Il prezzo della superbia

Il prezzo dellarroganza

Vittoria, puoi prestarmi qualche vestito? chiesi con un filo di voce, quasi supplichevole, mentre varcavo la soglia del suo elegante appartamento in centro a Bologna.

Non riuscii a evitare di soffermarmi sullingresso, spazioso e luminoso. Cera un mobile di design, degli specchi con cornici dorate, un morbido pouf proprio accanto alla porta. Sembrava la copertina di un catalogo di arredamento. Sentii quella punta di invidia ben nota e amara: per mia sorella, tutto era sempre perfetto.

Vittoria, che comparve sulla soglia del salotto, mi squadrò con uno sguardo attento. Persino nel suo completo di cashmere da casa, aveva uneleganza e una disinvoltura che io inseguivo da tutta una vita, senza mai raggiungerle.

Dai, racconta che segreto nascondi? disse con calma, appoggiandosi allo stipite.

Mi strinsi nel mio cappotto ormai non più nuovo, ma ancora in buono stato e cercai di non fissare quel quadro imponente appeso di fronte allentrata, né il perfetto ordine della casa e il profumo di caffè appena fatto che riempiva laria.

Non è niente di che balbettai, mentre cercavo di raccogliere le idee.

Vittoria restò immobile, continuando a fissarmi. Mi fu chiaro che non avrei potuto svicolare stavolta. Presi un respiro profondo prima di sputare il rospo:

Sabato cè la reunion del liceo. Non posso mancare! E devo essere impeccabile, hai capito? Voglio che tutti pensino che la mia vita sia un sogno, tutta rose e fiori.

Ma perché? domandò Vittoria, voltandosi e guardandomi dritta negli occhi. Perché fare bella figura con gente con cui non parli più e che forse non incontrerai mai più? Ormai fai la tua vita in unaltra città, unaltra regione!

Passai nervosamente una mano tra i capelli. Di colpo, avvertii un forte desiderio di avere anchio una cucina come la sua: il bancone in marmo, gli elettrodomestici di ultima generazione, le lampade di design appese sopra il tavolo. Sarebbe bello svegliarsi ogni mattina e assaporare il caffè qui, senza fretta, senza tutta quella confusione che regna nella mia vita.

Tu non capisci! mi scappò. Per me è importante. Voglio che vedano che ce lho fatta, che ho costruito qualcosa. Non voglio che pensino che non sono riuscita a realizzare niente.

Mi accorsi che la guardavo con uninvidia ormai palese. Lei, invece, come se non se ne fosse nemmeno accorta o forse non ci badava.

Vuoi davvero fingere di essere chi non sei? domandò con dolcezza, sedendosi su uno sgabello della cucina. Pensi davvero che a qualcuno importi?

Non è questo il punto, scossi la testa. Voglio solo che i miei compagni credano che tutti i miei sogni si sono avverati!

Va bene, sospirò infine, alzandosi. Vieni, vediamo cosa posso prestarti. Ma promettimi che sarà la prima e ultima volta che cerchi di ingannare così le persone. Non è giusto.

Tu non puoi capire!

E cominciai a raccontare la mia storia…

~~~~~~~~~~~~~~~~

Durante gli anni del liceo, ero la reginetta della classe. Tutti lo sapevano. Nei corridoi del Galvani, i ragazzi si accalcavano nella speranza che anche solo per un attimo posassi lo sguardo su di loro. I professori, senza accorgersene, erano sempre più indulgenti nei miei confronti, ipnotizzati da quellaria sognante e malinconica che sapevo mostrare. I miei genitori, poi, non mi dicevano mai di no: bastava che io alzassi un sopracciglio o sospirassi piano, che tutto ciò che desideravo diventava mio.

Non mi era difficile abituarmi ad ottenere sempre ciò che volevo. Se usciva un nuovo modello di sneakers appena arrivato a Bologna, mamma me lo portava il giorno dopo, in quella scatola lucida e profumata di novità. Se arrivava un compagno carino da unaltra classe, tempo una settimana ed era già pronto ad accompagnarmi a casa. Era diventata una sorta di sfida: vedere fin dove potevo spingermi, quanti capricci mi avrebbero concesso, quante regole erano fatte solo per gli altri.

Perché posso, ripetevo tra me e me. Questa era la mia formula magica, la frase che giustificava tutto. Se una mia amica si invaghiva di un ragazzo che piaceva anche a me, entravo subito in competizione e quasi sempre vincevo. Non era vera passione; era più un fuoco: ero capace di catturare lattenzione? Spesso la risposta era sì.

Con il tempo, molte vecchie amiche cominciarono ad allontanarsi. Una smise di invitarmi alle uscite, unaltra trovò nuove compagnie. Ma non me ne preoccupavo: cerano sempre ragazze pronte a corteggiarmi, a voler far parte del mio giro. Era naturale: chi non sopportava il mio modo di fare, non meritava di restarmi vicino.

Alla maturità mi sentivo davvero una regina. Il salone del ballo, addobbato con fiori e luci, era il mio regno. Tutti attorno a me, desiderosi di ricevere una mia parola, uno sguardo. Stavo al centro, proprio dove mi sentivo a casa.

Ubriaca di quelladorazione, della mia onnipotenza su quel piccolo mondo, esagerai. Parlai troppo. Quando si finì a ricordare episodi passati, mi lasciai andare a una raffica di frecciatine e commenti velenosi verso le altre ragazze. Tirai fuori vecchie offese, rispolverai i loro sbagli, feci pure qualche battuta sul loro aspetto. Le parole mi scivolavano di bocca con una facilità crudele, e negli occhi mi brillava quella solita scintilla di sfida: chissà come reagiranno!

La mia vita sarà meravigliosa! dissi, altezzosa, levando il mento in aria e osservando le compagne. La voce squillava convinta, come se stessi annunciando un destino già scritto.

Allargai il sorriso e continuai, ancora più teatrale:

Già mi vedo: un marito ricco, pronto a viziarmi, una villa con giardino e una squadra di domestici… Forse avrò pure unazienda tutta mia, anche se dubito: non intendo lavorare un giorno della mia vita! Tutto arriverà da solo, capite? Soldi, lusso, attenzioni tutto sarà mio.

Le mie parole erano cariche di vanità. Sembrava che visualizzassi già quei lampadari scintillanti, le auto di lusso, le cene nei ristoranti stellati.

E voi Non sarete così fortunate! cambiai tono, rivolta a una ragazza timida che era sempre stata seduta alle prime file, silenziosa, precisa, impeccabile nelle sue annotazioni.

Lei si fece piccola, ma ormai non potevo fermarmi:

Tu, finirai a insegnare in una scuola sperduta. O magari al negozietto del quartiere. Perché? Perché sei grigia, invisibile, non sai valorizzarti! dissi, lanciandole uno sguardo ironico. E tuo marito? Uno qualunque, che tornerà a casa la notte, magari sbronzo, magari violento

Le mie parole, ormai, erano veleno puro, e la soddisfazione era più forte dellimbarazzo.

Mi spostai su unaltra compagna:

Tu invece finirai a fare la contabile in qualche ufficio, contare gli euro, sognando un vestito nuovo che mai potrai permetterti! Altro che vita da sogno

Continuai, una dopo laltra, spargendo profezie nefaste: a chi prospettai unesistenza in un vecchio palazzo fatiscente, a chi una vita di privazioni e frustrazioni. A ogni pronostico aggiungevo una battuta tagliente su aspetto, modi o capacità.

Le ragazze abbassavano lo sguardo, cercavano di sorridere, qualcuna provava a fingere che fosse solo uno scherzo. Ma la tensione era palpabile le mie frecciate facevano male, sotto la loro apparente indifferenza.

Io ridevo delle loro espressioni sconfitte, nutrendomi di quelleffetto che facevo: il mio riso squillava tra i banchi e, con complicità o paura, anche qualche ragazzo lo accompagnava.

Ero convinta di avere in mano il loro destino. E questa convinzione mi accompagnò anche dopo.

Scelsi luniversità a Milano più per la giusta apparenza che per reale interesse per la facoltà. Là tutto era più prestigioso, le occasioni migliori. Immaginavo già lincontro col principe azzurro: figli di imprenditori, rampolli di famiglie benestanti, giovani manager. Avrei avuto una casa tutta per me, la vecchia eredità della nonna, un dettaglio da non trascurare: niente affitti né coinquiline.

Le prime settimane furono come immaginavo: sistemai lappartamento a modo mio, iniziai a frequentare feste, conoscere persone. Lattenzione non mi mancava: una battuta, un sorriso ben calibrato, laspetto sempre curato ero sicura che la vittoria non era lontana.

Con linizio dei corsi però, tutto cambiò. Lo studio era difficile, le lezioni complicate, gli esami chiedevano una serietà che non avevo mai avuto. Non ero abituata a faticare, e continuai a procrastinare, sperando che il mio charme bastasse.

Ma alla prima sessione, fu tutto chiaro: bocciata quasi ovunque. I professori, stanchi della mia superficialità, furono categorici: o cambi atteggiamento, o te ne vai dalluniversità. Fu la prima, vera scossa alla mia sicurezza.

Per la prima volta percepii che linfanzia era finita: a Milano tutte erano brillanti, carine, ambiziose. Io non spiccavo più così tanto. Alcune amiche riuscivano sia a studiare che a lavorare; io ero ancora intrappolata nel mito di una me stessa che non esisteva più.

Invece di cambiare rotta, mi fissai una nuova priorità: trovare marito in fretta. Prima che la bellezza svanisca, pensavo, facendo il conto degli anni che mi restavano prima di non essere più quella Martina.

Cominciai a uscire più spesso, accettare incontri anche con uomini più grandi, mostrarmi sempre al meglio. Nelle conversazioni, insinuavo la voglia di un futuro solido, di una casa, di una famiglia. Ma più forzavo la mano, più si notava la mia ansia, e questo allontanava chiunque fosse davvero interessato.

Un giorno, trovai quello che mi sembrava il partito perfetto.

Lui si chiamava Alessandro, figlio unico di una famiglia di medici titolari di cliniche private, con una bella casa sui colli bolognesi. Aveva studiato a Londra, lavorava nellazienda di famiglia e sembrava avere la strada spianata.

Non era un adone: basso, faccia paffuta, un po gobbo. Ma chi se ne importa? Per cosa, poi, un bel volto? Un marito così era un biglietto di sola andata per la vita che sognavo: villa, status, libertà economica. Già mi vedevo padrona di casa, circondata dalla bella gente dellalta società.

Agii con metodo: prima feci in modo di frequentare gli stessi locali che Alessandro dopo il lavoro. Poi, mostrai il meglio: sorrisi, battute sottili, conversazioni brillanti. Curai ogni dettaglio, ogni parola.

Ma avevo sottovalutato i valori della sua famiglia. Per loro, le origini erano fondamentali. Avevano già deciso per lui una moglie adatta: una ragazza del loro ambiente, conosciuta da sempre, con i giusti agganci.

Quando Alessandro mi nominò per la prima volta alla madre, lei sollevò appena un sopracciglio e chiese:

E di chi è figlia, questa Martina? Cosa fanno i suoi?

Niente di speciale. Studia, la famiglia abita in Emilia, rispose lui.

Ah, gente normale? Tieni conto che porti sulle spalle il nome di una famiglia Pensa a cosa direbbe la gente: un figlio di cliniche che sposa una sconosciuta qualsiasi?

Alessandro provò ad argomentare:

Ma è brillante, interessante

Di brillanti ce ne sono tanti, tagliò corto la madre. Noi abbiamo bisogno di una sposa che sia allaltezza del nostro nome.

Intanto io mi facevo mille castelli in aria. Immaginavo quando lavrei presentato ai miei, quando avremmo scelto casa insieme Poi ricevetti una telefonata, Alessandro voleva parlare di una cosa seria.

Al bar era teso, pesava le parole prima di parlare:

I miei non ci appoggiano. Pensano che siamo troppo diversi. Mi hanno già proposto una ragazza più giusta. Io non so reggere il confronto con la mia famiglia, mi dispiace.

Sentii il gelo dentro. Cercai di sorridere:

Ma che importa ormai, siamo adulti!

Per loro sì. E non me la sento di andare contro di loro. Scusami.

Restai lì, a fissare il fondo della mia tazzina, senza lacrime. Solo una rabbia muta.

Ma perché? Ho fatto tutto per bene! Possibile che bastasse così poco? Peccato non aver giocato la carta del bambino a quel punto non se ne sarebbe più staccato!

La brutta sorpresa avvenne qualche settimana dopo: tra i suoi amici, ormai giravano voci su di me. Qualcuno disse che puntavo ai figli di papà, che avevo usato Alessandro solo per i suoi soldi. Tra la buona società, certe dicerie viaggiano veloci.

Così, alle feste, ai locali, cominciai a notare sguardi ironici, chiacchiere sottovoce, sorrisi forzati. Alcuni uomini che prima mi corteggiavano ora si tenevano a distanza. Uno, incontrato per caso al Caffè Letterario, cambiò persino strada.

Feci finta di niente, ma in cuor mio capii che la mia reputazione era talmente rovinata da dover dire addio a qualsiasi progetto di matrimonio vantaggioso. Almeno in quelle cerchie.

Ritornare in paese? Impossibile. Avrei dovuto ammettere la sconfitta, spiegare ai miei genitori tutto ciò che avevo loro nascosto negli ultimi anni. Al telefono continuavo a raccontare favole: grandi risultati in università, progetti di lavoro in società di consulenza, un fidanzato impegnato in viaggi di lavoro.

Loro mi ascoltavano, raccontavano con orgoglio le mie vittorie anche alle amiche. Pensavo ai loro volti raggianti. Non volevo vedere la delusione nei loro occhi, né sentire quelle domande che non avevo nessuna risposta.

Lunica a conoscere la verità era Vittoria. Scoprì tutto per caso, passando a trovarmi senza avvertire.

Torna a casa. Là fuori, per te, non cè più niente, mi disse seria. Ammetti tutto ai nostri. Basta bugie.

Mi tirai su in piedi, mi asciugai le lacrime e dichiarai con fermezza:

Confessare di aver mentito? Mai! Andrò avanti fino in fondo! Ce la farò!

Credevo davvero alle mie parole. Pensavo che, volendo, tutto sarebbe tornato a posto. Continuai ad accettare inviti, a tentare la fortuna, a cercare il circolo giusto. Ma gli anni passavano e nessun marito ricco si palesò. Quelli che avevano mostrato interesse, presto si stufavano: capivano che pretendevo troppo e che non volevo mai scendere a compromessi.

Nel frattempo, leredità della nonna quel po di soldi, oltre alla casa si assottigliava. Prima provai a risparmiare. Poi, tagliai le piccole cose: niente più cene fuori, meno shopping, addio palestra. Ma le bollette e la spesa continuavano a crescere.

Una mattina, contando gli ultimi euro, decisi che non potevo più rimandare: dovevo trovarmi un lavoro. Cercai a lungo, sperando in qualcosa allaltezza della mia immagine. Ma senza una laurea e senza esperienza nessuno mi prese.

Finì così che la ex reginetta del liceo si ritrovò a lavorare come cassiera, in un supermercato appena fuori città. Allinizio era umiliante, specialmente quando qualche cliente mi fissava troppo, oppure faceva allusioni al fatto che fossi troppo raffinata per stare lì. Dovevo sorridere, passare la spesa, augurare buona giornata e ricordarmi ogni volta che era solo una soluzione temporanea.

~~~~~~~~~~~~

Ieri ho ricevuto linvito per la cena del liceo, conclusi a bassa voce raccontando tutto a Vittoria. Non posso proprio mancare: se non vado penseranno tutti che ho fallito e ho paura della verità.

Vittoria appoggiò il cucchiaino, mi fissò con uno sguardo che sapeva di rimprovero, ma non affrettò il giudizio.

Non hai pensato che forse ormai conoscono la verità e ti invitano solo per avere la rivincita? Per ridere di te dopo tutte quelle battute velenose che facevi? Ricordi la maturità non tutti hanno dimenticato quello che hai detto.

Alzai la testa di scatto, arrossendo.

Sciocchezze! sbottai, agitando una mano come per scacciare una zanzara fastidiosa. Mi nascondo bene! Nessuno sa nulla di sicuro. Basta che mi presenti e vedrai che sarò ancora io la protagonista!

Vittoria si accomodò con calma sulla sedia, giocherellando col bordo della tazza. Le sembrava tutto troppo strano: perché invitare proprio chi in passato aveva così tanto esagerato nella sua superiorità? Difficile pensare che le altre ex compagne bramassero di tornare amiche di colei che le aveva ferite.

Ma a voce alta non disse nulla. Aveva imparato: tanto andavo sempre per la mia strada, e poi affrontavo le conseguenze da sola.

Va bene annuì. Se decidi di andare, fallo pure. Ma pensa a cosa potrebbe succedere.

Succedere cosa? borbottai. Tutto sotto controllo. Mi preparo per bene, metto il vestito giusto, la piega perfetta chi sospetterà qualcosa?

Se hai bisogno di aiuto, ci sono. Vestito, trucco, capelli quello che vuoi.

Mi rilassai. Era tutto ciò che desideravo sentirmi dire.

Grazie, davvero. Voglio che la gente mi veda perfetta come sempre.

**********************

Uscii correndo dal ristorante dove si svolgeva la cena del liceo, mentre le lacrime mi rigavano il volto. Laria fredda e pungente di quella sera dautunno a Bologna mi colpì sulla pelle ancora arrossata, ma non me ne accorsi: sentivo solo il bisogno di allontanarmi il più in fretta possibile. Aveva ragione Vittoria rimbombava nella testa non dovevo venire!

Eppure, allinizio, era andato tutto bene. Entrando nella sala, tutti si erano girati a guardarmi. Avevo pianificato ogni gesto: camminata sicura, sorriso appena accennato, uno sguardo al telefono per sembrare impegnata. Doveva essere chiaro che ero una donna nella frenesia della sua brillante carriera, che però si concedeva il lusso di essere lì, solo per una sera.

Avevo subito trovato una compagnia sicura, di persone che al tempo non mi conoscevano bene. E via con le bugie: marito imprenditore in trasferta in Svizzera, villa con giardino pieno di rose, viaggi nei resort di Capri e Cortina quattro volte lanno. Raccontavo così bene da crederci anchio, senza accorgermi che qualcuno sorrideva in modo strano, qualcun altro si copriva la bocca per non farsi vedere, qualcun altro ancora mi osservava con palese sarcasmo.

Tutto filava liscio, fino a quando:

Ve la ricordate Martina? una voce di ex compagno, che avevo quasi dimenticato, risuonò forte, a rompere lincantesimo. La realtà è ben diversa da quella che racconta.

Ci fu un attimo di silenzio. Tutti si girarono. Provai una smorfia che voleva essere un sorriso.

Sì sì, aggiunse subito unex compagna, tirando fuori il cellulare ne ho la prova! Lho persino fotografata, qualche settimana fa

E iniziò lo spettacolo. Sullo schermo della sala qualcuno riuscì in un attimo a collegare il telefono alla TV apparvero le immagini della mia vera vita.

Prima una foto di me alla cassa del supermercato, col sorriso forzato e la divisa dellEsselunga. Poi unaltra, mentre mi chinavo sugli scaffali per controllare le offerte, valutando cosa potessi comprare con quella paga. Unaltra ancora, con le buste pesanti, mentre entro sfinita nel mio condominio scrostato, in periferia.

Si sentì una risata. Poi unaltra, poi altre ancora, sempre più sonore. Qualcuno disse: Altro che villa sui colli! Un altro aggiunse: Chissà se il marito imprenditore fa il magazziniere

Rimasi impietrita, sentendo il calore salirmi in faccia e le gambe tremanti. Eppure quella non era una vita indegna: quanti italiani vivono così? Ma pochi minuti prima mi ero vantata di lussi mai vissuti, e ora quella verità rubava via la maschera.

Non attesi che mi facessero altre domande: mi voltai di scatto e scappai via. Non sentii le urla, non vidi chi tentò di fermarmi. Solo laria gelida, le lacrime che mi annebbiavano la vista, la corsa disperata verso una panchina fuori dal locale per riprendere fiato e capire da dove ricominciare.

Inciampai quasi contro un uomo che camminava frettolosamente lungo la via.

Tutto bene? domandò, con una gentilezza così autentica che mi bloccai.

Alzai lo sguardo. Era uno sconosciuto, vestito semplice, una busta della Coop in mano. Ma nei suoi occhi cera una premura che mi sfilacciò lultimo brandello di orgoglio.

No bisbigliai, le lacrime pronte a tornare. Il mio fidanzato mi ha lasciata prima del matrimonio

Niente, la vita non mi aveva insegnato nulla.

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