteva come una grancassa, Anna tratteneva a stento le lacrime. Aveva sempre trattato Lara come una figlia, sorreggendola, consigliandola… Ora, invece, davanti a sé cera solo unestranea.
E Gisella? riuscì solo a sussurrare, la voce rotta. Ha un anno! Ha bisogno di una madre… del tuo affetto. È così piccola, non capirà mai perché la lasci.
Lo so, Lara sembrava fatta di pietra adesso. Le parole le uscivano precise, taglienti, come fossero state scritte. Per me è una decisione difficile, credici. Però non posso rinunciare alla mia felicità. So che te la caverai: sei la sua unica nonna, e non ce ne saranno altre!
Anna la guardava in silenzio. Ma come si fa a mettere al mondo una figlia e poi abbandonarla? E per chi, precisamente? Per uno che non vuole responsabilità? Ce ne sono di uomini, in Italia…
Lascio tutto il necessario, continuò Lara, come se stesse consegnando una lista della spesa. Ti mando i soldi ogni mese, promesso. Non ti lascerò nei pasticci. Le voglio bene, ma adesso… mi complica la vita. Forse, magari, chissà, fra qualche anno la riprendo.
Non servono i soldi, Anna trovò finalmente la forza di parlare. Onestamente la nausea le saliva solo a guardarla. Contano le attenzioni, la presenza, lamore che perderà. I bambini hanno bisogno della mamma… non del suo bonifico!
Un silenzio glaciale calò nella stanza. Lara sbirciava dovunque, pur di evitare di rimanere ancora.
Capisco come ti senti, disse infine alzandosi di scatto. Voleva solo concludere la sua missione e scappare. È la mia decisione. Spero che tu possa accettarla.
Non aspettò nemmeno risposta. Si avviò decisa verso la porta, convinta che la suocera avrebbe accettato. Dopotutto, Anna voleva bene a sua nipote… E adesso avrebbe avuto tutto il tempo di occuparsene.
Nella sua culla, la piccola Gisella dormiva beata, senza sapere che presto la sua vita sarebbe cambiata in modo radicale. Non poteva nemmeno immaginare che la mamma lavrebbe vista magari due volte lanno. Chissà…
Da allora rimasero in due, in quellappartamento piccolo ma accogliente. Anna Bellini, nonostante letà, rimise mano ai suoi superpoteri di nonna-tuttofare: era mamma e papà, amica e cuoca. Ogni mattina preparava la colazione preferita di Gisella, poi la accompagnava allasilo. Nei weekend si dedicavano ai fornelli: impastavano crostate di mele e tutta la cucina profumava come una pasticceria del centro.
La domenica si andava per parchi: davano da mangiare alle anatre del laghetto, saltavano sulle giostre, raccoglievano foglie colorate. La sera si sedevano strette strette sul divano, sotto una coperta calda, mentre Anna leggeva le fiabe e Gisella, persa tra le sue storie, tratteneva il fiato.
Gli anni passarono in un soffio, e Gisella crebbe serena, tutta coccolata tra entusiasmo e premura nonnesca. Non si sentiva mai sola: la nonna le faceva da mamma, da papà, da famiglia intera. Bastava uno sguardo per capirsi, un abbraccio per sentirsi a casa.
E ora tutto sarebbe cambiato. Gisella sarebbe partita.
Nonna, perché sei così triste? domandò la bimba, sedendosi rapida accanto lei e stringendola con forza. Non sto andando dallaltra parte del pianeta! Ci vedremo spesso, promesso!
Sì, tesoro, rispose lei, carezzandole i capelli. Ho solo paura che tu possa essere infelice.
E perché mai? Gisella la fissò, perplessa. Starò con la mamma. Come faccio a stare male?
Anna Bellini sospirò guardando fuori, là dove sinfittivano le ombre. Non poteva raccontare tutti i suoi dubbi: come Lara avesse sempre considerato la figlia un impegno scomodo, come lavesse spesso lasciata a nonna e babysitter, come avesse trovato un nuovo marito e nuova vita in un lampo e il passato, via, dimenticato.
Invece la strinse più forte, tenendo dentro le vere emozioni, camuffate da un sorriso.
Andrà tutto bene, piccola mia, sussurrò. È solo che ogni tanto la nonna è triste a pensare che sei già grande e che presto andrai via.
Gisella sorrise, senza cogliere la profondità del turbamento della nonna. Del resto, i grandi sono strani per natura.
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I giorni seguenti furono una vera e propria tortura per Anna Bellini. Le notti senza sonno, le domande che le giravano in testa come una lavatrice rotta. Al mattino lamarezza, la sera i pensieri
Chiamava le vecchie amiche, si sfogava con la vicina che ormai conosceva tutta la storia a memoria. Si fece pure un salto in chiesa, a parlare col parroco del quartiere, ma alla fine sempre lì si tornava: era Gisella a dover decidere. Nessuno poteva decidere il futuro della piccola al suo posto.
Una sera, a tavola con una tazza di tè caldo tra le mani, Anna affrontò la nipote:
Senti piccola mia, iniziò fissandola negli occhi, ci ho pensato a lungo. E sai che cè? Io non ti trattengo. Se vuoi andare dalla mamma, fallo. Sei abbastanza grande per prendere queste decisioni. Ma ricorda: questa casa sarà sempre tua. Sempre, hai capito?
Gisella, che fino a pochi secondi prima sembrava tesa come una corda di violino, si rilassò di colpo e corse ad abbracciarla. Le sue lacrime erano di gioia e sollievo.
Sei la nonna migliore del mondo! sussurrò, stringendola forte. Lho sempre saputo!
Il trasloco era fissato per la settimana dopo. Anna si sforzava di sembrare tranquilla: le mani tremavano mentre aiutava Gisella a preparare la valigia nuova fiammante, scegliendo con cura le sue cose migliori come per augurarle il futuro migliore. Dentro di sé sperava che fosse solo una separazione temporanea, che la nipote tornasse spesso per le festività, magari sotto sotto che tornasse per sempre.
Il giorno della partenza, lansia era alle stelle. Lara arrivò in una macchina appena uscita dal concessionario, con accanto il marito e dietro il nuovo arrivato: un fagottino avvolto in mille coperte.
Lara sprizzava energia da tutti i pori. Scese per abbracciare la figlia, ma il gesto era quasi distratto, affrettato. Più che altro le interessava non svegliare il piccolo dietro, piuttosto che dare attenzione a Gisella, che invece salutava la nonna con una montagna di emozioni.
Mamma! urlò Gisella, correndo tra le sue braccia, la gioia stampata in faccia. Mi sei mancata tantissimo!
Anche tu, tesoro, Lara la baciò sulla guancia, ma labbraccio aveva una strana rigidità che solo Anna colse. Guarda, questo è il tuo fratellino, Antonio.
Gisella, ancora con una mano nella mamma, si voltò verso la nonna:
Nonna vieni anche tu?
No, cara, Anna sorrise di sforzo. Ma ti verrò a trovare spesso, te lo prometto.
La macchina ingranò la marcia e si allontanò, portandosi via Gisella nella nuova vita. Anna rimase sulluscio, seguendo le luci rosse fino a che non svanirono nella nebbia della sera. Sapeva che lavrebbero aspettata mesi difficili, ma era certa di aver fatto tutto il possibile per la felicità della nipote
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Le prime settimane a casa della mamma furono un turbine di novità. Gisella simmerse nella vita da sorella maggiore: aiutava a cambiare pannolini, calmava il piccolo quando piangeva e si cimentava persino in cucina. Alla nuova scuola non tutto andò liscio: compagni sconosciuti, insegnanti diversi, un ambiente tutto nuovo ma pian piano si ambientò.
Lara aveva bisogno daiuto: il nuovo marito lavorava fino a tardi, cercando di pagare bollette e comprare pappardelle, mentre lei cercava di barcamenarsi tra il neonato e il lavoro in ufficio. Gisella la vedeva spesso stanca, con le occhiaie da panda, ma in qualche modo si andava avanti.
La sera, da sola nella camera nuova, Gisella pensava spesso alla nonna. Le mancavano le loro merende, le letture serali, le camminate della domenica. Ma si sforzava di non farsi vedere triste: aveva scelto lei, ora doveva farcela.
Ben presto, però, si rese conto che non era tutto un picnic tra tortellini e passeggiate.
Ogni giorno era identico: sveglia, scuola e, dopo, una sfilza di doveri infiniti. Cercava di farcela, ma più il tempo passava, più avvertiva che la nonna forse aveva ragione.
Dopo scuola, di corsa a badare ad Antonio, il fratellino dai polmoni bionici che piangeva per ogni capriccio e la costringeva a dimenticare i compiti. E Lara sempre fuori: Ho una riunione, Mi fermo in ufficio, Le amiche mi aspettano per un caffè!. Gisella si vedeva scaricare addosso la responsabilità di casa, senza poter fiatare.
Una sera, mentre cercava di studiare matematica, Lara entrò di corsa con una valanga di carte in mano.
Gisella, prepara la pappa ad Antonio e mettilo a letto, ordinò senza nemmeno posare il cappotto. Devo andare a un appuntamento importante.
Ma mamma! Ho una verifica difficile provò a protestare, sentendo crescere la frustrazione. Devo studiare! Gli insegnanti mi tengono docchio
Studierai dopo replicò Lara, già con la porta semiaperta. Sei la grande ormai, responsabilità tocca a te. O pensi che i soldi cadano dal cielo?
Gisella rimase sola, a guardare la porta chiudersi. Sapeva che avrebbe dovuto rimandare lo studio per occuparsi, ancora una volta, del fratello non era giusto. Possibile che non si potesse prendere una tata? In casa, soldi non mancavano.
Finalmente, a notte fonda, Antonio dormiva. Gisella si mise a studiare, ma era ormai sfinita. Le lettere sembravano formiche che ballavano tra le pagine.
A scuola le cose non andavano meglio. I compagni non capivano: Perché non vieni in centro sabato? Perché non puoi andare al cinema? Nessuno sapeva che la Strage dei Compiti era causata dal piccolo Antonio.
Una sera, mentre Lara era fuori per lennesimo impegno irrinunciabile, Gisella crollò. Seduta sul letto, piangendo come una fontana, sentiva proprio di non farcela più.
Sul comodino si illuminò il telefono: un messaggio della nonna.
Piccola, se vuoi tornare, questa è sempre casa tua. Ti aspetto.
Quelle semplici parole riscaldarono il cuore come il primo sole dopo un temporale. Gisella le lesse e rilesse, tra una lacrima e un sorriso fiacco.
La mattina dopo fu un disastro. Antonio aveva frignato tutta la notte, ma nessuno della famiglia pensò a calmarlo. Lei cantava, cullava, ma era sfinita. E la scuola, impietosa, laspettava comunque.
Quel pomeriggio, tra i banchi, decise: era ora di chiamare la nonna.
Nonna la voce le tremava, posso venire da te?
Ma certo, piccola! Anna comprese subito. Il calore della voce della nonna era così dolce che a Gisella scappò una lacrima di commozione. Vieni quando vuoi!
Oggi, sussurrò Gisella, oggi stesso. Non ne posso più.
Va bene, sospirò la nonna sollevata. Ti vengo a prendere in stazione. Coraggio, ci sono io ora.
Quando Lara tornò, trovò Gisella a fare le valigie.
Cosa fai? domandò seccata.
Mi preparo. rispose Gisella, anche se sentiva le gambe molli.
Che storia è questa? Ho bisogno di te! Perché non vuoi proprio capire la situazione?
Non faccio capricci, mamma. Voglio solo essere felice. Speravo di ricevere il tuo amore e un po di attenzione, invece Sembrava solo che servisse qualcuno che si occupasse di Antonio. Io non ce la faccio più.
Stavolta Lara non rispose. Gisella, invece, sentì crescere dentro di sé il coraggio: la nonna lavrebbe sempre sostenuta. E finalmente, sentiva, stava tornando a casa.
Casa della nonna era rimasta come laveva lasciata. Lodore di torta di mele appena sfornata, le pantofole morbide, le storie preferite sulla mensola accanto al letto.
Finalmente era tornata.
Adesso, sorrideva Anna, siamo di nuovo insieme. E lo sai? Insieme superiamo qualsiasi tempesta. Puoi sempre contare su di me.
I primi giorni dopo il ritorno furono un abbraccio di dolcezza. La nonna preparava le sue pietanze preferite, aiutava con i compiti e ascoltava ogni racconto. La vita ritrovò il suo ritmo, quello rassicurante di una volta.
Lara telefonava ogni tanto, chiedendo di tornare. Ma Gisella ormai aveva deciso: il suo posto era lì, tra le braccia della nonna. Chiese di essere riammessa nella scuola di sempre e Lara, stavolta, non disse di no.
Dopo un mese, una telefonata diversa. Lara, con voce più quieta, più sincera, sembrava avere finalmente capito alcune cose.
Gisella, disse, forse ora vedo le cose in modo diverso. Mi perdonerai mai?
Mamma, rispose Gisella, cercando gli occhi della nonna, che per tutta risposta le strizzò locchio, io non serbo rancore. Forse è meglio così, ognuna al suo posto, sincera. Io sono felice qui… e anche tu puoi essere felice ora. Lasciamo stare le apparenze e magari, per una volta, facciamo finta di avercela fatta tutte e due.






