Non stava scappando. Stava tornando a casa.

Non stava scappando. Stava tornando a casa.

Il lunedì avrei dovuto riportarlo al canile.
Ancora adesso, mentre scrivo queste parole, faccio fatica ad ammetterlo: ormai ero davvero al limite.

Si chiamava Sergio. Cinquanta chili di cane, incrocio tra un pastore maremmano e chissà cosa, il pelo bianco come la neve, zampe larghe come pale, e uno sguardo che conteneva sempre qualcosa che non riuscivo a capire.

Tre settimane aveva trasformato la mia casa in unattesa costante, una tensione continua.
Non in modo banale, come quei cani che distruggono tutto o abbaiano senza motivo. Sergio non rompeva niente. Non abbaiava a vuoto. Faceva altro.

Un recinto di due metri? Trovava il punto in cui la terra era soffice e iniziava a scavare. Non facevi nemmeno in tempo ad accorgertene che già sotto la rete era comparso uno spazio sufficiente perché potesse infilarsi di spalle.

Porta chiusa a chiave? Aveva imparato ad aprire il cancello. Non scherzo. Ci appoggiava il muso, cercava la chiusura, spingeva, tirava e alla fine apriva come se lavesse fatto da sempre.
Ogni giorno, mentre ero al lavoro, lui trovava un modo per svanire.

Ogni giorno i vigili o i volontari lo trovavano a chilometri da casa: sporco, stanco, a volte con le zampe graffiate, a volte anche un po zoppicante, come se avesse percorso distanze che non appartengono a nessun cane.
Le multe aumentavano. Lansia pure. E il peggio non erano i soldi delle sanzioni, il peggio era la sensazione di essere stato sconfitto.
Non vuole stare qui, dissi una sera a mia sorella. È uno di quei cani che scappano sempre. Non è per me.
Lei restò in silenzio, guardava Sergio sdraiato in un angolo, apparentemente intento a seguirci con un orecchio, ma in realtà immerso nel suo mondo.
Forse sta solo cercando qualcosa, mormorò.
Io scelsi di lasciar perdere. Quando sei stanco tutto ti sembra semplice: o il cane è tuo oppure no. O è riconoscente, oppure problematico. Ero troppo sfinito per andare oltre.

Ma ieri era sabato. Ed ero a casa.

Alle dieci del mattino Sergio ha iniziato a correre avanti e indietro per il corridoio, nervoso. Si fermava davanti alla porta, si lamentava, grattava il legno con la zampa, tornava da me e mi fissava con quegli occhi profondi che sembravano dire: Andiamo. Adesso.
Stavo lì in piedi, con la tazza di caffè, e già sentivo lo stomaco stringersi: ora riparte. Ora scappa di nuovo.

Poi mi colse un pensiero: se tanto devo riportarlo indietro, almeno una volta in vita mia voglio sapere dove vuole andare con tanta ostinazione.
Ho aperto la porta.

Va bene, ho detto a voce alta. Ma stavolta ti seguo io.

Sergio non si è lanciato verso il parco. Né dietro un piccione. Ha abbassato il muso e ha camminato svelto, deciso, con la testa china, quella concentrazione che inquieta perché non sembra affatto una passeggiata, ma una missione.

Abbiamo camminato a lungo. Abbiamo attraversato via Nomentana, poi altre strade di periferia romana. Lui davanti, massiccio e sicuro del percorso, io dietro, convinto fino a poco prima di poter controllare la mia vita. Ma capii: non tutto si controlla.
Arrivammo vicino al raccordo.

Mi sono fermato, il cuore martellava nel petto: non vorrai portarmi davvero dallaltra parte?
E lui ci ha portato.

Ha aspettato un attimo, poi ha attraversato come uno che conosce bene la strada. Ho quasi inciampato di corsa, col terrore che finisse sotto unauto.
Abbiamo attraversato.

Poi si è infilato in mezzo a rovi e ortiche, spinosi, fitti, tanto che mi sono subito strappato la giacca e mi sono graffiato le mani. Bestemmiavo per il dolore, ma lui non si è fermato. Passava dove le persone non vanno tanto per andare.
Poi si è bloccato.

Davanti a noi cera il cimitero.

Sergio è passato sotto una steccionata rotta. Là dove qualcuno tempo prima aveva strappato la rete, era rimasta una ferita aperta. Sono passato anchio, sentendomi ridicolo, con le mani sanguinanti, a correre dietro a un cane in un posto dove non pensavo di entrare mai.

Non annusava a caso. Non si muoveva irrequieto. Andava dritto, come chi vede il traguardo.

Arrivammo fino in fondo, dove le tombe sono vecchie e tra lerba alta nessuno si ferma mai. Lì, accanto a una lapide piccola, quasi dimenticata, Sergio si sdraiò.

Pancia a terra, zampe distese, la testa china.
Per la prima volta non sembrava un cane che scappa.
Sembrava un cane che finalmente era arrivato dove doveva.

Mi avvicinai. Sulla pietra cera un nome italiano. Una data di morte ormai lontana.

Non conoscevo quelluomo. Ma dun tratto compresi che Sergio mi era molto più estraneo di quanto pensassi.
In quellattimo tutto cominciava a trovare un senso.
Le sue fughe. La testardaggine. Linsofferenza. Lesaurimento quando tornava.
Lui non scappava da me.

Stava tornando da lui.
Dal suo papà, come lo chiamava nel suo mondo di cane. E quel percorso non era un errore, ma unabitudine, una promessa ripetuta per anni.
Mi sedetti accanto a lui, sulla terra fredda. Gli accarezzai il pelo ruvido e arruffato. Sergio non si mosse. Sospirò, lungo, tremante, e appoggiò la testa pesante sulla mia gamba.
Non era una carezza affettuosa.

Sembrava che, solo allora, si fosse permesso di essere fragile. Se un cane potesse parlare, avrebbe detto: Sono qui. Ce lho fatta. Non ho dimenticato.
Guardavo la lapide e mi domandavo perché spesso pretendiamo ubbidienza dagli animali, senza chiederci che magari hanno anche loro la loro ragione. Il proprio perché. Il loro dolore.
Mi ricordai di quante volte mi sono arrabbiato, di quando pensavo di riportarlo di fretta in canile, così da finire con questa confusione.

E mi resi conto improvvisamente che la confusione non era dentro di lui.

La confusione era mia perché non sapevo vedere che quello che faceva non era follia. Lui compiva una promessa tacita, sentita nel corpo: Io torno.
Sergio restava sdraiato, il silenzio nel cimitero ci avvolgeva come una coperta. Non saprei dire quanto tempo passammo lì. Dieci minuti? Venti? Uneternità?
Poi alzò la testa e lentamente controllò se fossi ancora lì. Guardò di nuovo la pietra.
E capii: non mi chiede di salvarlo. Chiede solo una cosa.

Di non lasciarlo venire qui da solo.
Credevo fosse un fuggitivo. Ma lui non poteva dimenticare.
Quando tornammo a casa, rimasi a lungo tra cucina e salotto, guardando la sua ciotola, i graffi sulle mani, la giacca distrutta. E per la prima volta in quelle settimane provai vergogna non per la confusione, ma per non avermi mai chiesto dove andasse, e perché.

Rimugino ancora chi era quelluomo? Come faceva Sergio a ricordare la strada? Quanti anni aveva camminato in silenzio fino a quella tomba? E perché ho preso una decisione che avrebbe cambiato non solo la sua vita ma anche la mia.
Anche la mia.

Quando tornammo a casa, Sergio non corse alla ciotola. Andò in un angolo della sala, e si sdraiò tranquillo, come al cimitero, senza irrequietezza, come se qualcosa finalmente si fosse sciolto dentro di lui.
E io rimasi in piedi davanti alla porta, sentendo salire una vergogna nuova. Non quella che viene dalle persone. Quella che sale quando ti accorgi di essere stato cieco.

Per tre settimane avevo guardato Sergio e visto solo un problema. Un cane che non voleva stare a casa. Le multe, la paura, le chiamate dei vigili. Vedevo tutto, tranne la cosa principale: lui aveva un motivo. E il motivo cambia tutto.
Mi sedetti in cucina e ripensai alle parole del canile.
Lui scappa sempre.
Nessuno riesce a tenerlo.
Non è per tutti.

È forte, grande, testardo.

Ora queste frasi suonavano diverse. Ora ci sentivo non il carattere, ma una storia che nessuno voleva tradurre.
E mi domandai: quanti hanno mollato, prima di arrivare con lui fino al cimitero?

Quanti lhanno riportato indietro, pensando fosse semplicemente disobbediente, senza capire che invece tornava?
La mattina dopo ho iniziato a comportarmi come se avessi un piano, anche se in realtà avevo solo deciso una cosa: non lo restituirò più.

Sono andato in un negozio di animali e ho comprato una pettorina robusta, quella che non stringe il collo, da cui non si sfila. Un lungo guinzaglio sei metri, per lasciargli annusare e camminare, ma senza sparire. Ho preso dei picchetti alti e una nuova rete per il giardino se scava, non serve punire; devo solo prevedere. Non punire, ma rendere sicuro.
Tornato a casa, mi sono seduto per terra vicino a lui, come ieri sulla terra fredda.

Senti, amico, gli dissi piano, non so chi fosse quello per te. Ma so che lo amavi. Se devi tornare là, non lo farai più da solo.

Sergio non rispose. Alzò solo la testa e mi guardò a lungo. E ancora una volta sentii quella chiarezza strana: non era un cane in cerca davventure. Era un cane che manteneva una promessa.
E fantasticai su come deve essere stato prima di me.

Un vecchio, forse rimasto solo, che porta fuori il suo cane e parla con lui come solo chi non ha altri con cui parlare può fare. Forse il sabato si fermava proprio lì, accanto a quella lapide: magari lì cè la moglie, il figlio, il fratello, qualcuno che aveva chiamato casa. E il cane era solo accanto.

Poi quelluomo non cè stato più.
E il cane restava.
E quel cane, portato in canile, non dimenticava. Perché la memoria di un cane non sta nelle parole. Sta nel percorso, nellodore, nei passi ripetuti così tante volte da diventare parte del corpo.
Quindi continuava a tornare.

Non perché casa mia fosse sbagliata.
Ma perché il suo cuore aveva un indirizzo.

Mi resi conto di una cosa in più: gli animali non hanno il nostro modo di vivere il lutto. Non dicono mi manchi. Semplicemente tornano dove un tempo qualcosa stava bene. Cercano dove qualcuno cera. È il loro modo di chiedere: magari torna? Magari sono solo in ritardo?
E nella mia mente vedevo Sergio, che per anni con la pioggia, il caldo, la neve attraversava la città, la strada, i rovi, solo per stendersi accanto a una lapide. Non per essere triste, ma per restare fedele.

Il lunedì ho chiamato il canile.
Non lo porto più, ho detto. Resta con me.

Dallaltro lato della cornetta cè stato un breve silenzio.
È sicuro? chiesero. Lui è difficile. Scappa.
Guardai Sergio addormentato in salotto, sereno come non lavevo mai visto.
Sì, dissi. Lui non scappa. Lui torna.

Non ho spiegato tutto al telefono. Alcune cose bisogna vederle per crederci. Ma sapevo di aver preso la decisione giusta.

Da allora abbiamo iniziato a vivere diversamente.

Lunedì lavoro. Martedì lavoro. Mercoledì lavoro. Ma nella testa, ormai, cè sempre il sabato.
Controllo bene il giardino ogni mattina, come si controlla la porta di una casa dove vive qualcosa che vale davvero. Gli lascio i giochi, gli do ossa non per passare il tempo, ma per la pace. Chiedo al vicino di guardare se rientro tardi. Non perché lui sia un problema, ma perché ora so che ha una meta più grande di qualsiasi recinto.

E ogni sabato usciamo insieme.

Prendo il guinzaglio lungo, così può guidare, senza svanire. Lui fa sempre lo stesso percorso. Abbassa il muso, trova la traccia che io non vedo. Il suo corpo conosce quella strada meglio di qualsiasi mappa.
Ora non attraversiamo più il raccordo in panico. Aspetto, lo tengo stretto. Guardo a destra e a sinistra. Passiamo insieme.
I rovi graffiano sempre. Ho comprato una giacca più resistente. Ma ora quei graffi non sono più rabbia. È il prezzo per non lasciarlo solo.
Quando arriviamo al cimitero, Sergio si rilassa davvero. Le spalle si sciolgono. Va dritto a quellangolo e si stende vicino alla lapide.

Non so chi ci sia lì sotto. Forse non lo saprò mai.
Potrei andare in Comune, cercare negli archivi, domandare. Ma forse non importa il nome sulla pietra. Importa quello che rappresenta per lui.
Mi siedo vicino. In silenzio. E in quel silenzio scopro qualcosa di profondamente umano.
Perché anche noi, alla fine, facciamo così. Torniamo alle tombe. Alle vecchie foto. Alle case dellinfanzia. Ai luoghi dove, un tempo, qualcuno ci ha voluto bene. Non cerchiamo la persona in senso stretto. Cerchiamo la sensazione che il legame non si sia spezzato del tutto.

Sergio mi ha insegnato quello che mai mi sarei aspettato da un cane.
Che la fedeltà non è solo una parola bella.
È un percorso che ripeti anche quando fa male.
È una strada che il corpo ricorda, anche quando tutto il resto cambia.

E che casa non è sempre dove cè una ciotola e un tetto. A volte è dove giace il ricordo più grande di tutti.
Pensavo di aver preso per caso un cane complicato dal canile.
Invece ho accolto un essere che semplicemente non ha mai smesso di amare.

Ora so: lui non è un maestro di fuga.

È solo fedele fino allultimo passo.
E se il mondo dimentica in fretta, allora forse serve davvero qualcuno, anche solo una volta, pronto a ricordare: tornare indietro è anche questo, una forma damore.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eighteen + 11 =