E le apparve in sogno il suo caro Giovanni
La nonna Agnese ascoltava le voci alte che si alzavano dalla cucina. Litigavano sua nipote, quarantanni compiuti, Silvia, e la figlia di lei, la giovane, alta e slanciata Martina, appena rientrata da una serata con gli amici nel cuore della notte.
Forse Silvia aveva già dato qualche sculaccione a Martina con un strofinaccio. Martina piangeva, si giustificava e urlava in risposta, mentre Silvia continuava ad attaccarla a voce alta.
Ma era lora di litigare? Era tarda notte. E con gli anni sulle spalle, a nonna Agnese le discussioni sembravano inutili, non portavano a nulla, soltanto turbavano e spaventavano, senza risolvere. Ormai lei, per la debolezza della vecchiaia, pensava spesso a cosa conta davvero nella vita, alle colpe commesse e alle grida che considerava ormai peccati, che sarebbe stato meglio evitare.
Signore, calmale! sussurrava nonna Agnese tra sé, Signore, fa che si calmino!
Le sembrava che il suo tempo su questa terra stesse finendo. Ma qualcosa ancora la teneva qui. Non sentiva né dolore, né paura, soltanto quel fastidio che non riusciva a liberarsi dal suo corpo stanco. Aveva ancora bisogno di mangiare, di girarsi ogni tanto, a volte di sedersi a fissare fuori dalla finestra.
La sera chiedeva sempre a Silvia di sistemarla bene tra i cuscini, di aprire le imposte e le tende. Guardava fuori, e le sembrava di vedere le stelle. Anche stanotte, poco prima che cominciasse il battibecco, era già lì, pronta per la notte.
SilSilvia chiamava, sperando di distrarre la nipote, ma Silvia, furiosa con la figlia, non la sentiva.
Poco dopo, Martina spalancò la porta con uno strattone, si lasciò cadere nella poltrona ai piedi del letto della bisnonna e si rannicchiò. Piangeva sommessamente, tirava su col naso.
Anche Silvia entrò dopo qualche minuto, apparentemente per sistemare qualcosa per la nonna, gettando occhiate alla figlia.
A letto, subito!
Lasciami stare. Stanotte dormo qui, vicino alla bisnonna. Apro bene la poltrona.
Martina si alzò, prese biancheria e coperte. La stanza della nonna Agnese era dallaltra parte della casa rispetto alla cucina. Forse Martina, con quel trasferimento, voleva mostrare tutta la sua rabbia per la madre, non voleva tornare nella loro parte di casa.
Il fratello era in colonia estiva, il papà di Martina, Eugenio, era partito per trovare lavoro lontano. Uomo dolce, sempre pronto a difenderla dalla severità della madre, ma ora non cera nessuno a proteggerla.
Hai visto, nonna? Doveva stare a casa per le undici! E invece? Sono le due! E sempre dietro a quel tonto di Marco Neri. Quello sì che è un…. borbottò Silvia, ormai senza più urla, parlando più a se stessa che alla madre, puntando il dito anche sugli studi di Martina. Così non finirà mai luniversità!
Martina taceva, sistemava la poltrona con gesti secchi. Agnese non aggiunse nulla, restava seduta tra i cuscini, inutile alimentare il fuoco. Solo prese il pettine dal comodino, si sistemò i capelli come a dirsi che quella notte non si dormiva.
Martina andò in bagno, sfilò pantaloni e maglione, si infilò sotto la coperta in canottiera e mutandine. Il naso ancora le colava.
Nonna, bisbigliò dalla poltrona dopo un po, Ma non ti dà fastidio la luna per dormire?
No, non più di tanto la vedo. Solo un po, rispose nonna Agnese, Se ti dà fastidio, chiudi pure le tende.
No. Così mi sento meno sola, come se la luna mi capisse.
Ma perché sola? Lamore la capiscono tutti. Solo che i giovani sbagliano spesso, e le madri si preoccupano.
Anche lei sbagliava?
Certo che sì Prova a parlarle qualche volta, magari ti racconta.
E tu non puoi raccontarmelo tu? chiese Martina, scoppiando dalla voglia di capire. Magari così capisco qualcosa in più di lei, di come sia fatta
Eh no. Non ricordo neanche più Chiedilo a lei.
Sì, certo, me lo racconta lei! replicò Martina, nascondendo la testa nel cuscino.
Senza sincerità è difficile capirsi davvero. Chiedile.
Non sempre i figli devono sapere tutto. Ma nonna, io tra un mese ne compio diciotto. Ho diritto o no di avere la mia vita? E con chi devo parlare, se non con mamma? Con Ilaria? Lei dice già che sono scema
E perché? Agnese si incuriosì, guardandola sorpresa.
Così, dice lei e Martina si chiuse nel silenzio.
Tacquero entrambe.
Capisci, cominciò Martina, bisognosa di sfogarsi, A volte lamore arriva in un vicolo cieco. Non cè crescita. Dovrebbe esserci, no? E tu stessa metti il confine, dici No, oltre non si va! E laltro si raffredda
Nonna Agnese corrugò la fronte, cercando di capire. Ma con gli anni la mente andava più piano e non afferrava i discorsi moderni.
Lamore è amore, disse, Cè il dolore, lamarezza, la felicità. Ma un vicolo cieco? Mai sentito che lamore sia una via chiusa.
Agnese aveva studiato, ai tempi della guerra aveva fatto la crocerossina. Lì aveva capito cosa contasse nella vita, anche senza diplomi o pagelle. Poi aveva preso il titolo, e aveva lavorato in ospedale fino alla pensione.
Sì, succede, nonna…
E rimasero ognuna con i propri pensieri. Martina pensava che la bisnonna fosse ormai antica, e non potesse capire i brucianti sentimenti che accendevano tanto lei quanto Marco. E Agnese pensava che Martina fosse ancora una bambina, e che parlasse di amore senza ancora davvero comprenderlo.
Ma nessuna delle due riusciva a dormire. Martina si agitava, sospirava.
Guardi il cielo, Martina? chiese sottovoce la nonna, stesa tra i cuscini, Sai cosa diceva il tuo bisnonno? Se guardi a lungo una stella, puoi sentire che anche da là qualcuno ti guarda, come un incontro…
Lo hai amato tanto, nonna? si sentì dalla poltrona.
Chi, il nonno? Sì, cerano di tutto. La vita è lunga. Solo dopo ho capito quanto era forte il mio amore.
Eh! Tu ti sei sposata giovane, vero? A sedici anni Voi potevate, e noi a diciotto invece è troppo presto disse con una punta damarezza Martina, buttandosi di nuovo sul cuscino.
Ma erano tempi diversi, Martina…
Non è una questione di tempi, ribatté la bisnipote, Lamore è sempre lo stesso in qualsiasi epoca!
Agnese non controbatté. Chissà? Forse aveva ragione Martina. Solo che ai suoi tempi si guardava ai ragazzi come a pilastri della famiglia, come punti fermi. Ora? Era lo stesso?
Nonna, tornò ancora Martina, Ma lui era molto più grande di te. Aveva quindici anni più di te, e tu eri ancora una bambina. Ovvio che cercava una giovane! Tutti gli uomini Ecco cosera il vostro amore!
La nonna ascoltava in silenzio, anche Martina lo fece, ed entrambe si trovarono in imbarazzo per le parole appena dette.
Nonna, ma io sono proprio scema, vero? Dai, raccontami Tanto non dormiamo. Raccontami la verità, tutta. Se vuoi ti faccio stare più comoda con i cuscini…
Martina balzò a sistemarle il cuscino sotto la schiena, tra fasci di luna che illuminavano le sue gambe esili e bianche. Si sedette pronta ad ascoltare.
Nonna Agnese, stanca dalla giornata, non era mai troppo loquace, ma per tranquillizzare la bisnipote, iniziò comunque a raccontare:
E che vuoi che ti dica Solo dolore. Ci siamo conosciuti in ospedale. Era la fine del 43, il reparto traboccava di feriti. Bende, sangue, operazioni. Stanca morta, sembravo quasi un maschiaccio, capelli corti per i pidocchi pantaloni, divisa da crocerossina. Mi chiamavano fratellino, non mi riconoscevano nemmeno come donna. Era una vita da soldato. Le mani scorticate da fenolo e alcool. E in città passavano colonne di soldati, autocarri, artiglieria, sembrava un fiume in piena verso ovest. E noi accoglievamo chi quella tempesta lo aveva travolto.
Ed erano tanti quelli che morivano tra le mie mani. Una volta portano in reparto un ragazzo, giovane come me: sedici anni, partigiano. Temevano non ce la facesse, invece resisteva. Mi ero affezionata. Nellultimo momento mi fissava con gli occhi, come attaccato al mondo. Mi gettai sulle ginocchia, lo baciai tutto, nella febbre secca della morte.
Non ti lascio, dicevo, Alessandro, non ti lascio! Non morire!
Poi vidi il velo della morte calargli sugli occhi, mi scostai e caddi, piangendo. Prima volta che mi succedeva. Pensavo di essermi abituata ai morti. Invece, era come se il petto mi si squarciasse.
Sentii che qualcuno si sedeva accanto a me, mi abbracciava sulle spalle, mi accarezzava la testa. Qualcosa diceva, ma non capivo. Mi sussurrava: Sfogati, sorellina. Quante ne hai sopportate su queste spalle! Noi uomini abbiamo la pelle dura, tu sei ancora una bambina.
Sospirò la nonna.
Mi sono sfogata piangendo sulla sua spalla. Dopo arrivò il dottore, mi rimproverò. Poi fumavano assieme fuori, il dottore Carlo Basile e Giovanni, il tuo bisnonno.
E lui era quel Giovanni, il tuo bisnonno.
E poi? Si è innamorato di te?
Oh Innamorato? Rimasero a lavorare lì per via della gamba ferita; serviva gente per ricostruire la città, le fabbriche. Veniva spesso a trovarmi in ospedale, mi regalava cose buone da mangiare, mi infilava in tasca una mela. Io non lo vedevo come uno da sposare, con la barba non fatta, lo zoppicare… Aveva poco più di trentanni, ma a me sembrava vecchio.
Agnese si fermava, la voce le tremava.
Ma quando chiusero il presidio, lui era ormai come uno di famiglia, riprese Sapeva che volevo studiare da infermiera. Un giorno si presentò tutto tirato, chiamò a sé anche il medico, bravo uomo pure lui, che sapeva che ero sola al mondo: madre e nonna morirono nella guerra, padre e fratello persi. Così chiesero dove volevo andare: io rispondevo solo studiare, studiare a costo di tutto.
Il medico rispose che coi miei titoli non mi avrebbero presa. Mi mancava la scuola.
Recupererò, dicevo. E loro si scambiarono uno sguardo.
Giovanni allora, tosse e mi chiese: Ho perso tutti i miei. Sotto le bombe. Mi mandano a Cremona. Cè lì una scuola per infermiere. Vuoi sposarmi, Agnese? Così verreste insieme, e ti aiuto a studiare. Se non funziona, non ti forzerò. Davanti al dottore, te lo prometto.
Nonna Agnese si zittì, persa nei ricordi. Un lungo silenzio passò anche tra lei e Martina, raccolta nella poltrona col mento sulle ginocchia.
Era tutto così Non ero né viva né morta. Io lo vedevo come un padre, e ora? Sposarsi? Guardai lui, elegante nella giacca militare, occhi pieni di speranza, e io Mio Dio! Se mi avesse vista allora, Martina! Mutande ricavate da lenzuola di caserma, capelli arruffati sotto il fazzoletto, niente seni, troppo magra. Nemmeno una vera sposa, non potevo esserlo.
Facevo spallucce, occhi bassi. Il medico gli bisbigliava qualcosa
Non temere, Agnese. Solo per la carta, così viaggi insieme. Non ti tocco nemmeno.
E fece ancora silenzio.
E poi? fece Martina, ora molto più interessata.
E poi? Avevo già diciassette anni, non sedici. Ci sposarono in municipio. Lui sollevava la mia misera borsa, il medico mi regalò una divisa nuova, e partimmo. Era agitato, quasi non ci credeva. Due anni vivemmo insieme come padre e figlia, ognuno nel suo letto. Mai niente tra di noi.
Agnese si fermava spesso per prendere fiato.
E come vivevate? Ognuno per conto suo? E lui dove si cambiava, scusa?
E che ne so. Prendevo le cose e andavo in bagno. Ma poi mi abituai, andavo anche a dormire con lui qualche volta, solo per i piedi freddi o per raccontare le novità. Quando crebbi un po, mi dispiaceva, magari soffriva Mi amava teneramente, mi viziava con vestiti, scarpe… Migliorai, tornó il seno, i capelli mi ricaddero lunghi. Finii la scuola serale, poi infermiera. Mi guardavano anche i medici giovani. A volte mi pesava essere sposata. Nessuno sapeva che ero ancora una ragazzina, pensavano fossi da tempo sistemata. Ma cera solo lui, Giovanni.
Che uomo era per te, se lo consideravi come un padre? protestò Martina.
Non proprio. Non provavo vergogna davanti a lui come davanti a un padre, questo no. Due letti, mi cambiavo dietro larmadio. Ma lo amavo a modo mio, era il meglio che avessi. Ne ero fiera. Si condivideva tutto, cucinavo, mi impegnavo. Gli affidarono pure la macchina al lavoro, mi portava sempre al corso. E per me era bellissimo
Non capisco come si possa, essere fieri e E poi?
E poi, male…
Hanno arrestato anche lui, vero? Ricordo che la nonna parlava di quello
Sì. Arrivarono di notte. Lo accusarono di danno allo Stato, avevano aggiustato un macchinario in fabbrica, non andò bene Li portarono via tutti. Portavo i pacchi in carcere, lavoravo a maglia di notte. E al processo cera troppa gente, settanta persone imputate insieme. Quando riuscii ad avvicinarmi, sussurrò: Divorzia, Agnese. Fai presto, così sarai libera. Sono un nemico dello Stato, adesso. Divorzia!.
La voce di Agnese si incrinò. Una lacrima le strisciò sulla guancia.
Martina salì ai piedi del letto, le accarezzava le gambe.
Non piangere, nonna, mormorò, A quellepoca tanti venivano arrestati, vero?
Sì, e il più doloroso era vedere i bambini strizzati alle mamme, e poi loro le strappavano per caricarle sui vagoni. E io…
Sei andata con lui, vero? Ce lo raccontava mamma.
Già. Lasciai gli studi e lo seguii tra i boschi vicino a Bergamo dove lavoravano i deportati. Io mi sistemai in un paesino vicino. Eravamo in tanti, famiglie, madri con bambini. Facevamo gruppo.
Poi ci spostarono in miniera. E lì andò meglio. Serviva una infermiera. Così mi presero. Morivano ancora in tanti; io lottavo come ai vecchi tempi in corsia.
Vivevamo insieme lì, non più da padre e figlia Fui io a mettermi nel suo letto, avevo poco meno di ventanni. Così gli dissi che volevo essere davvero sua moglie. Lì nacque tuo zio Gennaro, e poi tua nonna Elena, a Cremona dopo lamnistia. Andai a scuola con la pancia enorme. E tuo zio Nicola nacque dopo, qui, quando avevo quasi quarantanni e Giovanni oltre cinquanta. Povero uomo, se ne andò troppo presto, Nicola aveva solo nove anni.
Martina era silenziosa, col mento sulle ginocchia.
Non capisco niente, nonna, disse assorta, Da voi era tutto allincontrario.
Allincontrario? Può darsi. Ma perché?
Da voi lamore vero è arrivato dopo, vivendo insieme. Ora invece lo cercano prima, a tutti i costi.
Cercano cosa? Mi confondi Lamore non si elemosina. Lo si merita, o lo si riceve come un dono di Dio, inspiegabilmente, senza condizioni. Non si pretende.
Forse parliamo di cose diverse, nonna…
Diverse? Agnese la guardò. E proprio allora capì. Sciocca vecchia
Parli del letto, vero?
Sì, ammise Martina, finalmente aperta, Della vicinanza, oggi la chiamano così. Ilaria dice che il rapporto non cresce se non cedo alle insistenze di Marco.
Ma quella è unaltra cosa, Martina, quello non è amore.
Chiamalo come vuoi, ma tutti dicono che è lapice ribatté Martina.
Ma no, tesoro. Lapice è quando tuo bisnonno mi portava in braccio al bagno dopo il parto; quando tuo padre correva allospedale dopo lesplosione in fabbrica e poi non si reggeva in piedi; quando zia Caterina si tuffò in acqua per salvare lo zio che stava affogando, lei che non sapeva neppure nuotare; o semplicemente quando si resta in attesa, si cucina, ci si prende cura dellaltro. Quella è lamore vero, quello alto.
Agnese tossì per tutte quelle parole.
Un sorso dacqua, nonna Martina le passò la borraccia del termos. Nonna Agnese non amava lacqua fredda.
Bevve un sorso, si adagiò tra i cuscini.
E se lui mi ama così tanto che non ce la fa più? Mi dice che allora è tutto finito, se ho paura di Di andare oltre. Allora vuol dire che non lo amo, non crede nelle storie che non arrivano subito a quello… E già fa capire a Ilaria che Francesca ci starebbe. Lui sostiene che aspetta solo me…
E tu che vuoi? Hai paura che poi non ti sposi? O cosaltro?
Non lo so. Magari mi sembra di amarlo, ma poi non è così. E io voglio qualcosa che duri per sempre, una vita come la tua, come la mamma con papà
Allora ascolta il tuo cuore. Chi ama davvero non costringe. La passione che spaventa non è amore. Lamore è limpido e sereno. Quando ho desiderato davvero il tuo bisnonno, non avevo dubbi, sono andata da lui. Mi ha chiesto se volevo, e io annuivo come una bambina, imbarazzata ma piena di voglia, che non ce la facevo più a starne lontana…
Nemmeno lei si aspettava dessere così schietta con la bisnipote. Ma guardava il cielo, una stella fissa, e sentiva che qualcuno dallaltra parte la costringeva a ricordare.
Tanto era stanca che non si accorse di essere crollata nel sonno. Si svegliò che Martina dormiva anchessa sulla sua poltrona. Non aveva nemmeno sentito quando era scesa dal letto. E quasi non ricordava se avevano concluso la loro conversazione.
E da dove le erano uscite fuori certe parole? Forse il cielo, la notte che aveva strani poteri…
Si girò un attimo a guardare la bisnipote nella sua poltrona, rannicchiata, con le gambe nude. Signore! E avevano parlato di cose così da grandi. Forse era stato sbagliato? O forse no? Forse era davvero il cielo ad averle mandate insieme, quella notte. Chissà…
La figlia Elena era morta presto di una malattia crudele. Di lei era rimasta Silvia, donna energica, a volte brusca, ma con il cuore tenero. Aveva sulle spalle la casa grande, il lavoro, due figli, e la nonna da accudire. Era dura a volte, e quindi nervosa.
La mattina dopo, nonna Agnese dormì a lungo.
Quando si alzò, Silvia le diede una mano col bagno, poi le portò la colazione, la sistemò dritta tra i cuscini e le porse la zuppiera.
Cerca di non urlare con Martina, le disse Agnese con affetto, Ciò che deve accadere, accadrà. Falla parlare, raccontale qualcosa di te.
Ma dai, mamma! Ma cosa vuoi che le racconti! È ancora una ragazzina. Quando la vedo tornare tardi, con lui che sbuca col motorino e la birra in mano, e quellaltra che la abbraccia come fosse sua E lei che lo guarda innamorata come un cagnolino Ma mangia, su, che devo andare a fare la spesa.
Anche tu eri così, quarantanni fa, vero? La nonna ti avvertiva, mica lascoltavi…
Non farmici pensare Comunque, di che avete parlato tutta la notte voi due? Sentivo le vostre voci.
Storie mie. Non so dove ho trovato la forza, le ho raccontato tutto.
Silvia uscì, e Agnese restò persa nei ricordi. Quando si trattò di Silvia, anche lei era stata investita da un grande amore. Si preparava a sposarsi, tutti aspettavano entrambi a casa, ma tornò sola, anzi no con Martina in grembo e in lacrime. Del fidanzato nessuna traccia.
Quanti dolori in quegli anni! Ma Agnese aveva deciso subito: Terremo la bambina, cresceremo assieme. Ma poi il destino aveva voluto diversamente, e Silvia perse il primo figlio al quinto mese, nonostante tutti i tentativi di salvarlo.
I figli di Silvia non sapevano nulla di tutto questo. Suo marito invece sì, lui laveva saputo e le aveva perdonato tutto. Aveva un marito buono, Eugenio, che la amava ancora.
Durante il giorno, venne a trovare Agnese anche lamica di una vita, la vicina di casa. Racconti di gioventù e lacrime sincere insieme.
Il giorno seguente, Silvia le si avvicinò piano, bisbigliandole con gratitudine:
Nonna, non so cosa tu abbia detto a Martina, però si è lasciata con Marco Neri. Grazie a Dio! Detto che è finita per sempre. Dice che lui già accompagna a casa unaltra…
Davvero? Meglio così, forse. Sarà dura per un po… Agnese si passò il pettine tre volte tra i capelli.
Già. Oggi è stata in camera tutto il giorno. Non la disturbo.
Raccontale qualcosa di te…
Pensi che? Non è facile. Mi vergogno. Sono pur sempre sua madre.
È proprio il momento giusto.
Va bene ci provo.
E dalla camera della casa veniva infine il sussurro pacato di madre e figlia. Forse erano sdraiate insieme nel letto, a confidarsi in segreto, proprio come quella notte era stato giusto raccontare, parlare con i figli delle cose più intime. La luce era chiara e dolce nella stanza.
Poi uscirono insieme in cucina, armeggiarono con pentole e stoviglie, parlavano a voce alta ma serene, e la nonna Agnese dormì tranquilla.
E sogno venne a trovarla, il suo Giovanni. Così sicuro e amato, pieno di dolcezza gentile, come se scendesse da quella stella lontana proprio per lei.
E lei correva incontro a lui su un campo bagnato dalla rugiada, con quel vestito celeste a fiorellini blu. Vedeva ogni filo derba, ogni corolla, chiaramente.
E lo vedeva, il suo Giovanni, lì in mezzo, con la camicia bianca, le braccia aperte. Forte, giovane. Laspettava. Ed era una felicità infinita cadere in quellabbraccio. Era come se le loro anime si fossero incontrate sulle labbra.







