Non la solita Giulia

Non è proprio una Giulia

Giulia! Ancora?! Dio santo, ma possibile che non sei una bambina normale? Come fai a combinare sempre guai?

Mamma, non lo so È successo da solo…

La mamma le toglieva di dosso la giacca sporca, gli stivaletti zuppi e il cappellino che ormai aveva perso il pon pon.

Tutti con figli come si deve, e invece io Giulia! Ma davvero, quanto devo ancora sopportarti così?

Giulia guardava sconsolata lorlo strappato del vestito e sospirava.

Eppure era stato proprio divertente! Il trenino era venuto benissimo! Peccato che Sandrino tirava troppo forte e, zac, il vestito si era strappato davvero. E la maestra, la signora Caterina, aveva detto che mica era una sarta lei, che a rammendare il vestito doveva pensarci la mamma di Giulia. Aveva pure ragione! Solo che dopo aveva passato il resto della merenda e tutto il pomeriggio seduta in castigo nellangolo. Non poteva mica mostrare le mutandine ai maschi! La nonna glielo diceva sempre, certe cose non si fanno!

Perché la nonna, sì, certe cose le capiva. La mamma no, ma la nonna, tranquilla.

Smettila di tormentare la bambina! Ma è modo questo di crescere una figlia?

Mamma, mi hai cresciuta così anche tu! Perché adesso dici che sbaglio? Se non ci sto io dietro, come viene su Giulia?

Verrà fuori una tipa sveglia e bella come te, non ti basta?

Senti, smettila… Ci mancavano le tue sciocchezze! Giulia, vai a cambiarti! Subito!

Giulia tirava un sospiro di sollievo e scappava in camera sua, mentre mamma e nonna continuavano a litigare a voce bassa. Loro due non avevano mai davvero bisogno di lei. Giulia era solo la scusa per farsi sentire.

Una volta aveva anche chiesto alla nonna cosa significasse essere una scusa, e la nonna si era messa a ridere:

Litigare a caso è noioso, tesoro. Se cè un motivo, è unaltra cosa!

Sono io la vostra ragione?

La più importante di tutte! Sei lunica che abbiamo, perciò ci preoccupiamo di come crescerai. Solo che ognuna ha il suo modo: la mamma fa la severa, perché pensa che non si possa fare altrimenti. Io… ho esaurito tutta la severità con tua madre, per te non ne ho più. Tocca arrangiarsi con le carezze. Un dolcetto, magari…

I dolcetti non mi piacciono!

Vabbè, una caramella allora!

Così sì! Nonna, ma tu credi che la mamma mi vuole bene?

Più di ogni altra cosa al mondo! Forse anche più di me, puoi stare sicura!

E allora perché mi sgrida sempre?

Proprio per questo…

Strano modo damare… Tu invece non mi sgridi mai, eppure mi vuoi bene…

La nonna può viziare, la mamma invece… tocca a lei preoccuparsi. Sono due mestieri diversi, capisci?

Non tanto…

Un giorno capirai, vedrai!

Ma quel un giorno non arrivava mai.

Giulia aveva aspettato a lungo, ma niente… Anzi, col passare degli anni la mamma diventava sempre più severa.

Ma davvero, che cosa devo fare con te? Aspettiamo che resti incinta senza essere sposata?

Questa frase ormai Giulia la sentiva spesso, ma per tanto tempo aveva pensato che centrasse con quellorlo strappato allasilo. Le veniva voglia di chiedere come si poteva portare qualcosa nellorlo strappato dei vestiti, ma non si azzardava: la mamma non avrebbe per nulla apprezzato la battuta.

Le paure della madre però erano state esagerate.

Sgraziata, anche se carina, Giulia sinceramente si sentiva una ragazza come tante. Va be, quello che dice la nonna… ma lo specchio parla chiaro!

E allo specchio, Giulia non si vedeva mai per nulla bella! Occhi piccoli, codino sottile di capelli scuri, brufoli a pioggia proprio sul naso. Una bellezza, proprio…

Aveva accettato la verità su di sé già da tempo, perciò non si dava tante arie e preferiva non pensarci. In fondo era più semplice così. E andava bene anche alla mamma. Niente vestiti di moda, niente scarpe costose. Per tutti i giorni le bastavano le vecchie Superga, tranne per le rare serate a teatro con la nonna, dove doveva indossare qualcosa da signorina.

Il teatro, Giulia lo adorava. Peccato che ci andasse pochissimo, perché biglietti costavano e soldi non ce nerano mai abbastanza. La nonna metteva via qualcosina della pensione, ma ci voleva pazienza Così, già dalla seconda media, Giulia si era messa a fare la babysitter ai bambini della vicina, per guadagnarsi qualche euro. I gemellini erano delle pesti, ma cera da stare dietro, e Giulia si divertiva davvero: non avendo né fratelli né sorelle, stare con loro era quasi un piacere.

Che poi, era anche comodo così: giocava, dava loro la pappa come ai piccoli uccellini, poi tornava a casa. Nessuno che le saltava in testa, niente scarabocchi nei quaderni, nessuno con cui dividere la stanza. Un paradiso!

Non è che Giulia fosse egoista, però aveva già capito anche lei che crescere due figli costava. E da loro, cosa cera? Lo stipendio da infermiera della mamma, anche se lavorava in rianimazione, e la pensione della nonna. Ma la cosa più pesante era proprio lassenza totale di un papà: non lo aveva mai visto, e sinceramente non le mancava affatto.

Con la madre di queste cose non parlava mai. Perché aggiungere pensieri? Ce nerano già troppi. Oltre a lei, cera anche la nonna che ormai spesso non ricordava più neanche il suo nome.

Per fortuna, della storia di suo padre, la nonna si ricordava ancora per un po. Un giorno laveva raccontata tutta a Giulia, chiaramente.

A tua mamma non serviva uno così

Perché?

Era un donnaiolo. Ne aveva sempre una diversa! Io lavevo avvertita. Sera innamorata, diceva che avrebbe sposato lei e che le altre erano solo errori di gioventù.

E si sono sposati?

Eh sì, tua mamma se si mette in testa una cosa non la ferma nessuno. Ma a che è servito? Quando ha saputo che tu stavi per arrivare, è sparito come una goccia di pioggia sulla pietra calda. Sparito proprio. Neanche lindirizzo ci ha lasciato, solo un biglietto.

Cosa cera scritto?

Ti serve davvero saperlo, Giulia? Sono cose loro, lasciamole così. Ti dico solo una cosa: tua mamma ti ha desiderata così tanto che per nove mesi ha camminato in punta di piedi per paura di perderti. Ti trattava come se fossi di cristallo. E poi, niente, la paura non se nè mai andata. Secondo te perché ti sgrida di continuo e ti tiene docchio per ogni cosa?

È così per quello?

E certo! Ha paura. A volte resta sveglia di notte e ti guarda, ti accarezza i capelli quasi con le lacrime agli occhi. Se la becco e le chiedo qualcosa, si arrabbia. Ma in realtà è il suo modo di volerti bene, Giulia. Ti ama più di se stessa. Capito?

Più chiaro di così Nonna, ma anche tu la sgridavi?

E come no! Tutte le mamme fanno così. Per paura dei figli si inventa di tutto, poi ci si pente.

Ma perché si ha tutta questa paura?

Per i figli Non lo so spiegare, Giulia. Lo capirai quando sarai madre, forse.

Giulia non rispose, ma pensò che lei, ai suoi figli, non avrebbe mai gridato addosso, e di certo li avrebbe educati in maniera diversa. Ingenuità pura Ma chi alla sua età non è ingenua?

Tanto, per i figli cera ancora tempo. E in realtà, Giulia neppure pensava che un giorno li avrebbe avuti.

Chi si sarebbe innamorato proprio di lei? Bassina, senza fascino, pure un po rompiscatole. Se si attaccava, riuscivi solo a sopportarla!

Diplomata, Giulia era andata a lavorare nello stesso ospedale della mamma. E lì, un delirio!

Mai che andasse bene: troppo energica, troppo gentile coi pazienti quando doveva essere più distaccata, sembrava facesse sempre tutto per niente… Perché nessuno lo nota, dicevano. Uno viene dimesso, il prossimo entra. Non puoi spaccarti in quattro! Bisogna essere più tranquilli! Non puoi salvare tutti!

Ma Giulia niente, non voleva dare ascolto. Ogni malato le faceva una pena infinita. Soffriva la gente, aveva dolore e a Giulia cosa costava fare uniniezione in più, sistemare un cuscino o dire una parola gentile? Anche i gatti lo apprezzano… figuriamoci le persone!

Anche sua madre cercava di metterla in guardia.

Giuly, non metterti nei guai! Qui quelli come te non li capiscono. Ti litigherai con tutti, poi a chi giova? A te? A me? Alla nonna? Lo sai quanto ci serve lo stipendio, adesso! Non dobbiamo mica portare la nonna in una casa di riposo Una badante costa pure! Sei tu che devi lavorare, e chi resta con la nonna?

Mamma, ma io non ci riesco! Gridano ai malati, li trattano male

Il lavoro è duro, Giulia, e la gente è diversa. Non tutti reggono, lo sai. Ce ne vorrebbero di più come te! Anche la tua caposala mi ha detto che sei brava, ma ti chiede di essere più tranquilla. Non imponi niente, impara a dare lesempio. Magari qualcosa cambia.

Ma ci vuole tempo!

Oh, Giulia! In chi hai preso tu?

In chi? In te, ovviamente.

Giulia!

Dimmi?

Nulla. Fa come ti dico…

Giulia non aveva voglia di polemiche, ma ascoltava la mamma solo a metà. Forse aveva ragione su delle cose, ma intanto cera quella vecchina in terza stanza, ruvida come cento cimici, che però a Giulia sorrideva ogni mattina e non si era mai lamentata di lei. Le altre sì, ma con Giulia mai.

E non era nemmeno lunica. Ce ne erano tanti, stanchi, provati dal dolore, sempre a discutere tra parenti e Giulia assorbiva tutto, sentiva tutto. Passavano a trovare i pazienti solo per parlare di eredità e sciocchezze, e loro restavano lì, piangendo. Ma come dargli torto?

La mamma però glissava. A lei bastava che Giulia fosse a posto. Ma può stare bene una persona se, tuttintorno, gli altri stanno male?

Certo, non si può coccolare tutti, ma almeno qualcuno sì.

Le colleghe prendevano in giro Giulia, la chiamavano la santa, dicevano che per lei era pronto il convento. Affari loro! La nonna le aveva detto che la carovana deve andare avanti, sempre.

Così la carovana di Giulia continuava, affondando nella sabbia, col fiato corto.

Che brutto sentirsi soli, non capiti. Era dura non avere accanto qualcuno che ti dicesse sei fatta proprio così!

Giulia ci era quasi abituata a farne a meno, ma da quando la nonna aveva perso la memoria completamente, era come se si fosse svuotata anche la casa. La mamma sospirava, le diceva di pensare anche a se stessa. Le amiche, una a una, si sposavano tutte, ormai la prendevano pure in giro lanciandole direttamente i loro bouquet.

Tanto lascio a te! Giuli, trovare marito è arrivata lora! Tieni!

Giulia accettava il mazzo, per non fare la maleducata, ma quello giusto, quello che dovrebbe spuntare una volta preso il bouquet, non si faceva vedere. O si era perso, o non era previsto dalla natura, per lei. Può anche essere che cè gente nata per restare sola, senza metà. Interi e basta.

Alla fine ci aveva quasi fatto pace. Non era tipo da dichiararsi per prima nemmeno avendo qualcuno cui farlo.

Intanto, andava avanti tra ospedale, rifugio per animali dove aiutava ogni tanto la sua amica che lo aveva messo su, e casa dove la nonna la riconosceva sempre meno. La madre la faceva uscire di casa ogni tanto, ma ormai era inutile. Giulia stava proprio diventando una zitella e ogni volta che la mamma si metteva a parlare di figli, le rispondeva ironica:

Se vuoi dei nipotini dillo chiaramente! Ne faccio un paio. Tanto oggi con la scienza si può.

Giulia, ma che dici? Ma sei seria?

Che vuoi che ti dica, mamma? I principi sono pochi e sono tutti prenotati, purtroppo! Non cè da girarci intorno. Che vuoi ancora da me?

Solo che tu sia felice…

Allora smettila di insistere con la storia della vita sentimentale da sistemare. La mia, di vita, rifiuta di farsi sistemare. Sta bene così! Lascia perdere…

E la mamma si zittiva, sospirando ogni tanto e pensando a chi ancora presentarle. I figli delle amiche erano tutti accasati, non restava che attendere una botta di fortuna.

E, a sorpresa, la fortuna arrivò. Ma in modo del tutto imprevisto.

Giulia si aspettava il principe azzurro che sarebbe rimasto sullo sfondo ad aspettare paziente che lei facesse la prima mossa, invece andò tutto diversamente.

Tutto partì proprio dalla vecchina aspra come cento limoni, Maria Alessandra, che veniva spesso nel reparto dove lavorava Giulia. Più o meno due volte lanno. E ogni volta, il panico prendeva tutti.

Unaltra volta! Sta già scrivendo le lamentele! Giulia, la tua preferita è tornata. Vai tu!

Maria Alessandra però si illuminava appena vedeva Giulia.

Tesoro mio! Che bello rivederti! Finalmente una faccia umana tra tanti vampiri!

Ma dai, non esageri? Qui siamo tutti gentili!

Sei giovane, non capisci ancora! Io la vita lho vista Fidati!

Va bene, non discuto! Venga, la accompagno in stanza. Ha già fatto un po di scompiglio in corridoio!

Lascia che si spaventino! Gli fa bene!

Ma quanto è testarda, signora Maria Alessandra!

Eh si vede! Ma se tu vedessi la mia gatta la vera rogna è lei, mica io!

Giulia sorrideva, e poco dopo già si dimenticava delle cattiverie dette. Sbagliando, però, perché con quella gatta doveva, volente o nolente, vedersela.

Successe quando Maria Alessandra arrivò in ospedale particolarmente silenziosa. Non litigava, non strepitava, non giudicava nemmeno. Seguì Giulia in stanza, si sdraiò e si voltò verso il muro.

Vai, Giulia Torna più tardi…

Giulia ci rimase male, ma sapeva che cera sotto qualcosa. Dopo poche ore aveva già capito: il reparto sapeva del peggioramento, e che Maria Alessandra era venuta in ospedale di sua spontanea volontà.

Ha litigato coi figli, ora se la prende e chi ci rimette? Lei! Ma non lo sai tu, Giulia, che i figli si amano e non si può mica essere sempre freddi con loro!?

Queste sono cose banali, Giulia lo sapeva. Ma chi può giudicare senza conoscere tutto? Meglio passare oltre…

Finito il turno, Giulia tornò in stanza.

Come sta? Le serve qualcosa?

Il lungo, pensieroso sguardo fu la risposta. Giulia stava per andare via, ma Maria Alessandra la fermò:

Giulia, ti devo chiedere un favore Solo non so come, non sono abituata a domandare. Più che altro ordino! Mia mamma era così, me lha insegnato lei. Se vuoi qualcosa datti da fare, gli altri non lo fanno. Ma che fare se arrivi a un punto che hai solo più bisogno degli altri, e non ce la fai?

Quale favore? Mi dica, non si preoccupi.

Vedi, Giulia Ho una schiera di parenti, ma non mi fido di nessuno. È andata così. Tutta la vita di sacrifici, poco da ricordare, tante fatiche, qualche gioia, problemi e basta. Ho cresciuto i figli, aiutato coi nipoti, e ora che ne è rimasto? Manco la gatta la vogliono! Giulia, ti prego, prenditi la mia Marisa…

Chi?

La gatta! Un po scontrosa, ma intelligente come poche. Capisce tutto. Mentre mi preparavo per lospedale mi si è attaccata ai piedi, non voleva lasciarmi uscire. Capiisce tutto…

Giulia rimase spiazzata.

Le erano sempre piaciuti gli animali, ma in casa sua non si potevano tenere: la nonna era delicata, i soldi pochi, altro che cuccioli. Troppi sacrifici, già così.

Ma non ebbe il coraggio di dire di no. Negli occhi della signora Maria Alessandra cera tutta la supplica del mondo e Giulia pensò che forse quella gatta era la cosa più preziosa che le fosse rimasta. Non è da giudicare, pensava, meglio almeno portarle un po di luce, se si può.

A fine turno disse alla mamma cosera successo e andò a prendere la gatta.

La tengo io, signora. Ma solo finché lei si riprende! Poi torna dalla sua Marisa, promesso.

Certo, Giulia, certo

Maria Alessandra annuiva commossa, come una nonnina qualunque, senza più la solita corazza.

Quando Giulia arrivò davanti a casa sua, ebbe un attimo di esitazione: aveva le chiavi, ma non si sentiva a suo agio entrare da sola. Così bussò al primo vicino.

Scusi mi ha chiesto la signora Maria Alessandra di prendere la sua gatta. Mi potrebbe fare compagnia mentre la cerco?

Da sola non entri, eh? E fai bene! Lei, poverina, è terribile, lo dicono tutti!

Ma no, è una persona squisita, solo un po burbera!

Vero. Va pure, ti aspettiamo. Vero che aspettiamo, Leo?

Leo, un bimbo piccolo in braccio alla vicina, fece un rumorino e Giulia entrò, avventura Marisa iniziò.

Durò poco: appena aperta la porta, una saetta nera sgattaiolò fuori, balzò sulle scale e via! Neanche il tempo di dire miao.

Chiudi la porta! gridò la vicina. Non la prendi più. Ti graffia pure, se la becchi! Buona fortuna!

Grazie!

Giulia scese di corsa, pregando che almeno il portone fosse chiuso.

Macché! Era spalancato e dal furgone davanti palazzo, degli scaricatori avevano scatole e mobili in mano.

Avete mica visto una gatta?

Per miracolo, uno dei traslocatori accennò verso gli alberi: È salita su quello.

Gli altri risero mentre la guardavano correre sotto la pioggia, attorno allalbero su cui Marisa grondava rabbia felina.

All’inizio Giulia non la vedeva, ma la sentiva ringhiare e miagolare.

Marisa, micia micia…

Urla di gatto furioso. Giulia sospirò: doveva arrampicarsi.

È da quandera piccola che aveva paura dellaltezza, e la pioggia ora si faceva insistente. Sognava solo di tornare a casa, mettersi sotto il plaid con una tazza di tè, sentir la mamma sgridarla. Pure quello bastava, pur di non stare lì in bilico.

Ma una promessa è una promessa.

Si sistemò lo zaino, afferrò la prima branca, poi unaltra, e quando fu abbastanza in alto, sentì una zampata di Marisa sul viso.

Marisa! Sei matta tu? Se mi fai cadere…

La gatta la fissava negli occhi, nervosa. Giulia cercò di accarezzarla, e, improvvisamente, riuscì a prenderla per la collottola.

Brava, lascialo quel ramo!

Giulia si convinse che in fondo le gatte capiscono tutto, e Marisa, docile, si lasciò infilare sotto la giacca, dove trovava calduccio.

Ma la vera impresa fu la discesa. Guardò giù, sentì girare la testa.

Mamma mia, quanto è alto…

Cercò di calmarsi, la pioggia batteva forte. Cominciò a imprecare in silenzio.

Intanto, il telefono suonava senza sosta, la mamma inquieta.

Non aveva il coraggio di gridare e chiedere aiuto.

Ehi! Ma ti trovi bene lì sopra?

Una voce maschile, allegra, la spaventò a tal punto che quasi cadeva.

Non ti muovere! Aspetta, ti aiuto io! Due minuti!

Da dietro la risata si sentiva una specie di affetto, e Giulia ci si trovò bene.

Il ragazzo tornò subito dopo, portava una scala. Vieni, ti tengo io la scala, scendi tranquilla!

Ma io Ho paura…

Ci penso io! Sei in buone mani!

A mano a mano che scendeva, sentitasi più sicura sostenuta dai suoi gesti e parole.

Marisa saltò fuori, ma Giulia riuscì a infilarla nuovamente sotto la giacca. Si voltò solo per ringraziare, con le parole tutte impacciate.

Scusami se sono stata brusca. Grazie davvero! Altrimenti ci restavo lì su tutta la notte…

Perché scusa? Paura del vuoto?

Sì Ma per la gatta mi sono fatta coraggio. Adesso però devo andare, sennò mamma si preoccupa…

Basta darmi del Lei! Dopo che ho visto il tuo sedere bagnato dallalbero, chiamami pure Marco, dai! Ti accompagno fino a casa, hai ancora da fare molta strada?

Non tanta…

Allimprovviso Giulia non aveva più freddo. Un calore nuovo e improvviso la sollevava da terra, la faceva sorridere a ogni parola di Marco.

E Marisa, intanto, si rannicchiava silenziosa sotto la giacca, scaldata da quella novità così bella e misteriosa.

Marco, alla fine, la accompagnò fino a casa. E il giorno dopo la aspettava davanti allospedale. Andarono insieme al supermercato per comprare la pappa a Marisa che, come si scoprì, aveva gusti difficili e non mangiava qualunque cosa.

Giulia si occupò di Marisa per una settimana appena. Poi venne la figlia della signora Maria Alessandra, che la cercò col cuore in mano.

Sa, mamma sente così la sua mancanza Lasciamole stare insieme.

La riporta a casa con sé?

Certo! È la mia mamma, mica posso lasciarla sola Lei fa tanto la dura. Ma alla fine non ne può fare a meno. Grazie di tutto, Giulia!

E Giulia, saluto alla figlia col micio in braccio, rimase lì a pensare che delle famiglie e delle anime non si capirà mai niente. Non ha senso inventarsi storie su ciò che non ci è dato sapere. Perché magari, dietro quella durezza, cè solo voglia di un po daffetto. Se uno ha bisogno persino della gatta della mamma, vuol dire che le cose sono sempre più complicate di come sembrano.

E poi in fondo, invece di immischiarsi nella vita degli altri, meglio provare a costruire la propria.

Soprattutto se finalmente arriva qualcuno con cui farlo davvero. E allora non importa chi dice ti amo per primo, limportante è altro.

Limportante è che, quando serve, quella persona resta, ti trova una scala e il tempo giusto. Non ti dirà mai che sei diversa. Perché per lui, al mondo, nessuno sarà meglio di te.

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Non la solita Giulia
– Pronto… Vasà– Non è Vasà. Sono Elena… – Elena? E lei chi è?…– Signora, ma chi è lei? Io sono la fidanzata di Vasile. Cercava qualcosa?… Mio marito non c’è, è rimasto al lavoro… Mi girava la testa, ho notato delle gocce rosse sul pavimento. Il ventre mi tirava così forte che mi contorcevo… Sentivo che il bambino stava per nascere. Mio marito Vasile da cinque anni fa la pendolare per lavoro. Prima in Germania come camionista, poi in Polonia per lavori edili. È partito solo per i soldi: abbiamo due figli maschi, volevamo garantirgli il futuro migliore. Sapevamo benissimo che in Italia non avremmo avuto nulla. Sapete, là Vasile ha avuto fortuna. Una volta al mese ci mandava pacchi con generi alimentari: conserve, pasta, olio, qualche dolce. Mi girava pure soldi in banca per metterli da parte. Siamo riusciti a mettere da parte una bella somma, abbastanza per comprare casa al figlio maggiore. Sembrava che tutto andasse bene. Ma alcuni mesi fa ho sentito che qualcosa nel mio corpo non andava. Primo pensiero: menopausa. Ma no. Engrassata di colpo, sonno continuo, fame costante e sbalzi d’umore. Secondo Internet ero incinta. Ma possibile a 45 anni? Non ci credevo, ho fatto il test: due linee rosse ben visibili. Non volevo dire nulla né ai figli né alle nuore. Perché? Per farmi prendere in giro dai miei figli? Per sentirli dire che la mamma è impazzita in vecchiaia? Ho deciso di nascondere la gravidanza. Era inverno, indossavo solo vestiti caldi e larghi. Nessuno notava la pancia sotto il piumino. Non volevo però tenere questo bambino. Qualcuno dirà che non ho Dio nel cuore. Ma ho 45 anni, non sono più giovane. Ho figli e nipoti cui voglio dedicare tempo, non girare per casa con i pannolini. E non abbiamo i soldi per il terzo figlio. Vasile dovrebbe tornare all’estero ancora, e io senza di lui non ce la faccio. Mi dissero che ormai era tardi e rischioso fare operazioni. Non si sa se sarebbe andato tutto bene. Allora mi sono convinta che sarebbe andato tutto bene. Magari Vasile sarebbe stato felice di avere una figlia. Decisi di chiamarlo su Skype per dirglielo, ma attivai solo il microfono. – Pronto, Vasà… – Non è Vasà. Sono Elena. – Elena? Lei chi è? – Signora, lei chi è? Io sono la fidanzata di Vasile. Cercava qualcosa? Lui non c’è, è al lavoro. Riattaccai subito e scoppiai a piangere. Ecco come capita che un uomo ti possa tradire ovunque e con chiunque. Avrei voluto subito chiedere il divorzio, buttare fuori tutte le sue cose, non vederlo mai più. Ma avevo ancora la speranza che, sapendo del bambino, Vasile sarebbe tornato. Sapevo che a febbraio doveva rientrare per il compleanno dei figli, avevano dato la vacanza. Ho anche sognato che passeggiavamo tutti e tre al parco: Vasile teneva per mano la nostra bambina, io l’altra. Il 14 febbraio, San Valentino, Vasà è tornato. Ho preparato una cena romantica, accesso le candele, messo la musica. Volevo creare un’atmosfera tranquilla. – Vasà, ho una sorpresa per te. Sono incinta. Dicono che sarà una bambina. – Sei proprio una traditrice! – urlò mio marito. Rosso di rabbia, ha rovesciato i piatti a terra, batteva i pugni sul tavolo: – Mentre io sgobbo come un mulo, tu vai con altri uomini? E ora vuoi rifilarmi pure questo bastardo? – Vasà, ti spiego… – Vai via, non voglio vederti! – mi spinse così che sbattei la pancia contro il bordo del tavolo e caddi. Vasile se ne andò urlando, prese la borsa e sbatté la porta. Mi girava la testa, vedevo gocce rosse sul pavimento, il ventre mi tirava da morire. Riuscii a prendere il telefono e chiamare l’ambulanza, ma sentivo che la bambina stava per nascere. Quando i medici arrivarono, tenevo già in braccio la nostra piccola. La bambina tranquilla, non piangeva, dormiva stretta. – Allora, mamma, venite con noi? – No. Portate via la bambina, non la voglio. – Come sarebbe? – Così. Portatela via, dico! Questa bambina mi ha rovinato la famiglia! Qualcuno la amerà, ma io no. Basta, portatela, non voglio vederla! Senza alcun rimorso, ho affidato la bambina ai medici. Mi hanno visitato a casa, nessuna complicazione, parto tranquillo. Quando l’ambulanza se ne andò, ho pulito tutto, sono andata a farmi la doccia e sono andata a dormire. Nessuno dei miei figli sa che ho dato via la bambina. Ogni giorno vado in chiesa a pregare che cresca sana, che trovi la sua famiglia. So benissimo che non ce la farei. Non voglio più rivivere la fatica della maternità. Ho solo un desiderio: che Vasile ritorni. Ma lui è ripartito di nuovo per la Germania e parla solo con i figli. Pensate pure che sono una donna fuori di testa. Ma io scelgo mio marito, non la bambina. E Dio mi giudicherà.