– Mio marito mi invita a seguirlo.

Mi sta chiamando mio marito con sé.
Guarda, Nunziatina, quella lì che corre verso di noi non sarà mica tua sorellina Martina?

Eravamo di ritorno dai campi, accaldate e stanche di sole e di fatica. Incontrammo Martina, la più piccola delle sorelle, che veniva correndo a piedi nudi su per il viottolo polveroso, indossando il suo leggero grembiulino estivo, col fazzoletto sulle spalle. Aveva quattordici anni, la piccola di casa, mia sorella.

Forse era successo qualcosa a casa?

Nunziatina, Nunziatina, ansimò lei, e, prendendomi per mano, mi fermò, È arrivato Nicola, riuscì a dire, tutta trafelata.
Cosa stai dicendo? mi sfuggì spontaneo.
Senza doverci dire nulla, ognuna sapeva già cosa fare. Andammo alla fontana della piazzetta. Martina lasciò cadere il secchio, poi sciolse la carrucola con facilità.

Io, la maggiore, mi tolsi il fazzoletto, mi bagnai il viso con lacqua fredda, ripulii la terra. Martina mi porse il suo fazzolettino per asciugarmi. Me lo legai ai capelli e, guardandola, quasi non mi sembrava di guardare la mia sorella piccola, ma uno specchio.

Allora?
Va tutto bene, annuì, sistemandosi il fazzoletto Ha detto che è venuto per te. Gli hanno dato la casa.
Dato… ripetei, come in uneco, Gli hanno dato la casa. E a casa comè andata?

Ci incamminammo tra le viuzze verso casa.
Oh, la mamma era nella stalla a pulire, io stavo portando al pascolo la vacca, la nonna… cominciò a blaterare velocemente Martina Quando lui è arrivato, nessuno lha visto entrare. Avevamo appena tagliato la cipolla, un odore in casa che non ti dico… La nonna mica lha riconosciuto subito, pensava fosse il figlio del fornaio venuto per la legna. La mamma tutta preoccupata che lui ci trovasse in disordine. Ma lui, sai, pulito, camicia a quadri proprio da città…
Ad un tratto Martina si fermò in mezzo al viottolo, io quasi le finii addosso.
Nunziatina, adesso tu te ne vai, vero? domandò con le lacrime azzurre negli occhi infiniti E io, come faccio senza di te?

Mi venne rabbia contro mia sorella. Avevo aspettato quel giorno per tanto tempo, e ora Martina, sciocchina, si metteva a lamentarsi.
Smettila, Martina, che discorsi sono questi! Lo sai che sono sposata! Mio marito mi vuole con sé…
Martina singhiozzava piano, rassegnata, e mi seguiva di malavoglia.

La verità era che io quel giorno lo sognavo da tanto. Da più di un anno aspettavo Nicola. Non ero la sola: in paese ormai tutti guardavano la mia attesa, chi mi compativa, chi rideva sotto i baffi.
La nonna si spremeva gli occhi col vecchio grembiule sfilacciato:
E tu così… né ragazza, né vedova, né davvero moglie…
La mamma sospirava, dondolando la testa. Papà batteva la mano sul tavolo:
Fallo sto divorzio e finiamola! Che famiglia è questa qui?

Io piangevo di notte, scrivevo lettere a Nicola e correvo allufficio postale, aspettando. La postina, zia Vera, faceva locchiolino alle altre donne, e prendeva la busta scuotendo la testa:
Ancora lettere? Uhm, uhm… vai pure, ma non cè niente per te.
Lo so, rispondevo io con una piccola fierezza e scappavo giù dalle scale.
Nicola non amava scrivere: in un anno e mezzo, solo quattro lettere. Cosa avrebbe potuto dire oltre a ciò che aveva già scritto? “Quando mi danno una casa, vengo a prenderti.” Fino ad allora, dormiva a Firenze nella camerata degli operai, in otto.

Qualcuna ci portava anche la moglie, si arrangiavano con le tende attorno al letto, ma Nicola quel sistema lo detestava. “La vera famiglia non si nasconde dietro una tenda… Quando daranno casa…”

Mi salì lansia. Come mi ero vestita stamattina per andare nei campi? Gonna vecchia, camicia lunga di nonna per non scottarmi. E ora la schiena sudata. Sognavo da mesi larrivo di Nicola, la scena dellincontro! E invece mi avrebbe vista così, spettinata, impolverata, campagnola, mentre lui oramai cittadino, in mezzo a signorine eleganti e ben pettinate.

Martina, entri tu per prima, va bene? Io dopo… Dì che devo cambiarmi, perché arrivo dal campo…
Certo. Ma cosa ti metti? Mettiti quel vestito azzurro, ti sta dincanto.
Lo metto, mi tremava il cuore.

Passammo sotto il vecchio cancello per tagliare la strada. Sulla soglia, Martina si voltò indietro, in apprensione; entrò per prima. Della cipolla sbucciata in anticamera non cera già più traccia, laveva tolta mamma.
Entrai anchio la seconda. La mamma, il fazzoletto stretto fino agli occhi, tutta affaccendata attorno al tavolo con la cerata lisa. Al tavolo, sorrideva Nicola. Si voltò verso di noi.

Ecco Nunziatina, annunciò Martina Suda tutta, poverina, è appena tornata dal campo. Ora si cambia.
Mi accorsi che aveva fatto bene ad entrare per prima. Io a malapena riuscivo a parlare.

Anna! Ehi, che piacere! Nicola si alzò, mi sovrastava con il suo fisico robusto Volevo darti un bacio, ti va?
Aspetta, prima mi cambio, dopo, mormorai, arrossendo e scansando lo sguardo. Davanti a mamma e alle altre, non me la sentivo.

Scivolai nella stanza, Martina venne dietro. In silenzio, ascoltando i rumori della cucina, mi cambiai in fretta. Martina si angosciava perché quella settimana il bagno in casa sarebbe arrivato solo il giorno dopo, e le scarpe dovevo andare a prenderle in camera da letto. In cucina mamma parlava fitto di campi, di fatiche, di dolori alle gambe, segno che era nervosa anche lei.

Nicola nel frattempo pareva mutato. Era più uomo, il suo odore sapeva di tabacco cittadino, e qualcosa di così nuovo e lontano. Mi feci coraggio, indossai il vestito azzurro, mi guardai veloce nello specchio, poi in cucina. Nicola si alzò di scatto.

Nunziatina era una bella ragazza, minuta ma proporzionata, con la lunga treccia castano-scura, fossette sulle guance abbronzate, uno sguardo limpido e un sorriso aperto. I ragazzi del paese lavevano sempre corteggiata. Nicola era stato furbo a sposarla prima di partire per il lavoro. Se no, glielavrebbero portata via.

Lui la guardò essere affascinato, rovistando nervoso in tasca per una sigaretta.
Allora, mamma, mi porto Anna. Mi stimano come operaio, mi hanno dato la casa…
Poi ci furono giorni frenetici: la preparazione delle valigie, del corredo per partire. La nonna, che tanto aveva sofferto che il marito non volesse portarla, ora si asciugava gli occhi:
Tutti via, lasciano i vecchi, nessuno ha pace…
La mamma avrebbe dato tutto per la felicità della figlia, legando stivaletti e cappotti alla valigia con lo spago. Martina oscillava tra la gioia e la tristezza: partiva con la sorella una fetta di quel caldo mondo delle ragazze in casa.

Io quasi non capivo nulla: dallemozione, dallamore, dallorgoglio. E tutta la gente del paese venne a salutare. Il cavallino bianco fuori dal cancello brucava indifferente; solo lui rimaneva freddo, per gli altri era occasione importante: Nunziatina Astolfi parte. O meglio, ormai era Fadda, sposata da più di un anno.

Le donne della contrada, tutte con lo scialle sulle spalle, confabulavano, le ragazzine incuriosite guardarono da ogni angolo. Il vecchio nonno Pancrazio urlava contro la città e i cittadini.

Valeria, la più lingua lunga, mordendosi le labbra chiese scusa:
Non avercela con me, Nunzia, se dicevo che Nicola avrebbe trovato unaltra. Sai, in città succedono certe cose…
Non mi offendo, Valeria, che dici! Io sapevo che sarebbe tornato. Siamo sposati…

Nicola aiutava con pacchi e valigie, si teneva in disparte coi maschi a fumare, salutando tutti.
Non la maltrattare, la nostra colomba, piangeva la nonna, cucina i dolci come pochi…

La mamma salutava sventolando il fazzoletto, e mi guardò a lungo mentre partivo, anche dopo che gli altri erano già rientrati.

Ci accompagnarono in stazione il papà e Martina. Solo al salire sul calesse Nicola sospirò:
Meno male, un pollaio peggio di così non lho mai visto!
Mi vergognai senza sapere perché. Cosa mi aspettava, in città?

Nel cielo volava unallodola, i grilli frinivano ovunque, tutto odorava di fieno e fiori. Arrivammo in stazione.

Abbine cura, borbottò papà, dando la mano a Nicola alla banchina.
Martina, invece, piangeva senza vergogna. Io la consolavo:
Non piangere, Marti. Vieni a trovarci. Quando finirai la scuola, magari studi a Firenze anche tu. La casa è grande…

E se qualcosa va male… torna, Nunziata. Ti aspetto.

Il treno partì rumorosamente. La stazione, il deposito, la cisterna divennero un ricordo; papà restava fermo nel suo abito grigio, Martina che si aggiustava la gonna e la sciarpetta. Le betulle, le colline, i pini e il cielo allegro volavano dietro i finestrini. Avevo paura, ma anche una gioia nuova.

Basta chiamarmi Nunziata, disse Nicola quando mi presentai a una compagna di cuccetta Sei Anna, dillo!
Va bene, obbedii.

Ora, sarei stata pronta a obbedire sempre a Nicola. Che ne capivo io, della vita di città? Nulla.

Poi scendemmo dal treno, e prendemmo una vecchia 500 tra le strade rumorose della periferia. Intorno cerano le case basse, simili alle nostre, ma anche veri palazzoni. La gente camminava sul marciapiede, differente dai nostri paesani, svelta, assorta.

Ero curiosa di tutto, ma anche spaesata: ora sarei vissuta lì, ma quelle persone nemmeno sapevano chi fossi.

Nicola parlava:
Vedi quel cancello? La nostra fabbrica. Lì, invece, stanno costruendo la scuola nuova. Cè già fila allalimentari: magari è arrivata qualche primizia…

Arrivammo in un cortile pulito, con altalene e fili per stendere il bucato. Due giovani mamme coi passeggini sedevano in panchina, ma non mi salutarono. Nicola trasportava i pesi fino al quarto piano; io restai sotto, un po imbarazzata.

Siete voi che entrate nella trentacinquesima? mi domandarono.
Eh… credo di sì.
E chi lo sa perché ci avete messo tanto?
Non saprei.
Nicola arrivò con gli ultimi sacchi.

Siamo nella trentacinquesima, sì. Ma che volevano?
Chiedevano perché abbiamo impiegato tanto ad entrare.
Faccende loro… Qui il fazzoletto si mette solo per andare al lavoro. Per la spesa lascia stare, chiaro?
Sì…

Guardavo fuori dalla finestra, quanto era alto! E ora, come avrei fatto a vivere così?

Varcai la soglia. Il pavimento laccato color rosso, tappezzerie gialle… Ci togliemmo le scarpe, passammo nel salone. La stanza era enorme e vuota. Alla finestra, una porta.

Allora, ti piace? aveva negli occhi una gioia sincera.
Oh… sussurrai. Non avevo mai visto finestre così grandi.

Vieni sul balcone? mi prese la mano. Mi arrestai sulla soglia, avevo paura di quel vuoto.
Forza, rideva lui.
Peserò troppo, non voglio!
Vieni!
Feci il passo, con limpressione che il pavimento dovesse cedere. Ma il balcone non cadde, e io guardai giù: la testa mi girava.
Torniamo dentro… ho paura.
Sei buffa. Comunque, ora non hai visto la cucina e il bagno!

La stufa era bianca che più bianca non si poteva. E lacqua calda… una vasca, un vero gabinetto.
Guarda, ti mostro come accendere il gas della caldaia, Nicola fregava un fiammifero, mi mostrava la fiamma, ma io mi impaurivo lo stesso. Senza di lui, mai avrei acceso quella macchina meravigliosa.

Mi lavai le mani nellacqua calda: arrivava con forza, e io istintivamente cercai il rubinetto come lo avevamo noi, del rame.
Ci sedemmo sul pavimento vicino al muro, osservando le pareti nude. Nicola raccontava orgoglioso come avesse avuto quella casa.

Prendo il letto a branda dal dormitorio, intanto. Poi, appena possibile, compriamo tutto: letto, tavolo, frigo. Ci vorrà pazienza… Stasera dormi qua da sola. In due sulla branda non si sta.

Accettai. Era solo una notte. Ora avevo tutta la vita davanti, nuova, moderna, da vera cittadina.

Di lì a poco Nicola porto la branda vera e propria e le coperte. Ridendo ci stendemmo, scambiandoci solo qualche bacio. Era stata una giornata troppo carica.
Prendemmo il salame fatto in casa, il pane casereccio, qualche stoviglia che la mamma mi aveva dato.
Improvvisammo la cena sul baule delle valigie.

Rimasta sola, camminavo per quella casa che ancora odorava di fresco e di pittura. Scaldai acqua con la nuova stoviglia, mi lavai un po.

Cadeva la notte sulla città: si accendevano le finestre e i lampioni. Restavo alla finestra, la fronte sul vetro, a guardare il fumo delle fabbriche che danzava sopra i tetti illuminati dai neon. La città anche a notte pulsava, piena di luci, di rumori di gomme, di passi svelti. Pensavo al paese, al nostro silenzio di campagna, alle porte che sbattevano di sera. Immaginavo la nonna ormai a letto, papà che già dormiva, Martina che leggeva col lumino, la mamma sopra la vecchia cucina, a scaldare le ginocchia malate, pensando a me.

Mi tornò una frase della nonna: Donna che sa fare, tira fuori le torte da ogni scarsità. Forno e teglia li avevo. Avrei trovato la drogheria. E le torte… sì, sarebbero venute.

I primi giorni senza Nicola, nel vuoto di quella casa sconosciuta, furono colmi di paura.
Avevo timore anche solo a uscire dallandrone. Panico allidea di incontrare nuovi vicini. Ansia anche solo per andare a piedi a fare la spesa.

Il semaforo? Teoricamente sapevo come funzionasse solo in teoria. Dovevo imparare, da sola: Nicola era fuori tutto il giorno per lavoro, tornava alla sera, sempre più stanco, e quasi subito doveva andare di nuovo.

Un mondo di cose nuove mi si presentava, e dovevo farle mie con umiltà. Così, già al secondo giorno, mi avventurai a fare le torte: trovai il negozio, comprai latte e farina. I dolci si bruciarono un po ai bordi, ma nel complesso riuscirono. Avevo usato il davanzale come banco di lavoro: mancava pure il tavolo. Nicola mangiò volentieri le mie torte, ma la notte dormì ancora in dormitorio, perché il letto non cera.

Osservavo le donne di città: mi vestii con cura, scegliendo sempre il vestito azzurro.

Avevo qualche soldo da parte: papà mi diede un bel gruzzoletto in lire per avviare la casa. Voglio spendere qualcosa, lo proposi a Nicola, ma rimandava sempre gli acquisti.

Poi mi decisi: sarei andata io, sola, alla ricerca del negozio di mobili. Chiesi a una vicina quale autobus dovessi prendere.

Lautobus scoppiettava di gente. La conduttrice, donna robusta, fendeva la calca. Vicino a me, un giovane magro dal ciuffo vistoso e la cartella sotto il braccio. Incrociammo lo sguardo.
Quanto è stretta, qui dentro, si scusò. Annuii.

Trovai il negozio. Meraviglia: cera una branda matrimoniale da vendere. La sera ne parlai a Nicola, senza ricevere un entusiasmo particolare.
Un letto? A me basta tornare, sono stanco morto. E domani non riesco, domani resto al dormitorio: troppo lontano…

Pensai che Nicola non venisse a casa perché era per colpa mia, colpa della mia inesperienza. Un uomo ha bisogno di calore, di ordine. Invece, qui, avevo solo pareti nude. Il giorno dopo ci tornai.

Cera lo stesso ragazzo, stavolta senza la cartella, che mi sorrise:
Ho riconosciuto il vestito! Qui per studiare?
No, devo comprare il letto.
Letto? Io invece devo prendere una lampada. Ce ne hanno?
E come no!

Con una chiacchiera leggera trovammo subito confidenza, come fosse un vecchio amico. Lui si chiamava Gennaro.
Io sono Nù… Anna, quasi mi scappò Nunziata”. Va bene se mi chiami ancora così?
Va bene, rispose garbato, con quel modo gentile che la città non cancella.
Capivo che qualche attenzione ce laveva. Glielo spinsi via subito:
Sono sposata. Siamo arrivati ora.
Ah, siete una coppia, si rabbuiò, rallentando il passo. Ma io volevo solo mettere in chiaro le cose.
Parlammo delle nostre campagne, di scuola, di quanto ci assomigliassero i paesi.

Sei già stata al Parco delle Cascine? chiese lui, illuminandosi.
No, non ancora.
Devi andarci, è bellissimo, ora poi…
Conobbi che Gennaro studiava agraria, aveva solo un anno alla laurea.

Presi il letto e tutto loccorrente. Gennaro mi fece da consigliere, alla fine mi aiutò a trasportare i mobili. Pago io la manovalanza! Ma che! rifiutò. Salutando dalla finestra, si allontanò sereno, ma dentro di me sentivo una strana inquietudine.

Mi piaceva. Non si doveva. Che direbbe la nonna? Svergognata! lavrei sentita pensare. Ma avevo una famiglia onesta. Nicola era il mio sposo, anche se quella sera non tornò.

Sistemai il materasso nuovo sulla branda, i nuovi cuscini. Eppure, subito mi sentii gelare. Guardai le stelle, laggiù, dietro i vetri, e mi infilò in una tristezza sorda: forse a Nicola non importava davvero di casa nostra.

In città cerano offerte: la vicina mi propose i mobili vecchi della cucina. Andai a vedere: un armadio bianco, due tavoli. La sua cucina era perfetta, accogliente. Ma senza Nicola non me la sentii di decidere. Tornai giù, desolata.

Domani Nicola venne: si sorprese del letto, contento. Montò tutto con destrezza, e lumore mi cambiò. Andammo assieme dalla vicina, comprammo i mobili della cucina. Passammo la giornata a ripulire e montare.

Quando ti trasferisci davvero, allora?
Al dormitorio sono a due passi dal lavoro. Qui, per uscire i bus sono pochi; di là scendo sotto e sono già in fabbrica. Dovevo comunque prendere possesso della casa, altrimenti la perdavamo.

Ebbi una stretta al cuore. Da quanto tempo laveva già avuta la casa? Le parole delle vicine mi danzavano nelle orecchie.

Non importa, ora è nostra. Tua e mia. E dei nostri figli, dissi piano, decisa.
Lui mi guardò con distacco, per la prima volta.

Certo, sei mia moglie regolare rispose, girandosi.

Mi bastava così, non volevo pensare male, volevo essere felice. Dormì con me, mi insegnò mille cose sulla caldaia, rideva della mia goffaggine.

Oh, Nunziatina… imparerai a vivere come una vera donna di città!

Poi, scrissi a casa: di acquisti, di modernità, della nuova vita. Della vasca, della caldaia, dei mobili. Di Gennaro, niente.
La settimana dopo, Nicola non tornò.
Lo aspettavo ogni sera, preparavo la tavola, ma lui mancava quattro sere di fila. Le tende da mettere, ma nessuno che fissava i bastoni. Cercavo di non insistere. Quando veniva, poi spariva altri tre giorni. Ero sempre da sola, senza confidenza.

Un giorno, di ritorno dalla spesa, incontrai Gennaro di nuovo. Mi illuminai troppo evidente, gli tirai la manica e me ne vergognai.

Oh, sei tu, Nunziata! Pensavo proprio a te, oggi è il mio ultimo giorno di pratica qui, domani torno da mia madre fino a settembre…
Allora… passeggiamo al parco? Solo per salutarsi, dai…

Annuii, senza cercare scuse. E fu come liberarsi. Al Parco delle Cascine, bambini, musica, gente allegra, giostre.

Andiamo sulle catene? Gennaro non chiese nemmeno.

Io, mai salita in vita mia, avevo paura. Ma Gennaro mi tranquillizzava.

Sulle catene, la vita pare proprio unaltalena: su e giù, giri e giri, stessi scenari che cambiano.

A metà di un giro, lo vidi. Non ricordo il primo, ma so che dopo lo contai dodici volte ancora. Perché? Forse speravo di sbagliarmi. E invece, era proprio lui.

Nicola, mio marito, ridacchiava dietro una baracca di gelati, abbracciato stretto a una bella ragazza alta che sbirciava dentro il chioschetto. Forse una commessa.

Io passavo sospesa sopra di loro, girando e rigirando. Vedevo i gesti, le carezze, la sua mano che le spostava i capelli. Finché la ragazza rientrò ridendo nel chiosco.

Ti senti male? chiese Gennaro, preoccupato.
No, no… Vogliamo andare? tirai per mano, proprio verso il chiosco.

Sul viale rallentai.
Che succede, Nunziata?
Nicola ancora lì, a parlare alla ragazza.
Nicola, compra il pane, gli gridò lei, Non ce nè rimasto.

Lui tornò indietro. Io mi bloccai. Ci vide? No, nemmeno poteva immaginare che fossi lì.

Il gelataio una scritta diceva Gelato Artigianale.

Prendiamo un gelato, dissi, guardando in basso.
Gennaro si avvicinò.
No, lo prendo io.
No, lascia… voglio prenderlo io, quasi supplicai.

La gelataia mi accolse allegra:
Buongiorno, panna per dieci lire, crema undici.

Due creme, grazie.
Pagai, quasi dimenticai il resto.

Ma signora! I resti, lo fa apposta?
Andammo via.

Mangiamoci il gelato e torniamo a casa, va bene?
Dai, passiamo al tu.

No, non possiamo! Non è giusto! mi scappò quasi un pianto Sono sposata ma mi diverto con un altro giovane. Questo non si fa!
Nunzia, dai… che male cè?
Così! lanciai il gelato nel primo cestino, e andai via.
Gennaro mi seguì fin sotto casa; rimase zitto. Alla fine:
Scusami, meglio che non ci vediamo più. Tu vai, io forse torno al paese.

Entrai, corsi al balcone, quasi per spiccare il volo da lì. Ma dal cortile vidi Gennaro fermo, a guardarmi.
Mi ritrassi e crollai a piangere nel letto. Quella notte Nicola non venne. Portava il pane a unaltra.

Non dormii. Al mattino decisi: dovevamo parlare. Forse era tutto un errore, anche io ero stata al parco con Gennaro.

Allalba, mi misi il fazzoletto alla contadina ed andai al dormitorio della fabbrica.
Chi cerca? Nicola Fadda? Se nè già andato! Gli hanno dato la casa, per regolamento chi ha casa non può restare.
Non torna più?
No, qui non lo vediamo da un pezzo…
Ma allora dove vive?

Chi sei per lui? la portinaia si incuriosì.
Sono la moglie.
Eh… hai capito…

Parlavano tra loro, e io mi sentii nuda, abbandonata in mezzo a estranei. Dal marito, da Nicola, si era fatta portare sul palcoscenico solo per essere giudicata e lasciata sola.

Non volendo più vedere Nicola, decisi di andare via. Capivo: aveva portato la moglie solo per la casa. Se divorzio, perdo la casa, e con lamante non ci puoi entrare, tutti lo vengono a sapere.

La casa valeva poi così tanto? Ora la detestavo, anche la vasca bianca, anche il gas, pure le cose che poco prima mi sembravano miracoli.

Preparai la valigia alla meglio, lasciai i mobili, quasi tutto. Scrissi due righe di getto:
Me ne sono andata. Ci dividiamo, ti ho visto con unaltra. Mi sono cancellata dalla casa, chiavi in buca.

Mi caricai in spalla un sacco, una valigia e me ne andai. Alla stazione aspettai tutto il giorno: sarebbe passato il treno solo la sera. Non mi pesò affatto. Seduta su una panca, con il biglietto in mano e un panino nella borsa, aspettai la notte.

Poi mi accolsero i posti di casa: la stazione, il carro, il canto delle allodole, il profumo di fieno e fiori. Nunziatina tornava a casa.

***

Nunziatina! Ma che ci fai qui? vide Martina che portavo le valigie dentro il cortile.

Aveva gli occhi sgranati, camminava piano, come intontita dal sole. Il cane Tito scodinzolava, io gli accarezzai il dorso.
Dai, aiutami, perdi tempo?
Ma… Come ti devo chiamare? Anna non mi va proprio, mormorai, sorridendo.

Martina si mise a battere i piedi dentusiasmo:
Evviva! Sei tornata! Mammaaa! urlò verso lorto.
Ma la mamma non sentì, e Martina, felice, prese la valigia più grande e la portò in casa.

La mamma, donna di grande bontà e giustizia, capì tutto quasi senza che le dicessi nulla. Papà brontolò, ma gli sembrava contento.

La nonna mi chiese mille volte della macchina dellacqua calda, della vasca da bagno e la cucina bianca.

Vedrai, prendiamo anche noi la lavatrice, appena arriva il nostro turno, diceva mamma, speranzosa.

Di sera, sottovoce, mi chiese: Ma non aspetti mica un bambino?
Io non sapevo. Ma qualche settimana dopo, nellorto, le dissi tra i vapori delle erbe strappate: Mal di pancia, mamma, roba di donne…

Mamma capì dalla mia occhiata: niente figli. Forse Nicola non ne voleva.

Chiesi il divorzio. In agosto Nicola venne, a trattare le carte.

Anna, ripensaci… Non mi aspettavo questa grinta da te. Vivevi così bene, cosa ti mancava?
Non voglio! e mi incamminai decisa nellufficio comunale.

Fuori, Nicola si accese una sigaretta, mi lanciò laccendino:
Sciocca che sei, Anna. Potevi stare da gran signora, nella casa nuova. Ti avrei dato quello che volevi. Ora, torno alla vita di prima, stufa a legna e maiale nel cortile.

Eh, girare le code ai maiali è roba tua, gli risposi, calma.

Lo guardai e non capivo neanchio se lavevo mai davvero amato. Nessun rimpianto, nessun odio. Solo freddezza.

Mi voltai e tornai dal papà che mi aspettava poco più in là. Nicola mi fissava nervoso, accese una sigaretta e la schiacciò col piede a metà.

Comè andata? domandò papà, facendo finta di niente.
Tutto bene, papà. È finita, e non mi dispiace.

Allinizio di settembre, quando piovigginava, nel cortile si aprì il cancello: Tito abbaiò, e dopo pochi passi Martina col grembiule scolastico arrivò con lombrello.
Fermo Tito! È di casa! gridò alla bestiola.

Buongiorno! Cercavo Nunziatina… mi dicono che abita qui ancora?
Sì, è nei campi, rispose seria Martina, guardando il ragazzo: Ma tu sei Gennaro, vero?
Esatto, come fai…
Lo sapevo! Sapevo che ti sarebbe venuta a cercare! Lei però non ci credeva. Ah, dovevo scommettere! Vieni, asciugati e siedi. Ti do un po di dolci, aspettiamo Nunziatina. Sono nei campi, oggi. Solo io sono rimasta a casa, per la visita della maestra, se no anche io nei campi, nel fango sotto la pioggia…

Si voltò alla porta Pensi che si offenderà se la vedi impolverata e sudata?

Ma figurati! rise Gennaro. Sono solo felice di averla trovata. Sono tornato a Firenze a studiare, ma sono venuto subito qui da lei. Avevo saputo dalla vicina che aveva lasciato il marito e la città. Sono solo felice, davvero! ripeté.

Lo sarà anche lei, vedrai promise Martina, portandosi il dito alle labbra Ma non dirle che te lho detto!

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– Mio marito mi invita a seguirlo.
Parola d’ordine Svetlana era alla cassa di un supermercato, con una confezione di yogurt e una pagnotta di pane, quando il POS emise un bip e sullo schermo comparve: “Operazione negata”. Meccanicamente allungò di nuovo la carta, come se potesse convincere la macchinetta, ma la cassiera già la osservava con stanca diffidenza. — Magari un’altra carta? — propose la cassiera. Svetlana scosse la testa, prese il cellulare e vide un SMS della banca: “Le operazioni sul conto sono sospese. Si rivolga all’assistenza clienti”. Poco dopo ne arrivò un altro, da un numero sconosciuto: “Prestito approvato. Contratto n°…”. Sentì il calore salirle alle orecchie. Dietro, qualcuno pestava impaziente i piedi. Pagò in contanti, quelli che teneva “per sicurezza”, ed uscì sul marciapiede. Il sacchetto le segnava le dita. Continuava a ripetersi: è un errore. Deve essere per forza un errore. Mentre tornava a casa chiamò la banca. Rispose la voce registrata, poi musica, infine l’operatore. — Il conto è stato bloccato per sospetta attività fraudolenta — disse l’operatore, senza aggiungere dettagli —. Risultano nuovi obblighi nella sua storia creditizia. Dovrà presentarsi in filiale con il documento. — Quali obblighi? — Svetlana tentò di restare calma —. Non ho richiesto alcun finanziamento. — Dal sistema risulta l’attivazione di due microprestiti e una richiesta di nuova SIM a suo nome — disse l’operatore come se stesse leggendo il contatore del gas —. Non possiamo sbloccare senza verifiche. Svetlana chiuse la chiamata, restando qualche secondo davanti alla fermata dell’autobus. Gli SMS di prestiti erano tre — uno prometteva “periodo promozionale”, un altro minacciava interessi. Provò ad accedere al proprio conto online: “Accesso limitato.” La preoccupazione si faceva gelida, come la sala d’attesa di un dottore. Posò il sacchetto sul tavolo senza togliersi il cappotto. Il marito, Sergio, lavorava al portatile. — Che succede? — chiese, alzando gli occhi. — Carta bloccata. E… — gli mostrò il telefono — ci sono dei prestiti a mio nome. Sergio si rabbuiò. — Guardaci bene. Sicura di non aver messo per sbaglio una spunta su qualche modulo? — Io? — trattenne a stento l’irritazione —. Non sono mai nemmeno entrata in una finanziaria online. Sergio sospirò, trattando la cosa come un piccolo guasto domestico. — Tranquilla, si risolve. Domani vai in banca. Come se fosse una bolletta da pagare. In cucina, mentre accendeva il bollitore, le tremavano le mani. Ripose il telefono, poi lo riaccese. Chiamata persa: “Recupero crediti”. Non richiamò. La notte passò in bianco, con le parole “sospetta frode”, “obblighi”, “sim”. Immaginava di entrare in filiale e sentirsi accusare. Come dimostrare la propria innocenza di fronte a qualcosa che non aveva fatto? Il mattino dopo chiese il permesso in ufficio, “problemi con la banca”. La capa la guardò con attenzione ma non fece domande. Quel silenzio era peggio che compassione. In filiale la fila avanzava a rilento, passaporti e cartelle in mano. Arrivato il suo turno, l’impiegata digitò sul computer: — Risultano due contratti di microprestito: uno da ventimila euro, uno da quindicimila. Più richiesta di SIM e tentato trasferimento verso un altro conto. — Non sono stata io — le parole le uscivano come fossero un timbro. — Deve compilare domanda di dissenso sulle operazioni e denuncia di frode. Può ritirare estratto conto e certificato di blocco. Le consiglio anche un estratto della storia creditizia. Svetlana firmò i moduli, rigorosamente nei campi giusti. In fondo, in piccolo, la banca “non garantisce esito favorevole”. Chiese: — Come è possibile? Ho l’SMS di conferma operazioni. — Potrebbe essere stata riemessa la SIM. In tal caso gli SMS arrivano al nuovo numero. Parli con il suo gestore. Uscì dalla banca, la cartellina più pesante di qualsiasi prova di innocenza. Nel punto vendita del gestore, il consulente, troppo sorridente, controllò il sistema. — Sì, risulta una SIM a suo nome — disse —. Rilasciata due giorni fa, in un altro negozio. — Mai ricevuta. Come hanno fatto senza di me? — Serve il documento. O una delega, che però viene registrata. Vuole contestare il rilascio? Possiamo bloccarla subito. — Lo faccia. E mi dia l’indirizzo del negozio. Stampò la ricevuta: indirizzo, ora, numero pratica. Sul “numero di contatto” c’era il suo vecchio numero: il suo. Ma accanto, “cambio SIM”. Qualcuno aveva fatto un duplicato. Chiamò il CRIF. Istruzioni, login a SPID, conferma identità, attesa rapporto. Ogni codice sembrava una beffa anziché protezione. Poco dopo pranzo, nuovo squillo. — Svetlana Nikolaevna? — voce maschile secca —. È in mora per un finanziamento. Quando pensa di saldare? — Non ho mai richiesto nulla, è una truffa. — Lo dicono in tanti. Ma noi abbiamo i dati e il contratto. Se non paga, parte l’azione legale. Chiuse. Il cuore batteva come dopo una corsa. La vergogna saliva col terrore: come se avessero colto lei in colpa, lei che non aveva colpe. Andò in Questura nel tardo pomeriggio. L’aria sapeva di carta e linoleum. Il maresciallo ascoltò sempre, non la interruppe. — Dunque: microprestiti, SIM, tentato bonifico. Ha mai perso il passaporto? — Mai. Ma ho fornito copie per l’assicurazione in ufficio, e… — esitò — anche all’amministratore condominiale, per il conguaglio. — Le copie viaggiano, purtroppo. E il cambio SIM è un dettaglio importante. Scriva denuncia, alleghi tutto. Svetlana annotò tutto, trattenendo le lacrime. “Soggetti ignoti” suonava comico. Sapeva che non erano “ignoti”. Era qualcuno che la conosceva bene. A casa, Serge la aspettava sulla porta. — Allora? — Denuncia fatta. SIM bloccata. Domani devo andare all’anagrafe, chiedere certificati, estratto CRIF. Sergio fece una smorfia. — Senti, ma non è meglio pagare e chiuderla qui? Costa più la salute. Svetlana lo guardò come se non lo conoscesse più. — Pagare per quello che non ho fatto? E aspettare il prossimo giro? — Ma dai… — lui distolse lo sguardo —. Gli sbirri non fanno niente… Capì che aveva paura, che voleva solo che tutto sparisse. Ma sparire avrebbe significato rinunciare a sé stessa. Andò in Comune: sala d’attesa elettronica, documenti tra le mani. Tutti la guardavano, sentiva scritto in fronte “debiti”. Assurdo, eppure reale. L’impiegata spiegò quali certificati richiedere, come bloccare i crediti sul CRIF, come fare ricorso online. Svetlana prese appunti: la testa non ce la faceva più. A casa, la sera, arrivò il report CRIF. Svetlana lo aprì sul portatile: due finanziarie, una richiesta respinta, tutto coi suoi dati e recapiti. E un campo: “parola d’ordine”. La parola che solo i familiari conoscevano. La lesse più volte. L’aveva creata anni prima, quando la banca raccomandò “protezione extra”. Ne aveva riso, scegliendone una semplice da ricordare. L’aveva detta una volta a Sergio e al figlio, quando fecero la carta famiglia. E poi… ricordò l’inverno scorso, il nipote di Sergio, Dima, che aveva chiesto una mano col CV, seduto in cucina, mentre lei compilava i moduli e scherzava sui “password che tanto nessuno ricorda”. E lei, di getto, aveva pronunciato ad alta voce quella parola. Chiuse il portatile. La parola d’ordine non era “fuggita” online. Nessuna copia di passaporto. L’aveva sentita solo chi era in casa. Prese la cartellina dei documenti: vecchie fotocopie, assicurazioni, contratti. Riemerse una copia del passaporto fatta proprio per Dima, quando chiese “una mano per la carta prepagata”. “Solo da mostrare in ufficio.” Aveva scritto “valida solo qui” sul margine, ma a poco era servito. La fissava, ricordando quando Dima chiese soldi “fino a stipendio”, e Sergio lo difese: “È giovane, si sta sistemando”. Ricordava la sua parlantina, l’abilità di evitare domande. Sergio entrò in cucina. — Che succede? Svetlana posò il report e la copia sul tavolo. — Nel CRIF c’è la parola d’ordine — disse —, e la SIM l’hanno fatta col mio passaporto. Solo Dima aveva la copia. Sergio inarcuò le sopracciglia: — Vuoi insinuare che… non può essere. Ha solo un brutto periodo. — Periodo? — lei sentiva salire la rabbia concreta —. Io pure. Mi bloccano il conto, mi minacciano. E sento dire: paga per stare tranquilla. Nel silenzio, capì che Sergio non proteggeva Dima, ma l’idea che “i nostri” non tradiscono. Il giorno dopo raggiunse il negozio dove avevano rilasciato la SIM. Chiese dell’amministratore. — Non possiamo fornire dati di terzi — rispose la commessa —. Se sospetta irregolarità, deve passare tramite la polizia. — Già fatto — replicò Svetlana. — Voglio sapere su che documento hanno rilasciato la SIM. La commessa abbassò la voce: — Dal sistema risulta: passaporto originale. Foto combaciava. Firma.” Le mani le si intorpidirono: c’era stato qualcuno col suo documento, forse una contraffazione. Immaginava Dima, la sua faccia, la battuta pronta per ogni evenienza. Chiamò la migliore amica, Natasha, giurista in uno studio. — Ho bisogno di un consiglio. E forse di fare nomi. — Vieni stasera. Porta tutto. Mai, mai dare soldi ai truffatori. Alla sera, tra tazze di caffè e cartelline aperte sulla scrivania, Natasha fu categorica: — Ottimo che hai tutto documentato. Ora: con la denuncia già fatta, manda segnalazione anche alle finanziarie, contesta le pratiche, chiedi le copie dei contratti. Blocca la richiesta di crediti sul CRIF, con lo SPID. Non è una panacea, ma aiuta. — E se il truffatore è… di famiglia? Natasha la fissò: — Peggio ancora: se lasci correre, lo rifarà. Serve un confine. È una questione di rispetto, non solo di soldi. Svetlana annuì. Confini, parola strana in una famiglia dove “nostri” voleva dire sempre sì. Il sabato, Dima venne di persona. Sergio lo aveva chiamato per chiarire. Lei ascoltò dal corridoio: era magro, malvestito, lo sguardo sfuggente. — Ciao Svet, Sergio mi ha detto dei vostri casini. Svetlana restò in piedi, cartellina in mano. — I miei casini sono microprestiti e SIM a mio nome. Il modulo contiene la mia parola d’ordine. Gli tremò appena la bocca. — Caspita… succede ovunque ormai. — Ovunque? — lei insistette —. Solo tu avevi la mia copia. Sergio era teso, pronto a intervenire. — Non insistere… — mormorò. — Io voglio solo sapere. Dima abbassò lo sguardo, poi lo rialzò: — Dovevo coprire un debito, pensavo che tu non te ne accorgessi subito. Volevo rimettere a posto, poi restituire. Non so più come uscirne. — Hai rubato la mia identità. Sapevi che mi avrebbero chiamata? Bloccato i conti? — Pensavo di fare in tempo… non volevo farti male. È che… tu hai sempre aiutato tutti. Quelle parole facevano più male ancora: “Tu hai sempre aiutato”. Come se fosse un diritto. Sergio si portò una mano sul viso: — Ma ti rendi conto? È una denuncia penale. — Rimetto tutto a posto, ve lo giuro. Solo non denunciate… Svetlana tirò fuori una copia della denuncia. — L’ho già fatto. Non la ritiro. Dima sbiancò: — Siamo parenti… — La famiglia non si comporta così. — Sentiva la voce straniera, fredda, ma finalmente padrona di sé. Sergio era sconfitto: aiutarlo avrebbe significato sacrificare lei. — Vai via, — disse a Dima —. Ora. Dima restò un attimo, poi uscì. Il silenzio che seguì non era sollievo: era la consapevolezza della frattura. Serge si sedette: — Non pensavo mai… — Nemmeno io — replicò Svetlana —. Ma non vivrò più pensando che la fiducia sia una protezione. — E adesso? — Adesso, vado fino in fondo. E anche a casa: niente più copie in giro. Password solo mie. Se qualcuno vuole il cellulare “un minuto”, non è mai un minuto. Sergio annuì. Come uno che ha perso, ma non discute più. Le settimane successive furono fatte di procedure: lettere raccomandate alle finanziarie, allegati della denuncia, richiesta di documenti. Alla banca aprì un conto nuovo e versò lo stipendio lì. Sullo SPID bloccò ogni richiesta di prestito, abilitò notifiche per ogni accesso al CRIF. Cambiò numero di cellulare: la SIM vecchia restò bloccata, e la nuova si poteva riemettere solo a sportello con verifica doppia. Ogni passo lasciava una traccia: ricevute, copie di documenti, nuovi codici scritti e chiusi in una busta a parte. La stanchezza era enorme, ma con essa cresceva la sensazione di riprendere la regia della propria vita. I recuperatori chiamavano ancora: — Lasci tutto per iscritto — rispondeva lei ormai pronta —. Ho presentato denuncia n… La chiamata è registrata. Alcuni riattaccavano, altri insistevano. Lei documentava tutto e inoltrava a Natasha. Una sera, una delle finanziarie rispose: “Pratica contestata, sospesi gli addebiti in attesa delle verifiche.” Non era una vittoria, ma finalmente un riconoscimento che non si può lottare per sempre contro l’ovvio. Sergio era taciturno. Non commentò quando Svetlana chiuse la cartellina dei documenti in un cassetto con la serratura. Non chiese i nuovi codici del telefono. Quando provava a parlare di Dima, lei lo fermava: — Non voglio parlare di lui. Ora. Niente trionfo; solo diffidenza. Come dopo un incendio: la casa in piedi, ma il fumo resta a lungo nell’aria. Alla fine del mese Svetlana andò a ritirare la certificazione in banca. L’operatrice consegnò: — Il blocco è tolto, ma le consiglio di cambiare il documento non appena possibile e monitorare il CRIF. Uscì e sospirò di sollievo. Davanti a un’edicola comprò un bloc-notes e una penna, si sedette su una panchina al parco. Sulla prima pagina scrisse, in grande: “Regole”. Niente proclami, solo una lista. “Nessuna copia dei documenti a terzi. Parole d’ordine mai dette ad alta voce. Accesso al telefono solo per me. Soldi solo con accordo scritto e solo a chi posso dire di no.” Chiuse il blocco, lo ripose nella borsa e tirò la zip. Era ancora inquieta, ma l’ansia era diventata operativa: la fiducia non era evaporata, semplicemente non era più incondizionata. A casa mise a bollire l’acqua, tolse la busta delle nuove password e la infilò nella sacca ignifuga comprata per l’occasione. Sergio entrò, posando due tazze accanto. — Hai ragione, — disse — volevo solo che tutto tornasse come prima. Svetlana lo guardò. — Non sarà più come prima — rispose —. Ma può andare meglio, se ci proteggiamo a vicenda con i fatti, non solo con le parole. Sergio annuì. Sentì il piccolo scatto quando chiuse il cassetto a chiave: un suono quasi impercettibile, ma necessario. Un gesto che le restituiva il controllo su ciò che era suo.