Lascialo a me, e lascia anche la bambina. È una fresca mattina di primavera quando, davanti a una vecchia casa lignea a due piani nei dintorni di Bologna, con il portico ormai smontato per farne legna da ardere molto tempo fa, una donna attende. I capelli scuri, acconciati in una treccia che corre a corona sotto il leggero fazzoletto, hanno unaria daltri tempi. Indossa una giacca imbottita stringendosi la vita con una cintura militare sdrucita, sulle spalle uno zaino. I suoi occhi timorosi cercano le finestre del secondo piano.
Allimprovviso sospira profondamente; nelle iridi si accende una fiammata febbrile. Si fa forza, valica la soglia e, con gambe molli come cenci, sale la scalinata, poi gira a sinistra lungo il corridoio.
Questa stanza è stata assegnata a suo marito prima della guerra. Qui è nata la loro bambina, Agnese.
Nel corridoio, di fronte, appare una vecchietta dagli occhi profondi. Porta sopra una camicia da notte un cappottino corto; gambe nude e magre emergono dal bordo della veste fino ai calzari di gomma consunti.
Chi è? Madonna Santa, non sarà tornata Lucia?
Guardando meglio, la donna riconosce la vicina.
Sono io, zia Gina. Sono tornata…
Vedi! Lavevo detto a Pietro: stai attento, torna tua moglie! scuote la testa Viva, quindi… Meno male…
Lucia fa qualche passo verso la vecchietta.
Come va? Sta bene?
Che vita vuoi che sia! Basta non essere morta, mi accontento. Abbiamo fatto la fame, Lucia, proprio la fame! Pietro invece se la passa un po meglio… ma anche lui ha sofferto. Un brutto incidente…
Quale incidente?
Non lo sapevi? In fabbrica si è preso la mano nellingranaggio; adesso non ha più le dita della destra, ma almeno la mano è salva… La nuova compagna di lui, Daniela, si è presa cura; lei lavora in mensa, almeno non muoiono di fame…, la vecchia si interrompe, agitata: a chi lo sto raccontando… Su, vai a bussare, saranno in casa a dormire.
E la vecchietta trascina i piedi giù per le scale, borbottando.
Ancora una fitta di paura assale Lucia, ma cerca di cacciarla.
È tornata a casa, dopotutto. Che il marito abbia unaltra, lo ha saputo ancora in colonia. Allinizio non ci voleva credere, e ancora ora non ci crede del tutto. Ha sempre pensato fosse un errore. Ma con lui è rimasta la figlia che non vede da più di quattro anni. E la casa, di diritto, è sua, mica della nuova arrivata, Daniela.
Lucia inspira a fondo e bussa con decisione. I secondi si allungano, pesanti. Nessuno risponde. La stanza sembra sorda sia ai colpi sulla porta che al fragore del suo cuore.
Bussa ancora. Finalmente, dallaltra parte, riconosce una voce familiare: la voce è roca e assonnata, ma Lucia capisce subito che è Pietro.
Chi diavolo disturba? Fate dormire la gente, maledizione!
Lucia ha la gola secca, il respiro si fa affannoso. Stringe le labbra scure e dure, senza riuscire a dire una parola. Resta impietrita.
In casa, silenzio.
Dal pianerottolo, le calzature zampettanti di zia Gina si fanno di nuovo sentire.
Non ti aprono?
Lucia fa spallucce, si appoggia al muro. La vecchia bussa di nuovo, avvicina il volto grinzoso alla fessura della porta e, a voce alta, esclama:
Pietro, apri! È tornata tua moglie.
Scricchiola il letto, tossisce qualcuno.
Ora ti sistemo, vecchia! si sentono dei passi, il chiavistello che si muove, la porta che si apre con un cigolio. Pietro si staglia sulla soglia, indossa solo canottiera e mutande.
Nota Lucia solo dopo un attimo.
Sei impazzita, lascia dormire! È anche festa oggi, poi i suoi occhi la riconoscono, seduta tra muro e ombra. Lucia! sospira Lucia!
Tentennando, apre la porta del tutto. Zia Gina si fa il segno della croce e torna verso casa.
Sei tornata davvero…, sembra che Pietro parli più a sé che a lei.
Si fa da parte, lasciando passare Lucia. Lei sfiora il suo corpo, ne percepisce il profumo familiare. Quanto tempo è passato
Sono più di quattro anni che non si vedono.
Lucia osserva la stanza. I mobili sono gli stessi: un armadio chiaro di legno, un tavolo fatto a mano con una tovaglia candida, sedie con coprisedia alluncinetto, una vecchia macchina da cucire, il letto della bambina, ricavato da una valigia con sopra un cuscino triangolare.
Tutto pulito, ordinato.
Solo un letto di metallo dietro la tenda stesa su una corda; lì qualcuno si muove, la rete scricchiola.
Agnese? O?
Con cura, Lucia si sfila gli scarponi di cuoio, le gambe le dolgono. Nel campo sognava sempre che, una volta a casa, non li avrebbe mai più indossati.
Vorrebbe strappare la tenda e vedere sua figlia, abbracciarla… Ma la disciplina imposta là dentro le ha insegnato prudenza; e poi in quellangoletto non si sente presenza di bambini. Il lettino cè, ma è in ordine.
Sposta una sedia, si siede e slaccia la cintura per togliersi il cappotto.
Pietro si infila dietro la tenda, si sente un mormorio, poi riappare con pantaloni e camicia, sorride a Lucia con aria colpevole, prende qualcosa dallarmadio e torna dietro la tenda.
Poi siede di fronte a lei.
Sei tornata… ripete distratto.
Sì, sono tornata. Unamnistia. Hanno lasciato andare chi aveva figli. Dovè Agnese?
Sta… bene. È festa e labbiamo mandata dalla nonna, a bere un po di latte fresco di capra. Ora va anche a scuola. La maestra ne parla bene… Pietro si arresta, indicando la tenda.
Da quale nonna? chiede Lucia.
Dalla zia Sandra, la madre di… abbassa la testa, si passa la mano nei capelli ormai grigi, poi conclude, indicando la tenda, …la madre di Daniela, sì, quella.
Nei suoi occhi non cè colpa, solo una triste constatazione e preoccupazione.
La tenda si sposta e nella stanza compare una donna curata che rifà il letto con sicurezza. Ha lineamenti gentili, sopracciglia depilate, capelli lucidi raccolti in uno chignon rapido, corpo robusto. Daniela veste una maglia blu e una gonna vistosa; parandosi la testa con un fazzoletto, prende la tovaglia dal tavolo.
Godetevi il pranzo, io vado al lavoro. Vi porto Agnese a pranzo.
Raduna qualche altra cosa nella borsa di tela e se ne va, senza salutare.
Lucia la osserva mentre esce. Daniela è florida, giovane, piena di vita.
Lucia pensa a se stessa: quegli anni lhanno cambiata; anche Pietro la vedrà diversa. È alta, un tempo ne era fiera, ma ora si vede ossuta, le scapole sporgenti, il petto appena accennato, le ginocchia e i gomiti rinsecchiti dalla pelle indurita. Il viso è ancora bello, ma le occhiaie nere non se ne vanno più neppure dopo il sonno.
Pietro prepara la tavola: prende un sacchetto dalla finestra, barattoli da sotto il tavolo. Con la sinistra affetta carne secca, cetrioli sotto sale, pane, tutto lavorando con un solo braccio pienamente funzionante.
Lucia deglutisce. Il viaggio è durato più di due giorni e ha mangiato poco, e carne così non la mangiava da anni.
Hai fame, eh? Mangia, su! la invita Pietro.
Lucia si avvicina al lavandino, si sciacqua le mani e si mette a tavola.
Pietro la guarda con un misto di pena e dolcezza.
Ultimamente non scrivevi più. Pensavo che… magari ti fossi rifatta una vita.
Si passa la fronte con la mano menomata. Lucia solo ora nota meglio la ferita.
Scrivevo, ma non sapevo che zia Maria era morta. Che vita vuoi che ci sia laggiù? Volevo solo tornare. Speravo nella famiglia…
E io, che stronzo, eh?
Lucia tace, sorseggiando il tè.
Pietro guarda fuori.
Qui abbiamo sofferto la fame, Lucia. Agnese era piccola, io lavoravo. Allinizio la portavo con me in fabbrica, non potevo lasciarla sola a casa, i vicini anche loro non avevano da mangiare… La vedevo spengersi, sempre malata. In mensa, almeno, un boccone lo prendeva. Poi Daniela ha iniziato a portarla un po con sé, a darle da mangiare in segreto. Abbiamo patito la paura. Tu perché sei stata arrestata? Per nulla… Anche Daniela aveva paura. Ma Agnese ha ripreso colore, ha iniziato a giocare, e poi… alza la mano mutilata …parecchio dopo, si è presa cura anche di me. Così ci siamo messi insieme.
E comè Agnese, ora?
Forza della natura! Comanda i maschi nel cortile. Va bene a scuola, tutti ne parlano bene.
Ci portavano via le lettere una volta al mese. Scrivevo a Maria, che veniva da te a portarle e leggerle. Poi, solo dopo, ho saputo che zia Maria era morta e le mie lettere nessuno le portava e leggeva.
È morta da due anni ormai. E io pensavo che fossi sparita… o che avessi una vita tua laggiù, si giustifica Pietro.
Sì, aspettavi che mi dissolvessi. E invece eccomi, come un fulmine a ciel sereno, Lucia sorride amaramente.
Pietro si alza di scatto.
Dai, non dire così, Lucia! Se solo avessi saputo… si fa vicino, la solleva per un gomito e labbraccia stretta, compensa la sua magrezza col calore delle braccia per farle sentire la sua presenza.
Restano così a lungo, lui le accarezza la nota treccia che ne incornicia il volto, la sfiora con la mano sana.
Lei lo guarda con occhi traboccanti di lacrime.
Portami Agnese, Pietro. Ti prego, portami Agnese…
Cosa facciamo, Lucia?
Porta Agnese.
Pietro si prepara in fretta.
Va bene, la porto. Tu dovresti riposare, sei stanca dal viaggio.
Mi sdraio…
Pietro infila i pantaloni negli stivali con una mano sola, sinfila la giacca imbottita, si ferma un istante per controllare che tutto sia reale, scambia uno sguardo con Lucia e si avvia.
Lei si avvicina alla finestra e osserva la figura ricurva del marito che si allontana nel cortile. Si vede che anche lui non è felice.
Si siede sul letto di sua figlia, tira via il cuscino e si stende, cerca di ritrovare il profumo di Agnese, convincersi che davvero lo ricorda.
Quando la condannarono a dieci anni, Agnese non aveva ancora quattro anni. Ora ne ha quasi otto. Lavevano beccata con della farina di grano sotto al letto, frutto di un baratto e di fame. Dieci anni. In città ne arrestarono ottanta insieme, processati in ununica udienza.
Dal vagone guardava Agnese agitare la manina, la cercava con gli occhi senza vederla davvero, appoggiata a suo padre.
Pietro non sapeva scrivere, leggeva a fatica. Le lettere le scriveva Lucia a Serafina, la parente. Solo così sapeva come stavano. Poi, morta anche lei, nessuno più le recapitava.
Lucia si alza, si sfila il maglione caldo, apre larmadio. Tutto è estraneo, eppure è la sua casa. Quella dove sognava di tornare, dove immaginava la fine della fatica e della fatica del campo. Dove pensava avrebbe ritrovato la gioia, a ventinove anni.
È a casa, ma non è casa sua. Cè unaltra padrona.
Daniela la sorprende così, davanti allarmadio spalancato. Si toglie il fazzoletto con un gesto secco.
Controlli? chiede sarcastica.
Lucia mostra il maglione.
Volevo solo appoggiarlo.
Daniela sistema la biancheria, energica.
Metti pure…
Non è necessario davvero, Lucia ripiega il maglione e lo infila sopra la mensola vicino alla porta.
Daniela si siede in cappotto su una sedia. Lucia rimane sulla soglia.
Qui tengo tutto in ordine. Pietro e Agnese stanno bene con me, sai?
Si vede che è tutto pulito.
Anche in mensa non cè una briciola fuori posto, tutti i capi lo notano.
Bene…
A un tratto Daniela balza in piedi, si avvicina minacciosa.
Vai via, ti prego! O meglio, vattene proprio. Pietro con me sta bene, lo vedi? Non sarà mai così bene con unaltra. E Agnese… lei mi chiama mamma. E anche a scuola, lo sanno tutti, non pensano sia figlia daltri. Di te non si ricorda, e non vuole che tu resti Vai via!
Il tono di Daniela è carico di sofferenza. Lucia, confusa, la guarda senza capire. Il viso di Daniela ora sembra malato, fa paura.
Quando finalmente afferra il senso di quelle parole, Lucia risponde calma:
Io non vado da nessuna parte. Sono tornata da mia figlia, da mio marito e nella mia casa. Pietro ora è andato a prendere Agnese.
Daniela lascia cadere le braccia, il fazzoletto scivola a terra.
Lo so. È corso in mensa a dirlo. Lo dirà anche alla madre Sai quanto è affezionata alla bambina? Ne morirà di dolore. Andrò a trovarla stasera, temo che si senta male…
Non è una disgrazia che una madre viva torni a casa, fa Lucia un passo avanti.
Non te ne vai quindi?
Non me ne vado Lucia insiste, sedendosi sul lettino, E lui deciderà con chi stare. È una sua scelta.
Daniela si gira di scatto.
Non decide niente! Tocca a noi donne stabilirlo. Vediamo noi come fare…
Solo lui può decidere. Ma la bambina non la cedo. Agnese è mia, Pietro deciderà per sé.
Daniela allarga le braccia.
Ecco, ora capisco. Tanto lui ama la piccola e tornerà da te. Furba che sei! E in quattro anni non ti sei trovata un altro? Dicono che nei campi cè pieno di uomini invece tu sembri una santa, mai con nessuno! Sei come tutte, sei solo unex galeotta! Daniela sputa le parole come insulti.
Lucia resta calma, abituata ormai agli urli e agli screzi degli anni in campo. Allinizio ne aveva sofferto; poi aveva imparato dalle donne forti a conservare la dignità anche nel dolore.
Finché cè vita, si può sempre vivere da persone degne, diceva la vecchia maestra, Claudia Serena, saggia e repressa. Così ha fatto fino alla fine, e Lucia le è riconoscente.
Finirà che ti pentirai, Daniela! Perché ti accanisci? Lucia si stringe le labbra, quasi addolorata per laltra.
Daniela, spiazzata, si lascia crollare sulla branda e singhiozza.
Non portarmelo via! Non portare via nemmeno lei Hai vissuto senza di loro e puoi farlo ancora, io invece sparirei
Vorrebbe fuggire a gambe levate Lucia, ma resta dovè, il viso tra le mani, fino a che Daniela, infine, si calma, si soffia il naso, sistema il fazzoletto e esce.
Lucia gira nella stanza, pensierosa, si affaccia alla finestra. Non sente gelosia. La lunga lontananza le ha tolto ogni diritto. Capisce Pietro: disperando, ha cercato una nuova vita.
Che fare? Portare via Agnese e andarsene? Forse trasferirsi a Firenze, dove lamica del campo, Tatiana, la invita spesso. Lindirizzo lo ricorda. Potrebbe essere una soluzione.
Quasi istintivamente prepara la sua poca roba vicino alla porta, ma poi crolla di nuovo sul lettino della figlia, sfinita fino a dormire profondamente.
La svegliano passi leggeri: una ragazzina dalle gambe lunghe in un cappottino verde a quadri ed un morbido scialle di lana bianca entra con Pietro. Parlottano, si tolgono le scarpe.
Lucia si tira su.
Ecco, Agnese! È tornata la mamma.
Agnese somiglia molto a comera Lucia da bambina. I capelli folti, raccolti in due chignon, lo sguardo acuto, le labbra serrate.
Lucia le ha lasciato una bimbetta, ora è una signorina. Per quanto mille volte avesse sognato lincontro, non riesce a parlare, neppure ad alzarsi. Allunga solo le braccia.
Agnese guarda il padre:
Dove sta la mamma?
Arriva presto, saluta Lucia, Pietro la spinge delicatamente.
Buongiorno, dice Agnese, con un cenno.
Agnese! Non ti ricordi di me? Lucia si alza. La voce le si spezza.
Sì, un po, la bambina abbassa lo sguardo.
Lucia capisce che è meglio non forzare; Agnese avrebbe paura.
Le prende la mano, la fa sedere accanto, si siede anche lei.
Io ti ricordo piccolissima. Tu cosa ricordi?
Ricordo la giostra, tu lei mi hai portata sulla slitta. Si volta verso Pietro. Mamma arriva presto?
È al lavoro, lo sai Pietro non si volta.
Che cè? Agnese si precipita alla finestra, saluta qualcuno.
Lucia si affaccia: una vecchia col cappotto di pelliccia di montone si ritrae con paura e si allontana zoppicando, guardando indietro verso la finestra.
È la nonna, madre di Daniela, spiega Pietro, Le ho detto di non venire, ma lei è molto legata a Agnese, non le passa.
Agnese resta alla finestra. Lucia capisce quanto per sua figlia tutto ciò sia sconvolgente: aveva una mamma, un papà, una nonna. Ora è arrivata lei, la straniera, scampata e povera.
E capisce allimprovviso cosa deve fare.
Sussurra qualcosa a Pietro e si avvicina a Agnese.
Agnese.
La bambina la fissa poi di nuovo abbassa gli occhi.
Tesoro, io sono venuta solo a trovarti un po. Mi sei mancata tanto, volevo solo vederti. Stai bene con la mamma Daniela?
Agnese annuisce.
Ti vuole bene?
Annuisce ancora.
Nessuno ti fa del male?
Ancora scuote la testa.
Va bene così. Studia tanto, io ogni tanto verrò a trovarti e ti aiuterò come posso. Ho solo te. Sai leggere?
Finalmente Agnese la guarda con occhi pieni di lacrime, ma meno impauriti.
Sì, so leggere.
Bene. Io ti scriverò delle lettere e tu rispondimi, va bene?
Va bene
Lucia la abbraccia forte, stringendola a sé: sua figlia, la piccola che aveva negli occhi per più di quattro anni, grazie a cui è sopravvissuta.
Un nodo in gola le impedisce di parlare. Si stacca di forza, si infila scarponi e giacca, prende il sacco.
Addio, Agnese, saluta con voce irriconoscibile.
Esce nel corridoio, si avvicina a Pietro.
Addio, Pietro. State bene. Cura la nostra bambina!
Lui non riesce nemmeno a parlare, la guarda andare via con una sigaretta tra le labbra.
Lucia scende in fretta, deve sparire da lì prima di crollare, trovare rifugio tra la folla, nella stazione.
Corre giù per le scale, attraversa il cortile, respira laria fresca della mattina e si avvia verso larco. Non deve guardare indietro, passerà il dolore e tutto andrà al suo posto.
Ma ecco, dal vento, come un trillo improvviso:
Mamma! Mamma! Non te ne andare! Mamma!
Si volta: Agnese è a metà fuori dalla finestra, la chiama. Torna dentro di corsa.
Lucia vola indietro, corrono luna incontro allaltra sulle scale, Agnese le getta le braccia attorno al punto vita, le stringe la guancia.
Mamma! Mamma! Ti ricordo, lo giuro, ti ricordo. Ti aspettavo sempre
Agnese, amore mio
Non servono altre parole.
Poi Pietro cammina avanti e indietro, fuma, Lucia resta seduta, vestita, mentre Agnese le siede accanto, tutta stretta a lei.
Allora decidi tu, Pietro. Sta a te
Lui non ha esitazioni.
Cosa cè da decidere? Mia moglie sei tu. Rimani qui, e comincia a spogliarla della giacca pesante.
E Daniela? domanda Lucia.
Ci penso io. Ha casa della madre lei.
E inizia lui stesso a sistemare la casa per lei.
La sera dopo Daniela arriva su un carretto con il vetturino, il viso gonfio di pianto.
Mamma! la accoglie Agnese.
Daniela la accarezza piano, passa allarmadio, raduna le sue cose. Agnese laiuta.
Daniela mentre piega le coperte spiega:
Ricordati di questi calzini, ti saranno sempre larghi, e il vestito blu mettilo a festa; quello bianco sta stretto, per Capodanno dovrai chiedere alla mamma.
Agnese guarda la sua vera madre, Lucia, che versa il tè.
Daniela raccoglie solo le sue cose.
Se cè altro vostro, prendete pure, offre Lucia, indicando le stoviglie.
Daniela scuote la testa.
Sta già per uscire, con i lenzuoli legati a fagotto, quando Lucia la richiama.
Su, Daniela, beviamo un tè, dai.
Mi aspettano, ma comunque si siede.
Allinizio sono tutte silenzio e imbarazzo, poi Daniela parla:
Pietro ama il brodo, gliene facevo di continuo. Non va matto per le minestre. E la mano gli va meglio E per Agnese, non darle troppi dolci, le fanno male ai denti. E le orecchie, raccontale Agnese di quando hai avuto male
Grazie! risponde Lucia.
Lucia la aiuta a portare giù i pacchi. I vicini si affacciano, stupiti che sia la moglie a portar via le cose allamante.
Forse la guerra ha intenerito le anime, o il tempo della fame ha cambiato gli sguardi: nessuno trova niente da dire.
Daniela si ferma, gli occhi bassi.
Perdonami, se ho colpa.
Considerati perdonata. Io ringrazio te e Pietro per tutto quel che avete fatto per Agnese. Non devessere stato facile
Eh, va be, Daniela arrossisce. Lucia, ti giuro: Pietro è tuo. Non lo guarderò più, anche se lo amo ancora. Ma, ti prego, permettimi di vedere Agnese ogni tanto, e anche mia madre Le vogliamo bene. È come fosse nostra Daniela scoppia a piangere.
Te lo prometto, Daniela. Puoi venire quando vuoi. Siete una seconda famiglia.
***
Lestate dopo, nel cortile, Agnese dondola la carrozzina con il piccolo Matteo. Lucia arriva affaticata dallarco, ma vedendo la scena si rilassa. Era andata dal pediatra, temeva che Matteo non mangiasse senza lei.
Ma lui dorme pacifico. Lucia si siede accanto.
Mamma, papà è passato, abbiamo già pranzato. Vai, mangia pure con Matteo.
Mangio con lui, tranquilla.
Allora posso andare da nonna Sandra? Ha il suo orto da zappare un po.
Vai. Ma attenta per strada
Agnese vola via.
Agnese, la richiama la madre, E salutami anche zia Daniela. Dille che la mamma le augura tanta felicità, ora che è sposata come si deve!







