LUltima Alba
Stiamo ricevendo una trasmissione? È la Orizzonte? Sergio?
Non era possibile! Se qualcuno poteva trovarsi nei guai, dovevano essere loro, con quel piccolo mezzo planetario, ma non la nave madre!
Svetlana intrecciò le dita, mentre il pensiero del marito la stringeva. Ventanni giorni di raccolta di campioni di aria, terra, acqua sulla sesta del sistema Fenice, a mandare risultati e previsioni sempre più nere, ricevendo solo qualche incoraggiamento, un pensiero gentile in risposta da chi rimaneva in orbita.
Su quel pianeta bruciava tutto ciò che non sarebbe dovuto bruciare: persino il muschio umido. Le piante nascondevano i germogli sotto spessi strati di corteccia, gli animali scavavano tane per precipitarsi al minimo cenno di incendio.
Loro stessi, due volte, erano dovuti scappare nel modulo, osservando il fronte del fuoco correre sulla savana. Ventinove percento ossigeno nellatmosfera: ecco la causa.
usate le capsule inviate i dati Le parole furono inghiottite dal sibilo della statica.
Dima! Mattia!
Il cuore di Svetlana rallentò. Il suo Sergio sereno, accomodante, ora urlava, cercando di capire cosa stava succedendo lassù.
Dicono distorsione campo
Hanno dei problemi, mormorò Sergio, voltandosi verso di lei. Il capitano ha dato lordine di utilizzare le capsule di salvataggio: significa che non cè più speranza.
Ma cosa è successo? domandò Svetlana, tremando.
Parlavano di unonda gravitazionale molto potente.
Sul grande schermo apparve una striscia grigia.
È quella?
Sì, qualche strana distorsione, confermò Sergio studiando i dati.
Si rifece vivo Orizzonte.
onda aumenta la potenza i campi non reggeranno!
La fascia grigia aumentò dintensità, scintillando.
Attivo i sistemi di difesa, annunciò Sergio, provo a tirare fuori lo shuttle dalla traiettoria.
La nebbia scintillante si riversò sullo schermo.
Limpatto lacerò i campi protettivi dello scafo, scagliando il veicolo di lato; cominciò a roteare, i compensatori vibrarono, scaricando energia.
Il resto Svetlana lo ricordava a brandelli: manovre disperate, il tentativo di stabilizzare lorbita, frenata demergenza mentre si avvicinavano allatmosfera, la scossa nellaria densa e polverosa… poi il buio.
***
Aprii gli occhi in un bagliore amaranto del sistema di emergenza. Alexia… dove sono? Cosa è… accaduto?
Sergio?
Girai con fatica la testa. Il sedile di comando era vuoto. Le cinture sciolte.
Sergio… chiamai debole. Sciolsi a fatica i miei lacci, provando a sollevarmi, ma dopo pochi passi ricaddi sulla poltrona.
Dolore alle spalle, un colpo sordo al petto, la nausea. Nulla aveva importanza.
Non poteva essere! sussurrai tra i denti.
Sergio. Il mio Sergio, giaceva a terra, prono.
Sfiorai con la mano il grosso bracciolo. Terzo bottone, primo modulo. Il palmo si aprì: il piccolo analizzatore medico uscì dal pannello, mi punse.
Dai, veloce, supplicai, codifenil, cinquanta milligrammi, almeno venticinque… così mi rimetto in piedi, aiuto Sergio, capisco…”
Lanalizzatore caricò i dati sullo schermo. Sbattei le palpebre: contusioni, disidratazione… sei ore svenuta? Ma allora…
Lo stimolatore regolò il battito, placò fame e sete, schiarì la mente.
Mi alzai, piegandomi su Sergio.
La pelle era già tesa e fredda.
La mente teneva le emozioni a distanza.
Sergio Lin, mio marito, morto da almeno sei ore.
“Forse qualcosa nel sangue? Una sostanza anestetica che simula il rigor mortis? Improbabile…” Allungai la mano verso lo scanner medico. Dovetti girarlo, leggere i parametri.
Nessun dubbio: respiro zero, battito zero, attività cerebrali assenti. Una vertebra cervicale spezzata, il verdetto.
Gli occhi spenti fissavano il vuoto. Le mani ancora contratte in un gesto ridicolo.
Cosa può essere successo? Si era sganciato le cinture pensando fosse tutto finito, si è alzato e… E poi? Un animale alieno ha sballottato lo shuttle? È rotolato giù un masso? Raffica di vento? Stop.
Compresi che la mente, sotto codifenil, avrebbe generato altre cinque o sei teorie. Mi rimisi al mio posto.
Prima di tutto, attivare il segnale demergenza.
Avevano montato il ripetitore subspaziale in orbita? Di solito si fa subito, in caso di atterraggio rischioso.
A proposito daiuto.
Mi resi conto che non bevevo né mangiavo da oltre sei ore.
Mi stropicciai la faccia, toccai le labbra secche, poi mi sollevai, raccolsi una razione e fui nella piccola toilette.
Lo specchio mi rimandò un viso pallido, occhi schiariti sotto leffetto dei farmaci. Mi sistemai una ciocca bionda, passai un panno umido sul viso, sulle mani, misi via tutto.
Quellacqua mineralizzata mi sembrò nettare divino. Bevvi piano, sorseggiando.
Mi ascoltai: niente fame. Solo stanchezza e apatia.
“No, reagisci! Bisogna capire dove siamo atterrati, se si può uscire, se qualcun altro è vivo!”
***
Luca Verga si era immaginato tuttaltro dal suo primo incarico. Sì, era la sua prima volta nello spazio profondo, nave moderna, un ruolo da cartografo per la Flotta Cosmica Terrestre… ma era come troppo… uguale, tutto monotono.
Il Vettore, nave adibita a rilevazioni, trasporti, e a rare missioni speciali che, però, non avevano mai coinvolto agenti segreti o incontri con strane civiltà, bensì magari la raccolta di un reperto, una corsa con le medicine a qualche colonia.
Cera anche Marko Drago, il dottore, salito a bordo per farsi accompagnare alla Base Spaziale Dodici, vicino il pianeta Togaro (che luogo bislacco!). Esaminò il personale uno a uno, toccando, interrogando, scannerizzando, lasciando una pila di consigli e ben cinquantasette certificati.
Luca si stiracchiò, attraversando a passi il ponte e facendo qualche esercizio.
“Non devo addormentarmi! Figurati se il capitano, girando di guardia, mi trova addormentato!”
Controllò i sistemi: motori? Tutto ok. Vita di bordo? Tutto regolare. Integrità dello scafo? Nessuna minaccia dasteroidi, né polveri, né navi.
Alzò la risoluzione degli scanner verso la doppia di Kairòs: una rossa e una gialla; dodici pianeti al seguito.
Mancavano tre giorni. Eppure già poteva scrutare la terza del nano rosso, su unorbita ellittica. Perché quella traiettoria insolita? Luca si perse fra i dati.
La terza aveva ben diciassette lune: nessuna spiegazione alla stranezza dellorbita.
Ma ecco il richiamo subspaziale.
Tre brevi, tre lunghi, ancora tre brevi. Poi un torrente di dati compressi e un altro supporto alla richiesta daiuto.
Il torpore svanì in un attimo; Luca digitò il richiamo al capitano. Allarme assoluto!
***
Dai monitor del modulo, la situazione sembrava ottimale. Atmofosfera: diciotto percento ossigeno, sessantacinque azoto, il resto gas inerti. Si poteva respirare senza maschera, ventidue gradi, calma piatta.
Sopra la rampa dello shuttle, Svetlana contemplò la cascata di lune che brillavano nel cielo scuro. Seppe subito di trovarsi su un satellite di una qualche gigante. Quello non era Fenice!
La nave era ferma in cima a un altopiano montuoso: da un lato i profili taglienti delle montagne, dallaltro un baratro. Il silenzio era irreale. La polvere si posava senza vento.
Al ciglio, nessun verde, nessun fiume, solo nebbia in fondo indi, forse, cera acqua, magari vita.
***
Attenzione Equipaggio, Capitano sul ponte, la voce metallica risuonò.
Vittorio Morisi, il comandante del Vettore, fu subito messo al corrente. Conferenza con lingegnere capo e il cartografo. Il ponte simprontò dei rumori tipici, ma sotto i disturbi si udiva chiaramente: «SOS, SOS, SOS! Shuttle Orizzonte 4 in emergenza, sistema Fenice. Abbiamo subito… onda… la nave non risponde. Atterraggio forzato, invio coordinate, SOS!»
Non è molto, borbottò lingegnere Franco Vanni.
Puoi filtrare i rumori? domandò il comandante.
Franco annuì e il capitano proseguì:
Inviate un messaggio di conferma, che abbiamo captato il segnale.
Ma non si sa se ci siano superstiti disse Vanni Di solito questi invii sono automatici.
E la trasmissione era direzionata verso la Terra, soggiunse Luca lho presa per caso io, con gli scanner in funzione.
In ogni caso dobbiamo verificare noi stessi. Ottimo lavoro, ragazzo, e gli strinse il braccio con un sorriso.
***
Lalba sorse di colpo.
Svetlana scorse una chiazza di luce espandersi; il disco solare, spento, color sangue, elevò i suoi gradi, poi un secondo sole, questa volta dorato, brillò più in alto ancora. Lei osservava muta i giochi di luce e ombra, domandandosi dove fosse capitata.
Risali le rocce, fermata dalle asperità del percorso, poi trovò un passaggio che laccompagnò in una grotta dove poteva stare in piedi.
Rimase a lungo seduta davanti allentrata, osservando quel cielo multicolore: pensò che sarebbe stato bello costruirvi qualcosa con Sergio spostare là un alloggio, accendere un fuoco… Invece, ora, toccava seppellirlo lì.
Il piccolo sollevatore gravitazionale aiutò, ma il corpo, portarlo sino a quella grotta, tutti i dettagli… Doveva essere dignitoso. Due volte fermò il carrello per risistemare le cinghie. Perché non urlava, non piangeva ancora? Condusse il corpo del marito con cui aveva condiviso quasi trentanni…
Aveva addosso una strana paura e se qualcosa l’aveva lasciata priva di dolore?
Il giorno durava appena sei ore.
Stava tornando allo shuttle quando il bracciale trasmittente vibrò.
Un contatto! Qualcuno aveva ricevuto la chiamata! Si lanciò verso la nave, con il cuore in gola.
Sarà lOrizzonte! sussurrò.
Sventolava le mani dalla felicità quando i raggi di decontaminazione la attraversarono nel modulo dingresso.
Qui shuttle Orizzonte 4, ricevete?
Statico, poi una voce lontana:
Ricevuto shuttle Orizzonte 4, qui è la nave “Vettore”, codice CFT1763. Abbiamo captato il vostro segnale. Cosa è successo?
***
Marco Drago sognava casa nuova da quattro anni. Un piano alto, un grande terrazzo, così la moglie Alisa e la piccola Maria avrebbero goduto del sole anche lassù, fra i venti glaciali. Immaginava un giardino, con limoni e arance agli angoli e, al centro, ortaggi e fiori che la sua Alice adorava.
Spesso sognava di assaggiare le prime fragole con Maria, finché una chiamata dallarme lo strappò dal paradiso domestico.
Dottore in plancia! ringhiò il comunicatore.
Marco si precipitò nei corridoi deserti: niente sirene demergenza, ma di certo qualcuno si era fatto male?
Che succede? urlò, piombando in sala comando. Trovò solo visi nervosi: il comandante, lingegnere e il cartografo.
Mi scusi, dottore disse il capitano qui non stiamo male noi… ma ci hanno chiamati. È richiesta assistenza medica urgente… là.
***
La donna bionda piangeva e raccontava a fasi alterne: un pianeta Fenice Sei, libellule arcobaleno, lune e una gigante in cielo, come aveva portato suo marito in una grotta… quanto aveva paura.
Mi scusi, balbettò infine so che non dovrei, ma è stato tutto troppo.
Nessun problema, Svetlana, Marco la rassicurò sono il dottore, voglio solo aiutarla. Che stimolante ha assunto?
Un normale codifenil.
Va bene, ma ora occorrerebbe riposarsi.
Biometria acquisita, disse Luca, mostrando i dati. Guardi qui.
Drago verificò: tachicardia, pressione alta, sangue non il massimo.
Lì ora è al sicuro? domandò il comandante Morisi. Lo shuttle è stabile?
Direi di sì. È fermo su un altopiano, vicino un precipizio.
Siete riusciti a scannerizzare? Ottimo! Può trasmettere i dati e il database? Ci aiuterà.
Certo che posso.
Limportante è che sia viva. Ha acqua, cibo. Arriviamo tra tre giorni, giusto? spiegò Morisi, guardando Luca che annuiva per rafforzare la scena. Ora provi a dormire, e quando si sveglierà saranno solo due giorni e mezzo, giusto, dottore?
Ecco… sì, borbottò Drago, ancora stanco.
Perfetto, il nostro medico conferma: riposo. Giornata lunga, strani soli, tensione…
Uno stress non da poco, suggerì Drago.
Il comandante annuì. Era meglio non toccare la questione del lutto.
Grazie, mi scuso ancora… mormorò Svetlana.
Si figuri! Teniamo il collegamento sempre attivo, se ha bisogno basta chiamare, confermò Drago sbirciando Morisi.
Esatto, aggiunse il capitano col sorriso. Avrà compagnia mentre noi cerchiamo la Orizzonte e stabiliamo una rotta…
Morisi si allontanò e lasciò il collega a gestire la donna. Appena chiuse gli occhi, nella cabina cominciarono a scorrere i suoni di una cascata rilassante.
Il comandante fissava il tempo scorrere, goccia dopo goccia, come quei settantatre anni che separavano il loro Vettore da uno shuttle, ascoltando una persona ancora viva, ma già inghiottita da un altro tempo.
***
Svetlana gradiva soprattutto parlare con Marco Drago. Non solo di malattie o ansie.
Lui rise ricordando la corsa notturna, lequipaggio spaesato, la sua immaginazione galoppante.
Poi Svetlana seppe che Marco era sposato, una figlia, e sogni di case alte. Nemmeno sapevo che avessero costruito case così alte, rise. Lui tossì.
Svetlana parlò della sua città, un grande centro nella Pianura Padana: al massimo un piano diciannovesimo.
Peccato che non abbiamo ancora una vera colonia, confessò Marco nonostante un secolo di ricerche.
Sì, Fenice prometteva bene.
Si perse nei ricordi di lei e Sergio, il campo, lo studio delle creature giganti e delle libellule arcobaleno con ali larghe due metri che deponevano le uova sotto le radici, per sfuggire agli incendi continui.
Marco si chiese se avrebbe desiderato vivere lì o meglio la solita, vecchia Terra, ormai così sovraffollata: chiuse deserti e ghiacci, rimanevano solo i grattacieli, ma luomo, si adattava. Siamo nati per adattarci, pensò Marco, rammentando i sintetizzatori di cibo.
Lingegner Vanni condivise la sua prossima pensione, la sua vita tutta vissuta nello spazio: nessuna famiglia, nessuna eredità. Si sentiva solo?
No, trovò la forza di dire, sono felice anche da solo. Strano se vuole, ma vero.
Sui vascelli cera poco spazio, difficile, osservò Svetlana.
Soprattutto finché non ho avuto una cabina tutta mia, rispose lui deciso.
Sì, molti soffrono di mancanza di privacy, annuì Svetlana. Quanto ai figli anche chi ha famiglia può sentirsi solo. Dipende dalle passioni che ci legano. Compleanni e funerali, magari insieme, ma senza legami veri.
Una conversazione strana, pensava Svetlana… Ma ormai quasi tutti condividevano con lei paure mai confessate. Ci fu disagio. Ma aveva altro a cui pensare: la veridicità delle sue ricerche, linvio alla Terra. Nessun mondo adatto era stato davvero trovato. Uno era popolato, vietato, un altro gelido, impossibile il raccolto, la terza infestata da pandemie imprevedibili. Dunque solo scienza, niente colonie. Fenice e Kairos non si equiparavano.
Se la sesta di Fenice fosse stata priva di vita ma aveva una biologia già evoluta. Terra-formarla abbassando lossigeno sarebbe stato uno sterminio: lumanità non era pronta, non ancora.
***
Il Vettore raggiunse la nona luna della terza pianeta del nano rosso di Kairòs in cinquantasette ore.
Nessun segnale diretto dalla superficie. Gli scanner localizzarono lo shuttle, ma nessun segno vitale. Solo trasmettendo via ripetitore, rispose Svetlana:
Siete qui! Che felicità! Così in fretta, pensavo mi restasse ancora mezza giornata!
Svetlana, dovrai pazientare. Cerchiamo altri superstiti; se da Orizzonte sono partite le capsule…
Ma certo, ovvio! Aspetterò!
Morisi fece cenno di silenziare la comunicazione.
Giro di controllo. Scanner al massimo. Vediamo quella buca nera, le anomalie di Rosen, qualche wormhole…
A che servivano, però, pensava il capitano? Nessun sopravvissuto dopo settantanni. Solo un pretesto, un tempo dattesa per… trovare parole?
La Terra rispose: “Non possiamo fare miracoli.”
Rimaneva solo la speranza di trovare un tunnel abbastanza grande. O che qualche entità superiore cambiasse la storia. Forse.
***
Svetlana chiuse il display, camminò nel piccolo modulo. Era stata nel giusto: i campioni finali da Fenice Sei mostravano DNA fungino affine ai Basidiomiceti terrestri. In altre parole? Avrebbero, prima o poi, divorato il legno caduto, consumando ossigeno.
Passeggiando lungo il torrente, si sentiva leggera, leccesso d’ossigeno le provocava unebbrezza inusuale. Appoggiò la mano alla corteccia spessa di un tronco caduto, trovando tra le fessure un gonfiore morbido: era proprio un fungo, simile a quelli nostrani. Lultimo che toccò si ruppe, spargendo spore finissime, che un giorno avrebbero divorato la pianta e rubato ossigeno allaria.
La biosfera era destinata a cambiare; una finestra per la colonizzazione, in futuro.
Unottima notizia.
Shuttle Orizzonte 4 al Vettore! Ricevete?
Era una giornata grandiosa. Tra poche ore il “Vettore” sarebbe arrivato; lei aveva uninformazione chiave sul sesto pianeta Fenice. Il cuore si strinse: come sarebbe stato, se Sergio fosse vissuto per poterlo raccontare insieme? Ma la sorte aveva scelto uno solo.
Uno solo. Fortuna o condanna?
Il Vettore proiettò l’immagine della sala di comando. Non era niente come la Orizzonte. Più luminoso, più spazioso. Cinquantasette persone di equipaggio, ma sembrava una reggia. Quel giovane capitano, i capelli corvini, il cartografo rosso che salutava con la mano, il dottore Marco Drago col caduceo sul petto. La collega operatrice, Antonina, chiacchierona confidente che le aveva rivelato dessere invaghita del capitano che non la degnava di uno sguardo.
La divisa semplice, lineare, i gradi sul petto. Orizzonte era ben altro, il comandante era Valentina Petrova, uomo robusto, con una divisa più vistosa e i gradi sulla manica…
Che significava tutto ciò?
La comprensione ancora mancava, ma listinto gridava: qualcosa non tornava qui!
Buongiorno, Svetlana, disse Morisi. Ho cattive notizie.
***
Ecco comera.
Le speranze svanirono. Tornò quella insensibilità, anestesia utile ora.
Era giusto così. Una specie di torpore emotivo che consentiva almeno di sopravvivere al proprio destino, di convivere con lirreparabile.
Sopravvivere, sì.
Vivere i giorni rimasti, con dignità.
Era già morta, per questi uomini che avevano ricevuto solo uneco di un grido da decenni fa. Morta da settantanni.
Due tempi, ciascuno reale, a ciascuno il suo. Da dove veniva questa frase? Forse da millenni. Era ingiusto allora come oggi.
Svetlana spense il monitor. Non voleva più vedere quelle persone fortunate, vive, piene di speranze, con tutta una vita avanti, che non avrebbero dovuto morire sole, su una luna, sorseggiando un ultimo sorso dacqua.
***
Svetlana Lin non rispose più; la chiamarono e ancora chiamarono.
Il mezzi planetario del Vettore si posò vicino a dove era atterrato lo Orizzonte 4.
Le celle di energia ormai vuote, cibo e acqua terminati. Niente medicinali, né armi. Era rimasta solo una tomba, nella grotta che Svetlana aveva suggerito loro.
Dopo tre giorni al Vettore arrivò un pacchetto dati lultimo rapporto di Sergio e Svetlana Lin su Fenice Sei.
Alla fine, un messaggio.
Quasi tutto lequipaggio lo seguì in mensa. In silenzio. Tutti col medesimo interrogativo: avevano fatto tutto il possibile? Cera un modo di salvarla?
Sui monitor, Svetlana si tolse una ciocca dagli occhi e fissò la sala.
“Andate via, amici, disse la voce. Non aspettate. Lo voglio. Sono grata, davvero, che ci abbiate provato. E che le nostre scoperte non siano svanite. Sono felice che siete vivi. Che il mondo vada avanti, che… Sì, felice. Ovviamente, mi dispiace… la voce si spezzò, lei alzò lo sguardo un istante e poi tornò a fissarli. E so che anche voi siete tristi. Ma pensate questo: avremmo potuto morire laggiù, con tutta la Orizzonte. Invece, ho avuto ancora un po di tempo. E lo vivrò.
Inspirò, un suono rauco che rimase inciso nella memoria di Vittorio Morisi.
Lo vivrò. Rimango qui un altro poco, nello shuttle. Poi proverò a scendere; in fondo magari cè acqua, o pure qualche animale da scoprire.”
Stringeva le mani, tentò un sorriso ma sembrava più una maschera.
“Forse vorrei parlare con mia figlia, disse piano.
Vittorio sentì un pugno nel petto. Perché lui non ci aveva pensato subito? Nessuno? Avrebbero potuto almeno offrirle quello.
“Sì,” riprese, con una quiete nuova, quasi rassegnata, “avrei potuto dirle come morì suo padre. Ma forse nemmeno è viva. Se cè, ditele, e ai suoi, che non rimpiango nulla. Che siamo stati felici. Noi abbiamo esplorato altri mondi, inseguendo il nuovo.”
Taceva. Solo silenzio non una pausa, ma una vuotezza assoluta.
Quando la vita è davanti, una settimana o due non sono niente. Ma quando è tutto ciò che hai la sua voce si fece più salda voglio vivere ogni giorno. Voglio vedere con i miei occhi lultima alba. Solo vedere.
E sorrise. Davvero. Come se già vedesse i mille colori, il buio al centro.
Grazie. Addio.Nessuno riuscì a parlare subito. Anche Morisi, che aveva ascoltato centinaia di addii nelle profondità dello spazio, restò in silenzio, gli occhi bassi sul tavolo. Antonina si asciugò furtivamente una lacrima con la manica. Quello che restava dellequipaggio sentì nella voce di Svetlana qualcosa di dolce e disperato, una forza che attraversava il tempo e la distanza con un filo più sottile di ogni segnale.
Qualcuno nel silenzio abbassò il volume, come se il rumore potesse turbare la pace conquistata in quellultimo messaggio. Fu chiaro per tutti che Svetlana non era più lì, non nel modo che loro volevano. Ma il suo coraggio, la sua fiducia nel lasciare almeno una traccia, i dati, una memoria, restavano appesi ai monitor come una bandiera.
Nelle ore silenziose che seguirono, il Vettore pianificò la partenza. Le coordinate del luogo di sepoltura furono inviate alla Terra, insieme al messaggio, così che i discendenti o gli esploratori futuri, se mai fossero tornati, avrebbero potuto cercare la grotta e rendere omaggio. Alcuni registrarono la posizione nel diario di bordo accanto alla notazione: Qui iniziò la seconda alba.
Quando tutto fu pronto, Marco Drago restò alcuni minuti solo in infermeria, le mani nel vuoto. Pensò alle fragole mancanti, alle finestre alte, alle conversazioni mai svolte. Pensò che certi addii non erano veramente addii, ma radici che attraversano i secoli. Svetlana avrebbe visto lultima alba, ma chi veniva dopo avrebbe visto la prima.
La nave lasciò la piccola luna, silenziosa, mentre la sua ombra arcuata lambiva la foschia attorno allaltopiano.
Fuori, Svetlana alzò gli occhi ai due soli che coloravano il cielo di rosso e oro, sentì le ginocchia leggere, lanima calma. Si voltò verso sud, dove la nebbia nascondeva il fiume e la vita, e sorrise ancora una volta.
Sul diario della missione, unora dopo, una sola riga segnò la fine e linizio:
Luniverso resta più vasto di ogni separazione. E ogni alba, anche lultima, è promessa di qualcosa che verrà.
Poi, solo luce.






