Alla mia età dovrei pensare solo ai nipoti. E invece lho incontrato nel parco.
Mamma, ma ti rendi conto di cosa stai facendo? Davide mi guardava come se vedesse davanti a sé unestranea. A sessantatré anni pensi ancora ai fidanzatini, invece di pensare ai nipoti? Ma ti senti?
Seduta nella mia cucina a Firenze, con le mani che tremavano e le guance in fiamme per limbarazzo, non riuscivo a trovare le parole giuste. In qualche modo, aveva saputo di Gianfranco. E ora mi fissava con un misto di rabbia e delusione che mi faceva sprofondare.
Davide, lasciami spiegare
Cosa cè da spiegare? la voce di mio figlio si faceva sempre più tagliente. Una madre A questa età si pensa alla famiglia, non a andare a prendere caffè con uomini sconosciuti! Che vergogna!
Mi sedetti al tavolo, lo sguardo abbassato. Avevo immaginato mille volte questa conversazione, ma mai avrei pensato sarebbe stato così doloroso. Mio figlio, il mio bambino che avevo cresciuto da sola dopo la morte di Giorgio, mio marito. E adesso, a causa di una nuova felicità, mi vedeva come un motivo di vergogna.
Tre mesi fa non avrei mai creduto che la mia vita potesse cambiare. Dieci anni da vedova. Dieci anni dedicati a mio figlio, a mio nipote, alla casa. Mi svegliavo presto, preparavo il caffè, rassettavo. Poi andavo a fare la spesa, scambiavo due parole con le amiche, tornavo a cucinare qualcosa di buono. La sera mi rilassavo un po guardando la televisione o facendo luncinetto. Giorni tutti uguali, uno dopo laltro.
Giorgio è morto allimprovviso. Il cuore non ha retto. Avevo cinquantatré anni, e mi sembrava che la vita finisse lì. Il primo anno sono uscita pochissimo. Davide veniva a trovarmi ogni domenica, mi portava il piccolo Lorenzo. Preparavo la crostata, sorridevo, giocavo con il mio nipotino. Poi, dopo che loro se ne andavano, la casa tornava a essere silenziosa, talmente silenziosa da far male.
Una volta, la mia amica Angela mi disse:
Mara, così non puoi andare avanti. Sei ancora una bella donna, hai il diritto di vivere.
Alla mia età, Angela, che vita vuoi che sia? risposi, quasi ridendo. Sono una vecchia.
Ma smettila! Sessantanni oggi non sono niente. Sei ancora in forma, hai un bel viso, la testa sulle spalle. Perché non potresti essere felice?
Non ci credevo. Pensavo che a una certa età lamore fosse qualcosa di fuori luogo, quasi vergognoso. Come se una donna non abbia più diritto di sentire qualcosa.
Ho incontrato Gianfranco nel Parco delle Cascine. Lui dava da mangiare ai piccioni. Alto, con i capelli bianchi e le rughe simpatiche vicino agli occhi. Stavo passando quando ho inciampato in una radice. Lui mi ha preso al volo.
Attenta, qui le radici sono traditrici mi ha sorriso.
Abbiamo iniziato a parlare, così, senza impegno. Anche lui vedovo. Lavorava come geometra, viveva solo da anni. Moglie morta cinque anni prima, figli che ormai avevano preso la loro strada: la figlia a Milano, il figlio a Roma.
Sai, mi sento solo disse. A volte passo tutta la giornata senza dire una parola, tranne ciao alla cassiera.
Capivo bene quella sensazione. Quel vuoto assordante, quella voglia di parlare con qualcuno della propria vita.
Da quel giorno, ci siamo incontrati sempre più spesso al parco. Allinizio per caso, poi dandoci appuntamento. Passeggiavamo tra gli alberi, parlando di tutta una vita: i figli, il passato, i ricordi. Lui mi raccontava dei suoi viaggi fatti con la moglie, io ripercorrevo con la memoria i miei anni felici con Giorgio.
Mara non ricordo da quanto tempo non mi sentivo così vivo. Ti ringrazio davvero.
E io, arrossendo come una ragazzina:
Anche per me è molto bello stare insieme.
Un mese dopo il primo incontro mi invitò al caffè Vecchio Ponte. Ho passato il pomeriggio cercando il vestito giusto, cambiando pettinatura tre volte. Angela non appena lo seppe, scoppiò a ridere:
Ma allora ti sei innamorata! Guarda che cuore!
Ma che dici, Angela! A questa età? scherzavo, ma il cuore batteva forte come una ragazzina.
Non cè niente di male. Lamore non ha età! Guarda quanta gente si innamora dopo i sessanta!
Il locale era accogliente. Gianfranco ordinò il tè con i pasticcini e passammo tre ore a parlare di tutto. Non mi accorgevo nemmeno del tempo. Con lui era facile, non dovevo fingere niente. finalmente ero me stessa.
Quando mi accompagnò a casa, si fermò sotto il portone, prendendomi la mano:
Posso chiamarti solo Mara, senza il signora?
Sì risposi piano.
Mara, con te sto davvero bene. Non ricordavo cosa volesse dire provare certe emozioni
Gli strinsi la mano. Dentro sentivo le farfalle nello stomaco.
Dopo quel giorno, ci vedevamo sempre più spesso. Gianfranco veniva a trovarmi, cucinavo per lui, andavamo a teatro, a vedere una mostra, a fare una passeggiata. E mi rendevo conto che avevo ricominciato a vivere. Ero di nuovo felice per le piccole cose.
Ma di Gianfranco non avevo detto nulla a mio figlio. Avevo paura. Davide era sempre stato molto rigido, poco incline ai cambiamenti, e ora sua madre che iniziava una nuova storia Chissà come avrebbe reagito.
Diglielo, insisteva Angela. Meglio che lo sappia da te.
Ho paura, Angela. E se non mi capisse?
Non serve il suo permesso. Mica sei una bambina! Il diritto alla felicità non ha età. Devi pensare un po anche a te.
Ma rimandavo quel confronto. Fino a che successe.
Davide ci vide insieme per caso. Era venuto a prendere un caffè con i colleghi al Vecchio Ponte, e ci trovò lì, mano nella mano. Si bloccò, poi se ne andò via di corsa, senza nemmeno salutare.
La sera stessa entrò in casa sbattendo la porta. Ho capito subito che stava per succedere qualcosa di brutto.
Chi è quelluomo? sbottò subito.
Davide, lascia che ti spieghi
Ho visto! Al caffè! Come due fidanzatini! Non ci posso credere! Mamma, ma hai sessantatré anni! Che ti passa per la testa?
Penso a me. Per la prima volta in dieci anni penso anche a me.
Ma ti rendi conto di che figura? Ci metti la famiglia in mezzo, la reputazione! Le persone che parlano, i vicini che ti giudicano
Non aveva concluso la frase, ma avevo capito benissimo cosa volesse dire. Mi sentivo umiliata.
Dillo, Davide, dillo pure. Come una vecchia scema, vero?
Sì, mamma! Basta con queste sceneggiate! Torna a pensare alla casa, a Lorenzo, a tuo nipote!
Sentivo le lacrime salire agli occhi, ma non sono scoppiata a piangere. Ho raddrizzato la schiena.
Ho il diritto di essere felice. Anche alla mia età.
Ma che felicità, mamma! Tu sei madre, hai un nipote! Dimentica queste storie! Devi pensare alla famiglia!
Sono dieci anni che penso solo a voi. Non posso vivere qualcosaltro?
No! urlò Davide. Non è una cosa seria, è solo vergognoso! Mia madre che si comporta come una ragazzina!
E allora? Perché una giovane sì e una donna di sessantanni no? Perché io non potrei più amare?
Davide prese le chiavi, uscendo sbattendo la porta. E io, sola in cucina, ho pianto come non avevo fatto nemmeno dopo la morte di Giorgio.
I giorni seguenti furono terribili. Davide non mi chiamava, non veniva mai. Quando provavo a chiamarlo, mi staccava le telefonate. Un giorno rispose Simona, mia nuora.
Mara, capisci Davide Per lui è uno shock. Ha sempre pensato che tu fossi una donna seria. E ora questa storia
Simona, esco con una brava persona. Non sto facendo niente di male.
Magari Però è una situazione insolita. È sempre difficile con i figli quando la madre ha una vita sentimentale dopo una certa età. Non vorresti pensarci bene, per la famiglia?
Riattaccai. Sempre per la famiglia. E per me, mai.
Gianfranco si accorse che ero cambiata.
Cosa succede, Mara? Sei triste.
Era venuto da me con la cena pronta.
Mio figlio ha scoperto tutto. E non vuole più rivolgersi a me.
Capisco. Anche mia figlia, quando le ho detto di te, era scioccata allinizio. Ma poi si è tranquillizzata.
E se Davide non lo farà mai?
Mi prese la mano.
Mara, non voglio essere una causa di problemi con tuo figlio. Se ti pesa troppo, possiamo anche
No! gli strinsi le dita. Non voglio perderti. Solo che non so cosa fare.
Mi strinse forte. Con lui trovavo quella pace che mancava da anni. Come potevo rinunciarci?
Qualche giorno dopo sono andata al parco a sfogarmi con Angela.
Mara, sei dimagrita! Che succede?
Davide non mi rivolge più la parola.
Angela scosse la testa.
Testardo come suo padre. Ti ricordi Giorgio? Una pietra pure lui.
Angela, io non so cosa fare. Mio figlio è tutto per me. Ma non voglio perdere Gianfranco.
Ascoltami. Noi donne della nostra generazione abbiamo vissuto sempre per gli altri mariti, figli, nipoti. A un certo punto ci dimentichiamo che anche noi siamo persone, abbiamo sentimenti. Dopo dieci anni sola, finalmente hai trovato qualcuno che ti rende felice. E non ne avresti diritto?
Sì, sussurrai ma perché fa così male?
Perché vuoi bene a tuo figlio. Ma la durezza con cui ci giudicano è solo egoismo. Davide pensa a sé, al suo decoro. Ma tu? Pensa mai a come stai tu?
Muta, annuii. Si capiva: pensava solo a come gli altri avrebbero giudicato.
Devi parlarci di nuovo. Fagli capire che lamore non ha età, e non è vergognoso.
Trovai il coraggio e andai sotto casa di Davide. Suonai a lungo. Mi aprì Simona e mi lasciò entrare.
Davide, seduto sul divano, non si voltò nemmeno.
Davide, lasciami parlare.
Non cè nulla da dire.
Figlio mio, so che non è facile. Ma anche tu pensa a me: dieci anni da sola, sempre nella stessa casa. Tu venivi una volta a settimana, a volte neanche quella. Tu hai il lavoro, hai la tua famiglia. Io no, io ero sola. So anche comè svegliarsi e addormentarsi da sola, senza nessuno con cui parlare.
Mio figlio taceva, ma rabbrividiva.
Gianfranco è una brava persona. Solo. Come me. Insieme stiamo bene. Davvero sei così contrario a questa felicità?
Non riesco ad accettarlo. Tu sei mia madre. Dovresti essere sempre seria, come ti ho conosciuta. Non innamorata come una ragazza.
Perché, Davide? Perché solo madre? Non posso essere una donna che vuole amare e sentirsi amata?
Si alzò di scatto, rabbioso.
Perché sei vecchia! Capisci? Hai sessantatré anni! È ridicolo, è vergognoso!
È vergognoso amare? È vergognoso desiderare la felicità?
È ridicolo che tu ti comporti come una squilibrata!
Quelle parole mi bruciarono come uno schiaffo. Mi voltai per andare via.
Mamma, aspetta!
Ma ero già fuori.
Rimasi sveglia la notte, la testa piena di pensieri. Avevo paura di perdere tutto: mio figlio, mio nipote, la mia famiglia.
Eppure non volevo perdere anche Gianfranco. Non volevo tornare alla mia vita vuota.
Il telefono squillò. Era lui.
Mara, come stai?
Male. Ho visto Davide. Non vuole capire.
Forse diamogli un po di tempo. Si abituerà.
E se non si abitua?
Pausa.
Mara, se credi che sia troppo doloroso, possiamo anche
No, non voglio perderti. Tu sei lunica cosa bella nella mia vita adesso.
Ma soffri.
Sì, soffro per mio figlio. Però non è colpa tua, è lui che non vuole capire.
Riattaccando, capii che ormai avevo deciso. Non avrei rinunciato a Gianfranco. Non sarei più tornata alla solitudine.
Passò un mese. Nessuna notizia da Davide. Riuscii a vedere Lorenzo solo una volta: Simona mi disse che stava male, ma capii che era una scusa.
Dimagrivo, invecchiavo a vista docchio. Angela se ne accorgeva.
Prova a chiarirti di nuovo con lui.
Ho già provato. Non mi ascolta.
E Gianfranco?
Con lui sono felice. Ma ogni volta che stiamo insieme, penso a Davide che mi disprezza.
Ascolta Mara, non puoi continuare a sacrificarti. Hai dato già tutta la vita. Ora, per una volta, pensa anche a te.
Non avevo risposte.
Una sera ero con Gianfranco al Parco delle Cascine. Lui mi prese la mano:
Mara, ti vedo che soffri. Vuoi che vada via? Così ti riavvicini a tuo figlio.
No! Non lasciarmi, non voglio tornare sola.
Allora non possiamo farci niente.
Io ti amo, Gianfranco. E tu hai cambiato la mia vita.
Lui mi baciò la fronte.
Dopo altre due settimane arrivò la telefonata che temevo e aspettavo.
Mamma, dobbiamo parlarci, disse Davide.
Ci incontrammo proprio al Vecchio Ponte. Mio figlio era più stanco, segnato.
Mamma, ho pensato tanto. Ho parlato con Simona, con alcuni amici. Ho capito che sono stato molto duro.
Rimasi allibita.
Non avevo il diritto di dirti certe cose. Ma non riesco ad accettare che tu stia con Gianfranco. Per me è inaccettabile. Ti chiedo di scegliere.
Scegliere?
O lui, o noi. Se continui con lui, non riesco a guardarti in faccia.
Mi mancava il respiro. Mio figlio, mi obbligava a una scelta: la mia vita o la sua approvazione? La famiglia o la felicità?
Davide, non puoi chiedermi questo.
Posso, e lo faccio.
Io scelgo me stessa. Per la prima volta nella vita. Ma non voglio perderti.
Allora non ci vedremo più.
Tu rimarrai sempre mio figlio. Ma non mi sacrificherò ancora.
Me ne andai, con le lacrime che bagnavano tutto il viso.
Gianfranco era lì fuori, come gli avevo chiesto.
Non ti ha perdonata?
No.
Soffri tanto?
Tantissimo. Ma non mi pento.
Camminammo insieme, mano nella mano. Mi aspettava una vita nuova: non sapevo quali dolori e quali gioie mi avrebbe portato.
Passarono due mesi, linverno arrivò presto su Firenze. Io e Gianfranco passeggiavamo spesso al Parco delle Cascine. Piano piano imparavo a vivere con il dolore della separazione da mio figlio.
A volte, nostalgica, mi fermavo davanti ai negozi di giocattoli, pensando ai regali per Lorenzo. Oppure vedevo una mamma col bambino e il cuore mi si stringeva.
Angela mi era spesso vicina.
Hai fatto bene a difendere il tuo diritto, Mara.
Ma a che prezzo, Angela Ho perso mio figlio.
Non lhai perso. Solo, ora non può accettare. Ma il tempo aggiusta tutto.
O forse non aggiusterà mai.
Solo con Angela riuscivo a farmi vedere fragile.
Con Gianfranco cercavo di essere forte. Lui si sentiva in colpa, ma io non gli permettevo nemmeno di pensarci.
Se lasciassi te per far contento Davide, mi perderei del tutto. Lui non mi perdonerebbe comunque.
Passò un anno. Io e Gianfranco ci eravamo avvicinati ancora di più. Condividevamo la casa, le giornate, piccole gioie quotidiane.
Angela era felice per me.
Hai fatto vedere chi sei. Sei una donna vera.
Ma dentro di me restava il dubbio: la famiglia viene prima di tutto, come ci hanno insegnato? O viene anche il diritto alla propria felicità?
Simona mi telefonò un giorno, poco prima di Natale.
Mara, come stai?
Si va avanti Tu e Lorenzo?
Bene. Mara, posso dirti una cosa? Io sto dalla tua parte. Davide sbaglia, tu hai il diritto di essere felice. Prova a non mollare: magari lui col tempo capirà.
Per la prima volta dopo mesi mi sentii sollevata.
Io e Gianfranco trascorremmo il Capodanno insieme, tranquilli, davanti a un bicchiere di prosecco. Sotto le campane, mi sembrò di riprendere fiato.
Buon anno, Mara.
Buon anno, Gianfranco.
La primavera arrivò in anticipo, e come sempre, ricominciammo a passeggiare tra gli alberi del parco, a chiacchierare delle nostre vite. Amarsi dopo i sessanta era diverso da quando si è giovani: nessun dramma, nessuna tempesta, solo la compagnia, la complicità.
Mio figlio qualche volta lo incrociavo per la strada, oppure al mercato con Simona e Lorenzo. Lui cambiava direzione, mi ignorava. Ogni volta era una fitta al cuore.
La sera raccontavo a Gianfranco.
Lho visto oggi con il bambino. Non mi ha salutata, ha tirato dritto.
Lui mi abbracciò forte.
Non puoi barattare la tua felicità con lamore di tuo figlio. Sarebbe solo un ricatto.
Aveva ragione. Ma la ferita rimaneva.
Un giorno destate, seduti in balcone a bere il tè, Gianfranco mi chiese:
Sei felice, Mara?
Ci pensai. Da una parte sì: venivo amata, ascoltata, accettata. Dallaltra, la ferita con mio figlio non guariva mai.
Non sono felice come si immagina da giovani. Ora so che la felicità è anche accettare un po di dolore. Limportante è continuare a sentirsi vivi.
Mi baciò sulla fronte.
Sei una donna saggia.
Non saggia. Solo stanca di lottare.
Restammo abbracciati, ascoltando il respiro della città addormentata, le stelle sopra Firenze.
La vita andava avanti, col dolore e la gioia, con la perdita e la conquista. E io sapevo che, per la prima volta, stavo vivendo davvero per me stessa.
E il mio diritto a vivere e a essere felice, non lo avrei restituito a nessuno. Nemmeno al mio figlio più caro.







