Vita dopo il divorzio
Giulia, ma perché ti ostini così? La voce di Teresa aveva quel tono da maestra che spiega le addizioni a un bambino confuso, accompagnata da una pazienza paternalistica che ogni volta faceva contrarre lo stomaco di Giulia. Federico è un bravissimo uomo. Elegante, intelligente, gode di un ottimo stipendio e ha pure il trilocale! Cosa puoi desiderare di più?
Giulia appoggiò il cucchiaio con cui stava mescolando il minestrone e sollevò lo sguardo verso la madre. Le dita le tremavano leggermente le infilò subito sotto il tavolo, sperando che Teresa non se ne accorgesse.
Mamma, lui mi ha tradita, disse a bassa voce, fissandola negli occhi. Non una volta, non due. È stato sistematico. Siamo stati sposati sei mesi e avevo talmente tante prove che il giudice non ci ha neanche dato tempo per pensarci. Ha detto subito che non era il caso di provare a riconciliarsi! Capisci? Persino uno che non ci conosce pensava che fossimo irrecuperabili!
E quindi? Teresa fece spallucce e si sistemò il grembiule, come se nulla fosse e stesse parlando del sale nel ragù. Gli uomini sono fatti così. Ricordati: se uno trova fuori casa è perché dentro non sta bene! Ci devi lavorare su te stessa. Fatti un corso, iscriviti in palestra, cambia parrucchiere E tu invece subito il divorzio!
Giulia sospirò, sentendo la solita stanchezza montare come la panna montata che non serve a niente. Tanto questo copione lo stavano portando in scena per la decima volta in due settimane. Dopo il divorzio era tornata a vivere dalla madre, visto che il suo bilocale ereditato dalla nonna era ancora occupato dagli inquilini. Aspettava che liberassero finalmente casa, per potersi ricavare un posticino davvero suo dove, magari, si potesse respirare senza essere giudicata ogni volta che metteva lo zucchero nel caffè.
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Quando il citofono trillò forte e fastidioso, Giulia sapeva già chi era. Federico. Di nuovo. Il cuore le scivolò nelle scarpe e le mani sudavano allistante. Sua madre, come se lo facesse apposta, continuava a invitarlo ogni santa volta, ignorando (o meglio, facendo finta di ignorare) che ogni incontro fosse una tortura per la figlia.
Giuggiola, è arrivato Federico! annunciò Teresa dalla cucina, il viso illuminato da una gioia quasi infantile. Vieni, entra, caro! gridò verso lingresso, con una cordialità talmente esagerata che a Giulia venne la nausea.
Giulia strinse il cucchiaio così forte che le nocche si fecero bianche. Il metallo le segava il palmo, e sentiva un nodo alla gola, un peso nel petto.
Mamma, non voglio parlargli, mormorò, tentando di mantenere la voce ferma.
Nessuno ti sta chiedendo il permesso, rispose Teresa, insolita e dura come il fondo di un bricco di caffè dimenticato, Questa è casa mia e invito chi mi pare. Se vivi sotto il mio tetto, segui le regole.
Le lacrime premevano, ma Giulia le ricacciò giù, serrando i denti. Si alzò, quasi rovesciando la tazza di tè, e passando accanto a madre e Federico che già si stava togliendo le scarpe, come faceva anche prima del divorzio, si diresse alla porta del balcone. Il profumo di dopobarba allessenze di legno le pizzicò il naso, disgustandola.
Giulia, aspetta! la fermò Federico, con quella falsa dolcezza che rendeva la situazione insopportabile.
Non rispose. Sbatacchiò la porta-finestra e si ritrovò fuori, avvolta dallaria della sera che si infilava sotto il cardigan poco più spesso di una tovaglietta per il latte. Si appoggiò al parapetto, le mani strette sul ferro, e provò a fissare il tram di luci fioche tra i palazzoni di periferia, il passante solitario con lombrello, il rumore dei camion della nettezza urbana e da qualche finestra la radio che sparava allegria quasi per farle dispetto.
Se solo se ne andasse in fretta, pensava, stringendosi nel golfino. Nel soggiorno sentiva schioccare tazze e posate: la madre che rideva, parlava, offriva biscotti come nulla fosse, come se la figlia non fosse lì fuori a congelarsi le dita sui ferri del balcone per non urlare.
I minuti passavano come miele solidificato. Giulia sentiva le mani diventare di pietra, gli orecchi infuocarsi dal freddo e i muscoli delle spalle tremare di nervoso e di gelo. Preferiva congelarsi lí fuori, piuttosto che sorbirsi lennesima farsa.
La porta alle sue spalle cigolò. Oh, figurati! Federico.
Giulia, si avvicinò di due passi, le mani in tasca e la testa inclinata come un labrador che aspetta la pappa. Parliamone tranquilli.
Non abbiamo nulla da dirci, voltandosi, si studiò le pozze lasciate dal temporale sulla veranda vicino.
Davvero, fece un passo avanti, e lei sentiva la sua presenza come una camicia bagnata addosso, impossibile da scrollare. Ho capito i miei errori. Sono cambiato, te lo giuro. Possiamo riprovarci. Prometto che sarò diverso.
Non ti sei neanche realmente scusato, Giulia si girò finalmente a guardarlo, sentendo la rabbia scattare come il forno in modalità grill. Tu vuoi solo tornare alla comoda routine, non cambiare. Non vuoi più stare senza di me, ma non perché ti interessi davvero come sto io.
Ma io veramente…
Basta, lo interruppe, alzando la voce e meravigliandosi della propria determinazione. Non mi servono promesse. Non mi serve un uomo incapace di essere fedele. Voglio qualcuno che mi rispetti davvero.
Afferrò la maniglia della porta. Naturalmente era chiusa. La madre aveva ben pensato di chiuderla a chiave, la regina dellospitalità!
Mamma! urlò Giulia, la voce rotta dalla disperazione. Apri!
Un minuto dopo, click, e Teresa comparve sulla soglia sorridendo come se fosse Pasqua e avesse trovato tutte le uova. Il solito grembiule con i limoni e la tazza di tè fumante in mano.
Ragazzi, ancora qui fuori? depositò la tazza sul tavolino che lei stessa aveva sistemato unora prima, scuotendo la tovaglietta come se la disposizione dei centrini potesse salvare il matrimonio. A tavola! Ho fatto la pasta con la menta, come vi piace tanto!
Giulia sgusciò via senza guardare nessuno, con la rabbia che ribolliva contro il duo mamma-ex che consideravano i suoi sentimenti come un oggetto da mobile, spostabile a convenienza.
Senti mamma, bloccandosi nel corridoio e fissando la madre dritto negli occhi, per favore, basta. Non voglio vederlo né che tu lo inviti qui. Questa è la mia vita, decido io cosa è meglio per me.
Ma su, Giulia, Teresa le diede una pacca sulla spalla che le sembrò il contatto più freddo mai provato, si vede che sta soffrendo. Un uomo può sbagliare, ma una donna saggia perdona! Tu sei solo troppo orgogliosa. Sii più dolce, più accomodante…
Trattenne le lacrime contando fino a dieci, sapendo che tanto discutere era come lanciare perle ai cinghiali. Si chiuse in camera, sbattendo la porta come a volersi costruire una cuccia di silenzio tutta sua. Allinterno laria sapeva di tapparella chiusa, nonostante la primavera. Si sedette sul bordo del letto, mani tremanti in grembo, e provò a schiacciare la tensione stringendole in pugno.
Dalla cucina arrivavano le voci allegre della madre e di Federico. Teresa sembrava quasi allegra, sforzandosi di non essere la stessa che poco prima le aveva rinfacciato tutto, vantandosi ora della propria intraprendenza. Il tono di Federico era quello di chi tenta di placare un bambino isterico, troppo simile a quando le diceva ma non farne una tragedia se lo beccava a flirtare in ufficio o al bar. Era un tono che faceva venire il vomito compiacente, accomodante. Il tono del finto che si sente buono.
Con che coraggio si presenta ancora qui? pensava Giulia, stringendosi le mani da lasciare i segni delle unghie. Dopo tutto. Tre colleghe in sei mesi di matrimonio. E queste sono solo quelle che ho scoperto
Con la porta dellingresso che sbatteva pesante mezzora dopo, Giulia uscì dalla stanza. Profumo di vaniglia e menta Teresa aveva sfornato la torta del mattino, quella che di solito metteva buonumore. Per un attimo Giulia sentì la tentazione di prendersi una fetta grande come da bambina. Ma soppresse quella nostalgia.
Ma dai, che muso lungo, Teresa la fissò con un sorriso appiccicato come una targa su una Fiat Panda. Federico è un bravo ragazzo, si è pentito! Gli ho detto: Fai qualcosa per riconquistare Giulia!
Mamma poggiò la mano sullo stipite e la vernice ruvida le ricordò che questa non era casa sua, non del tutto voglio solo un po di pace. Finché non mi trasferisco almeno. È così tanto?
Teresa sospirò e si sedette, le mani cadute in grembo come due fazzoletti bagnati.
Sei troppo categorica, stavolta la voce era più stanca, più vera. La vita non è bianca o nera. Sì, Federico ha sbagliato. Ma chi non sbaglia? Forse anche tu avresti dovuto essere più disponibile, curarti di più…
E via con la litania del pentimento interrotto, la storia del matrimonio come campo di battaglia dove chi vince è chi sopporta e chi perde è chi esige rispetto.
Quindi è colpa mia, mormorò, la voce spezzata, e la madre azzardò uno sguardo altrove, fuori dalla finestra, alla città dove stava scendendo il buio. In fondo, siamo sempre in due a sbagliare, si giustificò Teresa con lenergia di chi si difende davanti al giudice della famiglia, bastava essere più paziente, più docile
Lui invece poteva essere fedele, la interruppe Giulia, e stavolta la voce aveva la forza dellacciaio. Non è così difficile. Basta volerlo.
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Federico iniziò ad apparire come una pubblicità occulta: un giorno davanti al portone con la scusa dei documenti, il giorno dopo con il pretesto di un dolce portafortuna. A volte la attendeva sotto casa, altre chiamava con la scusa del sono passato, ti va un caffè?. Una volta si presentò con un mazzo di rose rosse ancora umide e una scatola di Gianduiotti i suoi preferiti, quelli pieni di crema che amava da piccola.
Ecco per te… senza motivo, disse, schiacciando la fossetta che lei un tempo trovava carina, ora solo una ruga di finta tenerezza.
Dovresti smetterla, lho già detto, rispose lei, senza nemmeno sfiorare i fiori. Non cè più niente da aggiungere.
Lo so, rispose abbassando lo sguardo in cerca di pietà. Ma non riesco a lasciarti andare davvero. Sei importante per me.
Lo eri, lo corresse Giulia, e ogni sillaba era come masticare del pane troppo secco.
Federico annuì cupo, mentre dal corridoio sbucava manco a dirlo Teresa.
Federico, caro! lo prese a braccetto come se niente fosse, con una ventata di euforia fuori stagione. Vieni, accomodati! Giulia, si sta in famiglia! E porta quei fiori, che i fiori fanno sempre bene!
Mamma, lui stava già andando via, ribatté Giulia, cercando di non urlare. E non voglio i suoi fiori.
Dai, su! Teresa baciò laria accanto al viso di Federico, lasciando che quello si sedesse al desco. Ho fatto la crostata.
Gattopardescamente, Giulia si ritirò in camera, lasciandoli alle loro chiacchiere di circostanza.
Vedi, è solo arrabbiata. Ma basta insistere, prima o poi cede, sentì dire la madre. E le sembrò di stare in una puntata infinita di Porta a Porta incentrata sulla sua vita.
Giulia prese un quaderno e iniziò a disegnare linee storte, curve nervose, montagne, onde. Non importava il soggetto, importava solo rallentare il respiro.
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Con il tempo, le cose cambiarono. Giulia si trasferì finalmente nel suo bilocale a due passi dalla sede dove lavorava. Fece amicizia con due ragazze e iniziarono a vedersi per laperitivo; iniziò persino a frequentare un corso di yoga la domenica mattina. Quelle lezioni la aiutavano a sentirsi forte: finalmente non per forza, ma per convinzione. Ogni volta che assumeva la posizione dellalbero, si immaginava radicata nel presente, finalmente libera dal passato.
Un giorno, dopo una lezione di yoga, si fermò a parlare con listruttore, Marco. Sarà stato il clima zen, sarà stato il sorriso gentile, fatto sta che si scambiarono i numeri, si videro ancora, e ancora… Marco non aveva niente del vecchio Federico: silenzioso quando serviva, presente quando cera bisogno. Non prometteva la luna, ma riparava la tapparella e ti ascoltava quando paravi a denti stretti della tua giornata. Per la prima volta Giulia si sentì tranquilla, al sicuro. Con Marco poteva permettersi di essere imperfetta, umana.
Quando accennò per la prima volta il nome Marco a Teresa, fu come lanciare una molotov sulla cucina.
E chi sarebbe? Che lavoro fa? È proprietario di casa? le domande le piovvero addosso come chicchi di grandine.
È istruttore di yoga. Lavora in uno studio vicino al mio ufficio. Affitta casa in zona Navigli.
E basta? Teresa storse il naso come se avesse appena assaggiato un limone. Niente status, niente proprietà. Vuoi vivere in affitto a vita? O magari lo ospiti tu e lo mantieni?
Mamma, mi interessa che sia gentile e sicuro. Mi rispetta. Giulia la fissava con dolcezza, ma anche con fermezza.
Bah! Anche Federico ti rispettava. Solo che tu non te ne sei mai accorta! Tu tutto vuoi complicare.
Giulia chiuse gli occhi, contando mentalmente come quando tentava di calmare i bambini alloratorio estivo. Sapeva che non avrebbe mai convinto la madre: per Teresa la felicità si misurava in metri quadri, auto e stipendio. E la moglie ideale è quella che sa stare zitta e sopportare. Punto.
Intanto la storia con Marco procedeva lenta ma sicura, come la fermentazione del buon vino. Chiacchieravano di tutto, passeggiavano tra i parchi, cucinavano cena, condividevano sogni. La presenza di Marco bastava a Giulia per rimettere insieme i cocci.
Sei mesi dopo lui le fece la proposta, su una panchina in un parco già profumato di violetti, prendendole la mano con fermezza.
Giulia, io voglio stare con te. Vuoi sposarmi?
Lei guardò nei suoi occhi accesi, sinceri, e sentì il cuore finalmente alleggerito di un peso antico.
Sì, sussurrò, ed era vero.
Naturalmente la madre la prese bene quanto una pizza con lananas.
Non puoi sposarlo! sbottò Teresa con le braccia conserte e lo sguardo da Garibaldi in trincea. È un errore. Te ne pentirai. Stai rovinando la tua vita!
Mamma, ho già deciso, Giulia si infilò il cappotto, sentendo il cuore batterle finalmente contento. E io sono felice. Non ti basta?
No! rispose la madre, fredda come un gelato uscito dal freezer. Sei sempre stata ostinata e irragionevole! Vedrai…
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Il matrimonio fu sobrio proprio come piace a chi non vuole essere protagonista dei gossip di famiglia. Solo amici stretti e qualche parente di Marco, niente orpelli, niente wedding planner. Giulia scelse un vestito bianco essenziale, Marco un abito blu col gessato. Quando si scambiarono gli anelli, Giulia sentì daver fatto finalmente! una scelta tutta sua.
Teresa non si presentò. Mandò invece un mazzo di gigli bianchi con il nastro nero e un biglietto, nemmeno troppo velato: Spero che rinsavisca. Giulia rimase a fissare quei fiori a lungo, poi li mise in un angolo. Qualche nodo alla gola, ma niente lacrime.
Ovviamente, ecco il colpo di scena la zampata finale. La madre aveva convinto Federico a presentarsi fuori dal municipio. Quando Giulia e Marco uscirono, Federico li fissava vicino allauto, mano in tasca, sorriso a metà tra il lupo e il bambino triste.
Che ci fai qui? chiese Giulia, sentendo la tensione risalirle come la caffeina.
Tua mamma mi ha chiamato. Sostiene che tu stia sbagliando e vuoi tornare indietro ma non hai il coraggio.
Tua mamma dice tante cose, intervenne Marco, sereno come un gatto alla finestra, ma non sempre è vero.
Certo, certo, sbuffò Federico, guardandola come uno che offre un affare imperdibile. Se ti stuferai della fame, mi trovi sempre. Anche senza condizioni!
Poi sparì, lasciando una nuvola di disagio aleggiare sullultima fetta di torta.
Pochi giorni dopo Giulia e Marco pianificarono il trasloco: li attendeva un lavoro a Bologna, città rumorosa e piena di chance. Giulia disse subito di sì: aveva bisogno di cominciare altrove, magari dove i parenti sono solo indirizzo email.
Prima di partire, andò a salutare la madre. Teresa la attendeva di spalle, con lo sguardo perso sui tetti grigi del quartiere.
Mamma, partiamo. Andiamo via, lontano. Io e Marco.
E quindi? domandò la madre senza voltarsi. Scappi dai problemi?
No, rispose Giulia, stavolta con la voce piena e convinta, vado incontro alla mia felicità. Vorrei che tu ne facessi parte. Ma solo se rispetterai la mia scelta.
Teresa si girò di scatto. Aveva ancora quel lampo di ostinazione che nemmeno il più abile psicologo avrebbe domato.
Rispetto? E perché dovrei rispettarti? Ti butti con uno che fa listruttore di yoga? Che sicurezza ti dà? Federico ti avrebbe dato tutto! Con lui saresti andata in vacanza, ti avrebbe rifatto casa… Io non lo accetterò mai!
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Quella sera, Teresa telefonò di nascosto a Marco. Lui stava sistemando scatoloni, quando il cellulare vibrò con un numero sconosciuto. Rispose per educazione.
Marco caro, sono la mamma di Giulia. La ragazza è impulsiva, non sa nemmeno lei quello che fa. Questo trasloco è un abbaglio. Vedrai che ne pagherà le conseguenze…
Marco ascoltò senza interrompere. Quando capì dove stava andando a parare, rispose con la calma di uno che ha imparato a respirare col diaframma.
Teresa, la ringrazio per la preoccupazione, ma io Giulia la conosco bene. So che con me sta meglio di prima. Non si può vivere sempre con il senso di colpa addosso.
Tu sei ingenuo, la voce della mamma divenne tagliente, quando si troverà sola in una città nuova, chi ci sarà per lei? Federico è sempre a disposizione…
Marco tagliò corto: Giulia sa cosa vuole. E stavolta ha scelto me. Non la deluderò.
Mentre riattaccava, non poté fare a meno di avere un po di pietà per la donna che sapeva solo stringere la figlia, mai lasciarla libera.
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Lindomani Giulia tornò dalla madre con la scatola dei biscotti preferiti dellinfanzia e un mazzetto di margherite di campo, piccole ma vivissime.
Ma anche lì lo spettacolo era uguale: Non vuoi nemmeno riflettere? Restiamo ancora un mese. Sei solo stanca, stressata…
Mamma, abbiamo deciso. Abbiamo casa vicino al parco, il lavoro ci aspetta… ho già conosciuto i colleghi su Zoom… va tutto bene!
Va tutto bene? scattò Teresa, occhi lucidi di collera o commozione, chissà. È lui che ti ha convinta? Così ti tiene legata, lontana da me e da Federico. Lì sarai solo sua.
Giulia rimase di sasso. Quellidea la trovava assurda, ingiusta persino. Ci credi davvero? Pensi che Marco sia così? Che sia un manipolatore?
Tutti gli uomini lo sono. Solo che Federico era onesto. Questo invece si nasconde dietro la dolcezza.
Basta… Giulia sentì un nodo in gola, gli occhi impregnarsi di lacrime. Non ce la faccio più! Non posso vivere nella paura di essere sempre sbagliata agli occhi tuoi.
Girò su se stessa. Ma la madre la prese per un braccio, quasi a farle male.
Aspetta! Sono tua madre. Voglio il meglio per te.
Il meglio è quello che scelgo io, liberandosi piano, senza ferire, e scelgo Marco, la nostra vita, la nostra nuova città. Scelgo di respirare senza avere sempre qualcuno pronto a dire te lavevo detto.
Teresa arretrò, il volto spaventato e arrabbiato. Quindi è così? Mi lasci per un uomo?
Non ti sto lasciando. Lascio solo il tuo bisogno di controllare ogni mia scelta. Vorrei che mi amassi per quella che sono davvero. Ma, se non puoi, è meglio non vederci per un po. Prendiamoci una pausa, mamma.
Fai come vuoi, si voltò verso il vetro, la schiena curva che tremava di emozioni trattenute. Quando cambierai idea, sai dove trovarmi.
Giulia rimase a guardarla ancora un istante, i capelli grigi che sporgevano dalla nuca, la mano bianca contro il davanzale. Avrebbe voluto abbracciarla, dirle che tutto sarebbe andato bene… Ma sapeva che sarebbe stata una bugia. Uscì piano, senza sbattere la porta. In tasca aveva un nuovo numero, uno che la madre non avrebbe mai avuto. Forse, con il tempo, avrebbero ricostruito qualcosa. Ma ora, almeno ora, Giulia aveva bisogno di spazio il suo, finalmente.




