La compassione materna: il cuore di una mamma italiana

Un pigolio del telefono era la sveglia. Speranza si stiracchiò tra le lenzuola.

Ah! Che bella giornata che si annunciava! Aprì gli occhi; il nuovo set di lenzuola nere la faceva sorridere: erano quelle che aveva desiderato a lungo, e finalmente le aveva ricevute in regalo da sua figlia Livia per il compleanno. Grazie, figlia mia!

Fuori dalla finestra pioveva. Ma vabbè, pioggia o sole, era comunque un buon giorno: fino a mezzogiorno, sarebbe stata in ambulatorio col dottor Alessandro Santi, lortopedico sempre positivo che, dopo aver sperimentato giovani infermiere svogliate e poco empatiche coi pazienti, si era preso Speranza come braccio destro e non voleva più lasciarla andare. Più tardi avrebbe fatto le consuete visite a domicilio dai pazienti del quartiere.

Speranza lavorava in una clinica privata di Milano, e collaborava anche come infermiera nella scuola elementare di zona. Arrotondava spesso con qualche lavoretto extra: iniezioni, flebo, procedure mediche a casa del malato. Dopo tanti anni ormai aveva una rete di clienti fedeli: nel suo quartiere la conoscevano bene, la consigliavano a parenti e amici. E quello stipendio extra le aveva permesso non solo di sistemare casa, ma anche di aiutare sua figlia, che viveva poco lontano e non faceva che passare da una maternità allaltra.

Diede unocchiata ai suoi piedi infilati nelle pantofole grigie che amava tanto e si lasciò poi cadere nella sua poltrona preferita. Un caffè, un trucco leggero, le solite ciocche ribelli bloccate da una spruzzata di lacca, i jeans stretti Lidea di mettersi a dieta la cacciò subito dalla testa.

Sotto lombrello, Speranza andava al lavoro col sorriso. Lei era ottimista per natura.

“Ha proprio il sole dentro, Speranza”, le diceva una paziente. “Quando arriva lei, la casa si illumina, il morale sale, e quasi non fa paura essere malati. Si vede che è una donna felice.”

“Felice?” sorrise Speranza, “Sì, lo sono davvero”, annuì.

Perché non acconsentire? Lei aveva sempre sostenuto che sono i pensieri, non le circostanze esterne, a rendere una persona felice o infelice. Chissà se era davvero felice? Aveva vissuto di tutto.

Il figlio da piccolo aveva sofferto complicazioni alla nascita. Combattere era la sua routine, fare tutto il possibile le veniva ormai naturale.

Il marito? A ventanni le aveva riservato delle belle sorprese: aveva lasciato casa per unaltra. Hanno vissuto separati per tre anni. E su chi doveva contare una madre di due figli, originaria di Bari, e da poco trapiantata a Milano dopo luniversità, lontana dalla sua famiglia d’origine? A casa erano rimasti la mamma e un fratello, anche lì non mancavano i problemi: la madre a combattere con il fratello che beveva troppo.

Ma anche in quel periodo complicato, Speranza non aveva ceduto al vittimismo: aveva deciso che sarebbe riuscita a cavarsela. E ce laveva fatta davvero. Il marito per un anno le aveva chiesto perdono lei lo aveva perdonato. Quella macchia scura sul cuore la copriva con pensieri migliori, più luminosi.

Ora aveva superato i cinquanta, ed era vedova da quattro anni. Il figlio viveva e lavorava a Torino, la figlia con famiglia poco distante, giusto dietro qualche palazzo popolare in via Padova. Di problemi ce nerano parecchi in famiglia, ma erano quei problemi che si chiamano semplicemente vita. Decidere se la propria vita sia felice o no, dipende tutto dal punto di vista.

“Buongiorno, Dottor Santi!”

Il dottore era già arrivato, tutto pronto per le visite.

“Oggi il tempo è buono solo per le lumache e le ortensie, cara Speranza,” scherzava lui, “ma per noi prevedo ressa di pazienti. Anche se nessuno ha mai provato la correlazione tra pioggia e dolori reumatici, la gente ormai ci crede. Preparatevi”

Speranza amava il suo lavoro e non pensava minimamente alla pensione. Ogni tanto si vedeva con lamica Ludovica: serate a casa tra pochi intimi o, quando avanzava energia, in qualche locale tranquillo. Ludovica faceva la maestra, era anche lei molto presa coi nipoti; gli incontri erano sempre preziosi, ma rari.

***

Un giorno la vita di Speranza cambiò: fu il momento di portare da Bari la madre anziana. Il fratello era morto qualche anno prima, la mamma aveva bisogno di aiuto, glielo aveva promesso davanti alla tomba del padre.

“Mamma, qui ti riposi. Da me basta pensieri grossi.”

La madre viaggiava sullEspresso Notte direzione Milano, seduta in basso, il capo che scuoteva. Si disperava per i nipoti lasciati giù, per i figli del suo altro figlio ormai defunto, si disperava per il suo paese, le sue amiche. Era fatta così: aveva sempre bisogno di qualcuno da proteggere, qualcuno da compatire.

Prendersi cura di sé? Una sciocchezza, la mamma apparteneva a una generazione che non aveva mai imparato a pensare a se stessa: per loro cera sempre e soltanto qualcun altro.

Speranza aveva dovuto letteralmente strappare la mamma dalla sua casa: chiedere permessi al lavoro, anzi a due lavori. Per tanto tempo la mamma aveva combattuto invano per salvare il fratello di Speranza dalla bottiglia, lo aveva rincorso tra ospedali e disgrazie. Ma le forze erano venute meno: il fratello, una notte dautunno, era morto di freddo tornando ubriaco da una pesca.

Salvando lui, la mamma aveva perso la salute, e dal senso di colpa per la morte del figlio si era fatta carico dei due nipoti, figli del fratello.

“Sai come stanno a tavola quei due quando vengono a casa mia?” le raccontava al telefono: “Che devo fare? Mi alzo allalba a fare il ragù, impasto pane, pulisco, poi vado a prendere i pomodori. Che male cè? A me pesa? No, sono contenta…”

Speranza, distante, provava a farle capire che tutta quellassistenza era troppo per lei, ma i problemi dei nipoti non finivano mai.

“Vittorio studia, a casa non hanno soldi, se non aiuto io chi può aiutarli? Gli ho comprato le scarpe nuove, costavano tanto ma è contento.”

Sbirciando i profili social dei parenti, Speranza vedeva i nipoti e la loro madre vivere bene, andare in vacanza, vestiti allultima moda, mentre la mamma continuava a portare a casa sacchi della spesa, lasciandosi senza pensione pur di aiutarli.

In fondo, Speranza capì che la mamma lì non sarebbe mai riuscita a vivere diversamente. Lunica era portarla a Milano, anche se non fu una cosa facile.

“Devi portarla via, ormai!” scuoteva la testa Ludovica, ascoltando le lamentele di Speranza.

“Non è una valigia, Ludovica! Non viene. Non si stacca mai”

Solo quando cominciò a star davvero male, la madre si convinse.

Si abituarono poco a poco, ciascuna alla vita con laltra. La mamma a Milano, Speranza a dividere casa e decisioni. Perse la sua indipendenza: a quasi sessantanni, dover chiedere il permesso per unuscita con Ludovica la faceva sorridere e irritare insieme.

Dove devi andare? È buio! Resta a casa!

Vado, mamma.

La madre si offendeva, faceva il muso, si chiudeva in camera.

Col tempo, però, impararono a capirsi. La mamma chiamava spesso a Bari, parlava con i nipoti, con la nuora, con le amiche, chiedeva regolarmente a Speranza di spedire soldi giù. E Speranza, docile, spediva quanto richiesto.

Poi la madre si accorse che i nipoti senza di lei non erano morti di fame, che la vita continuava anche senza la sua supervisione. E finalmente si aprì alla nuova quotidianità accanto alla figlia. Imparò a distinguere le sfumature della voce di Speranza, a cogliere al volo i suoi stati danimo persino dal rumore dei passi.

E si accorse che pure Speranza, di problemi, ne aveva. Quella fu la nuova “missione” della mamma.

Speranza era stanca. Le sere, dopo scuola, era sfinita: mai silenzio, sempre qualche emergenza, figli e nipotini da gestire, visite, case senza ascensore, persone diverse, diverse esigenze, sempre con il desiderio di aiutare tutti.

Aveva imparato a concedersi una mezzora di vero relax appena rientrata a casa, distesa, guardando il soffitto, per riprendersi. Poi, di nuovo, cena, tv, lavori serali. Ma quello spazio fra sé e il mondo le era sempre piaciuto.

Ma appena si tolti le scarpe, la mamma partiva a macchinetta: “Ho pelato le patate, ma lacqua la mestoli tu, eh? Poi guarda i miei farmaci Ho chiamato Vittorio, ha una nuova ragazza”

Speranza dovette chiedere quei trenta minuti per restare in pace.

Ma ora, mentre si concedeva quella pausa, sentiva in lontananza la voce lamentosa della mamma, una nenia di preoccupazione e pena:

È proprio stanca! Sempre stanca… lavora troppo. Ah, se potessi darle almeno un milione di euro, smetterebbe di correre. Se andasse in pensione, potremmo vivere modestamente, con la mia pensione, che bisogno cè di ammazzarsi di lavoro? Ma non le basta mai! Sempre a rincorrere qualcosa…

Speranza, così, sdraiata, si sentiva triste e pervasa da una sconforto nuovo. Non era giovane, no: le gambe dolevano, lo stipendio non sempre compensava. Aiutava tutti in silenzio e alcuni pazienti nemmeno ringraziavano. Allora pensava ai Lebedev, una famiglia russa del quartiere: era andata a curare il nonno quasi una dozzina di volte, gratis le ultime, e loro manco un grazie, anzi sempre sospettosi. Le saliva una rabbia umida, una tristezza spessa.

La pietà materna è forte, sfibrante.

Sempre più spesso, la mamma la invitava:

Riposati, figlia! Hai corso tutta la settimana. Stai a letto, io mi arrangio.

E Speranza, allora, tornava a letto con il caffè. Era vero, aveva corso senza tregua. Telefonava alla figlia: “Oggi non passo, mi fermo a riposare.”

Se provava a lavare i vetri nel weekend, subito la mamma:

Ma lascia stare quei vetri, puoi farli unaltra volta. Che fretta cè?

E infatti, i vetri aspettavano.

Mamma, prendo Arturo e Lisa per il weekend: Livia e Yuri sono invitati a un matrimonio.

E non ti riposi mai Eh, che vita la tua sospirava la madre, Ormai io non servo a nulla, tu invece sei così stanca. Quanta fatica!

Le energie della madre, la sua compassione, la invadevano. E così anche Speranza iniziava a vedere la sua vita come una fatica senza gioia, quando invece un tempo la vedeva luminosa.

Preparava la cena scocciata, di malavoglia; che senso aveva correre ancora se tutto il mondo voleva solo compatirla e lei stessa ormai si percepiva vittima del destino?

Mamma, che hai? chiedeva Livia.

Niente, solo un po stanca. Letà, figlia

Il dottor Santi la fissava torvo, quando la vide sbracciare con una paziente lenta a capire.

Problemi in famiglia, Speranza?

Tutto bene. Solo le ho spiegato già cinque volte la cura!

Arrivata a casa, la madre ricominciava la solfa: “Riposa, lascia stare, smettila di lavorare tanto.”

E Speranza ci cascava: non fatica, lasciava andare la casa, qualche polvere qua e là, pazienza. Gli intimi capivano, i conoscenti non visitavano. Scrisse la domanda di dimissioni dalla scuola. In clinica rimase, molla almeno uno dei lavori.

Un giorno arrivò da unanziana paziente, la signora Rossi.

Sono esausta, Speranza! si lamentava Rossi sotto la flebo Non ne posso più, veramente.

Crede che io non sia stanca a salire sempre fin qui al quarto piano? scattò Speranza, insolita, Sempre tutti che si lamentano, e io sola, mica dacciaio!

La paziente la guardò stupita; Speranza era sempre stata solare, capace di risollevare il morale.

Ma tu, figlia mia, come stai davvero? domandò lei.

In salute più o meno. Chi può dirsi in salute totale a cinquantanni suonati?

Bisogna compatirsi un po, se no chi lo fa per noi? sospirò madrevolmente la signora Rossi.

E Speranza annuì, inalberando dentro di sé una nuova, sorda rabbia: una rabbia verso i figli, tutti, verso i pazienti, verso la vita che le chiedeva di aiutare sempre gli altri. Ma magari, per una volta, avrebbero aiutato loro lei!

Così, lasciò anche i lavori extra a domicilio.

Pronto, signora Speranza? Era lei che veniva da mia madre in primavera, ora ci servirebbe di nuovo il ciclo di cure

Non faccio più visite a domicilio, spiacente, rispondeva. Sempre al limite tra “sì” e “no”.

Brava, brava, almeno ti riposi, gioiva la mamma, Tanto tutti i soldi del mondo non li farai mai!

Faceva la faccia afflitta quando pensava ai suoi acciacchi.

Speranza, esci, ti aspettiamo la chiamava Ludovica e le amiche del gruppo.

No, non mi sento, ho lo stomaco in subbuglio.

Perché, io invece sto meglio? rideva Ludovica, reduce da unulcera operata.

Unaltra volta, Lu.

I soldi mancavano, la voglia pure. Non andava più nemmeno dal parrucchiere: coda di cavallo. Nei weekend si trascinava tra letto e cellulare, spiava la vita degli altri sui social, ma non postava più nulla: non succedeva nulla di interessante nella sua.

Speranza, stai stesa? Resta pure lì quasi quasi ti preparo i pancake la coccolava la madre, sicura finalmente che la figlia avesse trovato la pace.

Di nuovo la sveglia del telefono. Speranza si risvegliò tendendo le braccia, ma questa volta le lenzuola nere la deprimevano: non le cambiava da troppo.

Ancora pioggia.

Non ho dormito tutta la notte per colpa di questo temporale, si lamentava la madre, E tu devi andare a lavorare! Povera, povera figlia mia come farai sotto questa pioggia?

Nuovo turno, sempre più pesante. Adesso le avevano cambiato il dottore, una donna presuntuosa e ruvida. Speranza a fatica resisteva: quasi quasi lasciava anche lì.

Che arrivi presto questa benedetta pensione…

Il ruolo che la madre aveva costruito per lei quello della povera, stressata donna sfortunata si stava materializzando. La madre parlava solo per amore, desiderava per la figlia il riposo e la tranquillità che non aveva avuto, voleva occuparsi di lei senza limiti, inondarla di attenzioni.

Ma Speranza cominciava a soffocare nella pena. Si sentì derubata dellallegria, si rifugiò nellautocommiserazione. Aveva sempre più spesso malanni; ingrassava, soffriva di stomaco, perdeva energie. Gli esami non mostravano niente, prendeva medicine, restava a casa. La madre la compativa ancora di più.

Povera la mia Speranza… così sola, vedova, coi figli sempre da aiutare, col piccolo Arturo sempre malato Per di più, niente pensione…

Fu la figlia Livia a suonare lallarme.

Mamma, che succede? Anche Lisa ha notato che la nonna non la fa più ridere. Secondo me, da quando è arrivata la nonna, tu sei cambiata molto

Ci pensi, riflettici

Ma Speranza iniziò davvero a riflettere. Sì, cera stato un legame tra larrivo della madre e il suo stato danimo. E Livia aveva ragione. E più ci pensava, più aveva paura di cosa stava diventando.

Sua madre aveva compatito il fratello per tutta la vita, gli aveva vissuto accanto come uninvalida professionale: sempre a proteggerlo, a coccolare la sua tristezza. E lui? Sempre passivo sul divano, tra cellulare e discussioni infinite su quanto il mondo fosse ingiusto.

Ogni estate, quando Speranza andava giù in Puglia nel breve periodo di ferie, il fratello non si sollevava mai dal divano, tra pasti cucinati dalla madre e pomeriggi malinconici. La madre lo compativa: “È un gufo, poverino, la mattina non può lavorare La gente è cattiva con lui, la politica è una rovina, la vita un guaio”

Guaio che si scioglieva solo davanti a un bicchiere.

Possibile che sia proprio quella compassione materna ad averlo spento per sempre? Impossibile Che colpa abbiamo se qualcuno non trova la forza dentro di sé? Eppure

Perché accanto a certe persone ci accendiamo e accanto ad altre sentiamo morire la voglia di vivere? Sono le persone che ci leggono nei loro occhi come vitali, forti, che ci rimettono in movimento. Chi ci vede come vittime, ci trasmette la sua ombra. E noi diventiamo quello che vogliono vedere.

Speranza capì che si stava spegnendo per corrispondere a quella madre che la voleva oggetto di pena. In fondo, sentirsi compatita dà una strana pace; ma non si vive, si finge.

Una lieve sudorazione le bagnò la fronte.

Sono i pensieri che fanno di noi persone felici o infelici, non le circostanze non era questo che pensava fino a poco fa?

E allora?

Il giorno dopo, dopo la chiacchierata con Livia, Speranza sentì le colleghe in corridoio:

Speranza non è più la stessa Così solare era, adesso sembra unaltra!

Forse sta male e ce lo nasconde

Sì, stava male di pena per sé stessa.

Quello stesso giorno era al consulto con il proctologo. Venne un giovane uomo, imbarazzatissimo, che parlava a mezza bocca. Era la prima volta che aveva un problema del genere.

Improvvisamente tornò il buon umore a Speranza: trovò subito sintonia con il ragazzo, lo mise a suo agio con qualche battuta. Il dottore gli prescriveva delle supposte e spiegava come usarle.

E poi? chiese il ragazzo, Come la tolgo?

Toglierla? il dottor rimase spiazzato, Ma no, si scioglie

Si scioglie? guardò Speranza, occhi sbarrati.

Ma come pensava che funzionasse? sorrise lei.

Scoppiarono tutti a ridere, e Speranza si sentì rinascere.

No, basta compatirsi! Basta!

Prenotò subito dal parrucchiere. Poi chiamò la signora Rossi per aggiornarla sulla salute. E dichiarò che era tornata a fare visite domiciliari.

Ludovica, senti, ci vediamo? Mi sono rotta di starmene a casa.

Ma davvero??? Finalmente torni tra noi! Bentornata!

La madre ci rimase male.

Perché? Non ti bastano i soldi? Qui stavi meglio, a riposarti.

Non è una questione di soldi. A casa soffoco. Voglio vivere come prima.

Eh, se tu non ti compatisci un po’ chi lo farà?

Tu basta e avanza! Rallegrati per me, mamma. Sono una donna felice. Pensa anche tu che io sia felice. I pensieri volano, quelli delle mamme doppio!

Sciocchezze, scuoteva lei la testa, Ti stancherai, andrà a finire che starai male.

Non si poteva convincerla del contrario. Ma era poi necessario?

La mamma perdeva il suo vecchio ruolo, quello di chi provvede. Un senso di vuoto le pesava addosso, a ottantanni suonati trovare un nuovo scopo è difficile. Perciò si chiudeva, si offendeva.

Ora rimaneva da aiutare la mamma a trovare un nuovo equilibrio; Speranza invece doveva tenere stretto il suo, senza lasciarsi rapinare dalla compassione altrui.

Pigolio del telefono la sveglia. Speranza si stiracchiò a braccia aperte. Che giornata! La nuova vestaglia maculata da tempo la desiderava, e stavolta era stata Livia a portargliela.

Notte in bianco per quel maledetto temporale, sentì borbottare la madre dalla stanza.

Pioggia? Beh, allora pioggia sia.

Pantofole grigie, poltrona preferita. Caffè nella tazzina buona, trucco leggero, capelli selvaggi a lacca, jeans stretti, la dieta rimandata

Sotto lombrello, Speranza si avviava al lavoro con il sorriso.

La giornata sarebbe comunque splendida.

La giornata di una donna felice.

***Ma fu mentre girava la chiave nella serratura che Speranza si fermò, un istante, a osservare il riflesso tremolante del suo sorriso nel vetro appannato dellingresso. In quellimmagine imperfetta si vedeva: capelli ribelli, occhi vivi, una piega orgogliosa allangolo della bocca. Fu lì che sentì la voce lieve della madre chiamarla, un po ansiosa, un po affettuosa. Speranza pensò allora che forse sua madre non avrebbe mai imparato a vederla diversa, ma nemmeno lei aveva bisogno di essere guardata con occhi nuovi per sapere chi era.

Fece un respiro profondo, lasciando che il profumo forte del caffè si mischiasse alla pioggia che batteva il selciato fuori. Si accorse che tutto quello che aveva vissuto il dolore, le corse, la stanchezza, persino la tentazione dolce della tristezza le apparteneva così come la forza di rimettersi in piedi. Non era né eroina né vittima, semplicemente una donna ancora capace di scegliersi.

Sulla soglia sentì la madre sbuffare, la pioggia intensificarsi, il telefono vibrare con le richieste di qualche paziente. Speranza sorrise. Infilò lombrello sotto il braccio, affondò un piede nella pozzanghera più grande e si godette lo splash vivace, come una bambina scappata di casa per giocare.

Si voltò appena e urlò su, tra le risate:

Mamma, oggi ho deciso: si vive! Tu prova a seguirmi!

E così fece un passo fuori, nella pioggia battente di Milano, decisa a essere luce, proprio lì dove altri vedevano solo grigio.

E Speranza riprese, da quel giorno, a camminare e il suo nome, per chi la incontrava, continuò ad essere una piccola profezia che si avvera.

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