Ehi, io mia moglie lho sposata per compassione.
Pure io, stesso motivo!
Ma per compassione verso chi?
Verso lei, ovviamente. Non verso me stesso. Non ci credi? Nemmeno io oggi ci crederei.
Federico De Santis prese il primo sorso sacro del suo caffè del mattino, fece una smorfia insoddisfatta.
Il caffè migliore lo preparava sempre sua moglie, senza paragoni. Pur sapendolo fare, lei aveva un tocco completamente diverso. Anche lì, nella pensione affacciata sul mare, aveva assaggiato caffè ovunque, mai niente che si avvicinasse al sapore di casa.
Il suo compagno di chiacchiere, un uomo anziano chiamato Sergio Visconti, era arrivato solo e alloggiava nella stanza accanto alla sua. Senza neanche dirselo, avevano iniziato a condividere ogni mattina una passeggiata lungo il viale degli oleandri che costeggiava il litorale ligure.
La moglie di Federico usciva presto per le terapie termali prescrittele dal medico; Federico allora passava quelloretta con Sergio Visconti.
No, non per me. Per lei. Non ci credi? Io stesso oggi stento a crederlo.
Ma lei è più giovane di te, no?
Eh sì, ha nove anni meno di me… Quando la vidi per la prima volta nemmeno la consideravo una donna. Era più una ragazzina, unadolescente tutta spigoli. Solo dopo iniziai a osservare meglio e mi stupii.
Ma allora perché sposarla, se non era amore…
Beh, che vuoi che dica… Allinizio… ho quasi comprato mia moglie. Se vuoi te la racconto.
Comprata? In che senso? Racconta pure. Sai, io mi sono sposato due volte e divorziato due volte… Ormai vivo solo. Ho storie da raccontare anchio. La tua, però, minteressa. Sono affascinato da tua moglie. Dove si trovano donne così?
Dove? Lascia perdere, meglio non ricordare… comunque sul mare lho trovata anchio, ma non questo. Era il mare Adriatico, a Termoli. Lavoravo per una compagnia petrolifera. Conosci la zona del Molise?
So dovè, ma non ci sono mai stato.
Eh, allepoca il petrolio faceva gola a tanti, come in Basilicata. Mio padre era un pezzo grosso nel settore, così mi mandò lì: Almeno non sentirai freddo, scherzava. Stavamo costruendo una nuova piattaforma, e io, a ventotto anni, destinato a diventare un piccolo capo.
Un giorno, col mio collega Vittorio, che era anche dottore in Ingegneria, andammo al mercato dei pescatori. Non avrei mai pensato che avrei trovato una moglie proprio lì, tra banchi luridi e puzza di pesce. Avessi visto comera allora! Orfana, una zia peggio di una sconosciuta, e lei che sgobbava come manovale.
Eppure, lhai notata…
Notata? E come. Tutti notano le disgrazie. Io, fra i banchi, con il naso tappato dal tanfo di scogli e pesce vecchio. Su quei tavoli, nelle vasche piene di pesce vivo, le donne sfilettavano, indossando grembiuli e guanti, il sangue che colava sulle mani. Io non reggevo la vista; ma lei, una ragazzetta scura di pelle, secca come un ramo, avrà avuto sì e no quindici anni, maneggiava un coltello enorme come se niente fosse.
Poi successe il finimondo. Una donna grossa afferrò la ragazza e le immerse la faccia nelle interiora e nelle squame. Lei, rialzandosi, si puliva col guanto, la faccia tra sangue di pesce e schifezze, ma la zia rincarava la dose sotto gli occhi di tutti. Nessuno interveniva.
Non ce lho fatta: io e Vittorio ci siamo buttati in mezzo, l’abbiamo staccata dalla zia bestiale. Quella urlava: Mi hai rovinato tutto il pesce, strega!, e sparì tra la folla.
La ragazza rimane lì, piena di squame, col grembiule lungo insanguinato, i piedi magri nascosti in stivaletti di gomma. Io, con la camicia alla moda e le scarpe chiare, mi sentivo un pesce fuor dacqua.
Non avevo nemmeno un fazzoletto; le trovai uno straccio da sotto il banco, e le pulii il viso. Le squame le restavano appiccicate alle guance. Ero perplesso: che razza di storia era quella?
Le chiesi: Era tua madre?. Scosse la testa: Mia zia, sussurrò quasi.
E perché ti picchiava?
Perché ho confuso i secchi di pesce.
Una commerciante intervenne per spiegare: aveva sfilettato delle teste che doveva invece tenere da parte; la zia aveva ordinato diversamente. Ma la botta presi io: Ma per così poco si maltratta una ragazza? sbottò Vittorio.
Lei, però, non piangeva né si lamentava: solo riprese a sfilettare. Uscimmo dal mercato puzzando di pesce, con le macchie dappertutto, imprecando contro la sfortuna.
Quella ragazza era poi Elisabetta?
Federico fece sì con la testa, bevve ancora il caffè e si accigliò. Sperava sempre in quel caffè buono come a casa.
Era lei. Allepoca avevo già una fidanzata a Roma, alluniversità, figlia di avvocati. Ma litigavamo spesso, lei era pretenziosa e i miei speravano che la sposassi. Brava ragazza, eh… ma non era la mia vita.
E poi?
Ci rincontrammo per caso, durante un viaggio di lavoro verso Vasto. Eravamo in convoglio, sui camion del consorzio.
A un certo punto la vedo allargine della strada: trascinava un sacco pesante. Era ancora lei. Lho fatta salire sul mio camion, le domandammo dove dovesse andare, era sulla nostra strada. Lho presa in giro: Come va con la zia, mena ancora? le dissi ridendo.
Lei, con uno sguardo triste, si voltò verso il finestrino. Io, per giustificarmi, raccontai che mio nonno mi aveva sempre rimproverato. Ma lei non mi ascoltava.
Il mio autista, un abruzzese di paese, vedendomi così pensieroso, mi spiegò: Vivono a San Salvo, la zia è la tipa più tirchia del mercato, gente arrivata dallAdriatico. La ragazza è qui solo da poco, la madre morta e il padre, fratello della zia, sparito chissà dove. Nessuno può far niente. In paese tutti la compatiscono, ma che ci vuoi fare?
Io chiesi: E perché non se ne va lei?. Non può, mi disse lautista, ha metà sangue slavo, ma le tradizioni… resterà sempre la forestiera.
La lasciammo davanti al paese, ma poi mi tornò in mente: che vita che ha quella ragazzina!
Il sabato, ancora dritti al mercato: il pesce fresco era una delizia. E lei, di nuovo, dietro il banco, che ormai non abbassava più lo sguardo. Le dissi: Quanti anni hai?. Mi risposta: Diciassette, ho fatto otto classi a Chieti, poi son venuta qui.
Ti chiami Lisa? le chiesi.
Elisabetta. E tu?
Federico, rispose lei, piano.
Comprai il pesce, ma mentre uscivo dal mercato sentii una voce dietro di me: Federico, questa sera… verresti al faro sul lungomare? Magari…. Quell’invito mi turbò, però avevamo già organizzato una festicciola tra colleghi: era il giorno della fine dei lavori. Le dissi onestamente che non potevo. Ma pensai se magari lei mi stesse aspettando.
Io, aerate di signorine non ne mancavano in cantiere: ero giovane, carino, romano, e anche con una certa posizione. La domenica sera, però, ripassai davanti al faro. Non ci speravo, ma… spinto dalla curiosità mi avvicinai.
E la vidi, seduta sul pontile: “Scusami, forse ieri mi hai aspettato?”. Fece un sì col capo.
Disse che voleva chiedermi una cosa. Aveva il coraggio di una disperata: Potresti come dire pagare il mio riscatto, come se volessi sposarmi?. Praticamente mi chiedeva di fingere di essere suo fidanzato e versare una somma alla zia: due mesi del mio stipendio, mica poco.
Sembrava sicura che pian piano me li avrebbe restituiti. Voleva solo salvarsi da quella zia avvelenata.
Vittorio mi disse che era una truffa: appena avesse avuto i soldi, la zia lavrebbe rimandata da me per ripetere il gioco con un altro pollo.
Ma il suo sguardo non mi dava pace Ero giovane, e che saranno mai dei soldi per me? Per lei potevano significare la libertà. Così mi decisi: tornai al mercato, proposi laccordo alla zia tramite un vecchio del paese, il maestro Valli, che tradusse e mediò. Alla fine la cifra scese un po, e la zia accettò.
Prendemmo Elisabetta via, poche cose in mano. Le prime notti dormì nella mia camera, io mi sistemai da Vittorio. Lavrei sistemata tra le segretarie del consorzio, ma lei implorava di andare via lontano: se la zia avesse scoperto che non eravamo sposati davvero, lavrebbe ripresa.
Però ormai mi ero affezionato. In quegli anni i dipendenti scappavano sempre: terre aride, case promesse che non arrivavano mai, lavoro pesante. Anche la mia assistente, la signora Tiziana, stava per mollare tutto per trasferirsi a Milano dalla figlia. Ero disperato: le chiesi quindi di fare un po da guida a Elisabetta.
Il primo giorno che la vide arrivare, Tiziana quasi svenne: si presentò con una lunga gonna lisa, maglietta raccattata chissà dove, scarponi da lavoro troppo grandi. E io che mi sentivo tanto generoso!
Ma tu cosa centri? Hai già fatto tanto.
Sì, ma cresciuto in una famiglia romana benestante, avevo sempre avuto tutto: casa, soldi, ogni cosa. Lho accolta, ma non pensai se avesse da mangiare, né se fosse senza un euro Lei mica chiedeva: tirava avanti a stomaco vuoto.
Allora diedi un po di soldi sia a lei sia a Tiziana, per aiutarla a sistemarsi. Elisabetta la prese come un debito: Li segno, però prima o poi te li rendo tutti.
Tiziana la portò in casa sua, la vestì un po meglio; la settimana dopo, Elisabetta indossava già abiti decenti.
Io nel frattempo non ci pensavo: bastava che stesse con me per mettere a tacere la zia. Nessuna sapeva offrire il tè come lei! Era il tè che amavo, non la persona o così credevo.
Federico guardò lorologio.
Tra poco finiscono le cure di Elisabetta. Poi noi andiamo a colazione. Tu vieni?
No, io ho già fatto ma cammino con voi fino al blocco, mi piace ascoltare le storie. Ma poi cosè successo?
Federico era diventato tarchiato con letà, e si alzò pesantemente dal tavolo. A confronto, sua moglie sembrava ancora leggerissima e quasi giovane. Aveva almeno ventanni in meno delletà che diceva. Ma il loro figlio maggiore compiva già cinquantanni.
E poi? Tiziana se ne andò, Lisa restò. Mi ero abituato alla sua presenza come a un mobile: non ci fai caso. Ma lei iniziò a portarmi i soldi: Scriva, questa è una parte del debito. Non capivo: Che debito?. Poi capii che mi stava restituendo il prezzo della libertà, il riscatto pagato alla zia.
Venne un controllo dal ministero: ingegneri da Roma, grandi feste, banchetti. Uno di loro mi chiedeva, incuriosito, di quella ragazza bruna che aiutava in segreteria. Non è sposata? Allora ci faccio un pensierino!
A me parve unoffesa: ormai, pur senza nemmeno accorgermene, la consideravo nella testa come mia, magari solo mia protegée, ma pur sempre una specie dinvestimento.
Così, per tagliare corto, risposi: Ha già un fidanzato, qui si pagano doti, bisogna stare attenti! Speravo così di scoraggiare il pretendente impiccione.
Intanto però, in unaltra di quelle giornate pesanti, mentre lei tentava di restituirmi ancora soldi, persi la pazienza e le urlai: Se provi di nuovo a darmi soldi, ti vendo come ha fatto la zia! Tanto mi hanno già offerto soldi per te! Lei non reagì, non pianse, ma rimase davanti a me, fiera, dritta: È il mio debito, devo restituirlo. Non mi vendere.
Quando uscì, mi sentii uno sciocco. Più ci pensavo, più mi rendevo conto che aveva vissuto sentendosi una merce comprata, una debitrice. Soltanto dopo, anni dopo, capii tutto: per lei ero come un padrone, e quel debito unarma costante sulla testa. Non era mica scema; solo giovane e senza alternative.
Avrei dovuto mandarla via. Le affidai commissioni, inventai pretesti perché si allontanasse… Solo allora mi resi conto di quanto la sua assenza mi pesasse: il tè era imbevibile, i documenti sparivano…
Arrivammo al blocco delle cure termali; Federico si fermò per riprendersi un attimo.
Insomma disse Sergio , la compassione si è trasformata in amore.
Vieni, sediamoci là che così ci vede. È vero, la compassione a modo suo si è trasformata. Elsa, mia moglie, ci ride su: dice che a sposarmi lei lha fatto per pietà.
Come sarebbe?
Ah, ora ti spiego. Dopo la visita dei burocrati, successe un macello in cantiere. Un manovale rozzo, Erminio, cominciò a provocarmi; ci finimmo a botte. Finii in ospedale con una gamba rotta e qualche dente di meno. Allinizio molti venivano a trovarmi, poi sparirono tutti… Alla fidanzata a Roma interessava poco: Guarisci, noi partiamo per la barca! mi disse. Quello era amore?
Solo una venne davvero ogni giorno: Lisa. Non parlava tanto, ma restava lì. Le raccontai la mia vita da bambino, che avrei voluto fare il pittore… lei non giudicò. Mi portò carta, colori; cominciai a ritrarre un po per gioco lei, e mi accorsi di notare ogni sua curva, ogni ombra…
Lei continuava a portarmi i suoi pochi euro della paga anche quando non aveva da mangiare. Un giorno mi lasciò senza parole: Da ragazza, io suonavo il pianoforte. Volevo diventare pianista, a Chieti…
Quando la portai anni dopo in una casa dove cera un pianoforte, non volle suonare. Diceva di aver dimenticato. Al suo primo compleanno le comprai un pianoforte usato, così tornò a riprendere le melodie Poco, ma fu importante. Nostro figlio maggiore vinse premi musicali. Quel pianoforte ora lo suonano le nostre nipoti…
E quando le hai chiesto di sposarti?
In ospedale, glielo dissi una volta: Vieni con me a Milano come mia moglie. Ma lei mi guardò negli occhi e disse di no. Solo dopo capii: pensava che la stessa pietà che lei aveva avuto di me, la spingesse ad accudirmi. Soltanto, quando fui trasferito, la convinsi. Tutta la mia vita era per lei; in ufficio lei era la migliore, in casa insostituibile.
I miei genitori dapprima storsero il naso, ma quando la conobbero non poterono che adorarla. Ha partorito tre figli maschi. E ancora oggi mi chiedo dove ho trovato tutta questa fortuna.
Non era compassione, era amore.
In quel momento una donna alta, di figura ancora slanciata e con lunghi capelli raccolti, si avvicinò silenziosa; portava nel volto unespressione luminosa, un sorriso bianco, una piccola veletta sopra la testa.
Il riscatto, ecco, io lho pagato per pietà
Ecco, sentite cosa dice! aggiunse Elisabetta ridendo Da cinquantanni ormai lo sente nominare, questo riscatto!
Lisa! Federico la guardò con affetto, sistemando una ciocca ribelle. Altro che il caffè schifoso del bar di stamattina. Il tuo, quello sì!
Buongiorno, Sergio! Vieni a fare colazione con noi? Insieme magari riusciamo a convincere questuomo a mangiare qualcosa di sano!
No, grazie, Liza, ho già fatto. Buon appetito a voi, ci vediamo dopo.
Li salutò e li seguì con lo sguardo; pensava a come fosse possibile che quella donna raffinata un tempo stesse in mezzo alle viscere dei pesci, con uno scialle di tela, tra banchi luridi di mercato. Non riusciva davvero a immaginarla.
Solo lanno prima aveva visto quella coppia camminare insieme in pensione; allora aveva pensato che Federico avesse trovato una giovane moglie e che la coprisse di attenzioni perché era nuova. Ora sapeva la verità: stavano insieme da una vita.
Sergio tornò in camera sua, riflettendo sugli scherzi del destino. A lui, la fortuna non laveva mai agguantato, non in amore. Si chiese come mai non avesse incontrato anche lui un amore come quello, vero, forte, senza maschere.
Forse, pensò con un sorriso amaro mentre si sdraiava, avrebbe solo dovuto pagare un riscattoSi sdraiò sul letto ancora disfatto, ascoltando i rumori attutiti che venivano dalla sala colazioni, le risate, il tintinnio delle tazze. Una pace strana, come una leggera nostalgia, lo avvolse. Forse la fortuna non era una questione dincontri eccezionali, pensò, ma di occhi che sanno vedere, di mani che sanno restare. Federico non aveva scelto un amore perfetto, ma un amore costruito, giorno dopo giorno, sulle cicatrici e sul coraggio.
Sergio si alzò, aprì la finestra e lasciò entrare lodore salmastro del mattino. Lontano vide Federico e Lisa camminare fianco a fianco, le figure piccole tra gli oleandri, le voci fuse nella routine della vita quotidiana. Lei gli passava un braccio sottile tra le pieghe del soprabito, lui chinava la testa e rideva, come un ragazzo.
Un gabbiano gridò nellaria, poi venne il silenzio, quello buono, quello che resta quando tutto trova posto. Sergio si disse che, anche se la fortuna non era mai arrivata davvero, ora aveva almeno compreso il segreto: la felicità ha laspetto delle cose che si imparano ad amare senza clamore. E sorrise, perché da oggi anche il suo caffè del mattino sarebbe stato meno amaro.






