La felicità si trova nelle piccole cose

La felicità è fatta di piccole cose

Questa sera, nel rinomato ristorante La Scala al centro di Firenze, si sono riuniti i diplomati dellIstituto di Arte e Cultura. Erano trascorsi dieci anni da quando, carichi di emozione, avevano ricevuto la laurea, pieni di sogni e speranze, girando gli occhi al futuro con mille preoccupazioni e curiosità. Ora, altrettanto emozionati, si preparavano a rivedersi desiderosi di scoprire come ognuno fosse cambiato, che strade avesse scelto, che tipo di vita conducesse. Cera chi era arrivato da Roma, Milano, o Napoli; qualcuno veniva con il marito o la compagna, altri da soli ma con il sorriso e la voglia di lasciarsi trasportare dai ricordi.

In una delle salette laterali riservate agli ospiti, la mia più cara amica, Alessia, mi aiutava a prepararmi. Con la sua solita cura mi chiudeva lultima fila di bottoncini dellabito azzurro chiarissimo che avevo scelto apposta per la serata. Il vestito, leggero e vaporoso, sembrava fatto apposta per accarezzarmi nei movimenti.

Caterina, sei sicura di voler andare? domandò Alessia, corrugando la fronte con quella sua espressione affettuosamente severa. Non hai solo bei ricordi di quegli anni… E poi ci sarà anche Matteo, con il suo vecchio modo di corteggiarti! Sono certa che non mancherà

Scossi appena la testa, raccogliendo una ciocca dei miei capelli castani e sorrisi. Dentro di me cera lemozione autentica di rivedere chi aveva condiviso gli anni delluniversità, di scoprire cosa fosse accaduto nelle loro vite. E Matteo Pazienza! Quanto tempo era passato! Immagino che anche lui abbia superato quellinfatuazione adolescenziale; magari, come me, avrebbe ricordato quei tempi con affetto ma senza nostalgia.

Perché non dovrei andarci? risposi, stringendo tra le mani la stoffa sottile del vestito, lasciando che il tocco mi tranquillizzasse. Sono curiosa. E poi anche Leonardo era entusiasta: dice che muore dalla voglia di conoscere i miei compagni di corso!

Alessia fece una smorfia ironica, cercando nel guardaroba le scarpe perfette: un paio di décolleté basse, ricamate di perline minuscole. Me le porse e mi scrutò da sopra le lenti.

Leonardo è proprio un tesoro disse, abbozzando un sorriso. Non te lo meritavi uno così!

Scoppiammo a ridere entrambe e, appena indossate le scarpe, sentii addosso quellaria di sicurezza che solo un buon paio di tacchi sa regalarti.

È una persona buona, risposi con sincerità, guardando Alessia negli occhi. Mi ama, e io lo so.

Dai, muoviamoci, altrimenti le migliori storie ce le perderemo prima di arrivare!

Ci incamminammo verso la sala, salutando già diversi volti noti. Mi sentivo avvolto dallagitazione: dalla laurea non vedevo molti di loro e la mente correva veloce a immaginare che cosa ognuno fosse diventato qualcuno un artista affermato, qualcun altro aveva aperto uno studio, altri si erano sposati e avevano figli e poi ci saranno sicuramente quelli che sono rimasti gli stessi di un tempo: estroversi, sempre pronti alla battuta, o timide, sedute nellangolo con un taccuino e una matita per prendere appunti.

Non feci in tempo ad arrivare che, vicino al tavolo più luminoso, scorsi unaltra delle mie care amiche Martina che mi salutava agitando le braccia accanto a uno specchio antico incorniciato. Aveva un vestito color ghiaccio che rifletteva ogni movimento come un prisma e il sorriso più largo che avessi mai visto, trasparente felicità.

Eccoti! gridò Martina appena fui vicina, stringendomi forte. Sei pronta? Qui succede di tutto, sembra il Carnevale di Venezia, non so da dove cominciare!

Mi fece un cenno col mento verso lingresso: stava arrivando Matteo. Attraversava la sala con passo deciso, come se il ristorante fosse il suo regno. Portava un completo scuro di taglio sartoriale che lo rendeva ancora più distinto, sicuro di sé. Al braccio una bionda elegante, in abito di seta ricamato di paillettes argentate.

Matteo salutò gli altri con lo sguardo, tastando lambiente. Si accorse subito di me e per un momento mi parve che il tempo rallentasse. Vide il mio sorriso e accennò lui stesso un mezzo sorriso prima di avvicinarsi con la sua tipica sicurezza calibrata negli anni.

Caterina, che piacere rivederti, disse con una voce calma, quasi indifferente, ma negli occhi gli leggevo unagitazione trattenuta. Sembrava che da giorni provasse quello che ora diceva.

Matteo. Anche per me è un piacere, gli risposi con un sorriso sincero, anche se sentii dentro una leggera tensione. Come stai?

Si passò una mano sul rever del completo, dove risaltava una piccola iniziale ricamata. Il gesto fu istintivo, ma non casuale: voleva farsi notare.

Bene, benissimo, ripeté con tono sicuro. Lavoro in una grande azienda, mia moglie è una modella, viviamo in centro a Milano insomma, non posso lamentarmi.

La donna al suo fianco fece un breve cenno di saluto, sollevando leggermente il mento. Notai il suo sguardo, di chi è abituata a valutare tutto e tutti come merce di valore.

Sono davvero felice per te, replicai, senza lasciarmi turbare dal tono di sfida.

Matteo socchiuse gli occhi, quasi a voler andare oltre il mio sorriso per cogliere un secondo significato.

E tu, che dici? Sei sempre a scuola di musica?

Sì, confermai con calore. Adoro questo lavoro. I bambini mi danno tanto entusiasmo, i colleghi sono come una famiglia. Qualche mese fa abbiamo portato in scena Lo Schiaccianoci. Prove, costumi, musiche, mesi di fatica vedere i piccoli appassionarsi e affrontare la scena con coraggio non ha prezzo. Mi sento fortunata.

Parlai con tale spontaneità che anche Matteo, abituato a conversazioni formali, rimase colpito.

E tuo marito Leonardo, vero? domandò, scandendo il nome come se volesse assaggiarlo. Allena ancora ragazzini?

Sì, risposi senza alcuna esitazione. Lavora con una squadra di bambini in una polisportiva. Lo adorano: fanno a gara per imitarlo, sono pieni di energia e inventiva e lui non perde mai la pazienza, anche quando combinano qualche pasticcio.

Avevo negli occhi un orgoglio e un affetto che non riuscivo né a nascondere né a frenare. Per un istante Matteo mi guardò con il sopracciglio leggermente corrucciato, come per dire: Ma sono davvero queste le cose importanti? Io non me ne accorsi neppure, continuando a parlare di ciò che rendeva speciali le nostre giornate.

Capisco disse, con un sorriso forzato. Non devessere facile vivere con pochi euro al mese.

Avvertii dentro una lieve fitta: non era offesa, era la curiosa sensazione di tornare, per un attimo, sotto la lente dingrandimento degli altri, ma questa volta non mi toccò. Risposi col mio sorriso migliore: quello che tutti dicevano scaldare il cuore.

Siamo felici, risposi soltanto. Sai, Leonardo è luomo più buono che abbia mai incontrato. Mi sostiene sempre, mi aiuta nelle difficoltà e mi ama davvero. Ti sembrerà sciocco, ma da anni mi regala ogni primavera un mazzetto di mughetti, li va a cercare apposta. E la domenica mi prepara la colazione frittelle, omelette, pane toscano tostato quello che preferisco. Anche quando sono malata, resta accanto a me, mi legge libri e mi porta il tè caldo col miele.

Matteo tacque, deluso: sembrava aspettarsi altro. Avrebbe voluto la mia ammissione che sì, forse avevo sbagliato, che potevo scegliere meglio. Invece non glielo concessi.

Quindi, non hai mai pensato che avresti potuto trovare di meglio?

Lo fissai dritto negli occhi e scossi la testa.

No, non ho mai avuto dubbi, risposi decisa. E non mi sono mai pentita.

Non aggiunsi che Leonardo ogni sera mi aspetta fuori dalla scuola, che la nostra piccola casa profuma di risate e pane caldo, che bastano poche cose semplici per renderci felici: un rito del tè, la partita a carte, una carezza al rientro. Non è fatta di gesti eclatanti la nostra felicità, ma di una quotidianità serena, ricamata di attenzioni.

Matteo sembrava voler dire qualcosa, magari scherzare per alleggerire il clima. Ma proprio allora Leonardo si avvicinò. Portava una semplice camicia di lino e i jeans, senza alcun vezzo. Mi sorrise con quella sua calma speciale che, ancora dopo anni, sapeva infondermi serenità.

Amore, disse abbracciandomi alla vita. Posso rubartela un momento?

Matteo serrò i pugni, resosi conto, per la prima volta, che la mia storia era diversa da tutto ciò che pensava di sapere. Ma chinò appena il capo, forzando un sorriso.

Certo, mormorò a denti stretti.

Leonardo mi portò al tavolo vicino alla finestra. Mi prese la mano: forte, sicura, come per dirmi che con lui nulla mi sarebbe mancato. Sentii un calore familiare e gli sorrisi, mentre dietro di noi Matteo rimaneva immobile, quasi incollato al pavimento. Sembrava spiazzato, infastidito, ma più che altro vuoto. Gli occhi mi cercarono ancora, ma io ridevo, tenendo stretta la mano di Leonardo: i nostri sguardi erano pieni di complicità semplice, la luce di chi è davvero felice.

Ricordo bene quanto Matteo tentò di conquistarmi, dieci anni fa. Era certo che mi avrebbe colpita con i suoi fiori costosi bouquet ordinati appositamente, cene nei locali più esclusivi, messaggi colmi di intenti. Pensava che Leonardo non potesse competere col suo fascino e con la sua carriera. Era certo che sarei tornata sui miei passi.

Eppure, ora che ha tutto quello che molti sognano soldi, reputazione, una moglie bellissima, una casa in centro a Milano lo vidi spento. Capì che le sue scelte non gli avevano dato ciò che credeva. Osservando me e Leonardo, comprese che io avevo scelto una felicità fatta di piccole cose vere: gesti sinceri, attenzioni quotidiane, abitudini condivise.

E lui, invece, aveva rincorso una felicità di facciata. Riuscì finalmente a chiedersi se ne fosse valsa la pena.

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La serata proseguì allinsegna della gioia e dei brindisi vivaci. Il ristorante La Scala era animato da un filo di chiacchiere, risate e musica dal vivo. Col passare del tempo, tutti si lasciarono andare. Si rivivevano aneddoti del passato: le notti svegli sui libri, le recite improvvisate in aula magna, i panini di nascosto durante le prove. Qualcuno mostrava le foto dei figli, raccontava viaggi negli angoli più belli della Sicilia o della Sardegna, o condivideva successi recenti.

Matteo tentava di partecipare ai discorsi, rideva, faceva domande. Ma lo percepivo distratto. Il suo pensiero tornava sempre a me e a Leonardo, specialmente quando ballavamo insieme, scambiandoci sguardi complici. Leonardo mi sussurrava frasi allorecchio ed io rispondevo con il mio riso cristallino, che sembrava riempire la sala di luce.

Perché non ha scelto me? pensava Matteo, tormentandosi, Io avrei potuto darle tutto: comfort, viaggi, regali, avrei potuto presentarla nei migliori salotti di Firenze o di Roma. Perché ha preferito quel tipo così semplice, che veste come tanti, che non frequenta eventi mondani?

Cercava una spiegazione, ma in cuor suo sapeva che il motivo non era nei beni materiali, né nel successo. Era qualcosaltro, unarmonia fatta di piccoli gesti damore che i suoi soldi non potevano comprare.

Quando tutto fu finito e i commiati cominciarono, osservò me e Leonardo avviarci verso luscita. Leonardo, con naturalezza, mi posò una sciarpa sulle spalle perché non prendessi freddo, io poggiai la testa sul suo petto, ridendo di gusto. Era una felicità lieve, reale, fatta di cose semplici. Matteo percepì il vuoto di chi si ritrova ricco ma senza calore.

La sua compagna gli chiese: Andiamo, Matteo?

Non rispose subito. Continuò a fissare la porta da cui eravamo usciti io e Leonardo, il suo viso riflesso nel vetro elegante, curato, impeccabile. Ma negli occhi, quello che vide fu unincertezza che nessun abito firmato avrebbe potuto mascherare.

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Io e Leonardo ci incamminammo sulle vie silenziose del centro, illuminate solo dalla luce dei lampioni. Il vento di fine maggio muoveva i miei capelli, ma io mi sentivo protetta, avvolta dal suo abbraccio e dalla calma profonda che segue le grandi emozioni.

Tutto bene? mi chiese stringendomi la mano.

Meglio che mai, risposi, guardandolo con fierezza. In quel momento tutto ciò che poteva turbare era così lontano da non esistere.

Quel Matteo mi è sembrato ancora preso da qualcosa ti osservava come se volesse convincerti.

Non può accettare che io sia felice senza di lui, sorrisi con indulgenza. Non ha mai capito che la felicità sta nelle piccole cose, non nei grandi gesti. Per me conta svegliarmi sapendo che ci sei, e addormentarmi col tuo bacio.

Leonardo si fermò, mi voltò verso di sé, mi accarezzò il volto.

Ti amo, Caterina, sussurrò. Non importa cosa pensano gli altri. Esisti tu. E ciò che abbiamo noi due.

Mi strinsi a lui. Il suo profumo, il suo modo di tenermi, lintimità di quella sera erano tutto ciò che desideravo. Eravamo noi, nulla di più.

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Matteo tornò a casa tardi, quasi le due di notte. Lattico silenzioso nel cuore di Milano lo accolse con gelo. La moglie dormiva già, avvolta nel piumone di seta; Matteo la guardò distrattamente, senza volerla svegliare, e poi entrò nello studio.

Accese una lampada da tavolo la luce calda e dorata sembrava ancora più fredda. Versò del whisky in un bicchiere pregiato, ma non ne bevve neanche un sorso. Fu allora che vide la vecchia foto degli anni universitari su una pila di documenti: tutti noi, giovani davanti allIstituto, fra sogni e futuro. Nel gruppo, al centro, cero io a ridere con quella mia felicità semplice, libera. Lui era sulla destra, già elegante e distaccato; il sorriso era di circostanza, negli occhi uninquietudine che non si era mai spenta.

Prese la fotografia tra le dita e la accarezzò, come a voler risalire agli attimi ancora carichi di possibilità, quando pensava che sarebbe andata come sperava. Sussurrò piano, nel silenzio:

Dove ho sbagliato?

Rievocò tutti i tentativi, i regali, le frasi studiate, la continua ricerca di approvazione. Eppure, la risposta non arrivò. Solo il riflesso della sua immagine stanca nella finestra: un uomo di successo, il volto ben rasato, ma con gli occhi vuoti.

Posò la foto, rimase seduto a lungo nel buio. Oltre i vetri brillavano le luci notturne di Milano, bellissime e irraggiungibili. Dentro, solo silenzio.

Così capii, ancora una volta, che la felicità è proprio tra le pieghe delle piccole cose: i gesti damore, lintesa, una vita normale costruita insieme. Tutto il resto, alla fine, non è che una splendida illusione.

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