Detenuta

ZITELLA

Il vecchio autobus, lasciandosi dietro un profumo misto di benzina e chiacchiere, ripartì rumorosamente, facendo vibrare tutto il parabrezza. Teresa rimase lì, da sola, a respirare quellaria di paese che sapeva di pioggia e terra bagnata. Si guardò intorno: niente era cambiato, sembrava. Sempre la stessa strada piena di pozzanghere nere e fango denso, gli stessi cespugli screziati di polvere, la campagna che si allungava verso la linea dei boschi. In lontananza, il paese si snodava lungo il crinale, le persiane verdi tra i riquadri gialli delle finestre illuminate dalla sera. Si sentiva labbaiare di un cane e, più lontano, le oche starnazzavano tutta la loro antipatia.

Eh, qui il tempo proprio si è fermato, pensava Teresa. Sei anni e niente, tutto come allora. Solo sulla collina, alla sua destra, mancava ormai la fila di trattori parcheggiati sotto i lampioni fiocchi davanti alla tenuta dei Bellini. Adesso lì cera solo buio chissà che fine aveva fatto quellazienda agricola. Avranno venduto tutto, pensava, i figli di Bellini.

Teresa prese la via centrale del paese, si sentiva addosso lo sguardo di tutti, come se dalle finestre la spiassero due a due, occhi pieni di giudizio. Avrebbe quasi immaginato qualcuno scagliarle addosso un sasso spuntando dietro langolo. Infilò meglio sulla fronte il foulard, sperando di non farsi riconoscere. Cosa la aspettava, davvero? Il suo vecchio casolare ci sarebbe ancora stato? Alla fine, però, non aveva altro posto dove andare: solo quel paesino era davvero casa sua, anche se negli ultimi anni la gente le portava rancore. Per colpa sua, metà paese quel giorno aveva perso il lavoro.

Si era trasformata moltissimo, sia fuori che dentro. Non era più la ragazza spensierata, occhi blu grandi e sempre pronta a sorridere, che un tempo aveva conquistato il cuore, non proprio gentile, di Stefano Bellini. Teresa era una bruna formosa, viveva da sola, in una casetta poco fuori dal paese, con i rovi che arrivavano fin quasi alluscio. Stefano, il padrone perché la gente lo chiamava così comandava quasi tutti lì, lavoravano alla sua azienda agricola. Quando Teresa si trasferì da lui, si era sentita vincente, come se avesse trovato un biglietto fortunato nella vita.

Ma erano solo illusioni. Stefano si credeva una sorta di barone, e Teresa ai suoi occhi non era altro che una serva carina per divertirsi. Allinizio, cieca per le attenzioni, non lo capiva. Prima le aveva allontanato ogni amica, poi vietato i vestiti colorati, il trucco, anche solo ridere forte. La sua vita era diventata una lista infinita di regole senza senso. Lei lo aspettava a casa, tra una minestra e una camera da pulire. Lavorare? Neanche a pensarci. Era ossessionato dallidea che lei avesse qualcuno i suoi sospetti lo consumavano. Teresa tentava di dimostrargli che era fedele, ma capì presto che non era lì il problema. Arrivò al punto che lui alzò le mani, così Teresa tornò nel suo vecchio casolare, sperando di poter dimenticare tutto quanto.

Ma il vero colpo doveva ancora arrivare. Stefano si presentò il giorno dopo. Lei stava lavando il pavimento della cucina, tutte le finestre spalancate a far entrare laria di maggio. Le piaceva quel lavoro monotono: la rilassava. Stefano, senza avvisare, scalciò il secchio: tutta lacqua rovesciata a terra. Capì subito che dopo il secchio, sarebbe toccato a lei.

Il seguito non lo ricordava bene forse il cervello aveva deciso di proteggerla. Quando si rese conto, fuori cerano già i carabinieri, che le facevano domande e le agitavano davanti sacchetti con un coltello da cucina dentro. I vicini si accalcavano dietro la recinzione, dentro la cucina era un caos: sedie a terra, tende strappate, e in mezzo Stefano, immobile.

Hai rovinato un uomo! urlava qualcuno dal cortile. Con meno vanità, magari, era ancora vivo! Cosa ti mancava, campavi come una regina! Hai distrutto la fortuna del paese! E la solita domanda: E adesso come faremo, senza lavoro?

Teresa fu condannata a sei anni carcere comune. Non fu facile, ma peggio di quanto si fosse aspettata, nemmeno. Il suo carattere pacato, la voglia di ascoltare e consolare, la aiutarono: trovò qualche amica con cui passare le giornate, e così il tempo non fu eterno. Fuori, però, non era più la bella Teresa dagli occhi blu grandi, ma una donna con la fatica degli anni addosso, i capelli striati di grigio, senza più voglia di vestiti carini e pizzi. Non avrebbe mai creduto che un giorno avrebbe finito dietro le sbarre: aveva sempre pensato che il carcere fosse roba per disgraziati, e invece la vita, la sorte, son proprio curve cieche. Non si può mai dire, diceva la nonna: nella vita, meglio non giurare mai né su una borsa né su una cella.

Camminava ancora nascondendo il viso nel foulard, il cuore che le martellava in gola. La sua casa cera ancora? Forse no, magari lavevano smantellata per farne fascine da ardere Ma invece, in cima al vecchio sentiero e tra due grandi betulle, le pareti della sua casa si stagliavano ancora. Dallavvallamento saliva il fresco, giù scorreva un ruscello, le rane gracidavano tutto come nei suoi sogni, dove tornava in quel luogo mille volte. Dietro la casa iniziava il bosco, e quante volte aveva raccolto funghi con il cestino: porcini, russole, ovuli. Avrebbe voluto correre lì subito!

Entrò nel cortile come unombra, cercando la chiave nascosta sotto la tegola. Dentro, non sentì lodore di umido che si aspettava. Cliccò linterruttore e la cucina si riempì di una luce calda. Tutto in ordine, sul davanzale una geranio fiorito color fucsia. Teresa restò a fissarla, incredula. Stanza dopo stanza, ogni cosa al suo posto: qualcuno aveva badato alla casa, mentre lei non cera.

Teresa, ooooh Teresa! arrivò trafelata la voce di Rosaria, la vicina di casa. Ma guarda te, come sei cambiata Ho visto la luce accesa e sono corsa! Ti porto qualcosa da mangiare, che sarai arrivata con lo stomaco vuoto. Poggiò il pane fresco avvolto in un canovaccio e una bottiglia di latte ancora tiepida. Grazie, sorrise Teresa, commossa, siete stata voi a tenere docchio la casa? Certo, e che facevo, la lasciavo abbandonata? Non si può rispose Rosaria. Davvero grazie, grazie di cuore! Teresa aveva già le lacrime che tremavano sulle ciglia. Mo vado, che mio marito ancora non ti perdona se scopre che sono passata mi sgrida!

Si sentì più leggera, finalmente qualcuno dalla sua parte. Si versò un bicchiere di latte fresco proprio in quel momento, un bussare timido alla porta. Un ragazzino di tredici anni, impacciato, le consegnò un pacchetto. Mamma mamma me lha dato per te! balbettò, mollando il fagotto nelle sue mani e poi via, in un attimo. Neanche capì chi fosse: sei anni, i bambini crescono e cambiano. Nel pacchetto, profumo di guanciale affumicato da far venire lacquolina.

Poi entrò di corsa, senza bussare, Claudia. Prima di Stefano erano amiche per la pelle. Teresa scoppiò a piangere. Pensavo che non mi avrebbe più parlato nessuno! Ma dai, su rispose Claudia esiste anche la solidarietà tra donne, sai. E tutti sanno bene comè andata: quella era legittima difesa. Gli uomini parlano, ma non capiscono i nostri problemi! Rosaria mi ha detto che sei tornata. Ti ho portato un po di roba dallorto. Questa notte riposati, domani parliamo finché vuoi!

Era così commossa che quasi non riusciva a mangiare. Si rese conto di aver giudicato troppo in fretta gli altri del paese: le donne invece la capivano. Finalmente, sciolse sé stessa nel letto fresco, quando unaltra voce bussò piano alla finestra. Anche col buio, riconobbe la sagoma di Mario, il gigante bonario stimato da tutti, in paese quasi un sindaco non ufficiale.

Non uscire, parliamo da qui, sussurrò Mario. Noi con gli altri uomini sè deciso: è inutile tenersela con te. Se ci guardiamo in faccia, una colpa vera tua non cè, lui la sua parte ce laveva. Certo, adesso si fa fatica senza quellazienda, ma che dovevi fare? Poi, fra noi, luomo eh lasciamo stare. Abbiamo messo insieme qualche euro, giusto per non farti mancare lessenziale. Prendi, senza problemi. Teresa non avrebbe mai voluto prendere quei soldi, ma Mario li buttò in finestra e sparì nella notte.

Autrice: Annamaria SaviniTeresa rimase seduta sul bordo del letto, con i soldi di Mario tra le mani e lo sguardo perso sulle ombre che danzavano sulle pareti. Il peso delle colpe, della vergogna, della solitudine le scivolava di dosso goccia dopo goccia, come la pioggia che iniziava a tamburellare contro i vetri.

Fuori, il vento portava lodore della terra umida e, tra i rami, un usignolo cantò una melodia nuova. Teresa pensò a tutte le donne come lei, piegate ma non spezzate, che ogni giorno continuavano a vivere anche quando il mondo diceva che non avevano diritto. Si accorse che il paese non laveva davvero abbandonata: le donne continuavano a far circolare il coraggio, come pane fresco sulle tavole al mattino.

Con mani più sicure di quanto non ricordasse, sistemò il pane e il guanciale nella credenza, aprì la bottiglia del latte e si fermò davanti allo specchio. Si vide così comera: forte, viva, segnata, ma non più unombra del passato. Le rughe sulle guance erano le mappe di guerre vinte, e negli occhi, un lucore mai spento.

Quella notte sognò di camminare nei boschi, tra i funghi e la luce chiara dellalba. Il vento le sussurrava che niente, ormai, poteva più farle paura. E quando il mattino la trovò, la trovò in piedi, le finestre spalancate allaria nuova, mentre invitava Rosaria e Claudia per una colazione grande, con le sedie tirate fuori e il sole che faceva brillare le pentole sulla tavola.

Nel paese dimenticarono presto i pettegolezzi; ricordarono solo che Teresa era tornata a vivere, come solo le donne sapienti sanno fare, quando la tempesta è passata e resta, limpido, il respiro della libertà. E chi incrociava i suoi occhi per strada, dallora in poi, riconosceva la forza gentile di chi aveva attraversato linverno e non aveva mai smesso di aspettare la primavera.

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