Il profumo della casa di riposo
Sai di cosa profumi? Di casa di riposo. Di canfora e vecchiaia. Non ce la faccio più.
Elena fissava fuori dalla finestra, osservando il cortile condominiale dove la gatta dei vicini si muoveva con passi eleganti per evitare una pozzanghera. Le parole di suo marito giunsero ovattate, come se arrivassero da lontano, e lei non si voltò subito. Poi, pian piano, si girò.
Lorenzo era in piedi al centro della cucina, la camicia azzurra stirata appena messa. Quella stessa camicia che lei aveva scelto al mercato di Piazza Testaccio, in aprile, dopo una lunga selezione tessuto per tessuto, facendo domande alla commessa sul cotone. Lui, intanto, laspettava in macchina ascoltando la radio.
Mi senti? chiese.
Sì, rispose Elena.
La voce le uscì calma, forse un po sorprendente anche per sé stessa.
Lorenzo poggiò la sacca sportiva sullo sgabello. Grande, blu, con il logo di una marca di scarpe da ginnastica. Elena riconosceva bene quella borsa: stava da anni riposta nello sgabuzzino, sotto gli scarponi da sci che nessuno usava più da almeno otto inverni.
Me ne vado, disse. Lo sappiamo tutti e due che dovevamo farlo da tempo.
Elena guardò la borsa. Poi le sue mani. Sembravano tranquille, non si agitava, non sfuggiva con lo sguardo. Lui aveva già deciso. Aveva deciso da molto, stava solo mettendo in voce quello che era già accaduto.
Da tanto tempo, ripeté lei.
Sì. Si strinse nelle spalle. Elena, non voglio discussioni. Semplicemente… siamo due mondi diversi. Tu sei sempre qui, con mia madre, tra le cure, tra questi odori. Io non ci riesco più.
Lodore. Ci pensò. Cinque anni. Per cinque anni si svegliava alle sei, perché la signora Teresa si svegliava alle sei, secondo i ritmi di un corpo malato che si dava regole tutte sue. Cinque anni di olio di canfora, pannoloni che ormai chiamavano assorbenti, cinque anni di tosse dietro la parete e chiamate notturne alla guardia medica. Cinque anni che il suo lavoro restava ordinatamente chiuso nelle cartelle dello studio, dove ormai entrava raramente, perché non cera né tempo né energie, perché era lunica, come aveva detto lui stesso: «Elena, non cè nessun altro, lo capisci, vero?»
Sì, lo capiva.
Te ne vai ora? domandò lei.
Ora.
Va bene, disse Elena.
La guardava, forse aspettandosi altro. Le lacrime, magari. Un grido. O la domanda da chi vai?. Ma lei non la fece, non perché non sapesse la risposta, semplicemente non aveva più senso.
Lorenzo sollevò la borsa, rimase ancora un attimo davanti alla porta.
Lascio le chiavi sul mobile.
Lascia.
Click della serratura. Poi il portone che sbatte giù in strada, quattro rampe più in basso: quel suono Elena lo conosceva a memoria. E restò un silenzio profondo, il silenzio vero di quando si spegne la televisione lasciata a fare compagnia per anni, e solo quando si ferma ci si accorge quanto fosse rumorosa.
Elena guardò le chiavi sul mobile. Poi lo sgabello dove era poggiata la borsa, che ora non cera più.
Tornò in cucina e riempì dacqua il bollitore.
Cinque anni prima, la signora Teresa aveva avuto un ictus seduta proprio al tavolo di cucina, il giorno del compleanno di Lorenzo. In quelloccasione Elena aveva preparato un ciambellone di ciliegie, la signora Teresa aveva detto buono, poi aveva lasciato cadere la forchetta e guardato Elena in un modo che non lasciava dubbi. Era stata lei a chiamare lambulanza, stringendo la mano che ormai non stringeva più.
Lorenzo quella sera era a una cena aziendale. Aveva risposto al telefono soltanto al terzo squillo.
Poi i medici dissero che il lato sinistro era rimasto paralizzato, che la riabilitazione sarebbe stata lunga, che ci voleva qualcuno in casa sempre. Lorenzo aveva detto: «Elena, adesso lavori poco, i tuoi progetti non sono lo stipendio principale». Lei non replicò. Mise le cartelle con i suoi disegni in una scatola e la piazzò in studio.
Il bollitore emise un fischio. Prese il tè, si appoggiò alla finestra, guardando il cortile. La gatta se ne era andata, la pozzanghera era rimasta.
I primi tre giorni Elena uscì di casa pochissimo. Non perché non potesse, ma perché non capiva dove andare. Il corpo era abituato al ritmo dellassistenza: su a sei, cure alle sette e mezza, colazione alle dieci, pranzo alluna, alle quattro la sedia a rotelle sul balcone, alle sette a letto. Ora quella tabella non cera più e il corpo non sapeva come riempire il tempo.
Girava per casa fissando le cose. La carrozzina appoggiata al muro del salotto, i pacchi di pannoloni sotto il letto, la scatola di farmaci in corridoio, tutto ordinatamente etichettato: mattina, sera, in caso di pressione. La signora Teresa era morta tre mesi prima, nel sonno, tranquilla, e tutto era ancora lì, perché Lorenzo non aveva toccato nulla e lei non aveva avuto la forza.
Al quarto giorno, prese tre grandi sacchi neri e cominciò.
Sistematicamente, senza fretta, mise via pannoloni, sacche per urine, tubi, guanti, assorbenti. Poi i farmaci, scatola per scatola. La carrozzina fu la cosa più difficile; ricordava le passeggiate attorno al palazzo quando la signora Teresa osservava gli alberi come chi sa che li sta guardando per lultima volta. Smontò la carrozzina il più possibile e la portò via in tre viaggi fino al locale del condominio.
Poi rimase a lungo sotto la doccia bollente.
Quando si vide allo specchio riconobbe un volto che non vedeva da tempo: sé stessa, non la badante, non la moglie, non la nuora, ma una donna di cinquantadue anni coi capelli bagnati e qualche ciocca bianca, mai più tinti, perché non cera stato tempo, né qualcuno che ci facesse caso.
La mattina dopo chiamò il parrucchiere.
Si chiamava Claudia, poco più che trentenne, mani sicure e leggere. Quando Elena spiegò che voleva tagliare i capelli e fare qualcosa per il colore, Claudia non fece domande. La studiò dallo specchio, con la stessa attenzione vera di un buon medico.
Avete un bel colore naturale disse . Potremmo fare qualche riflesso per rendere la ricrescita uniforme. E un taglio; corto ma non troppo, per lasciare scoperto il collo. Avete un collo bello.
Faccia lei rispose Elena.
Rimase due ore seduta a guardare nello specchio una donna diversa. Non nuova, ma finalmente liberata da una patina accumulata negli anni.
Quando uscì soffiava vento freddo, di ottobre. Scompigliava il suo nuovo taglio, e Elena si rese conto che era tanto che non sentiva laria nei capelli, semplicemente perché non si fermava più per strada: era sempre di corsa, in farmacia, in ospedale, a casa.
Questa volta non aveva fretta.
Prese un caffè da asporto nel bar allangolo e camminò per la città.
Il divorzio durò quattro mesi.
Lorenzo arrivò in tribunale con un avvocato giovane, elegante, che parlava veloce e guardava oltre le teste. Elena venne sola. Non era per principio: semplicemente, non aveva voglia di fare guerre.
Alla seconda udienza Lorenzo arrivò con lei.
Elena la vide fuori dallaula: giovane, forse trentacinque, bionda, il cappotto a scacchi, tacchi alti. Se ne stava appoggiata a una colonna col telefono stretto tra le mani, lo sguardo fisso sullo schermo. Lorenzo si avvicinò, lei fece solo un breve cenno a Elena, distratta, come si fa con una sconosciuta in fila.
Elena lo registrò quasi con curiosità. In quello sguardo non cera superiorità, solo distanza.
Elena le disse Lorenzo piano , vorrei parlare dellappartamento.
Non serve, replicò lei.
Però…
Lorenzo, lo guardò negli occhi voglio solo lo studio. Quello era già mio prima del matrimonio. Solo quello. La casa, la macchina, la casa al lago, tutto il resto, come vuoi.
Si bloccò.
Sei sicura?
Sicura.
Lavvocato scrisse qualcosa rapido. Lorenzo la osservava con quellaria da chi si aspetta una trattativa, che lei lo prenda per la giacca, che ricordi gli anni, la madre, le rinunce.
Ma Elena non lo fece. Non perché non ne avesse il diritto, ma perché non voleva quel tipo di conversazione, né vedere lui giustificarsi o attaccare, né le sue lacrime, che ancora non erano arrivate ma sentiva come un carico sospeso.
Lo studio era in Via Giulia, secondo piano di un palazzo antico, ventidue metri quadri con soffitti alti e una finestra grande che guardava a nord. Elena lo aveva comprato a trentatré anni, subito dopo la laurea, con i risparmi messi via in tre anni. Dentro cera il suo tavolo col tecnigrafo, ormai superato ma familiare, scaffali pieni di cartelle, vasi di piante cresciute nel tempo, indifferenti a tutto il resto.
Nello studio passò la prima notte da donna ufficialmente separata.
Stava distesa sul divano letto, fissando il soffitto e chiedendosi: e adesso?
Non cera risposta. Ma non era così spaventoso come avrebbe pensato.
Il primo contatto lavorativo fu con lufficio Vivaio Verde Roma, dove aveva già lavorato. La segretaria le rispose sorridente, dicendo che avrebbe subito messo in linea il direttore, lingegner Ferri. Lui fu gentile, ricordava certi suoi progetti, specialmente il giardino allospedale pediatrico, disse cose belle. Poi aggiunse: «Elena, dopo cinque anni fuori sono cambiate leggi, software, clienti. Abbiamo bisogno di persone già operative…»
Capisco, rispose lei.
Ma se cambia qualcosa, la chiamiamo.
Sapeva che non lavrebbero mai richiamata.
Secondo contatto: uno studio privato, dove lavorava unex compagna di classe, Maria. Sembrava contenta, ma già dopo pochi minuti iniziò a dirle che oggi vogliono cose diverse, la generazione giovane ha altri strumenti, capisci, la concorrenza è tanta.
Il terzo, ormai senza speranze, fu al servizio giardini municipale. Lunghe pause, poi: il personale è al completo.
Elena lasciò il cellulare e guardò la strada. Era novembre, alberi spogli, persone affrettate col bavero alzato. Cinque anni erano tanti non solo dentro di sé, ma fuori. Qualcun altro aveva già preso il posto che aveva chiuso ordinatamente.
Aprì il portatile e scaricò nuovi programmi di progettazione. Studiava fino a notte, prendeva appunti, cercava di capire cosa era rimasto uguale, cosa era cambiato solo di nome.
A dicembre trovò lavoro. Non quello che avrebbe voluto, ma lavoro: aiutante in un piccolo vivaio ai margini di Roma. La direttrice, zia Vera il nome le fece sorridere per la coincidenza era una donna pragmatica, giudicava tutto da quanto era utile.
Se la cava con le piante? chiese a Elena il primo giorno.
Sì.
Allora va bene. Non pago molto, ma il lavoro è vero.
Era vero. Elena arrivava alle otto, si occupava delle talee, dei vasi, dava consigli ai clienti. Non era il lavoro dei sogni, ma era concreto: mani nella terra, odori di foglie e torba, file di vasi verdi.
Proprio al vivaio sentì parlare della serra nuova.
Zia Vera accennò che allOrto Botanico di Trastevere cera una serra abbandonata, che il direttore cercava personale ma nessuno aveva tempo.
Elena prima ci pensò, poi una domenica andò.
La serra stava nel cuore del parco antico, dietro una fila di alberi. La prima cosa che Elena notò fu il vetro: tanto, vecchio, polveroso, dietro il quale si indovinava una selva di piante. Lintelaiatura in ferro arrugginita, qualche pannello sostituito con il compensato. Il vialetto coperto di foglie.
Entrò. Unondata di umidità e tepore, il caos verde ovunque: alberi darancio con i primi frutti, grandi palme nei vasi, orchidee su scaffali in legno piantate tempo fa e lasciate crescere da sole. Alcune liane si erano arrampicate fino al soffitto.
Si fermò, sorpresa, e qualcosa dentro di lei, rimasto in disparte per anni, iniziò a sciogliersi.
Ha appuntamento?
Elena si voltò. Un uomo anziano, maglione di lana e occhiali sulla fronte, usciva da un corridoio laterale. Basso, barba bianca, mani da persona abituata alla fatica.
No ho visto la serra da fuori e sono entrata. Se non posso…
Perché no, ci mancherebbe. La guardò, poi diede unocchiata alla serra. Mi chiamo Giovanni, direttore, se così si può dire.
Elena Bellini. Architetto paesaggista.
Tacque.
Paesaggista, eh?
Sì, con una pausa di cinque anni.
Nessun giudizio nello sguardo, solo assenso calmo.
Allora venga, le mostro.
Girarono tra le piante per ore. Giovanni spiegava che avevano chiuso la serra sette anni prima, poi la burocrazia, poi il personale era sparito. Ora lui faceva quel che poteva, da solo, curando, potando, parlando alle piante come fanno quelli che sanno che non è follia, solo onestà.
Posso dare una mano, disse Elena.
Non posso pagare.
Ho capito.
La fissò un attimo.
Allora venga giovedì.
E fu così che iniziò: prima ogni tanto, poi ogni giorno. Salutò il vivaio, zia Vera le disse: «Era ora, non sei nata per i vasi». La serra divenne il suo progetto vero.
Lavorò con metodo: inventario di tutte le piante, stato di salute, posizione, necessità. Ci vollero tre settimane di annotazioni minuziose, come ai vecchi tempi di progettazione.
Poi iniziò a studiare gli spazi: la serra era ampia, circa quattrocento metri quadri, ma priva di ordine. Vasi ovunque, senza logica; Elena tracciava schizzi, con carta e matita, come alluniversità.
Giovanni annuiva alle sue idee.
Qui farei la zona degli agrumi: arance, limoni, pompelmi; vogliono aria secca, si possono raggruppare.
Il profumo, dinverno, poi, è commovente, diceva lui.
E qui restano le palme grandi, così la prospettiva è bella. Le piante basse a metà altezza e piccoli sentieri tra loro.
Bei vialetti, sì. Così la gente viene a camminare.
Verranno, vedrà.
Non era una frase di circostanza. Elena sapeva che le persone vanno dove qualcuno ha pensato a loro.
Linverno passò tra lavori e qualche risparmio accumulato dal divorzio, investito in materiali, piante nuove, mestieri. Giovanni sempre accanto: curava, innaffiava, parlava piano come chi conosce davvero il tempo delle piante.
A gennaio chiamò la sua amica Rita, dai tempi delluniversità. Rita aveva smesso di insistere per vederla, dopo troppi rifiuti per devo restare con la madre di Lorenzo. Rispose dopo tre squilli, poi: «Elena, sei viva?»
Viva, sì.
Grazie al cielo Dove sei, adesso?
Casa. Sto mangiando ravioli. Vieni.
Così andarono avanti ore, té, poi qualcosina di più forte, Elena che racconta Rita che ascolta, senza consigli né esclamazioni, solo qualche capisco o mica facile.
E Lorenzo, lo sa che lavori qui?
Perché dovrebbe?
Così, per sapere Elena, ma tu come stai?
Elena pensò un secondo.
Normale, bene. Per la prima volta in tanti anni, bene.
Rita annuì, la conversazione cambiò.
A febbraio accadde una piccola sorpresa: Elena portava in serra nuove piante, un vaso di pelargonio e un cespuglio aromatico di rosmarino, occasione fortuita dal vivaio. Giovanni era occupato altrove, lei sistemava i vasi quando la porta si aprì.
Entrò un uomo.
Sui cinquantotto, giacca, la cartellina sotto il braccio, spalle larghe, occhi attenti. Cera quella fermezza nei modi che hanno i tecnici abituati ai cantieri.
Scusi, il direttore?
Lì in fondo, dopo le palme.
Grazie. Però rimase a guardarsi intorno. Sta davvero prendendo vita: mesi fa era unaltra cosa…
Un disastro, sorrise lei.
Merito suo?
Mio e di Giovanni.
Ma il progetto lha pensato lei.
Lei lo fissò. Lui non la guardava ma osservava la disposizione delle piante con sguardo tecnico, familiare.
Lei chi è?
Marco Battistini. Ingegnere. Sto seguendo i lavori del tetto, cerano infiltrazioni.
Terza e settima campata, disse Elena.
La guardò con complicità.
Come fa a saperlo?
Sto qui tutto il giorno.
Si diresse da Giovanni, rientrò dopo venti minuti con altre carte.
Mi dica: questi mandarini fioriranno in primavera?
Se manteniamo temperatura e luce, sì.
Quando si capisce che partono i germogli?
Le gemme si scuriscono, diventano lucide: quando le vede così, in circa tre settimane fioriscono.
Grazie.
Via. Giovanni, tornato, la trovò sorridente.
È uno in gamba, Marco, disse. Non ci lascia mai nei guai. Gli interessa davvero la serra.
Marco tornò la settimana dopo, più a lungo, prese appunti, discuteva con entusiasmo. Elena lavorava, ma si accorse che parlavano volentieri di dettagli: passaggi, estetica, praticità. Finalmente qualcuno che non banalizzava il suo mestiere.
A marzo, Elena e Giovanni affissero un avviso: Apertura non ufficiale. Allinizio vennero in sette, poi trenta. Persone che camminavano, annusavano gli agrumi, fotografavano le palme. Unanziana signora restò davanti al rosmarino a lungo dicendo che da bambina a Civitavecchia sua nonna ne aveva uno uguale.
Funziona, sussurrò Giovanni.
Sì, funziona, rispose lei.
Ho parlato con la direzione, aggiunse lui più tardi. Ci danno un piccolo stipendio. Il minimo, ma è ufficiale.
Che ruolo?
Responsabile verde. Suona pesante, ma è quello che già fai.
Va bene, accettò Elena.
Ecco, va bene” ora aveva un altro peso: non così così, ma bene, come fatto compiuto.
Ad aprile, Marco la invitò semplicemente a prendere un caffè nel bar dietro.
Avete lavorato unora senza sosta, notò.
Vero. Parlarono, lei scoprì che aveva una figlia grande, la moglie se ne era andata anni prima; amava i lavori che si spostano, ogni edificio diverso.
Perché restauri?
Negli edifici vecchi senti il dialogo fra chi li ha pensati, chi li ha fatti, chi li ha riparati, chi li ha salvati. È un racconto nel tempo.
Elena si perse a guardare fuori dal bar.
E una serra?
Una serra è viva, il racconto non è mai finito.
Lui la guardò fisso, ma con semplice attenzione.
Rimasero a parlare unora, lui la accompagnò fino al cancello.
Domani controllo la terza campata, disse.
Va bene.
Lei lo seguì con lo sguardo, pensando: da quanto non mi capitava di sentirmi più leggera in presenza di qualcuno?
In maggio, raccontò di Marco a Rita che voleva i dettagli.
È una cosa seria?
Non lo so.
E lui?
Non ho chiesto.
Elena Bellini! Rita le puntava contro il cucchiaino a cinquantadue anni…
Cinquantatré…
Meglio ancora! Chiedi!
Elena rise, sinceramente. Che bello ridere senza dover chiedere il permesso.
Di Lorenzo sentiva poco, seguendo le voci di amici comuni.
Nina, che abitava nel palazzo: «Hai saputo? Quella che stava con tuo marito, è partita. Filo e via. Dicono che lui voleva figli e lei no, o viceversa».
Capito, rispondeva Elena.
Poi lamico di Lorenzo, Antonio, la chiamò con voce incerta.
Elena, Lorenzo… da tre mesi non lavora più, è stato lasciato a casa. Non sapevo se dirtelo, ma…
Perché me lo dici?
Boh. Mi chiamava spesso. Non è facile per lui adesso.
Mi dispiace. Ma non posso farci niente.
Elena chiudeva e tornava tra le piante, nel tepore della serra che destate era ancor più viva, coi mandarini pieni di frutti minuscoli, le palme serene e immobili.
Pensava mai a Lorenzo? Sì, a volte, raramente. Ricordava che i primi anni erano stati belli, prima che la stanchezza e labitudine scavassero pian piano. Piccole omissioni, qualche parola in meno, un po di irritazione in più, meno domande. Anche lei aveva le sue colpe, perse nella dedizione, quasi invisibile a se stessa.
Ma quelle parole: Odore di casa di riposo.
Posò lannaffiatoio vicino al limone. Osservò le foglie, lucide e turgide.
Era stato crudele. Parole che feriscono non per andare via, ma per lasciare una ferita.
Riprese lannaffiatoio e andò avanti.
Marco ogni tanto tornava. Per lavoro, certo, ma ogni volta si fermava un po. Parlavano di lavoro, di città, di libri (lei poesia, lui storia). Una volta le portò dei fichi, spiegando che potrebbero attecchire, magari vale la pena provare. Elena spiegava il procedimento, e lui ascoltava per davvero. Non aspettava che finisse: ascoltava.
A luglio andarono insieme a una mostra di architettura al MAXXI. Marco conosceva molti espositori, Elena ascoltava le sue storie, come e quando erano stati fatti quei lavori, gli errori, i successi.
Ti occupi di restauri da molto?
Dalletà di quaranta. Prima facevo progetti nuovi. Poi ho scoperto che lesistente offre più umanità. Cè lerrore, il segno della persona di cento anni fa. Capisci chi era.
Elena ci pensò a lungo dopo. Forse il passato va visto così: come una storia di errori da capire, non solo giudicare.
Ad agosto, la serra diventò davvero un luogo speciale: prenotazioni, scolaresche, progetti educativi. Giovanni raggiante.
Merito tuo, ripeteva.
Nostro.
Sì, magari, ma è tua lidea.
A settembre arrivò una chiamata sul vecchio numero.
Sì.
Elena? Disturbo?
Sono occupata, che succede?
Nulla. Solo… vorrei vederti.
Perché?
Devo parlare.
Si girò verso la finestra del suo studio. Tutto era già autunno fuori, gente di ritorno dal lavoro.
Di cosa dovremmo parlare, Lorenzo?
Di tanto… Non è facile per me, vorrei che mi ascoltassi.
Ti ascolto ora.
No, di persona. Posso venire da te? Dove lavori?
Esitò.
Serra di Via Garibaldi, orario dapertura.
Riattaccò.
Arrivò un martedì dottobre, verso luna. Elena stava appendendo supporti per le orchidee. Sentì passi, si voltò.
Lorenzo percorreva il sentiero, in mano un mazzo di crisantemi da supermercato: trasparenti, venti euro.
Rimase a guardarlo: aveva messo su qualche chilo, lo sguardo diverso, nessuna leggerezza negli occhi.
Ciao.
Ciao.
Sei sempre bella qui dentro.
Lo so.
Lui allungò i fiori, impacciato.
Prendi.
Grazie. Vieni, cè un tavolino.
Era una piccola zona che Elena aveva reso accogliente per i visitatori della serra. Giovanni sparì con discrezione.
Stai bene, disse Lorenzo.
Sì.
No, davvero. Sono anni che non ti vedevo così…
Così cosa?
Viva, quasi stupito dalla parola. Prima eri concentrata su mia madre, sulle medicine… ora sei diversa.
Sono la stessa.
No.
Rimasero in silenzio. Lei guardava gli aranci, aspettando il motivo reale della visita.
Elena… So di aver sbagliato, lo so. Ho detto cose assurde. Non era giusto.
Lo so.
Ero convinto di volere altro dalla vita, di soffocare. Invece… si fermò.
Hai avuto paura, suggerì lei.
Lui la fissò.
Di cosa?
Della vecchiaia, del dolore vicino. È umano, Lorenzo.
Non avevo idea che la pensassi così.
Non ci pensavo neanche io, qualche tempo fa.
Fu silenzio di nuovo.
Elena… Voglio tornare.
Lei lo guardò. Sentiva che aveva la risposta già pronta, anche se non sapeva quando avrebbe dovuto dirla.
Lorenzo, disse. Non sono arrabbiata con te. Non più. Quello che resta è solo comprensione. Hai scelto come potevi.
Allora cè speranza?
No.
Perché.
Perché io ho scelto una strada diversa.
Quale strada?
Questa. Le mostrò la serra: il lavoro, le piante, la vita.
Lui capiva che non era una scusa.
E quellingegnere… Giovanni mi ha detto che cè anche…
Giovanni chiacchiera, tranquillamente.
Sei con lui?
Non sono affari tuoi.
Fu silenzio, poi un cenno.
Ho capito.
Sono contenta che tu sia venuto. Non perché desiderassi questo incontro: ora so che è finita. Davvero.
Sei stata la moglie migliore che potessi desiderare, sottovoce. Non ho saputo apprezzarlo.
Lo so. Ora devo lavorare. Se vuoi posso farti vedere la serra.
Lui la guardò a lungo, la donna che aveva conosciuto per ventanni e che ora stava lì forte e serena, in mezzo alla luce.
No, grazie. Vado.
Come vuoi.
Lui arrancò verso luscita, poi si fermò.
Elena… Tu…
Non concluse. Abbozzò un sorriso, andò via.
Buona fortuna, dissero quasi insieme.
La porta si chiuse. Elena rimase solo un attimo, poi mise i crisantemi in un vaso: sono fiori che durano a lungo. Fiori onesti.
Giovanni tornò.
Un tè?
Volentieri.
Bevvero sotto le palme, lui raccontava che forse accoglieranno delle farfalle, destate, che ai bambini piacerà.
Ottobre, poi novembre senza quasi accorgersi. Elena gestiva il progetto di ampliamento, otteneva il primo via libera. Giovanni festeggiò portando una torta, mangiarono tra le piante ridendo delle briciole sui disegni.
Marco ora cera più spesso. Non solo per lavoro.
Un giorno portò il vin brulé in un thermos.
È novembre, dopotutto.
E come fa a sapere che lo gradisco?
Lo so, sorrise.
Seduti sulle poltroncine allingresso, dietro il vetro il parco spoglio, Marco versava vin brulé nelle tazze. Odore di chiodi di garofano e arancia.
Mi parli del progetto di ampliamento, chiese lui.
Elena gliene parlò con schizzi, lui domandava cose precise, si fermava a controllare le strutture. Un dialogo tra pari, quel senso di rispetto ed equilibrio che da anni non provava.
Col doppio vetro elimini la condensa, ho visto una soluzione simile in Finlandia.
Le travi reggono una sopraelevazione?
Da verificare. Se vuoi faccio un calcolo preliminare.
Mi farebbe piacere.
Lui la guardò.
Elena… Mi piace parlare con te.
Una pausa.
Anche a me.
Guardando fuori, si accorsero che iniziava a nevicare.
La prima neve cadeva leggiadra, si fermava appena su panchine, rami, vialetti.
Nevica, disse Marco.
Sì.
Elena stringeva la tazza calda, sentendo il profumo di arancia e abete, i rametti che Giovanni aveva sparso per rendere la serra più invernale.
Pensava: fuori è novembre e neve, qui dentro è caldo e pulsa la vita. Forse questa è la cosa più vera che ho fatto in un anno: trovare il posto dove, dentro, fa ancora caldo.
A cosa pensa? chiese piano Marco.
A cose belle, rispose Elena.
Sorrise, lo guardò, poi tornò a osservare la neve sulle palme e sulle piante dagrumi, i piccoli mandarini che brillavano sotto il cielo ghiacciato.
Sì, a cose buone.






