Il diritto al proprio mondo
Signora Rossi Maria Giorgia? una donna severa, con un tailleur scuro e laria contrariata, mi bloccò proprio sulla soglia di casa. Dobbiamo parlare. Sul serio.
Sì, sono io. E lei chi è? risposi stringendomi le spalle distinto. Non aspettavo nessuno e il primo pensiero mi volò immediatamente a mia figlia: È successo qualcosa a scuola?. Tuttavia, in un secondo, scartai lipotesi. La maestra mi avrebbe di certo chiamato in caso di qualcosa di grave.
Posso entrare? disse la donna, poco socievole, sollevando appena la cartellina che aveva in mano. Non dimentichi che è nel suo interesse.
Sto già facendo tardi in ufficio, quindi no, replicai fermamente, schiacciando lo sguardo sullorologio. Voleva parlarmi di qualcosa in particolare? Cercai di restare gentile, anche se ormai limpazienza mi traspariva dalla voce. Al lavoro il capo mal sopportava i ritardi, e oggi proprio non girava: la sveglia non era suonata, la colazione preparata in tutta fretta, e ora questa visita improvvisa.
Si tratta di sua figlia, affermò senza preamboli. Sono dei servizi sociali. È arrivata una segnalazione dalla scuola.
Feci appena in tempo a scendere qualche gradino che mi voltai di scatto. Segnalazione? Servizi sociali? Sentii lo stomaco chiudersi per langoscia.
E cosa mai vi hanno raccontato a scuola, tanto da venire qui di lunedì alle otto e mezza? La nostra famiglia sta bene, stiamo tranquilli, e Lucia non le manca nulla. Nessuno la maltratta. Dovè il problema?
Sua figlia è completamente estraniata dalla realtà! disse decisa, fissandomi senza abbassare lo sguardo.
In che senso? mi incupii dun tratto. Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare.
Venerdì la maestra ha controllato i diari di lettura. Sa cosa ha trovato?
Certo che so! sbottai, sentendomi salire il sangue alla testa. Firmo ogni giorno. Lucia adora leggere, le sue letture sono la sua passione. Prende libri dalla biblioteca scolastica, spesso compriamo nuove edizioni. Non vedo il male.
Sua figlia, che frequenta la seconda elementare, passa ogni suo momento libero tra i libri! la donna dei servizi sociali alzò leggermente la voce, come se parlassi con chi proprio non vuol capire. Legge favole e storie che non centrano nulla con la realtà! Le sembra normale? I bambini devono socializzare, giocare allaperto, imparare il mondo insieme agli altri. Lei, invece, si rifugia nel suo mondo, lasciando perdere il resto.
Inspirai profondamente, cercando di restare calmo. Conoscevo mia figlia meglio di chiunque altro: leggere la stimolava, le apriva orizzonti, le insegnava a riflettere.
Quanti amici ha sua figlia? continuò la donna, inclinando la testa come per scrutare la mia reazione.
Quanti ne servono, risposi secco. Spesso vengono le sorelle Verdi dal terzo piano, altre due bambine del palazzo accanto. Giocano insieme, fanno i compiti, a volte organizzano merende. Quando escono in cortile si unisce un bel gruppo. Lucia sa benissimo stare con gli altri.
Ma lei prende liniziativa? Le sue amiche vengono perché lei le cerca o solo perché casa vostra è spaziosa e accogliente? Lucia chiama le altre, le invita fuori, propone attività di gruppo?
Esitai un attimo, ripensando alle ultime settimane. Lucia non era mai stata la più rumorosa della compagnia, ma sapeva ben trovare il suo posto. Preferiva giochi tranquilli: disegno, lettura, giochi da tavolo.
Partecipa quando la coinvolgono, spiegai. E se le va qualcosa di diverso, propone le sue idee. Di recente hanno improvvisato addirittura un piccolo teatro in casa. Le bambine hanno scritto la scenetta, preparato costumi, e rappresentato lo spettacolo davanti a noi genitori. Anche questo è socializzare, forse più costruttivo di correre urlando nel cortile.
Loperatrice prese appunti rapidi, poi mi fissò di nuovo.
È sicuro di conoscere i veri bisogni di sua figlia? Non le manca forse un confronto vivo con gli altri, e i libri sono solo una scappatoia?
Mi sentii ribollire dentro, ma mi trattenni. Mantenere il controllo era fondamentale.
Io so che Lucia è felice, dissi a voce ferma. Apprende, ha amici, sperimenta passioni. Leggere non è fuggire: è capire. Le posso mostrare camera, quaderni, tutto quello che vuole. Non intendo permettere a nessuno di giudicare solo per sentito dire.
Gli altri compagni di classe? insistette, ora quasi interrogandomi. La maestra nota che Lucia non li frequenta, nemmeno in ricreazione. Se ne sta col libro.
Stirando le labbra mi sforzai di restare educato.
Meglio un libro che lo smartphone, replicai serio. Meglio enciclopedie e racconti appassionanti, piuttosto che perdere le giornate dietro a video vuoti e luce blu.
La mia era una difesa decisa, anche se mi sentivo già stanco di tutto questo giudizio. Vedevo solo vantaggi nellinteresse di mia figlia.
Ma la donna tentò di aggiungere qualcosa, ma la interruppi netto.
Per me la discussione è chiusa! scandii, avvicinandomi alla porta. A proposito, come si chiama?
Lei sembrò indispettita, ma non ebbe esitazioni.
Giulia Alessandri.
E il cognome? insistetti, guardandola negli occhi.
Rinaldi.
Perfetto, annuii segnando il nome nella mente. Oggi stesso presenterò un reclamo formale sia contro di lei che contro la maestra di Lucia. Cè chi davvero avrebbe bisogno del vostro aiuto, invece di venire da noi a spiegarmi come fare il padre.
Mi presi qualche secondo per trovare la calma. Non volevo esser sgarbato, ma mettere i paletti era mio dovere.
Lucia è la prima della classe, studia inglese, segue danza sportiva. È educata, gentile, affidabile. Partecipa alle attività scolastiche, aiuta i più piccoli. E voi, invece, non fate che criticare. Andate dalla famiglia Ferri, magari, dove nessuno lavora da mesi
Giulia Alessandri impallidì, irrigidendo la bocca.
Non spetta certo a lei giudicare il mio lavoro!
Guardi, rischia il posto se tratta ancora così le famiglie perbene, glielo assicuro, tagliai corto, aprendo decisa la porta. Arrivederci.
Non mi voltai. Non cera più tempo da perdere con chi cerca problemi dove la situazione è serena. Fuori di famiglie in vera difficoltà ce ne sono a bizzeffe: più comodo puntare chi è gentile. Visitare un appartamento ordinato non è come entrare dove cè caos e degrado.
Buttai un occhio allorologio: mancavano venti minuti allinizio della giornata lavorativa, ma io ci mettevo almeno venticinque minuti, col traffico ancora di più. Stretti il cappotto sul petto e mi precipitai verso la fermata dellautobus. Mentre camminavo, le parole di Giulia mi ronzavano ancora in testa.
Estraniata dalla realtà? continuavo a ripetermi, sentendo il fastidio crescere. Come osa giudicare? Lucia è una bambina brillante, con tanta voglia di imparare. Non sta solo leggendo: mi fa domande, discute ciò che legge, ragiona. E questo sarebbe sbagliato?
Ripensai a quando, solo la sera prima, Lucia mi spiegava con entusiasmo le scoperte della nuova enciclopedia sul sistema solare, disegnava pianeti, provando a spiegarmi perché Plutone non è più classificato come un pianeta. E di amici ne aveva!
In ufficio mi accolse lo sguardo scuro del capo, il dottor Ivan Petrucci, seduto dietro la scrivania intento al portatile, che però appena mi vide alzò lo sguardo.
Maria Giorgia, di nuovo in ritardo disse gelido. È la terza volta questo mese.
Mi scusi, dottore, risposi prendendo aria, cercando di ricompormi. È successo qualcosa di imprevisto, una questione familiare urgente. Un abuso di potere da parte dei servizi. Hanno pensato bene di venirmi ad accusare senza motivo.
È grave? Le serve una mano?
Grazie, ma risolvo da solo. A pranzo presenterò i dovuti reclami, sorrisi amaro. Chi non svolge bene il proprio ruolo devessere sanzionato.
Il capo rifletté un attimo, poi fece cenno di sì.
Ma sappia che non potrò ignorare oltre certi ritardi.
Capisco.
Andai alla mia postazione, accesi il portatile e cercai di concentrarmi. Ma la mente tornava sempre al colloquio con Giulia Alessandri. Involontariamente stringevo le mani a pugno, tanto ero ancora nervoso.
Devo chiamare a scuola, decisi fermo. Capire chi ha segnalato e perché. Non posso lasciar correre.
Solo nel pomeriggio, tra una riunione e laltra, trovai un attimo per telefonare alla maestra di Lucia.
Buongiorno, sono Maria Giorgia Rossi, il papà di Lucia, dissi controllando la voce. Avrei bisogno di parlare con lei.
Per quale motivo? la voce della maestra Anna Serena era prudente, già sul difensivo.
Stamattina ho ricevuto la visita di una funzionaria dei servizi sociali, spiegai badando a trattenermi. Dice di aver avuto una segnalazione dalla scuola perché Lucia sarebbe “avulsa dalla realtà”. Vorrei sapere da dove viene questa nota e cosa vi ha spinti a tanto.
La maestra rimase un istante in silenzio.
Guardi, non volevo scatenare tutto questo. Onestamente non pensavo che la questione arrivasse ai servizi. Mi preoccupa solo che Lucia passi così tanto tempo sui libri. Non parla quasi con i compagni, non gioca con loro. In ricreazione resta da sola, immersa nella lettura. Se provo a coinvolgerla, risponde gentile ma si vede che preferisce leggere.
Serrando la cornetta mi obbligai a non interromperla.
Mi consenta, ma su quale base pensa di poter decidere per mia figlia? Ha amici, solo che seleziona con chi stare, risposi freddamente. E non capisco perché vuole forzarla a socializzare con chi la prende in giro? Anna Serena cercò di replicare, ma la bloccai subito. Sì, proprio perché la prendono in giro! Non venga a raccontarmi altro!
Vorrei solo che tutti fossero amici, borbottò la maestra sulla difensiva. Qualcuno è stato magari un po brusco, ma solo perché Lucia non si unisce agli altri! Alla sua età è normale
Il suo compito, come insegnante, è evitare conflitti e non coprire i bulli! E, mi scusi, ma il reclamo lho già inviato: non fa rispettare le regole, copre chi disturba e poi se la prende con chi si comporta bene. Avremo modo di approfondire più avanti.
Ho agito in buona fede! insistette Anna Serena, offesa. In classe non ci sono bulli, sono solo fraintendimenti! Lucia deve imparare a perdonare e trattare tutti con rispetto, per il suo bene. Lo capisce, no?
So io cosa è meglio per mia figlia. E sì, sono certo che Lucia fa bene a ignorare chi la tratta male. Tanto più che agli amici degli amici permette di tutto solo perché alcune madri hanno il “giusto” rapporto con le insegnanti Ma ora basta. Le cose cambieranno. Finché Lucia non era presa di mira me ne disinteressavo, ora invece non lascerò perdere. Arrivederci.
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Passai la notte a pensarci e ripensarci: parlarne con Lucia, discuterne con mia moglie, coinvolgere o meno la scuola Al mattino mi fu chiaro: dovevo solo darle un ambiente dove i suoi interessi fossero valorizzati, non visti come un difetto.
Lindomani mi decisi. Ritrovai in agenda il numero di una scuola media che tenevo docchio da tempo, e chiamai il preside. In poco tempo mi fissarono un appuntamento per il colloquio del giorno dopo.
Lí la scuola era proprio come me laspettavo. Appena varcato il portone fui colpito da corridoi luminosi, pareti piene di disegni, lavori dei ragazzi, sorrisi e cordialità. Gli insegnanti salutavano i ragazzi, e tra loro.
Il preside, la signora Olga Venturi, mi ricevette in uno studio semplice, ordinato, con foto di gite fuori porta, concerti e attività scolastiche. Mi ascoltò senza interrompere, lasciando spazio ai miei dubbi e alle mie richieste.
Qui abbiamo tanti laboratori, circoli, progetti, spiegò con fermezza. Teatro, club scientifico, atelier di disegno I ragazzi collaborano spesso, ma a loro ritmo e secondo inclinazioni. Mai forzature. La centralità dello studente ci sta particolarmente a cuore.
Sentivo sempre più che questa sarebbe stata la scelta giusta per Lucia. Qui nessuno lavrebbe costretta a socializzare con chi la disturbava, o a dare i compiti ai pigri solo per far brillare la media della classe (esattamente quello che la vecchia maestra pretendeva da lei).
Ecco cosa cercavo, dissi, sincero. Lucia ama leggere, ha i suoi tempi, vuole imparare, ma non sempre riesce a infilarsi in gruppi rumorosi. Voglio che stia bene, a suo agio, e che sia apprezzata per comè.
Il preside mi sorrise.
Qui troverà il suo spazio. Vedrà che Lucia saprà trovare amici e stimoli.
Dopo una settimana Lucia cambiò scuola. I primi giorni fu spaesata: nuovi volti, abitudini, regole. La sera era spesso silenziosa, assorta nei suoi pensieri, ma io decisi di lasciarle il tempo.
Poi iniziò a raccontare delle lezioni di scienze con la professoressa Bianchi, così coinvolgente da rendere interessante anche la botanica. Mi disse che aveva conosciuto una ragazzina della seconda, Alice, che adora leggere come lei. Dopo un paio di settimane mi accolse a casa con occhi ridenti:
Papà, stiamo facendo insieme un progetto di scienze! Osserviamo come le piante crescono in base alla luce e allacqua. Ho suggerito di tenere un diario, sono tutti entusiasti!
Sorrisi, ascoltandola raccontare progetti e idee. Vedevo la sua sicurezza crescere, il suo entusiasmo moltiplicarsi tra nuove amicizie e passioni condivise.
Una sera, prima di spegnere la luce, Lucia mi sussurrò:
Papà, qui mi trovo bene. Nessuno prende in giro chi legge un libro in ricreazione. Anzi, tanti lo fanno.
Le accarezzai dolcemente i capelli.
Limportante è che tu sia felice.
Lei chiuse gli occhi sorridendo, e io rimasi accanto a guardarla addormentarsi serena. Ero finalmente certo di aver fatto la scelta giusta.
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I mesi passarono. Lucia continuava a leggere, scopriva enciclopedie e romanzi nuovi, ma ora aveva anche più amici. Frequentava spesso Alice e Caterina, le invitava a casa: ridevano, preparavano merende, progettavano insieme.
Partecipava alle attività scolastiche: aiutava a preparare la bacheca dei lavori, si esibiva nelle recite, una volta organizzò anche una mostra di suoi disegni. In ricreazione non restava più sola, immersa nei libri, ma parlava, discuteva e raccontava alle compagne le storie lette.
Iniziò anche a condividere i suoi interessi: portava le amiche a passeggiare, una volta insegnò pure qualche passo di danza sportiva. Le bambine si divertivano, ripetendo goffamente i movimenti.
Ed io mi sentivo finalmente tranquillo. I miei reclami non erano stati ignorati: la funzionaria che mi aveva attaccato fu spostata a seguire solo famiglie difficili, controllata in ogni passo e avvertita che altri errori avrebbero comportato il licenziamento.
Quanto alla vecchia maestra le tolsero la classe. La nuova insegnante, dopo qualche settimana, confermò quanto avevo detto: tanti problemi disciplinari, voti bassi, e una gestione poco trasparente dei rapporti con alcuni genitori (le solite “regalie”). Alla fine la maestra lasciò la scuola, trovando posto solo in un istituto periferico dove nessuno voleva andare.
Ho imparato allora che difendere i propri figli, proteggerne le passioni e il loro modo di essere è un nostro diritto, quasi un dovere. Lasciarli liberi di crescere seguendo la propria natura li rende davvero forti e felici. E che il giudizio degli altri, spesso, dice più di chi lo pronuncia che di chi lo riceve.







