Pa, vieni qui a vedere che meraviglia. Vanni si è portato a casa una famiglia…
Cera qualcosa di magico nellaspetto del nostro gatto Vanni. Il suo mantello era quello che in paese chiamavano Marcello: schiena dalle sfumature blu notte, la stessa tinta sulle orecchie e sulla coda, mentre il petto, la pettorina, le guance, i piccoli guanti sulle zampe, la pancia ed il triangolo bianco sulla fronte brillavano come marmo sotto il sole toscano. Questo, sommato alla tipica elasticità felina, evocava uneleganza simile a quella di un pianoforte a coda sotto la luce della luna. Gli occhi, verdi e profondi, gli donavano il fascino di un poeta pronto a intonare serenate feline tra i vicoli di Siena.
Mai visto un gatto così ben educato. Mai un salto sul tavolo, zero graffi alle sedie della nonna, niente esperimenti alla Newton spingendo libri dalla credenza, nessuna follia da gattino. Chi sa che furbetto sarà stato da piccolo: forse correva come matto tra i vestiti stesi, buttava giù presepi e rincorreva bottoni. Ma da noi era arrivato già signore adulto, un vero Felis catus tutto dun pezzo. Non era nemmeno nato in casa.
Prima di trovare rifugio presso la nostra famiglia a Montepulciano, Vanni viveva in un deposito di una cooperativa di pescatori, proprio accanto allArno. Poi, successe limpensabile: cambiarono il capo del deposito, uno che adorava i cani quasi quanto detestava i gatti. Così Vanni fu costretto a cercare una nuova casa. Lo portò da noi mio cognato Sergio, il saldatore.
Meglio sistemarlo qui, mormorava con voce tremante se no i maremmani del capo lo fanno a fettine. Gli trovi un posto, vero?
Così accettammo, e Vanni, fresco come un Casanova, sera subito dedicato a migliorare il sangue felino del quartiere. Vi chiedo ora di non inveire contro di me per la sua libertà da esploratore e per tutte le discussioni sui rischi connessi. Non erano i tempi doggi: anni Ottanta, piena provincia toscana… Di veterinari e castrazioni si sapeva poco e nulla. Se qualcuno avesse provato a parlarne con il veterinario della zona, si sarebbe beccato uno sguardo da alieno e una risata amara tra un bicchiere di vino e laltro.
Ciononostante, Vanni non aveva mai scelto una preferita. Era imparziale con tutte le gatte del circondario. Ma poi, allimprovviso, apparve… Milena.
Quella mattina, reduce dal turno di notte in ospedale, rincasai, doccia e mi abbandonai a un sonno pesante. Ormai era quasi ora di pranzo quando Allegra, mia figlia, mi svegliò con una spinta gentile.
Pa, sbrigati, non ci crederai. Vanni sè portato a casa la famiglia…
Barcollai fino in cucina e mi bloccai, sbalordito. Vanni, serissimo, composto come solo i grandi artisti sanno fare: schiena arcuata, zampe raccolte in ordine, coda arrotolata davanti alle zampe, orecchie e baffi rivolti in avanti…
Di fronte a lui, tre micetti giocavano sul pavimento. Sembravano suoi cloni: dorso scuro, stesse zampine bianche, pettorina candida, e sulle code nere, piccole punte color panna come pennellate di Leonardo. Feci un passo avanti e restai di nuovo senza parole.
Accanto a loro, affondata nella sua ciotola, una gatta magra dal pelo tigrato grigio, con le orecchie mangiucchiate, stava trangugiando pesce con orzo, quasi si strozzasse.
Quando sollevò il muso per guardarmi, il cuore mi si fermò: aveva solo un occhio.
Appena apro la porta, sussurrò Allegra in fretta erano tutti e cinque stesi sul tappeto. Vanni davanti, la gatta dietro. Volevo scacciarli ma poi ho visto che lei non ci vede bene…
Hai fatto bene a farli entrare! risposi deciso.
Provai ad accarezzare la gatta, ma balzò indietro e soffiò. Era chiaro: la fiducia negli umani laveva persa. Doveva averne vissute tante, tuttaltro che piacevoli. E pensare che, se i cani del paese lavessero trovata con i suoi piccoli, sarebbe stato un dramma. Persino il solo fatto di esserci, malgrado locchietto perso, era un miracolo.
Così tenemmo la strana famigliola tutta con noi. E da quel giorno, il nostro Marcello fu un altro. Non più duelli nel cortile per contendersi le gatte: ora, se lottava, era solo per difendere il territorio. Tornava sempre a casa, ferito e arruffato, dalla sua Milena monocola.
Alla sera si rifugiavano insieme nella loro scatola, un nido sotto al tavolo della cucina. Vanni iniziava a lavare Milena con tutta la cura di un vecchio barbiere, soffermandosi dolcemente sulla cicatrice che le aveva portato via locchio.
Dopo un poco, riuscii persino a convincere il veterinario di paese a curarla, a costo di offrirgli del buon Chianti, impresa titanica in tempi di proibizionismo.
I piccoli, manco a dirlo, ebbero tutti una casa: gli uomini della cooperativa, sapendo che erano figli di Vanni, li prenotarono immediatamente, come se fossero cuccioli di pura razza. Gli altri aspettavano con pazienza, certi che Milena avrebbe portato nuova vita.
Così andò avanti: la grigia amica del nostro Marcello fece altri due parti. Poi, una sera, scomparve. Non fu mai legata allamore eterno: ormai lo sapevamo bene.
La cercammo ovunque: sotto le finestre, tra gli uliveti, attorno ai capannoni abbandonati, sopra la collina del paese. Ma fu tutto inutile. Fortuna che i suoi ultimi gattini erano già cresciuti e adottati dai contadini del paese.
Vanni, invece, cadde in malinconia. Spesso restava ore intere al davanzale, fissando le strade, come in attesa di una chiamata. A volte vagava tra i cespugli in cerca di risse con altri gatti, ma nessuna compagna riuscì mai a fargli scattare di nuovo la scintilla: nessuna varcò più la nostra porta con lui.
Gli unici testimoni della sua gloria di un tempo erano i giovani gatti dal mantello Marcello che ogni tanto spuntavano in paese, segni viventi che il vecchio Vanni non aveva ancora abbandonato la sua eredità.
Quando il tempo della pensione arrivò, intorno al 1998, Vanni smise di uscire. Trascorreva 18, a volte 19 ore a dormire, mangiava poco. Lo vedevo invecchiare, non solo nel corpo, ma anche nellanimo.
Poi, una sera di luglio del 1999, qualcosa accadde. Iniziò a miagolare alla porta, grattando con insistenza, come se qualcosa lo chiamasse oltre. Capivo che non erano capricci. Lo seguii, preoccupato che qualche cane potesse fargli del male.
Vanni scese dal terzo piano come un vecchio signore usurato dalla vita, trascinando le zampe. Contornò la casa e si diresse verso lerta collina di ginepri, trenta metri più in là. Provai a prenderlo in braccio, ma lui si ribellò: «non osare sembrava dire devo farlo da solo».
Quando arrivammo in cima alla collina, si fermò davanti a una piccola fenditura fra le rocce, luoghi pieni di strani anfratti e buche misteriose. Si voltò, mi guardò fisso negli occhi, come volesse lasciarmi un messaggio segreto o trattenere il mio volto per sempre. Quegli occhi verdi di Vanni mi sembravano profondi come il mare al tramonto. Poi, allimprovviso, prese la rincorsa, agile come non lo era più da anni, e si infilò nella fenditura.
Rimasi ad aspettare. Lo chiamai, ascoltai ogni fruscio, ogni foglia. Cercai a tastoni: solo terra umida sotto la giacca, e qualche animaletto che mi fece sobbalzare. Saltai fuori, coraggioso ma sconfitto.
Tornai a casa, mi lavai e presi una torcia e della pappa nuova, ormai venduta in scatola ovunque. Ritornai lassù, continuando a chiamare, ma Vanni non apparve. Compresi, allora, che quel saluto era stato lultimo.
Da allora, non lo vedemmo più. Forse non è solo una leggenda che i gatti vecchi spariscono per morire lontano da casa. A noi non restava che crederci, o almeno sperare in silenzio che quel rovo selvatico dai fiori purpurei cresciuto sulla collina, la primavera seguente, non fosse solo un arbusto. Ma lultimo segreto, il nuovo Vanni, pronto a vivere ancora.







