Il peso dell’eredità

Il peso delleredità

Nel ricordo, la vecchia casa appare ancora più fredda e vuota, immersa nel silenzio che solo i luoghi abbandonati conoscono. Gli uomini lavevano lasciata tempo fa, forse per sempre, eppure la dimora pareva restare in attesa, malinconica e solitaria. Qua e là, le tegole del tetto cedevano, molti vetri erano infranti, la porta penzolava come fosse pronta a cadere. Il vento faceva oscillare la grondaia arrugginita, le imposte sbattevano di tanto in tanto e nel buio della soffitta una civetta ululava la notte.

Nel piccolo borgo di Malerba così si chiamava il paesino arroccato a poca distanza, in Toscana la memoria della famiglia che visse per ultima nella grande villa resisteva ancora nelle chiacchiere al bar o nelle veglie intorno alla stufa. Che storie inventavano su quella schiatta! Vampiri, assassini, licantropi così li chiamavano tra mezze risate e gesti rapidi di corna per scacciare la sfortuna. Vivevano isolati, raccontavano, non invitavano nessuno, e soltanto in certi giorni grigi si poteva scorgere una giovane donna discendere lentamente la strada, col suo vecchio abito fuori moda. Era magra, dallaria fragile, e ogni tentativo del giovane pastore di parlare con lei si concludeva in silenzi e sguardi timorosi, prima di scivolare di nuovo nella nebbia verso casa.

Coloro che si erano avventurati fino alla villa per conoscenza o solo per curiosità tornavano sempre a vuoto. Dicevano solo di aver scorto un ragazzino di sette anni, che giocava sotto una quercia antica, e un uomo dallo sguardo severo che spiava dietro ai vetri.

La paura dei paesani ebbe presto la meglio e decisero di lasciar stare quei vicini così strani. Presto anche la giovane donna smise di farsi vedere, e la villa rimase avvolta nel mistero, abbandonata al tempo.

Non mancava però qualche temerario, che, preso dalla sfida o dalla noia, si introduceva furtivo nella proprietà, trovando solo silenzio e polvere.

Ventanni erano ormai trascorsi. Poco o nulla era mutato a Malerba. La gente continuava le proprie consuetudini e divertiva i viandanti con le storie degli stregati del palazzo. Alcuni ridevano, altri si toccavano il ferro al collo per protezione, ma la memoria di quegli eventi si dissoldeva rapidamente ad ogni ospite occasionale.

Non così fu per Leonardo Nardi, che in paese giunse con uno scopo ben preciso.

Entrò nellosteria della piazza principale un locale oscuro col fumo che appiccicava alle pareti attirando subito gli sguardi dei presenti. Non era facile vedere uno straniero vestito tanto elegantemente in quel posto dimenticato: soprabito blu notte di panno pregiato, bottoni lucidi, scarponi neri fin sotto il ginocchio, cappello calato sulle sopracciglia.

Questa è Malerba? chiese Leonardo, fermo sulla soglia.

E lei chi sarebbe, signore? domandò il vecchio oste, senza distogliere lo sguardo.

E che le importa? Se non è Malerba, me ne andrò subito ribatté Leonardo con voce secca.

Non si scaldi, giovane, questa è proprio Malerba. Vorrà una stanza? sorrise loste con finta bonarietà.

Leonardo si tolse il cappello con un colpo secco, scrollò i capelli castani fino alle spalle e avanzò al banco. La luce filtrava da ununica piccola finestra, rischiarando il viso tirato: zigomi marcati, labbra sottili, occhi grigi tagliati dangoscia. La pelle era così pallida e le occhiaie profonde parlavano di stanchezze e pensieri.

Forse sono stato brusco mormorò incerto, tamburellando il cappello. Sono Leonardo Nardi. Vengo da Firenze perché

Si interruppe lanciando uno sguardo ai presenti attorno. Un uomo trasandato ricambiò il suo sguardo freddamente, costringendo Leonardo a distogliere gli occhi.

Avanti, dica pure, signore sussurrò loste.

Una casa. Vicino a questo paese, devesserci una villa

Una porta sbatté improvvisa, ma nessuno parve farci caso. Mancava solo luomo dagli occhi cattivi.

Santo cielo! Davvero la villa maledetta? Dove stavano quei disgraziati? loste allargò le mani teatrale.

Credo di sì rispose distratto Leonardo.

Sta lì, davanti al bosco. Ma è abbandonata e ormai crolla.

Non importa tagliò corto Leonardo Mi indichi la strada. E sì, avrò bisogno di una stanza per questa notte.

Tutto si può fare! concluse giulivo loste.

***

Mezzora dopo, Leonardo era già davanti al cancello. Un ragazzino del paese, incaricato di accompagnarlo, lo osservava ansioso.

Signore starà qui ancora tanto? Avrei da aiutare babbo con le pecore

Ah, certo, corri lo congedò Leonardo con un cenno.

Il ragazzo sparì in un baleno. Leonardo esplorò laia: la panchina ai piedi della quercia era ormai inghiottita dalla terra, la grande quercia stessa si piegava stanca, la corteccia ormai svanita in molte parti.

Il giorno era più grigio del solito, un freddo umido entrava nelle ossa. Ogni passo sullerba secca sembrava risuonare altissimo nellabbandono. Sulla soglia, vacillando, Leonardo non trovò la forza di entrare.

Un improvviso sbattere di imposte sul retro, il gracidio di una cornacchia. Leonardo trasalì, passandosi una mano sul volto disperato, ma, stringendo i denti, si accinse ad aprire la porta.

Meglio se non ci mette piede, signore. Se non crolla il tetto sulla testa, ci pensa la casa stessa a fare male disse una voce ruvida.

Era luomo trasandato visto in osteria.

Chi sarebbe lei? domandò sospettoso Leonardo.

Tommaso, faccio il pastore. Se scende a casa mia, le racconto qualcosa che forse le interessa.

Dopo unesitazione, Leonardo accettò.

***

Sulla tavola della misera casa del pastore, Leonardo osservava larredamento scarno e il volto stanco del suo ospite.

Che ci viene a fare in quella casa, signore? chiese Tommaso severo, sedendosi.

Perché ora è mia.

Proprio così? Non cera altro posto per un giovane signore raffinato come lei? sogghignò Tommaso.

Ma lei non mha chiamato qui per interrogare, bensì per raccontare. O sbaglio? replicò Leonardo.

Giusto. Ma prima giuri che non mi prenderà per pazzo.

Lo giuro sospirò infine Leonardo, vedendo linsistenza delluomo.

Benone. Ventanni fa, laggiù, abitava una famiglia davvero strana. Gente cupa, chiusa, vivevano ritirati. In paese si vedeva solo la ragazza, gracile, vestita antiquata. Provai a parlarle, nulla. Un giorno si lasciò sfuggire: «Non so se esiste al mondo qualcuno più infelice di me». Allora capii: matta o troppo triste per vivere.

Tutto qua? domandò Leonardo, deluso.

Tutto. Svanirono. Nessuno sa se morti o altro. Ha fatto male a comprare quella casa, le porterà solo guai.

Ma ho ricevuto una lettera

Sta di fatto che sparirono. Tutte anime strane, segno del maligno. E lei, che legame ha con loro?

Sono la mia famiglia.

Poche parole, dense di rimpianto.

Un silenzio pesante. Soltanto il fuoco della stufa rompeva la quiete, e la pioggia martellava il tetto.

Chi può mostrarmi le loro tombe? sussurrò Leonardo.

Nessuno. Non ci sono tombe per loro. Nessuno li ha mai trovati. Spariti puff! di un colpo.

Non è possibile! esclamò Leonardo. Nessuno può sparire così.

Come no scosse la testa il pastore. Ma se erano suoi parenti, perché non sa nulla?

Mai conosciuto nè madre nè padre. Mi ha cresciuto la zia, mi raccontava che la mamma era morta di parto e il babbo in un incidente. Ma poco fa ho ricevuto una lettera da mia sorella, ho mostrato la lettera alla zia si è tanto spaventata che sè sentita male Lei mi ha sempre detto che erano tutti morti. E invece

A quel punto, Tommaso fece cadere accidentalmente un vasetto di coccio, che si frantumò a terra. Leonardo si riscosse, pronto a fuggire, e i suoi occhi si fecero improvvisamente gelidi.

Perché le ho raccontato tutto questo?… È tardi, vado.

Aspetti! il pastore estrasse da una vecchia scatola un medaglione dargento: sulle facce incise strane mani che tentavano di afferrare un neonato addormentato.

Era di sua sorella? chiese Tommaso.

Sì. Si chiamava Elettra. rispose Leonardo, studiando il gioiello.

Elettra mormorò pensoso il pastore.

Salvato lesse Leonardo. Viene sempre da quella casa?

Lo trovai sotto la quercia, durante lalluvione, anni fa.

Quanto vuole?

Niente, è suo di diritto. Meglio perderlo che attirarsi la maledizione.

Leonardo si allontanò, commosso, e non riuscì a convincere Tommaso a prendere una lira.

***

Quella notte, tra incubi e visioni, Leonardo provò a dormire. Volti sbiaditi di padre, madre, fratello e sorella lo tormentavano. Da piccolo, sua zia gli aveva descritto la madre come una donna delicata e il padre come un uomo crudele e senza cuore. Il ricordo della lettera sanguinava: il padre gli aveva lasciato la villa in eredità e la sorella lo invitava a venire. La zia laveva sempre ammonito a dimenticare tutto.

Alla luce pallida della luna, guardava dalla finestra le stelle emergere quiete, e si sentiva meno oppresso. Tuttavia, la determinazione cresceva nella sua anima: se la zia non voleva parlare, avrebbe scoperto tutto da sé. Dentro di lui però batteva anche quella paura indefinibile, quasi un impulso a tornare, a completare un destino oscuro.

Non provava vero amore né per la madre, né pietà per fratello e sorella, né odio per il padre. Sentimenti lontani, come immagini di un sogno. Quella notte, finalmente, si abbandonò a un sonno poco quieto.

***

Al mattino, dopo una rapida colazione, Leonardo partì deciso verso la villa, mentre fuori il sole illuminava la campagna inaspettatamente serena.

Davanti al portone esito ancora.

Lo sapevo che sarebbe tornato subito! richiamò Tommaso, avanzando rapido. Ci vengo anchio. Chissà cosa ci capiterà lì dentro.

Nemmeno Tommaso aveva mai superato il timore verso quella casa e la donna che lo ossessionava nei sogni. In verità, non si era mai spinto dentro, da piccolo aveva inventato una scusa per non seguire gli amici in una spedizione notturna. Quella mattina sentiva che era giunto il momento di riscattarsi.

Ciononostante, la villa sembrava decisa a respingere gli intrusi. Appena varcato lingresso, il fetore dumido, il mobilio mezzo divorato e la muffa creavano un ambiente oppressivo; il pavimento cedeva, la vecchia lampada oscillava minacciosa.

Non cè proprio niente da fare qui borbottava Tommaso.

Leonardo invece si aggirava assorto, sfiorando tende pesanti e finestre coperte da grate. Svelando un vecchio quadro, vi trovò soltanto un volto di donna sfigurato da tagli incisi sulla tela.

Sa cosa cerca? sbottò Tommaso dopo un po.

Non saprei neanche a me stesso saprei spiegarlo, figuriamoci a lei!

Si cercano fantasmi, allora! ironizzò Tommaso, con una risata forzata che non convinceva nessuno.

Quando decisero di salire al piano superiore, si trovarono sopra una scala marcia e pericolosa, che minacciava di inghiottirli. Ogni stanza era un eco di rovina, senzanima viva. Leonardo non aveva mai visto simile abbandono; i caseggiati più poveri conservavano calore umano, odore di minestra e di legna. Qui, invece, aleggiava solo morte e paura.

Si perse il senso del tempo. Ad ogni giro di stanza tornavano sempre alla stessa rampa devastata. Ormai era ora di notte anche la luna filtrava già nei buchi del tetto ma i due non percepivano più lora.

Uno scoccare di campane squarciò il silenzio: era mezzanotte.

Dal fondo, a sorpresa, nacque una melodia esitante di pianoforte.

Nella sala col camino, sotto il ritratto sussurrò Leonardo.

Avanti, siamo impazziti! Qui bisogna scappare, non correre verso la stregoneria!

Non avendo altra scelta, Tommaso seguì a tentoni Leonardo fino alla grande sala. Il caminetto acceso, la tela del quadro persa tra le fiamme, mentre nessuno sedeva al pianoforte. Una vecchia agenda, sottile e scritta a inchiostro rosso, si volgeva lentamente sul tavolo. Leonardo vi lesse i nomi di famiglia: Andrea Salvani, accanto a lui Stella Vittoria, e sotto ancora Elettra e Ettore Salvani. Una macchia di inchiostro copriva un altro nome.

Solo poche righe in latino, che Leonardo non sapeva interpretare; cercò di decifrarle quandecco una presen­za nella penombra. Sullo stipite della porta secondaria apparve una giovane figura, trasparente come nebbia ma illuminata dal plenilunio.

È lei, proprio lei tremava Tommaso.

Il pastore indietreggiò, stringendo in pugno il piccolo accetta che si portava dietro per difesa.

Elettra! Leonardo allungò la mano verso la sorella.

Ma lo spettro svanì nella notte.

Inquieti, i due cercavano la via duscita quando sentirono ridere e correre. Le candele si accesero sulla lampada appesa. Nella sala, i fantasmi prendevano posizione: la sorella Elettra al pianoforte, il fratello Ettore alla finestra, il padre, Andrea Salvani, fiero e silenzioso davanti al camino.

La voce gelida del padre ruppe il silenzio.

Ecco quasi tutta la famiglia riunita Peccato uno di noi sia ormai solo unombra.

Leonardo affrontò il padre con calma insolita, mentre Tommaso, scompariva a frugare disperato oltre i muri in cerca di vie nascoste.

Il dialogo tra i morti e il giovane fu parola tagliente. Andrea raccontò la decadenza del casato, il matrimonio per interesse con Stella, la frustrazione per i fallimenti economici, lincapacità di capire la moglie. Desideroso di potere, Andrea aveva stretto patti oscuri, vendendo lanima della propria ancora innocente prole a forze oscure. La fuga della madre, la sua morte, e il fallimento di tutte le ambizioni portarono infine la casa alla rovina. Vi era rimasto, il padre, legato alla villa da una dannazione eterna, insieme a Ettore e Elettra.

Famiglia deve restare unita ribadiva la sorella, con odio mal celato.

Sei solo sangue per noi lo scherniva il padre. Una macchia inutile nel nostro destino.

Ma io non vi devo nulla! gridò Leonardo, sentendo crescere dentro sé unira soffocante.

In una spirale di visioni, i fantasmi ripetevano i loro errori. Colpito dalla luce rossa del medaglione, Leonardo trovò la forza di resistere ai sortilegi paterni, ostacolandone i riti funesti. Il padre lo assalì con furia, ma il potere delleredità materna il gioiello lo protesse.

Appena Tommaso aprì finalmente una via duscita sfondando una vecchia porta, spinse via Leonardo, gli gridò di scappare, e appiccò fuoco alle stanze. Le fiamme si spinsero fino al colmo del tetto mentre la villa pareva urlare, le presenze dissolversi tre scintille esplosero fra il fumo, svanendo come cenere.

Fuori, esausto, Leonardo sedeva nellerba umida, il cuore pesante come piombo. Piangeva per tutto ciò che non aveva potuto cambiare: la sorte della madre, la paura dei fratelli, la follia del padre. Chissà se dentro di lui viveva davvero quel seme avvelenato ereditato?

***

La villa arse fino allultima pietra in una sola notte.

Nella casetta di Tommaso, con le ferite curate e il fuoco acceso, Leonardo godette un po di conforto semplice. Il pastore raccontò a lungo la storia a chiunque passasse, ma ben pochi gli credettero davvero.

Non desiderava più restare a Malerba. Allalba, ringraziò Tommaso con un sacchetto di lire, lo abbracciò forte e sincamminò lontano. Sulla via del ritorno non trovava pace: i ricordi delle anime perdute dentro la villa lo avrebbero accompagnato a lungo. Pensava ai fratelli, alla madre, persi per sempre, e provò solo un vago disgusto per il padre. Tenendo tra le dita il medaglione, si chiedeva: «Per chi era davvero? E da dove veniva tanta rabbia? Servirà a salvare chi non ho potuto salvare io? Forse era destinato a Ettore, o a Elettra, più che a me?»

Nel frattempo, sotto il piccolo rubino incastonato nel medaglione, trovò una nota: Protegge chi io non ho saputo salvare, leggermente scritta dalla mano dolce della madre.

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