Finestra dospedale. Racconto
La finestra della stanza dospedale era spalancata. Era stata la giovane infermiera, allalba, ad aprirla per lasciar entrare laria fresca. Tende leggere si muovevano piano, il verde intenso degli oleandri e dei platani fuori dal vetro rasserenava lo sguardo, e la calura estiva sembrava ancora lontana.
Piero aveva appena subito unappendicectomia. Si diceva che lintervento fosse stato complesso, giusto in tempo. Ma Piero non aveva paura.
Non hai paura delle punture? sorrideva linfermiera, facendo uscire una minuscola bolla daria dalla siringa.
Piero si voltava silenzioso sul fianco, non poteva ancora alzarsi.
Come se potesse spaventarlo…
Lo avevano portato dentro direttamente dalla strada, colto dal dolore allimprovviso mentre tornava dal mercato insieme agli altri ragazzi del collegio dove viveva. Nessuno lo aveva abbandonato, era cresciuto in un orfanotrofio di Bologna. Tentavano tutti di racimolare qualche euro, ma la sfortuna lo aveva colpito proprio lì.
Un rimorso gli rodeva: aveva messo nei guai Sergio, il piccolino, e Leonzio, che adesso sarebbero stati interrogati dalle suore del collegio. Già il giorno dopo loperazione era corsa la vice direttrice, la signora Carla, a fingere premura. Piero era ancora stordito dallanestesia, così ricordava solo il suo viso ansioso, ma non le parole.
Se solo il dolore fosse cominciato pochi metri prima, dentro il collegio… Ma così va la vita.
Dava la colpa alle albicocche. Al mercato avevano regalato loro una cassetta di frutta un po marcia, ma veritiera: dolci come il miele. Ne avevano mangiate troppe, tutto qui.
Oh, eroe mio! Come va? il medico anziano, dalle mani forti e pelose, controllava la cicatrice. Il peggio è passato. Ora puoi stare sereno.
Ma io ero sereno anche prima.
Davvero. Un piccolo coraggioso. Ora però, ascolta: niente dolci, nessun pacco. Meglio aspettare ancora un po. Stasera, solo un po di succo e niente altro.
Piero annuiva per educazione. Sapeva che nessuno gli avrebbe portato dolci. Al collegio erano tutti arrabbiati con lui per la fuga e per i guai con gli adulti. Quella corsa notturna dal mercato, passando da una breccia nel muro, non si doveva fare…
Eppure, il dottore aveva ragione sulla sua intrepidezza. La vita gli aveva insegnato a essere forte. Sua madre lo aveva messo al mondo forse per caso, di certo senza volerlo. Piero aveva dieci anni, e pensava a tutto questo senza turbarsi, come spesso succede a chi cresce in un istituto.
Non provava rancore verso la madre. Anzi, grazie di avermi fatto nascere, pensava. Anche se aveva firmato la rinuncia subito, il suo pensiero era di riconoscenza.
Fino ai tre anni era in una casa famiglia per neonati, poi il collegio di Bologna, in seguito quello a Modena. Ricordava molto bene la continua lotta per sopravvivere.
La memoria correva alle risse per il cibo nella mensa. Sebbene lItalia stesse passando un periodo tranquillo, il cibo spariva a vista docchio: un po le suore, un po chi inventava qualcosa, portavano via provviste a casa.
Ma non era solo il cibo a scatenare le risse: ci si batteva per tutto. Piero era cresciuto robusto, di spirito e di fisico. Una volta si era rotto un braccio, unaltra aveva più punti in testa che capelli. La parrucchiera del collegio, tagliandolo a zero, aveva trattenuto le lacrime nel vedere tutte quelle cicatrici.
Che sarà mai! Piero non aveva mai pianto.
Adesso lo volevano impressionare con una ferita sulladdome o con una puntura…
Ridicolo!
Per lui gli adulti erano freddi, calcolatori. Non era né il tenero bimbo né la graziosa bimbetta a cui si affezionano, era diretto, a volte brusco, ma sincero.
Occhio, Verdi! Se combini casini, vai in isolamento! avvertiva spesso la signora Carla.
Piero non rispondeva, ma neanche si piegava alle regole degli altri. Aveva da tempo il suo codice donore.
Cera solo una persona adulta che ricordava spesso. Non sapeva come i bambini pensassero alle loro mamme, lui invece parlava nei suoi pensieri con quella donna che aveva incrociato per caso. Era arrivato a lavorare al collegio dove stava lui, a Modena. Lavorava lì non capiva bene in che ruolo ma ricordava il suo sorriso, gli occhi chiari, le mani calde, il profumo. Lei lo prendeva in braccio e gli sussurrava:
Devi essere forte, Pierino. Mangia con gusto, abbi cura di te, ascolta chi ti vuol bene. Ti toccherà superare tante fatiche, ma ce la farai. Basta provarci, va bene?
Poi gli cantava una ninna nanna.
Gattino, gattino, la coda grigia,
Ninna nanna, ninna nanna.
Coda sottile, zampette bianche,
Ninna nanna, ninna nanna.
Zampette bianche, orecchie nere,
Ninna nanna, ninna nanna…
E anche se Piero ormai si sentiva grande, ogni tanto quella canzone semplice tornava tra i suoi pensieri, soprattutto quando il dolore era pesante. Chiudeva gli occhi, la canticchiava piano, ricordava il calore di quelle mani, e gli sembrava di stare meglio.
Poi quella donna era scomparsa, come dissolta, lasciandogli solo la ninna nanna e un ricordo. Non sapeva nemmeno il suo nome, la chiamava Mamma nei pensieri, sebbene fosse stata forse solo una tata temporanea. Ma gli piaceva immaginare diversamente.
Linfermiera richiuse la finestra e iniziò a rifare il letto vicino al suo. Piero ne fu felice: stare da solo lo annoiava.
Presto però entrò una barella con un ragazzino, scortata da una folla di adulti in camice bianco. Ci fu agitazione. Dalla sua posizione Piero non vedeva bene, ma intravide una flebo e un ragazzino molto magro e dal naso aguzzo. Alla fine restarono solo linfermiera e un uomo con un camice indosso sopra la giacca.
Parlavano a bassa voce.
Dormirà tanto disse linfermiera.
Bene, grazie.
Se serve, chiamate…
Certo.
Si sedette lì, vicino al figlio, senza mai muoversi. Il ragazzino dormiva.
In camera faceva caldo, ma luomo non si tolse né giacca né camice. Piero pensava stesse dormendo anche lui.
A Piero si era già indolenzita la schiena, così si girò: il letto gemette. Luomo si voltò. Profonda la ruga tra le sopracciglia, occhi cerchiati, ma garbati.
Salve, sussurrò, come se solo in quel momento si accorgesse della presenza di Piero.
Buongiorno, rispose lui.
Luomo si risvegliò, guardò il figlio, prese lo sgabello e si avvicinò a Piero.
Ti hanno operato?
Sì, tagliato lappendice.
Meglio così. Riesci ad alzarti?
Non ancora.
Vuoi qualcosa?
Niente, fino a sera non posso mangiare. E lui che cosha? domandò Piero indicando laltro letto.
Lui? luomo abbassò lo sguardo, Unaltra malattia. Ti disturba se rimango qui? Ti aiuto se vuoi. Se vengono per te, esco.
Nessun disturbo, scosse la testa Piero, come se ne avesse davvero diritto.
Luomo si presentò:
Lui si chiama Ennio, ha undici anni. Tu?
Piero, dieci.
Grazie, Piero, e Piero neanche capì per cosa.
Il giorno dopo la stanza era sempre piena di gente. A Ennio facevano flebo, il medico lo controllava spesso. Il padre dormiva lì, vegliando, parlando piano con il figlio che muoveva appena testa e mani, ma non apriva gli occhi.
Arrivò poi una coppia di anziani, con una donna giovane e slanciata, dal naso importante e capelli ricci raccolti. Era la madre di Ennio: occhi segnati dal pianto, viso pallido. La accompagnarono alla poltrona, le affidarono il ragazzo. Lei parlava sottovoce e accarezzava il figlio.
Magari spostiamo il ragazzo nel letto vicino al tuo? chiese il padre al medico, un po preoccupato per la moglie.
Oggi lo spostiamo, sì.
Il medico si ricordò finalmente anche di Piero.
Come va, ragazzo? Dolore?
Un po.
In effetti, quella notte Piero aveva dormito male, la ferita pulsava, spaventava girarsi. Niente da mangiare il giorno prima, magari per dimenticanza, forse era ancora presto.
Oggi puoi iniziare a muoverti. Facciamo così: appena passa linfermiera, via il catetere e ti spostiamo di stanza. Dai, forza!
Piero voleva davvero alzarsi, ma linfermiera tardava. La camera si riempiva e svuotava in continuazione.
Solo oggi Piero iniziò a capire che Ennio probabilmente stava morendo. Nessuno lo diceva, tutti parlavano sommessamente, tesi; e lui dormiva, apparentemente senza rendersi conto di nulla.
A vegliare restava una ragazza, forse la zia. Piero si vergognava: quando venne linfermiera a togliere il catetere, con un cenno le fece capire il suo imbarazzo, ma lei tagliò corto.
A chi vuoi interessare! Lei ne ha ben altro a cui pensare. Svelto, su.
Per fortuna fu veloce, ma Piero si trovò spiazzato, nudo, senza vestiti. La ragazza lo guardava distratta, si occupava di Ennio, sistemava lenzuola, inumidiva le labbra del bambino. Piero avrebbe voluto solo sapere doverano i suoi vestiti.
Nessuno ha bisogno di te! Era vero pensava.
Ma dopo unora decise comunque di sedersi. Si voltò, si coprì bene, cercò di alzarsi.
La ragazza si voltò.
Vuoi una mano?
No, la testa di Piero girava forte. Si rimise giù.
Dopo un minuto era di nuovo seduto.
Sa mica dove hanno messo i miei vestiti? domandò.
Lei disse che avrebbe chiesto.
Ma mi dai un occhio a Ennio, intanto?
Piero provò a camminare avvolto nellaccappatoio, barcollava, le gambe cedevano. Nemmeno immaginava fosse così difficile fare due passi.
Alla fine gli portarono dei vestiti, però non i suoi: vestiti dospedale.
Mi giro, tranquillo… disse la ragazza.
Piero si sedette sul letto, indossò i pantaloni, troppo grandi di varie taglie. Annodò la cintura con abilità, era abituato. Tentò di piegare gli orli, senza riuscirci. Lei, vedendo le gambe lunghe che trascinavano sulle piastrelle, lo fermò.
Aspetta… Oh, quanto sono grandi! Fammi sistemare, accoccolata davanti a lui piegava e ripiegava con cura. A Piero venne da svenire.
Sto per svenire…
Oh, su! la ragazza lo tenne fermo e lo fece sedere, Ah, sei ancora un po malaticcio. Hai già mangiato? Tu come ti chiami?
Piero…
Io sono Lisa. Piero, vuoi chiamare la mamma? Vuoi che le telefoni?
Non ho la mamma.
Ah… e tuo papà? Con chi vivi?
Tranquilla, mi sento meglio. Vado un attimo in bagno, ne ho bisogno…
Si guardò allo specchio: occhiaie pesanti, labbra pallide. Solo gli occhi neri continuavano a brillare. Uneducatrice gli aveva dato proprio il cognome Verdi per gli occhi neri come le ali di un corvo. Il soprannome in collegio era Corvo, e ne andava fiero.
Lavandosi con lacqua fresca si sentì meglio. Poco dopo Lisa gli portò un bicchiere di succo di uva.
E per il pranzo? Devi andare in mensa ora.
Dove?
Scendi a destra, seguendo il profumo. rise la signora delle pulizie.
Ma se quasi sveniva! Nessun pranzo per ora, penso a tutto io. protestò Lisa.
A Piero non piaceva stare a letto. Camminava, sbirciava Ennio: bello, riccioli come la mamma, delicato, quasi femmina.
Morirà? disse a voce alta, con la schiettezza di chi vive in orfanotrofio.
Lisa ebbe un sussulto.
Non sappiamo. Ennio è molto malato. Cure da anni, quattro operazioni… È sfinita tutta la famiglia. Io sono sua zia, la sorella del padre. Ma crediamo nei miracoli, no?
Non lo so… rispose Piero sedendosi quieto.
Pensava a Ennio. Unaltra vita, come nei film: mamma, papà, nonni, zii… Cè tutto. Ma la sorte colpisce lo stesso.
Non è giusto…
Alla fine non lo trasferirono nemmeno. La sera tornò anche il padre di Ennio. Grande agitazione, gente che parlava di lui come il bambino di cui nessuno viene a trovare.
Dottor, hai detto che sei del collegio? chiese il padre di Ennio.
Sì.
Forse vuoi cambiare stanza? Ennio sta molto male… sospirò il padre.
No, sto bene qui. Posso restare?
I giorni scorsero sempre uguali. Piero ebbe la febbre, lo spostarono in una stanza dove erano solo anziani. Si annoiava, così spesso tornava a trovare Ennio: nessuno lo cacciava.
Le dimissioni slittarono a causa della febbre.
Il padre di Ennio, che tutti chiamavano Damiano Ercoli, ormai sapeva tutto di lui. Aveva chiesto qua e là, ascoltato i discorsi. Portò a Piero dei vestiti, che apprezzò subito, abituato a quelli di seconda mano.
Ma questi sono suoi, vero?
Di Ennio…
E se guarisce?
Damiano lo guardò sorpreso. Nessuno in famiglia diceva la parola morire. Era troppo. Sonja, la madre, lo aveva urlato una volta sola. A Damiano era costato tanto dire la verità, ma si fece forza:
Non potrà farcela. Sta morendo, Piero.
Fa male morire? Piero stringeva la camicia tra le dita, con la fronte aggrottata.
Damiano lo guardò. Gli voleva bene, sentiva compassione, comprensione. Era un bambino, per lui orfano doveva essere spaventoso.
No, non se ne accorgerà quasi. Ci pensiamo noi ad evitare dolori.
Ma si muove ancora…
Per questo gli parliamo. Speriamo ci senta. Ma non siamo sicuri.
Cera sempre qualcuno accanto a Ennio, notte e giorno. Un pomeriggio Damiano si allontanò un attimo, lasciando Piero col figlio. Tornando, si fermò sulla porta in silenzio.
Piero stringeva la mano a Ennio e parlava:
… non so dove sia la mia mamma, magari non cè più. Ma non sono arrabbiato. Se venisse la perdonerei, giuro. Tu, però, non ti arrendere. Tua mamma ci starebbe troppo male. E tuo padre pure. Avessi avuto io gente così, mai sarei morto. E questi vestiti te li ridò, non li rovinerò. Ma tu devi provarci, resisti, Ennio…
Damiano finse di tossire, per non lasciarsi andare. Piero si alzò in piedi.
Mi ha stretto la mano, davvero! Mi crede?
Certo, Piero. Anche io penso senta tutto.
Damiano e la famiglia aspettavano la fine. Il loro unico figlio, un bambino meraviglioso, brillante, era appeso a un soffio. La diagnosi era arrivata a otto anni: una malattia degenerativa, poi tutto si era aggravato. Erano stati a Genova, a Roma, ovunque. Se Ennio aveva vissuto fino a undici anni, era stato per lamore e la dedizione dei suoi.
La forza di Sonja era venuta meno da poco, quando divenne chiaro il destino. Fu necessario darle dei sedativi.
Parlaci pure, Piero. Mi farà piacere, penso anche a lui, disse Damiano.
Damiano trovava in quelle parole di un ragazzino orfano un soffio di vita, una consolazione. Stava a sentire: Piero raccontava di botte e braccia rotte, di delude, di sogni. Incoraggiava Ennio:
Vedessi quando quello scemo di Leopoldo mi ha rotto il braccio… non mi sono lamentato, volutamente. Così, per dispetto! Vedrai che passa tutto, anche la tua malattia.
Ennio morì di notte. Piero non se ne accorse, nessuno lo avvisò. Scese a fare colazione, poi tornò nella stanza: al posto di Ennio cera già un altro paziente, che metteva in ordine le sue cose.
Ma dovè? chiese indicando il letto vuoto.
Non lo so. Non cera nessuno, rispose quello.
Piero corse furioso allinfermeria, non trovò nessuno, cercò nei corridoi. Chiese al medico di turno:
Ennio! Dovè Ennio? Hanno portato via? Dove?
Ennio? Ah… Capisci… Era molto malato…
È morto? lo interruppe Piero.
Il medico annuì.
Purtroppo sì. Succede.
Piero retrocesse. È ora di arrabbiarsi, pensò. Malgrado la rabbia, non aveva modo di sfogarsi.
Nel corridoio una donna delle pulizie lavava per terra, Piero spinse un secchio, rovesciando tutto. Grida, infermiere, medici: tutti lo rimproveravano, lui tornò in camera, si sedette, si coprì le orecchie.
Un intero ospedale, tanti medici, nessuno era riuscito a salvare il suo unico amico. Niente, assolutamente!
Ma perché Ennio, che aveva tutto, era diventato suo amico, lui non lo capiva. Eppure era così. Aveva raccontato tutto a Ennio, della mamma, della donna che gli cantava la ninna nanna, delle botte, delle lotte.
Poi, una delle ultime notti che aveva dormito in quella stanza, Piero aveva sognato Ennio seduto sul letto che, con voce fragile, triste, gli raccontava la sua storia. Non ricordava le parole, ma percepiva quel dialogo, indelebile. E, ad un certo punto, Ennio si era avvicinato alla finestra, aveva guardato fuori, era salito sul davanzale. Piero, spaventato, si era risvegliato.
Fuori i rami scuri si muovevano, la luna brillava. Piero, allora, sedette accanto a Ennio addormentato, gli prese le mani esili e cantò la sola ninna nanna che conosceva:
Gattino, gattino, la coda grigia,
Ninna nanna, ninna nanna…
Zampette bianche, orecchie nere,
Ninna nanna…
Da quel giorno, Piero parlava nei pensieri con Ennio. Immaginava racconti di vacanze, giornate al mare con la famiglia, il nonno generale, la scuola, la stanza piena di giochi, la mamma che sveglia. Piero sognava case dove ogni membro dormiva nel proprio letto insieme, armadi in fila, la cena del giovedì con pesce, la mamma che serve il tè col mestolo.
***
La morte di Ennio, per Damiano, fu insieme dolore e sollievo. Non perché non amasse il figlio, ma perché soffriva troppo. Ora doveva farsi forza, aiutare la moglie a vivere ancora.
Pensava sempre più a Piero.
Non era il momento di parlare di adozioni: Sonja non capiva. Un altro figlio non poteva mai sostituire Ennio. Ma ora erano rimasti soli, e Piero lo era sempre stato. Lui era diverso, certo, un po selvaggio, ma Damiano sapeva che dentro aveva una luce.
Sonja, oggi sono stato in ospedale. Hanno dimesso Piero.
Perché? Perché vai ancora lì? chiese la moglie.
Ho preso i documenti di Ennio. Anche se… Piero, raccontano, ha fatto una scenata urlava con tutti, disperato.
Che carattere…
Eh già, sospirò Damiano.
Non parlare di altri ragazzi per ora, ti prego.
Damiano ubbidì, ma nei giorni seguenti tornò al collegio di Piero. Fu accolto con diffidenza, non gli lasciarono vedere il ragazzo. Per nulla scoraggiato, si mise in contatto con una vecchia compagna di scuola, Tiziana, che lavorava nei servizi per le adozioni.
La incontrò, parlarono a lungo. Lei promise di informarsi. Ma rimarcò che senza il consenso della moglie e di Piero, non sarebbe servito a nulla.
Damiano però fu deciso e andò in Comune, raccolse i documenti. Le responsabili lo ascoltarono con attenzione, promettendo aiuto per un primo incontro.
Raccontò tutto anche al suocero e alla sorella Lisa. Lei fu entusiasta, promettendo di parlarne anche a Sonja.
Ma Sonja scoppiava in lacrime ogni volta che si parlava di Piero.
Non sostituirà Ennio… Perché non capite?
Nessuno vuole sostituirlo. Ma Piero è solo come noi, adesso. E in fondo, nessuno può sostituire nostro figlio. Ma senti cosa raccontava a Ennio, quanto voleva che guarisse! Mi ha dato forza… Immagina di conoscerlo, solo conoscere, ti chiedo.
Basta non insistere…
Fu il primo passo.
Quando Piero fu portato nel loro ufficio, era rigido, mani bianche strette, sguardo basso. Neanche la mano tese a Damiano.
Con loro cera Tiziana. Non forzava. Damiano parlò di tutto e di niente, per aiutare Piero a rilassarsi. Era così teso che finirono lincontro in anticipo.
Non sembrava proprio tanto intrepido!
Non vuole venire, secondo te? chiese Damiano.
Ti sbagli, rispose Tiziana, Piero sogna che voi lo portiate a casa. Farà di tutto per meritarselo, ma ha una paura tremenda di non essere abbastanza.
Siamo così spaventosi?
Siete genitori veri. Vuole piacervi, ma teme di non riuscirci. Ora pensa solo a voi.
Si decise che sarebbe venuto in visita. Piero era in bilico, Sonja ancora insicura.
Durante il tè, le mani gli sudavano, lo sguardo fisso nella tazza, attento a non colpire la posata o sollevare gli occhi su quella cucina così elegante. Gli sembrava tutto troppo ravvicinato, troppo da famiglia.
Aveva terribilmente paura di Sonja.
Quando a Damiano cadde il cucchiaino, lui ebbe un sussulto:
Disastro totale…
Damiano colse la battuta.
Disastro, sì! Vedi? Sono proprio imbranato… Dai, mangia un po di patate.
Piero ne prese un pezzetto, ma masticava a fatica.
Dai, rilassati!
Piero, vuoi vedere la stanza di Ennio? propose Sonja.
Gli occhi di Piero si accesero. Entrò subito, vide la grande fotografia di Ennio: lì sorrideva, diverso da come lo ricordava. Gli fu di grande conforto, come se Ennio dicesse: Non aver paura, io sono qui con te.
Oh, Ennio! Ciao! si avvicinò al ritratto, lo toccò, Qui sembra più grassottello.
Era meno magro davvero, solo poco prima… Sonja non riusciva a dire prima che morisse.
Prima di morire, vero? disse Piero, accarezzando la cornice. Mi fate vedere come viveva?
Sonja esitò, prese un album di foto.
Sai, io non riesco, almeno per ora. Guardale tu.
Piero si immerse nelle foto. Sonja lo guardava di sfuggita, e poco a poco si sedette accanto. Era la prima volta che riusciva a guardarle senza lacrime.
Che buffo, diceva Piero, bella foto! Che vita…
Sfogliando trovò uno scatto al mare.
Oh! Il mare! Me laveva detto che siete andati in vacanza.
Sonja negò con la testa, malinconica.
Te l’aveva detto? Ma non poteva più parlare, da tempo.
Piero abbassò lo sguardo, ma tirò dritto:
A me lo ha detto!
Sonja lasciò perdere. A guardare quelle foto con quel ragazzino, senza che il cuore le facesse troppo male, le sembrava di alleggerire il dolore, proprio grazie a quella sua ingenuità. Forse, con quellanimo, accettare la perdita del figlio sarebbe stato meno terribile.
Respirò a fondo e chiese diretta:
Piero, se volessimo adottarti, tu accetteresti?
Lui irrigidì, continuando a sfogliare piano.
Non so. Ennio era bravo. Io… io non sono alla sua altezza. Non so proprio…
Sonja lo abbracciò di slancio.
È meglio così. Non pensiamo a sostituire Ennio, vogliamo solo accoglierti come il suo migliore amico.
Piero si irrigidì: non era abituato agli abbracci. Nessuno lo toccava, se non per strapparlo via nelle risse. Sentì il calore della donna, il contatto imprevisto.
Per distrarsi, continuò a sfogliare lalbum con le mani tremanti. Sonja non lo lasciava, anzi lo cullava piano e, rapita dai pensieri, rimaneva ferma.
Piero non aveva mai pianto, mai.
Ma ora il pianto arrivò in gola, e le lacrime colarono. Singhiozzò.
Piangi, Piero? Ma dai, non piangere, o mi metto anchio Forza, sei un ometto! Devi essere forte! diceva accarezzandogli il viso.
Quelle parole le aveva già sentite.
La finestra era spalancata. Laria fresca si gonfiava tra le tende, la luce riflessa sul verde delle foglie. Dal ritratto sorrideva lamico Ennio.
Piero, come un piccolo, chiese:
Voi la conoscete questa canzone? Gattino, gattino, la coda grigia, ninna nanna…
Sì, credo, una ninna nanna. Vuoi che la impari per te?
Piero annuì, commosso. Non gli serviva altro.
***
A volte, la forza ci viene data non perché siamo grandi o perché la vita ci abbia risparmiato, ma proprio per essere desempio e conforto anche agli altri, quando meno se lo aspettano. Aprirsi allamore, anche quando fa paura, è come imparare una ninna nanna da un amico che non cè più: rimane qualcosa dentro, che ci aiuta a credere, ancora, nella possibilità di una nuova famiglia.






