Zia Meraviglia: una donna straordinaria che incanta tutti con la sua magia

Zia Meraviglia.

Allora, guarda, stamattina Francesca si è fatta largo nella solita folla allautobus e quasi volando si è buttata avanti. Lautobus era stipato e aveva appena scaricato una manciata di passeggeri, ma altri venti dovevano entrare, figurati.

Praticamente, hanno portato dentro Francesca come un pacco. Di corsa ha passato i due euro e venti centesimi allautista, che ormai aveva la tipica faccia sconsolata di chi ha visto una giornata di pioggia di troppo, e inseguendo la corrente umana si è ritrovata, con zaino sulle spalle, ombrello bagnato e quel sorrisetto scemo stampato in faccia, a navigare verso il centro dellautobus.

Ora, lei davvero si divertiva un po. In questi momenti, non si innervosiva mai. Anzi, reagiva proprio così: sorrideva. Non andava in escandescenze, non si agitava, sorrideva e basta, difendendosi così dal malumore che sapeva sarebbe stato micidiale.

Tutti si spingevano, sarrabattavano, brontolavano per via degli ombrelli fradici, delle borse ovunque, del poco spazio.

La folla strizzò Francesca contro una signora anziana da una parte e un ragazzino liceale dallaltra. Lui non sapeva proprio dove piazzare il suo zaino gigante, e la signora col berretto grigio, seduta vicino al finestrino, si offrì gentile: Dammi qua, lo tengo io lo zaino.

I passeggeri seduti sembravano statue disinteressate: fortunati loro, col naso sul telefono o a fissare fuori dai finestrini, dove in mezzo alle strade grigie spuntavano solo ombrelli colorati.

Quelli seduti tenevano alla larga la seccatura della folla che ritardava la partenza. Perché infastidirsi? Cè già troppa negatività in giro. Di quelli in piedi non importava niente a nessuno. Era il trionfo del classico egoismo razionale.

Solo una faceva eccezione: quella donnina minuta col berretto lavorato a maglia, che aveva preso lo zaino al ragazzo. Se lo cullava in braccio insieme alla sua borsa, seduta accanto a una donna bella corpulenta intenta a scrivere messaggi. Questa donnina girava la testa di continuo, tipo una gazza, agitata per chi doveva ancora salire.

Ce ne sono ancora tre fuori, magari se vi stringete un po, eh? provava ad organizzare il trasbordo.

Eeeeeh, non ci si sta più, siamo già come sardine! le rispondeva uno seccato.

Allora venga lei! Cambiamo posto, guardi, mi alzo io, insisteva la donnina del berretto.

Questo deve stare buona! la scoraggiava la vicina col dito veloce sulla tastiera.

Lei, un po mortificata, si girò verso il finestrino, ma nellimbarazzo, Francesca notò che continuava a buttare locchio allingresso dellautobus, sperando che riuscissero a entrare tutti. Ma che strana zia! pensò Francesca, colpita dalla sua premura.

Poi, finalmente, lautobus richiuse le porte una, due volte, e il conducente quasi urlava di lasciare libero lo spazio davanti alle porte. Uno, quello che sembrava il più di fretta, alla fine dovette scendere e partire di corsa sotto la pioggia battente, senza neanche aprire lombrello. Coraggio, vai, coraggio, sotto lacqua come se niente fosse.

Francesca vide la donnina seguirlo con lo sguardo, una ruga verticale le segnava il viso per la preoccupazione.

Quellimpressione la sua commozione, la sua dolcezza aveva fatto ridere e riflettere Francesca: Ma da dove è uscita questa zia magica?

Pian piano, però, Francesca pensò ai fatti suoi. Se solo avesse avuto la macchina. Ci manca poco, ormai. Basta, meglio non pensarci! si disse. Suo padre non ne voleva sapere, e adesso che si era fidanzato con quella tale Elena, figurati. Chissà che non la compri prima per lei la macchina, col papà non si sa mai!

I soldi li aveva, papà, era un tipo alla mano, anche se agli occhi degli altri sembrava uno serio insegnava alluniversità di Torino, aveva anche un titolo accademico. Capita che andavano insieme alluniversità con la sua vecchia Golf, ma succedeva raramente, gli orari combaciavano poco. Papà era un tenerone.

La mamma era più severa, esigente… Basta, nemmeno quello, non pensarci!

Oramai, toccava spesso prendere lautobus, pure con questo tempaccio autunnale.

Dopo mille sobbalzi, era arrivato il momento di scendere. Sgomitando si fece largo verso luscita. Dietro di lei, la donnina col berretto in lotta pure lei e con una maxi-borsa.

Piano, oh, dove vai con sta borsa! brontolava un uomo dallaria teatrale, preoccupato per trench e scarpe.

Scusi, scusi! Ma come faccio, la devo portare fuori…

Signorina, scende anche lei ora? la donnina si asciugava il sudore da sotto il berretto. Francesca capì che non era poi così vecchia.

Sì, rispose subito Francesca, così almeno evitava il rischio di rimetterci i collant con quella borsa.

Balzò giù, aprì lombrello e, inspirando lodore di pioggia, si avviò verso le strisce. Per istinto si voltò indietro: la donnina si stava informando da una signora anziana su come raggiungere un indirizzo, ma laltra allargò le braccia senza sapere.

Magari era di fuori e si era persa. Francesca decise di tornare indietro, dopo tutto conosceva benissimo la zona, ci abitava solo da tre anni, ma ormai era di casa.

Prima viveva in centro con mamma e papà, poi, quando mamma mancò, era andata a stare dalla nonna, ma poi alluniversità era tornata col padre. Aveva venduto la vecchia casa, troppi ricordi, troppa nostalgia. E così si erano trasferiti in un appartamento moderno.

È tutto per te! le aveva detto papà tra orgoglioso e commosso.

Francesca si era sentita fortunata e aveva iniziato a metterci il suo tocco: una casa accogliente, cene speciali, nuove ricette pescate dallinternet, pane al forno, serate a lume di candela… La cucina era diventata il suo regno.

Papà la prendeva in giro: Con te metto su dieci chili! Se vai avanti così, tra un po non passo dalla porta! E ridevano insieme.

La donnina, ti giuro, era uno scricciolo e la borsa sembrava più grande e pesante di lei, per fortuna aveva le rotelle. Aveva una giacca corta di jeans foderata, berretto calato sulla testa, jeans, stivaletti neri.

Niente cappuccio, niente ombrello, si era sistemata una sciarpa di lana come meglio poteva: sopra la testa sì, ma dietro restava scoperta, una roba tutta da vedere.

Francesca le si avvicinò. Ha bisogno di una mano per lindirizzo?

Come, certo! Qui, via Betulle. Dove sarebbe? chiese la donnina appoggiando la borsa.

Per Francesca era proprio di strada. Venga, laccompagno io.

No, non si disturbi, la borsa scivola che è una meraviglia, vede che ha le ruote?

Ma con questa pioggia si bagna tutta, e non è neanche vicina!

La sciarpa regge, cara!

Francesca allora tacque. Notò che la signora si stava già inzuppando, con la sciarpona ormai bella pesante. Cercò di coprirla un po di più con lombrello ma, tra pozzanghere e marciapiedi, non era facile. Ma la donnina, niente, camminava serena, quasi saltellando.

Ma lei di dove viene? Non ha proprio laria piemontese… chiese Francesca quasi gridando per coprire il frastuono.

Io? Vengo da Caltanissetta, cioè, da un paese lì vicino. Ho preso laereo, sono atterrata a Torino, ci ho messo più a raggiungerla che a fare il viaggio! E qui che tempaccio! Da noi asciutto… Ma se sogni un arcobaleno, devi accettare la pioggia, no?

Mah, qui di arcobaleni in autunno se ne vedono pochi… più che altro, è tutto una pozzanghera, rispose Francesca un po ironica.

Eh, già, le pozze… da noi le chiamiamo tumpi!

La borsa rallentava davvero il passo, ogni tanto salitelle e sassolini, una fatica. Alla fine, Francesca prese con decisione la maniglia e la trascinò lei.

Arrivarono a Via Betulle, Ecco la via, qual è il numero del palazzo? domandò Francesca. Andiamo, la accompagno io fino al portone.

Ma che gentile… e io che la sto facendo girare a vuoto!

Ma figurati, non ho fretta. Senza ombrello si prende una freddura.

Sto andando da mio figlio, abita qui per luniversità.

E lui non la è venuto a prendere?

Volevo fargli una sorpresa. Ogni volta che dico che vengo giù, fa mille storie perché non mi affatichi… ma una mamma ha bisogno di vedere il figlio! Così mi sono detta: lo becco di sorpresa, come una piovra! E rideva, tutta soddisfatta.

Speriamo che almeno Torino labbia accolta bene!

La donnina scrollò le spalle, scansando una pozzanghera: La gente qui mi sembra tutta presa dai fatti suoi, nessuno guarda gli altri. Poi, ecco il loro portone. Ma, sfortuna, il portone aveva il codice. Sotto la pensilina del palazzo almeno potevano ripararsi un attimo.

Provarono a chiamare lappartamento dal citofono niente, nessuna risposta. La donna alzò il telefono, chiama il figlio squilli e nullaltro. Provarono col cellulare di Francesca, uguale.

Persino una vicina, contattata dal citofono, non ne sapeva nulla.

Ma, scusi, quando lha sentito suo figlio? domanda Francesca.

Ieri, ecco… Sicuramente sarà in facoltà. Grazie, davvero, gentilissima. Le offro una fetta di torta boh, meglio di no, ormai sarà pure vecchia! Un cioccolatino?

No, no, grazie davvero, buona fortuna!

Francesca, un po a malincuore, se ne andò sotto la pioggia. Però, le era piaciuto stare con questa donnina. Le aveva lasciato dentro un calore strano.

Arrivata a casa, vide che il salotto era finalmente vuoto. Che sollievo!

Ultimamente non amava le serate casalinghe, soprattutto da quando la nuova compagna di suo padre, Elena, si era presa mezzo appartamento. Prima lei veniva per poco, ma pian piano aveva praticamente traslocato. Un giorno era comparsa in accappatoio, bella rilassata, e ci era rimasta mezza giornata. Aveva il tono da sua padrona, si metteva a spiegarle come cucinare, come se Francesca non sapesse niente.

Guarda qui come si fa il ragù, impari qualcosa! Così e così… E andava avanti, senza interesse per le ricette di Francesca, che a cucinare ci sapeva fare eccome.

Adesso ti preparo la Caesar Salad, la conosci? Già, tu non ci hai mai provato!

Papà la vuole solo con il pollo affumicato, mica questa roba.

Eh, ma a una certa età meglio stare leggeri.

Certo, si fa avanti solo col papà! Nemmeno tanto più vecchia di lei, undici anni appena. Boh, forse è vero che il cuore non comanda.

Finite le serate serene con suo padre, ora spopolava Elena: stava sotto il plaid preferito di mamma, si stendeva sul divano, e Francesca in camera sua, sola. A Francesca proprio non piaceva. E potevano anche darsi tutte le spiegazioni psicologiche di questo mondo: il papà ha diritto a una nuova vita, dovrò andare anchio prima o poi… ma questa Elena proprio…

Un giorno, tornando a casa prima dalluniversità, la trova in salone, piede su una sedia e stava facendosi i piedi! Vuoi unirti? Ho un super kit, oppure preferisci in bagno? E Francesca: No no, guarda, in cucina devo solo prendere qualcosa, non ti disturbo!

Elena provava a dare laria di esperta, ma Francesca e anche, mi sa, il papà, la sgamavano subito. Elena pensava più alle novità del cinema e della musica. Però, va detto, grazie a lei Francesca aveva visto qualche bel film.

Papà, ma ti piace davvero? aveva chiesto una volta Francesca, quando erano rimasti soli.

Mi ci sono abituato… Sai, uno ci si affeziona alle cose buone. E quando tu spiccherai il volo… insomma, resterò con lei. È una brava persona.

Però è superficiale e comanda troppo!

Io non sono fatto per comandare nessuno, Franci! E una donna senza un minimo di grinta è come una squadra senza mister: ci vuole forza!

Tutto qua quello che ti piace?

Non lo so… Penso mi voglia bene, non essere gelosa. Pensa alla tua, di vita, piuttosto. È ora anche per te…

Eppure, Francesca un po ci soffriva. Chissà perché… non sapeva spiegarselo bene, magari era davvero solo gelosia, o quella nostalgia per il posto di mamma che ora… boh…

Si mise comoda, tuta e calzini, doccetta rilassante. Notò subito altri shampoo e bagnoschiuma sugli scaffali, altra presenza di Elena.

Non fece nemmeno a tempo a mangiare qualcosa che squilla il telefono, numero strano.

Pronto, scusi, mi è arrivata una sua chiamata persa, voce maschile, gentile.

No, credo abbia sbagliato… poi, però, le si accende la lampadina. Lei abita in Via Betulle?

Sì, perché?

Sua madre… le voleva fare una sorpresa, è qui sotto il portone, sotto questo diluvio!

Mia madre? Oddio, grazie! Gentilissima…

E attacca subito.

Francesca si mette ai fornelli, trova una padella unta incastrata da Elena, che nervi!

Poi, di nuovo il telefono. Signorina, guarda, le chiedo perdono… Qui è un disastro. Sono in Ucraina. Allimprovviso mi hanno inserito in un progetto di volontariato, posso restare forse una settimana. Non lho detto a mia madre per evitare che si preoccupasse. Ma ora non riesco a comunicare, non cè modo… Lei potrebbe dirmi se trova qualche soluzione, una pensioncina per qualche notte? La ringrazio davvero…

Che situazione… io abito un po lontano, comunque vado a darle il telefono, ci sentiamo tra poco!

Davvero, grazie! Grazie infinite!

Francesca si veste di nuovo, scarpe impermeabili, e torna verso Via Betulle, pensando a quale albergo vicino possa esserci. Ma con questo tempo, e magari la signora non ha nemmeno abbastanza soldi con sé… ma in fondo, tanto ha voluto la sorpresa…

Sotto la pensilina non cè nessuno. Ma poco distante, sul terrazzino del parchetto giochi, nota subito la giacca azzurra. La donnina era rannicchiata, mani in mezzo alle ginocchia, un vero passero infreddolito.

Salve ancora! le si fa incontro Francesca.

Zia Meraviglia, perché così iniziava a chiamarla nella sua testa, si riprese subito, un sorriso dolce anche se un po tirato.

Mi pare di uno spiedino alla stazione… infreddolito eh?

Un po… E da dove spunti?

Guardi che suo figlio non poteva risponderle, telefono scarico e…

Ah, lo sapevo! Me ne combina sempre una…

Francesca le passa il telefono, e appena la signora sente la voce del figlio, le si accende proprio la voce di un passerotto felice, cinguettava come impazzita: Come, fuori città? Sei in Ucraina? Ma stai bene? Non preoccuparti, qui trovo io qualcosa, ti aspetto! Tutto bene, va, stai tranquillo…

E davvero, era come se i problemi non esistessero più.

E adesso, signora? domanda Francesca.

Lei, con uno sguardo confuso e i pensieri che galleggiavano tra i sogni e la realtà: E adesso, boh, dove vado?

Appunto, dove va? le fa eco Francesca.

Ci sono pensioni qui vicino? la donnina rovista nella borsa.

Vediamo, si sieda qui, ora cerchiamo col telefono! cercano mille siti, ma o tutto pieno, o prezzi assurdi. Si danno a cercare un alloggio per qualche giorno… impossibile!

A meno che… io non lasci le cose da qualche parte e vada a vedere Torino, pioggia o meno! Indovina che fortuna! Dovevo camminare oggi e basta…

Ma in questa giornata? Oh, senta, niente storie: venga a casa nostra, almeno si scalda, sta qualche giorno da noi, e poi aspetta il ritorno della padrona di casa con le chiavi.

No, assolutamente! Ma si rende conto? Sono una perfetta sconosciuta! Potrei essere una truffatrice! Anzi, ormai di truffatori ce nè ovunque…

E si mise persino a fare gli occhiacci, per finta, come una bimba. Tanto buffa che Francesca scoppiò a ridere, portandosi la mano sulla pancia. E via, a ridere pure la donnina.

Oddio, mi scappa la pipì! sghignazzava la signora, gambe incrociate.

E via le due, sotto la pioggia, verso casa di Francesca.

Guarda che ci diamo del tu, ormai sei mia complice, le dice la donnina.

Presentiamoci va! Francesca, studentessa.

Io sono Maria, gestisco il circolo del paese, e canto e ballo quando serve!

Davvero, organizzi tutto tu?

Sì, figurati, in paese si fa di tutto: balli, cori, feste… meno male mi aiutano le altre signore, se no…

Maria sembrava sfinita, ma continuava a farsi scrupoli per essersi fatta invitare, chiedeva pure di pagare:

Se tuo padre poi non gradisce, dimmelo eh, vado via senza problemi!

E perché mai? Ha portato qui pure la sua nuova ragazza, che ci sto a fare io? Questa casa è anche la mia, anzi!

Non ti va giù?

No, con papà stavamo meglio da soli.

Ma si sa, in famiglia, più si è più si sgomita. Serve il giusto equilibrio, la vicinanza. Forse tra voi non si è creata…

Appunto, zero, rispose Francesca, mescolando un minestrone.

Oh, magari col tempo… sospirò Maria. In famiglia, anche il semolino sembra panna montata.

Già… ma quella era la famiglia di prima. Quando cera mamma…

Si misero a tavola, sparecchiarono insieme.

Nella camera di Francesca cera una foto di quando aveva dieci anni, con la mamma che la abbracciava stretta, un sorriso dolce e tanti riccioli.

Maria si avvicinò, resta in silenzio a osservare. Così tanto che Francesca sentì quasi paura, come se potesse vedere qualcosa che a lei stessa era sempre sfuggito.

Ma lì, che hai in mano? domandò Maria.

Un orologio. Mamma me laveva appena regalato… sentì il cuore accelerare, ma non scattò il solito stop, riuscì a continuare serena.

Me la racconti la tua mamma? chiese Maria.

Chissà perché, ma Francesca sentì il desiderio, una cosa forte come se solo ora potesse liberarne il racconto. Quella storia che sera tenuta tutta per sé, solo nei suoi pensieri nei primi anni senza mamma, che laveva sempre fatta crollare.

A chi avrebbe potuto mai raccontarla? Al papà no, si preoccupava troppo. Le amiche non avrebbero capito. E il fidanzato, che gliene importava?

Il primo anno era stato un disastro. Piangeva ogni notte, crisi una dopo laltra. Aveva messo il messaggio vocale della mamma dallo smartphone e urlava, urlava. Era dovuta andare da medici, farmaci, papà era diventato canuto in pochi mesi. Anche la nonna, poverina…

A quattordici anni, non voleva più vivere. Col tempo, aveva imparato a chiudere quella stanza a chiave dentro sé, non pensare, imporsi il suo personale stop.

Poi, pian piano, il ricordo della mamma era rimasto, ma aveva smesso di essere pura sofferenza. Era diventato qualcosa di morbido, di tenero. Meglio evitare di scavare nei dettagli, se no ricominciavano i pianti.

Mamma aveva avuto un incidente su una strada bagnata, unaltra macchina in contromano, storia finita male.

Raccontando tutto a Maria, tornavano in mente sensazioni, profumi, i dettagli delle mani di mamma, il neo sulla spalla… Un dolore immenso che solo adesso si rendeva conto di capire davvero.

Raccontò le piccole cose, le acconciature, i rientri da scuola negli abbracci, i progetti, perfino il giorno dellorologio. Tacque solo su come tutto era terminato. Di colpo, però, sentiva di poter gestire il dolore, che non avrebbe perso il controllo.

Maria ascoltava fissandola con quella ruga verticale tra le sopracciglia, la stessa che aveva la mamma. Nessun giudizio, solo ascolto.

Francesca non si rese nemmeno conto di quanto stesse piangendo, ma Maria la guardava con uno sguardo serio, dolce.

Oddio… mi sono messa a piangere? si toccò il colletto tra le lacrime.

Ah, sarà la pioggia! Ma lasciati andare, Franci. Ogni tanto bisogna accettare il dolore. Tua mamma sarebbe fiera di te.

Ed ecco che Francesca, per la prima volta, riusciva a piangere senza agitazione, senza la tempesta dentro. Tranquilla, serena. E le veniva da sorridere.

Perché proprio ora? Perché davanti a una sconosciuta? Ma sì, sarà davvero una zia magica questa Maria!

Si addormentarono quasi insieme sul divano, Maria neanche aveva cambiato stanza.

Fuori, gli alberi del viale lasciavano cadere via le foglie nella terra, senza opposizione, appena il vento ne chiedeva una.

E la pioggia continuava a scrosciare, sciogliendo tutto, confondendo il cielo con la terra, la tristezza con la speranza, il passato col futuro.

Pareva proprio che la pioggia stesse mettendo un punto alle memorie di Francesca, per portarla, piano, verso una specie di pace. Perché, alla fine, anche il temporale, prima o poi, passa.

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Zia Meraviglia: una donna straordinaria che incanta tutti con la sua magia
Tu non sei mia madre