Abbiamo diviso l’appartamento dopo il divorzio, finché non è successo l’impensabile…

Condividevamo ancora lappartamento dopo la separazione, finché è successo

La mattina inizia come sempre: silenzio e una tensione pesante nellaria, densa come lodore di caffè bruciato.

Giovanni allunga una mano verso la mensola alla ricerca della sua tazza, quella blu da cui beve il caffè da almeno ventanni. Al posto suo trova però la tazza bianca di Alessandra.

Non spostare le mie cose! dice, cercando di tenere la voce piatta, ma con scarso successo.

Le tue cose? Alessandra si gira dai fornelli, gli occhi che si accendono di collera. Questa era una cucina condivisa! Anzi, era. Ora sembra linferno.

Sei tu che lhai resa così, borbotta Giovanni, pescando la sua tazza dietro un barattolo di riso.

Cosa hai detto?

Niente. Lascia stare.

Alessandra spegne il fornello di colpo e se ne va sbattendo la porta, lui resta solo a guardare il caffè ormai freddo. È così ogni mattina. Ogni santo giorno. Sono già passati quattro mesi.

Quattro mesi da quando hanno firmato la separazione ufficiale. Trentacinque anni di matrimonio si sono dissolti davanti al notaio, dove hanno messo le firme senza incontrarsi lo sguardo. E poi, sono tornati nello stesso trilocale di Via Caracciolo a Milano, perché vendere casa non è stato affatto facile come speravano. Così è iniziata la vera guerra fredda. Stancante, estenuante.

I figli sono grandi: Martina sta a Firenze con la sua famiglia, Lorenzo affitta un appartamento da tuttaltra parte della città. Entrambi dicono sempre: Mamma, papà, portate pazienza qualche mese, appena vendete vi separate. Facile a dirsi, quando non devi svegliarti ogni giorno in questo inferno.

Vivere insieme da separati è risultata una tortura peggiore della separazione. Ai tempi del matrimonio almeno cera un briciolo di speranza. Ora è tutto finito eppure si ritrovano ogni giorno in cucina a litigare per una tazza.

Il campanello lo strappa dai pensieri. Sono le dieci. Giusto, oggi la signora Elena dellagenzia porta i possibili acquirenti.

Ale! urla verso la camera. È arrivata lagente immobiliare!

La porta si apre. Alessandra esce, truccata e sistemata alla perfezione.

Lo so, sento tutto in questa scatola di casa, risponde fredda.

Aprono insieme: il volto di Alessandra improvvisamente si illumina di un sorriso caloroso. Anche Giovanni si sforza di assumere unaria cordiale.

Buongiorno, buongiorno! cinguetta la signora Elena, una donna sulla cinquantina dal tailleur vivace. Loro sono Marco Rossi e Federica Bianchi, sono molto interessati al vostro appartamento.

La giovane coppia, sui 35 anni, sorride timida. Alessandra apre la porta con entusiasmo.

Fate pure, entrate! Guardate che ingresso spazioso, armadio a muro compreso, tutto rimane!

Giovanni aggiunge:

Gli infissi sono nuovi, cambiati tre anni fa, doppi vetri tedeschi: in inverno si sta ben caldi e in estate fresco.

Mostrano la casa, attenti a sembrare la coppia perfetta che malvolentieri lascia il nido. Alessandra spiega i vantaggi della cucina, la nuova cucina a induzione, Giovanni esalta la vista sul giardino dalla veranda. Persino si lasciano andare a due battute, i giovani si rilassano, chiedono del vicinato e dellamministratore.

Perché volete vendere un appartamento così bello? chiede Federica, guardandosi attorno con interesse.

Cala il silenzio. Si scambiano uno sguardo pieno di tutto: dolore, stanchezza, rabbia, rassegnazione. Ma i visitatori non lo notano.

Traslochiamo, taglia corto Giovanni. Questioni di vita.

Sentiamo il bisogno di cambiare, aggiunge Alessandra, la voce che tradisce malinconia. Elena si affretta a spostare lattenzione sul balcone.

Quando gli ospiti se ne vanno, promettendo di far sapere, Alessandra chiude la porta e si appoggia con la schiena. La maschera delicata le scivola dal volto, come neve che si scioglie in primavera.

Non ce la faccio più, sussurra nel vuoto.

Giovanni rimane fermo a fissare il pavimento.

Nemmeno io.

Si chiudono ognuno in camera sua. Lui nello studio ricavato, tra una branda e una valigia sempre pronta come fosse provvisoria. Lei nella ex camera matrimoniale, ora tutta sua.

La sera Giovanni si scalda dei tortellini. Alessandra entra in cucina, tace, apre il frigo dalla parte destra, la sua. Latte e una mela. Avevano diviso il frigorifero già la prima settimana. A sinistra lui, a destra lei. Vietato prendere il cibo dellaltro, altrimenti era subito lite.

Hai di nuovo messo la tua mortadella tra le mie cose, sbotta Alessandra.

Non cera posto.

E allora compra meno roba!

Oppure tu potresti liberare quelle tue mille conserve che neanche mangi.

Sono le mie conserve, ci penso io!

Il tono si alza, Giovanni capisce che si sta per ricominciare. Ancora. È esausto, non riesce nemmeno più a discutere.

Va bene, dice a bassa voce. Scusa. Non succederà più.

Alessandra rimane col cartone del latte in mano senza parole, aspettava la lite che invece non arriva. Incerta, gira sui tacchi e se ne va.

Giovanni cena da solo. Accende la TV più del solito, per ripicca, anche se sa che è infantile. Sono diventati così, ormai: ripicche, silenzi, piccole ferite quotidiane che rendono la pacifica vendita della casa una battaglia logorante.

La mattina dopo trova un biglietto sul tavolo: Uso il bagno dalle 7 alle 8, poi tocca a te. A. Avevano un calendario: lei dalle sette alle otto, lui dalle otto alle nove. Sembrava gestibile, invece ogni giorno era una lotta. Ieri lei doveva entrare alle nove mentre lui faceva la doccia. Ha bussato furiosa, lui per ripicca non ha aperto. Hanno finito per ignorarsi tutta la giornata.

La divisione dei beni è avvenuta secondo legge: metà casa a testa, mobilio e stoviglie pure. Però nella pratica, ogni cucchiaio, ogni tazza è motivo di tensione. Lei regna in cucina, lui trincerato nello studio. Il salotto è un terra di nessuno in cui si passa a testa bassa.

La sera Martina chiama.

Mamma, allora? Hanno visto lappartamento?

Alessandra è seduta in camera, il buio fuori dalla finestra.

Sì, lhanno visto. Non so se concludono. Una coppia giovane, probabilmente cercano una nuova costruzione, non la nostra rovina.

Dai mamma, è un bellappartamento, in una zona tranquilla, palazzo in mattoni…

Non mi consolare, sospira Alessandra. Capisco benissimo, chi vuole un posto dove due ex convivono da mesi come estranei?

Mamma, non siete estranei.

No, peggio, sopravviviamo e basta. Una convivenza con lex è come vivere su un vulcano. Non sai mai quando esplode.

Puoi andare dalla psicologa, se serve, suggerisce Martina. Dopo un divorzio è normale, molti lo fanno.

Non mi serve una psicologa. Mi serve una mia casa, dove non mi ritrovo lui davanti agli occhi ogni giorno.

Forza, mamma. Ancora un po di pazienza.

Dopo avere riattaccato, Alessandra resta a lungo nel buio. Poi si alza per cercare la vestaglia nellarmadio. La mano si imbatte in qualcosa di soffice in alto: un vecchio maglione di lana. Quello blu scuro fatto a mano, per Giovanni.

Lo aveva lavorato trentanni fa, passando le serate a scegliere la lana al negozio sotto i portici, che ora non esiste più. Ricorda le sere mentre lui guardava la TV reduce dalla giornata di fabbrica e i bambini dormivano. Perché ti ostini, ne compro uno bello già fatto! diceva lui. Questa sarà più calda, ribatteva lei.

Alessandra stringe il maglione al volto. Odora di naftalina e polvere. E di passato. Quel passato che forse era stato felice, oppure sembrava tale. Chi può dirlo? Vorrebbe buttarlo, ma la mano non ce la fa. Lo rimette in fondo allo scaffale.

Nello studio, Giovanni sta sistemando vecchie carte. Trova una foto: loro due giovani in riva al mare, lui venticinque, lei ventitré. Lei ride con un vestitino a fiori. Lui le abbraccia le spalle, guarda lontano, serissimo. Era la loro prima vacanza insieme, viaggio a Ischia prima delle nozze.

La gira, la infila in fondo al cassetto. Perché rimestare i ricordi di ciò che non esiste più?

La vita da separati a sessantanni non era come laveva immaginata. Credeva di respirare finalmente senza le sue lamentele, i suoi rimproveri. Invece è peggio: ora lei è lì, ma estranea. O forse lui è estraneo a se stesso.

Passa unaltra settimana. La coppia giovane non richiama mai. Elena, dellagenzia Casa Nostra, porta una nuova cliente: una signora anziana che cerca per la figlia. Alessandra e Giovanni di nuovo recitano la parte dei coniugi affiatati. La cliente scruta pareti e angoli, promette di pensarci.

Pensano tutti, sbotta Alessandra appena chiude la porta. E nessuno compra!

Magari potresti sorridere di più, ribatte Giovanni. Accogli tutti come se fossero tuoi nemici.

Ma piantala! Sorrido benissimo! Sei tu che sei sempre cupo, li metti ansia!

Basta! ringhia lui, furibondo. Basta!

Afferra la giacca e sbatte la porta, facendo tremare i muri. Alessandra resta in corridoio, respira affannata, sulle labbra il sapore delle lacrime.

Non deve piangere. Non ora, non per lui, non dopo tutto.

Ma le lacrime scendono ugualmente, amare e bollenti. Si lascia cadere a sedere sul pavimento e piange come non faceva più da tempo. Lanima a pezzi, schiacciata. Quando il divorzio si trascina così diventa una tortura. Lex che ti abita accanto ti svuota pian piano di ogni energia.

Giovanni torna tardi, resta a dormire da Lorenzo. Il figlio gli prepara il letto sul divano, senza domande. Ha capito tutto.

Al mattino Giovanni rientra in silenzio, sperando che Alessandra dorma ancora. Ma lei è già in cucina, beve tè davanti alla finestra, occhi rossi e gonfi.

Passa senza dirsi niente. Lei tace.

E così passa un altro giorno. Poi un altro. Il tempo si trascina, pesante. Come si sopravvive a un divorzio, vivendo ancora sotto lo stesso tetto dellex che un tempo amavi più di tutti?

Il sabato arriva Martina con il piccolo Carlo, il nipote di tre anni dai capelli spettinati e occhi vispi. Per qualche ora la casa si riempie di suoni: risate, giochi nel corridoio. Alessandra frigge le frittelle, Giovanni gioca con le costruzioni. Martina li guarda e pensa: Se solo fosse sempre così.

Quando Carlo si addormenta sul divano, la figlia li chiama entrambi in cucina.

Mamma, papà, inizia piano. Non ce la facciamo più a vedervi così. Vi fate solo del male.

Non ci facciamo del male, risponde cupo Giovanni. Basta vendere la casa e ognuno per conto suo.

Mamma, Martina si rivolge ad Alessandra. Sei tutta sciupata. Dormi? Mangi?

Non ti interessa, taglia corto la madre.

Certo che mi interessa! Siete i miei genitori! Mi fa male vedervi così!

Siamo stati trentacinque anni insieme, Martina, sussurra Alessandra. Non ci si separa in un giorno solo.

Avete passato la vita uno accanto allaltra! Davvero non si può perdonare? Provare a ricominciare?

Giovanni si alza bruscamente.

Martina, non è affar tuo. Non sai cosa è successo. Cosa tua madre…

Cosa, eh? sinfiamma Alessandra. Dillo pure! Racconta che mamma hai!

Non volevo…

No, dillo! Tanto hai sempre pensato fosse solo colpa mia! Che ti opprimessi e non ti lasciassi vivere!

Non è così?! scoppia lui. Trentacinque anni di critiche! Trentacinque anni senza poter scegliere nulla!

Senza di me saresti finito chissà dove! Chi ti ha aiutato quando stavi male? Chi ha tirato su i figli mentre giravi in moto con gli amici?!

Basta! urla Martina, tappandosi le orecchie. Non voglio sentire!

Carlo si sveglia e piange. Martina lo consola e nel giro di un quarto dora se ne va, portandosi via il piccolo, senza nemmeno salutare troppo.

I genitori restano in silenzio pesante.

Ecco, Alessandra sussurra. Ora ci allontana anche nostra figlia.

Giovanni si chiude in camera.

Il giorno seguente arriva la telefonata di Elena: ha trovato acquirenti seri, una famiglia con due figli; sono pronti a dare la caparra. Vengono domani a vedere casa.

Alessandra chiude la chiamata e invece della gioia sente paura. Ora davvero qualcuno comprerà tutto, dovrà andare via. Dove andrà? Dovrà prendere in affitto? Raggiungere Martina? No, sarebbe un peso.

La sera Giovanni si affaccia in cucina per un bicchiere dacqua. Alessandra è già lì, seduta, assorta.

Ha chiamato Elena, mormora senza alzare lo sguardo. Domani quelli seri vengono a vedere casa.

Perfetto, era ora.

Sì.

Silenzio.

Giovanni, dice piano, lui sobbalza. È da mesi che non lo chiama per nome. Tu dovè che vai?

Non so. Qualcosa troverò.

Lorenzo si è offerto?

Sì, ma non voglio essere dintralcio.

Capisco.

Si versa lacqua.

E tu? chiede lui, senza guardarla.

Anche io non so. Martina mi ha invitata, ma

Dopo ieri magari ci ha ripensato.

Facciamo paura a tutti. Anche a noi stessi.

Restano in silenzio ancora un poco e vanno a dormire.

Gli acquirenti arrivano puntuali: giovane coppia con due bambini piccoli. I bambini corrono in giro curiosi, i genitori discutono lo spazio. Alessandra osserva e si rivede trentanni prima: lei e Giovanni giovani, pieni di speranze, due bimbi in braccio, tutta la vita davanti.

Ci piace molto, dice lei con un sorriso. Vero, caro?

Sì, ottimo appartamento. Cominciamo a parlarne?

La signora Elena è soddisfatta. Giovanni annuisce. Alessandra avverte un peso allo stomaco; si sente soffocare.

Aspettate, dice tutto dun tratto. Aspettate.

Tutti si girano.

Cè qualcosa che non va? chiede preoccupata la signora Elena.

Devo pensarci.

Alessandra! si infuria Giovanni. Che cè da pensare?

Ho bisogno di tempo, ribadisce lei.

I compratori si guardano delusi. La signora Elena perde la pazienza. Dai, Alessandra, la decisione va presa!

No, non sono sicura. Mi dispiace.

Gli acquirenti se ne vanno, infastiditi. La signora Elena segue a muso duro.

Chiusa la porta, Giovanni si volta furioso.

Ma sei impazzita?! Che cosè stato?!

Non voglio vendere! grida lei.

Non vuoi?! Sono mesi che dici di non poterne più di vivere qui con me! E ora!

Ho cambiato idea!

Perché?!

Perché non so dove andare! Non so come ricominciare! Questa casa è tutto quello che ho! Tutto!

Hai figli, hai un nipote

Non ho niente! urla piangendo. Solo questa casa! Ci ho cresciuto i figli! Lho costruita a modo mio! Qui ti ho amato, idiota! Hai capito? Ti ho amato!

Giovanni rimane impietrito. Alessandra singhiozza, il volto tra le mani.

Ho rovinato tutto, sussurra. È vero: sono stata pesante, ho voluto controllare tutto perché avevo paura di perderti. Ma alla fine ti ho perso comunque. Ora mi resta solo questa maledetta casa, e tu vuoi che perda anche questa?

Non riesce a rispondere.

Alessandra, non si può andare avanti così, dice piano.

Lo so, si asciuga le lacrime. Ma adesso non ci riesco. Davvero.

Quando allora?

Non lo so.

Lui si chiude in camera. Alessandra si lascia scivolare lungo il muro fino a terra.

La sera nessuno dei due cena. Rimangono nelle proprie stanze a fissare il soffitto. La notte sembra non finire.

Ma quella mattina succede limprevisto.

Alessandra si sveglia di soprassalto: sente un sibilo, uno scroscio. Esce dal letto, va in corridoio e resta gelata. Lacqua corre sul pavimento del soggiorno, si allarga veloce.

Giovanni! urla. Giovanni! Cè acqua!

Esce lui correndo, vestito solo di pantaloncini e maglietta.

Cosa succede?!

Cè una perdita! Da qualche parte!

Corrono in soggiorno: acqua che sgorga da sotto il calorifero, scorrendo sul parquet, sulle tappeti e sui mobili. Un disastro.

Chiudi il rubinetto generale! grida lei.

Giovanni va in cucina, gira le manopole. Niente.

Non basta, non si ferma!

In bagno! Lì cè la valvola centrale!

Corre in bagno, chiude tutto quello che trova. Infine lacqua rallenta, ma il danno è fatto: centimetri dacqua sul pavimento.

Il parquet! si dispera Alessandra. Il parquet nuovo!

Si lancia in cucina, prende tutte le salviette, torna: si mettono a raccogliere lacqua freneticamente. Giovanni trascina via i tappeti e sposta i mobili. Lei strizza le salviette, lui porta secchi dacqua in bagno. Lavorano insieme, rapidi e silenziosi, come una squadra rodata. Alzano il divano insieme mentre lui scivola, lei gli tende la mano. Poi riprendono a lavorare, senza parlare.

Dopo unora il peggio è fatto. Lacqua è bloccata, il parquet sollevato in più punti, le pareti bagnate, il tappeto irrecuperabile.

Alessandra si lascia cadere sul divano, bagnato pure lui. Giovanni si siede accanto, esausti. Osservano in silenzio la devastazione.

Ricordi quando abbiamo scelto quel parquet? sussurra lei.

Certo. In quel deposito, fuori Milano. Tu ci hai messo ore per scegliere tra rovere e frassino.

Tu dicevi che era uguale.

Per te era diverso.

Sì. Lo era.

Pausa, lunga.

E il divano? riprende lei.

Certo. Martina era piccola, saltava su tutti. La commessa si era pure arrabbiata.

Alessandra sorride appena.

Tu hai detto: lasciala saltare, almeno testiamo la qualità.

Già.

Stanno lì, e tra loro non cè più rabbia, solo stanchezza e ricordi. Così tanti ricordi da annegare, più dellacqua stessa.

Dobbiamo vendere, Ale, dice Giovanni. Dobbiamo finirla qui. Ci stiamo solo facendo male.

Lo so, sospira lei. Solo dispiace. Mi dispiace per tutto.

Anche a me, sorprende lui, improvvisamente sincero. Non solo la casa, ma anche tutto ciò che cè stato.

Lei lo guarda negli occhi, stanchi e rossi.

Non siamo stati sempre così, vero? Abbiamo anche avuto giorni felici?

Sì, Ale. Certo che sì.

Quando si è rotto tutto? Ricordi?

Non lo so. Un po alla volta. Tu hai iniziato a rimproverarmi, io a chiudermi. Poi abbiamo smesso di ascoltarci. E tu hai insistito sempre di più, perché io non sentivo, ma io ormai non cero più.

Un girone senza uscita.

Già.

Restano zitti, fuori piove forte, come volesse rincarare il danno.

Avevo paura di perderti, mormora Alessandra. E così ti ho perso. Ti controllavo, mi stringevo addosso. Ma alla fine ti sei allontanato comunque.

In realtà non me ne sono mai andato davvero, obietta lui.

No, scuote la testa. Sei andato via da tempo. Solo fisicamente eri qui, ma il cuore era già altrove.

Non ribatte.

Anche tu, aggiunge Giovanni. Te ne sei andata nei tuoi risentimenti, nelle lamentele. Per te ero solo un insieme di errori, non più una persona.

Scusami, sussurra lei.

Lui sobbalza. Non glielo aveva mai sentito dire, nemmeno negli ultimi mesi.

Chiedo scusa anchio, dice piano lui. Potevo impegnarmi di più, dire anziché restare zitto. E magari non scappare a pescare ogni volta che non sapevo che fare.

Lei ricomincia a piangere.

Come abbiamo fatto? geme. Come abbiamo rovinato tutto?

È la vita, risponde lui. Capita.

Stanno lì, zuppi, tra i resti del loro amore. Ma per la prima volta dopo mesi non cè più muro tra loro. Sono solo due persone stanche che per tanto tempo si sono amate.

Chiamiamo la signora Elena, dice finalmente Alessandra. Diciamole che vendiamo. Anche con il parquet rovinato.

Sei sicura?

No. Ma bisogna.

Forse chiederanno uno sconto.

Parliamone: che vedano ciò che cè.

Giovanni annuisce.

Si alzano. Alessandra va a cambiarsi, Giovanni pure. Lei si volta sulla soglia.

Giovanni?

Sì?

Grazie di oggi.

Era anche casa mia, quasi sorride lui. Ancora per poco.

Già.

Una settimana dopo tutto si conclude. I compratori accettano un piccolo sconto. Elena è soddisfatta. Firmato il preliminare, restano solo le pratiche finali.

Cominciano a impacchettare le loro cose, senza fretta. Giovanni trova un monolocale nuovo vicino a Lorenzo. Alessandra opta per un bilocale a due passi da Martina, per aiutare col nipote.

La sera si ritrovano ancora insieme in cucina. Come quella mattina, quando ancora tutto era da decidersi. Giovanni prepara il tè, Alessandra taglia il pane.

Sposta la tazza, dice lei automaticamente.

È la mia tazza, inizia lui, poi sorride. Va bene, la sposto.

Grazie, si stupisce lei.

Si siedono.

Sai, rompe il silenzio lui. Ci ho pensato: forse un terapeuta poteva servirci. Dopo una certa età non è facile lasciarsi.

Forse, ammette lei. Ma non labbiamo fatto.

Testardi, orgogliosi.

E stanchi.

E stanchi.

Finiscono il tè. Lei si alza a lavare le tazze, lui pulisce il tavolo.

Quando ti trasferisci? chiede lei.

Sabato. Tu?

Sabato anchio. Martina e Lorenzo mi aiuteranno.

Bene.

Lei si volta.

Giovanni… volevo dirti… cerca le parole. Grazie. Per questi trentacinque anni. Ci sono stati momenti duri, ma belli anche. Vorrei ricordare quelli.

Anchio, sorride lui.

Restano in cucina, dove hanno cucinato, litigato, riso con i bambini e pianto per le bollette. Tutta la loro vita è stata lì.

Restiamo in contatto? Per le feste, il compleanno di Carlo

Certamente, risponde lui. Siamo pur sempre genitori. E nonni.

Sì. Una famiglia, a modo nostro.

A modo nostro.

Lei si asciuga le mani.

Vado a vedere la fiction.

Io leggo.

Buonanotte, Giovanni.

Buonanotte, Ale.

Lei va in camera. Lui resta ancora un attimo, poi spegne la luce.

Il mattino dopo è un giorno qualunque. Lultimo in quella casa, ma sembra solo una delle tante mattine. Giovanni si sveglia presto, mette su il caffè. Alessandra arriva in vestaglia, spettinata, stanca.

Buongiorno, dice lui.

Buongiorno, risponde lei.

Bevono in silenzio, ognuno con i suoi pensieri e paure per la vita nuova. Bisogna andare avanti. Bisogna lasciar andare un passato che fa male.

Sposta la tazza, dice lei, cercando il pane.

Giovanni guarda la sua tazza blu, al solito posto. Sorride.

Spostala tu, risponde, ma senza rabbia. Quasi dolce.

Daccordo, dice lei, mentre lo fa.

Per un attimo le mani si toccano. Si guardano negli occhi. E in quello sguardo cè tutto: dolore, rimpianto, stanchezza, e forse perdono. Gratitudine per ciò che è stato. Per i figli, il nipote, questa maledetta casa che ha visto la loro felicità e il loro naufragio.

Addio, Giovanni, sussurra lei.

Addio, Ale, dice lui allo stesso modo.

Si lasciano le mani. La tazza resta dovè. Ma non importa più.

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