Fiocco Rosso
Allora, ascolta. Immagina Serena in cucina, a girare piano una pentola che sbuffa vapore sopra un piatto di orzo. Non lorzo perlato grosso, bello, quello che trovi nelle gastronomie del mercato, ma la roba industriale, in bustine da 1,50 euro al supermercato, minuscola e un po amara. Serena dà unultima mescolata, appoggia il coperchio e si lascia andare con la schiena contro il vecchio frigorifero un FIAT che ronza sommessamente, come se le facesse compagnia nei suoi movimenti.
Fuori dalla finestra cè via degli Artigiani. Palazzine basse, platani così alti che ogni primavera i loro semini invadono i balconi, un chiosco di fiori sempre acceso su un angolo. Serena lì ci vive da dodici anni. Ormai la strada fa parte di lei come il callo sotto al piede, come la certezza che il terzo gradino della scala scricchiola.
Entra Gianni, senza bussare come fa sempre. Lui era esperto nel comparire. Alto, spalle larghe, indossa una camicia grigio chiaro che Serena non aveva mai visto. Serata la camicia lavrebbe notata meglio: invece, il primo dettaglio che le arriva è il profumo. Un vago sentore floreale, dolce, non il suo, non da deodorante, non da sedile di pelle della sua vecchia Panda.
Allora, spartanaccia? Gianni sorride storto, guardando nella pentola. Ancora acqua e pane?
Orzo, risponde Serena. Con cipolla.
La cipolla è già lusso, la prende in giro, dandole una pacca sulla spalla. Abbi pazienza. Ancora un poco e raccogliamo. La Collina mica scappa, vedrai.
Serena annuisce. Ha imparato a fare quel cenno che sembra consenso ma è solo stanchezza. Le gira di nuovo la testa, ormai sono quattro giorni: un capogiro sottile, come quando la stanza di scuola ti sembrava piegarsi un po. Lei sa che dipende dalla dieta. E tace.
Tu hai mangiato? chiede lei a Gianni.
In ditta hanno fatto il pranzo lavoro. Bene.
Prende la sua tazza, la riempie dal rubinetto, beve tutto dun fiato e la lascia nel lavello prima di sparire in sala. Serena la guarda, poi spegne il fornello, impiatta lorzo.
In tre anni di risparmi forzati Serena si era abituata a tante cose: a prendere lo yogurt invece della ricotta, a sistemarsi da sola la giacca al gomito che portava da cinque stagioni, a tagliarsi lei stessa i capelli in bagno con la piccola forbice da unghie, senza guardarsi troppo allo specchio. A volte il risultato era accettabile, a volte meno.
Tre anni prima Gianni le aveva mostrato delle foto. Una casa piccina sulle colline fuori Parma, a quaranta minuti di regionale. Di mattoni, con il sottotetto, due meli nel piccolo giardino, un pozzo decorativo ormai solo per bellezza. Le persiane verdi, il portico in legno, una panchina vecchia immersa nella lavanda.
Guarda, aveva detto, lasciandole il portatile sulle ginocchia. Vedi qui.
E Serena aveva guardato. Aveva sentito qualcosa di caldo in petto, non gioia propriamente, ma una specie. Possibilità. Lei aveva sempre vissuto in appartamenti, tra muri estranei, finestre basse, aria pesante di città. E lì, sulle foto, cerano i meli.
Servono almeno tre anni di sacrifici aveva fatto i conti Gianni, come un ingegnere. Ho controllato. Basta mettere via questa cifra ogni mese, tu riduci ancora qualcosina sulle spese personali…
Quanto costa?
Lui aveva detto la cifra. Serena aveva fatto silenzio.
È tanto.
È una casa, Serena. Nostra. Giardino, aria, tranquillità. Ti pare costi poco?
Lei aveva accettato. Non subito. Ma alla fine sì. Avevano aperto un conto condiviso. Serena metteva metà della sua pensione e tutto ciò che riusciva dai lavoretti da ragioniera per una piccola cooperativa. Non era molto, ma qualcosa. Gianni diceva che lui ci metteva il triplo del suo stipendio.
Serena gli credeva.
Credeva alla gente non per ingenuità, ma perché così aveva imparato a vivere: si fa meno fatica. Se non ti fidi, devi sempre controllare, e logora.
Il primo inverno era filato via quasi come un gioco. Serena mangiava frugale, si vestiva come da ragazzina, e la cosa aveva un che di nostalgico. Come da piccoli, che inventarsi qualcosa fuori moda ti pareva quasi una vittoria segreta. Minestroni di verdure scontate, ricette della cucina povera, la felicità per una promozione al supermercato. Cera da ridere, se non altro.
Il secondo anno era stato più duro. Il corpo aveva cominciato a dare segnali, non forti ma testardi. Gambe molli, sonno che non passava malgrado le ore. Certe mattine sullautobus Serena si accorgeva di fissare il vetro senza sapere dove stesse andando. Dal medico non voleva andare. Troppe spese. In ASL code infinite di gente, e lei non ne aveva la forza.
Dovrei fare un controllo del sangue, aveva detto una volta a Gianni.
Da privato?
Almeno là non si aspetta.
Capisci però che ogni trenta euro fanno la differenza? Ogni mese. Forse meglio lASL…
Alla fine ci era andata. Analisi base. Ferro al limite basso della norma. Non grave, ma neanche bene. La dottoressa aveva consigliato più carne rossa, ferro, vitamine.
Serena aveva comprato le vitamine più economiche della farmacia. La carne rossa era fuori budget.
Al terzo anno aveva smesso di pesarsi. Lo specchio le diceva abbastanza. Il viso ora sembrava appuntito, cerchi sotto agli occhi, capelli spenti. Nel negozio dellusato di via delle Betulle aveva trovato un bel cappotto blu notte, quasi perfetto, e laveva preso. La commessa, una signora dai capelli tinti di rame, le aveva detto:
È un buon cappotto, si porta per anni.
Lo so, aveva risposto Serena.
Qui le cose buone si notano, aveva detto la commessa, con una di quelle mezze risate di chi capisce tutto senza giudicare.
Serena aveva tenuto il cappotto. Riflessa in una vetrina del panificio, aveva indugiato un attimo. Poi era andata avanti.
Gianni continuava a sostenerla. Era bravo. Sapeva farti credere che bastava aspettare un po che tutto sarebbe cambiato. Lo un altro po era ormai una musica di sottofondo, le parole che sentiva ma a cui non faceva più caso.
Sei proprio una roccia, diceva lui se la vedeva cenare per la terza volta orzo e cipolla. Davvero ti stimo.
Serena sorrideva. Non era una vera allegria, ma il volto sapeva quando mostrarsi daccordo.
Qualche volta chiamava la figlia, Paola, che ora viveva a Verona con marito e figli. Paola era presa dalla sua vita, dubitava che dalla madre potesse venir fuori una vera richiesta daiuto, e Serena non avrebbe mai chiesto troppo.
Come va, mamma?
Bene. Risparmiamo per la casa.
Sempre la stessa storia?
Siamo quasi in fondo.
Bravo papà.
La telefonata poi scivolava sui nipoti, sul tempo, su chiacchiere normali. Serena riagganciava e andava in cucina.
Quellautunno, il terzo dei risparmi, si erano fatti più pungenti gli odori. Serena poi ci aveva pensato: forse era il corpo che, a forza di mangiare meno, sentiva di più. Aveva notato subito il profumo sul colletto della camicia nuova di Gianni, a ottobre. Credeva di essersi confusa, magari qualcuno al lavoro gli era stato vicino. Capita.
Poi a novembre, quando Gianni tornò tardi da una riunione, Serena lo aiuta a togliere il giubbotto, e di nuovo quel profumo. Dolce, caldo, di marca, certo non il suo.
Stanco? chiede lei.
Molto. Riunione infinita, sbadigliò e si chiude in bagno.
Serena appende il giubbotto, ci resta davanti qualche secondo. Poi va a scaldare la cena.
Aveva imparato larte di non pensare troppo a ciò che non si vuole. Dirottava i pensieri come si devia un ruscello, per paura di quello che porterebbero, di quello che si rischia di dover fare poi, e non per paura di Gianni, bensì di se stessa.
Il conto comune si riempiva ogni mese. Gianni le mostrava lestratto conto, Serena vedeva i numeri crescere piano, ma salivano.
Visto? diceva lui indicando lo schermo. Già così. In primavera possiamo fare il primo passo.
Quale passo?
Iniziare a trattare con quelli della Collina. Vedi, ogni trattativa ha le sue cose.
Serena annuiva. I dettagli pratici li gestiva lui, lei era la regina dei risparmi.
A dicembre cominciò a tornare tardi più spesso. Feste in ufficio, spiegava. Dicembre, si sa. Serena aveva sempre capito.
Ma una sera di metà dicembre, Gianni rientrò a notte fonda: era brillante, rilassato, ma non sapeva di brindisi e vino: aveva le guance accese di chi ha trascorso il tempo bene, non distrutto da una serata di lavoro.
Ti sei divertito? chiese lei.
Eh, lavoro così, sorrise. Ma nella Collina, sai che pace, zero cene di lavoro.
Le diede un bacio sulla tempia e andò a dormire. Serena rimase a lungo in cucina, ascoltando il ronzio del frigo e guardando la neve che cadeva.
A gennaio trovò un piccolo scontrino.
Era nel taschino della nuova giacca di Gianni, quella blu scura delle feste. Serena stava per pulirlo e, deciso a riporlo nellarmadio, per abitudine controlla. Nel taschino sinistro: un rettangolo di carta bianca.
Ristorante Ostriche in Galleria. Data: 28 dicembre. Importo.
Guarda a lungo quei numeri, per assicurarsi che legge giusto. Poi abbassa lo sguardo verso la strada: una signora porta un cagnolino a spasso, la solita serata di provincia.
La cifra sullo scontrino è uguale al budget mensile della loro spesa. Tutto. Ciò che Serena regola al grammo, tra orzo, pasta, olio scadente e tè al supermercato.
Rimise lo scontrino dove laveva trovato. Appese la giacca. Tornò in cucina.
Il frigo ronza.
Serena beve un bicchiere dacqua.
Gianni è al lavoro. Inizia alle nove. Serena invece lavora da casa, fa contabilità da remoto. Quella mattina non ha nulla da fare, così rimane sola.
Si domandò chi andasse a cenare alle Ostriche in Galleria a fine dicembre. Lei non ci era mai stata solo pubblicità sulle pensiline dellautobus: tovaglie candide, luci soffuse. Un ristorante che non può permettersi.
Il 28 dicembre Gianni le aveva detto che vedeva un vecchio amico, cena tra ex compagni di università. Tornato alle dieci, non sapeva di vino ma di quel profumo dolce e caldo.
Serena non si fa film, almeno non subito. Forse aveva cenato da solo, forse era lavoro. Forse.
Quella sera, però, Gianni sembrava troppo sereno a tavola, troppo dentro il suo cellulare.
Gianni, domanda.
Eh?
Alle Ostriche in Galleria costerà, vero?
Alzò lo sguardo, un battito.
Boh, mai stato.
Ah, Serena sorride. Era per la pubblicità che ho visto.
Fine.
Febbraio fu freddo e silenzioso. Serena andava in giro col cappotto blu del mercatino, scaldava le mani sulla tazzina, gelava sui mezzi. I giramenti di testa peggioravano. Va dalla dottoressa, la risposta è la stessa dellanno prima: limiti, integratori, ferro.
Già li prendo, dice Serena.
Quali?
Li cita. La dottoressa sorride amaro.
Quelli base. Meglio di niente…
Gianni quellinverno era particolarmente allegro. Aveva scarpe nuove: ogni tanto saltava fuori una cintura, un paio di Derby scure che non sembravano prese alla Coin.
Nuovi? chiede Serena guardando le scarpe.
Svendita. I vecchi erano finiti.
Svendita, lei ripete.
Eh sì, mica da boutique.
Lei annuisce.
A inizio marzo, vede lampeggiare una notifica sullo smartphone di Gianni, appoggiato sul tavolo mentre lui è in bagno. Non legge, ma non serve:
Autosaloni AutoCorso. Messaggio: La tua Sportivo Rosso è pronta per il ritiro. Fiocco come da richiesta. Ti aspettiamo.
Serena lascia cadere il libro.
Sportivo Rosso, un SUV di gamma alta, lo conosce solo da lontano. Non roba loro.
Quel fiocco rosso le si chiarì dopo, a letto in auto le confezioni col fiocco si usano solo se la macchina la compri in regalo, come nelle pubblicità.
Serena fissava il buio, ascoltava il respiro di Gianni. Nella notte, pensava allorzo con cipolla.
Alle vitamine da 4 euro a scatola.
Al cappotto usato.
Al suo ultimo taglio dal parrucchiere, lautunno precedente.
Al conto comune.
Alla mattina chiama la banca. Chiede il saldo.
Cè solo la metà di quello che avrebbe dovuto.
La metà di tre anni. Svanita. Il conto che aveva gonfiato privandosi di tutto, era stato svuotato, poco a poco.
Sul tavolo, il solito bollino di caffè sulla cerata. Un alone che non va mai via.
Serena! grida Gianni. Hai messo su il tè?
Subito.
Prepara lacqua, accende il fornello.
Oggi la debolezza è più forte.
Cominciò a seguire Gianni solo dopo qualche giorno e si sentiva sciocca persino a pensarlo. Un giovedì, lui dice che ha una riunione. Serena, dopo mezzora, esce. Per fare due passi, si dice.
La macchina grigia di Gianni non sta davanti allufficio, né davanti ai soliti posti delle trattative, ma davanti allEsselunga di corso Roma. Serena la vede mentre passa. Entra nel centro commerciale.
Lo trova davanti alle vetrine della gioielleria, con una donna. Sui 35, forse qualcosa in più, capelli chiari racchiusi in uno chignon, cappotto beige. Stanno vicini, quasi come fra intimi. Serena resta indietro una colonna, prende il telefono come per distrarsi.
Gianni sorride, la donna ride e un commesso toglie dalla vetrina una scatolina, forse un bracciale. Gianni paga col bancomat.
La donna prende il sacchetto, si abbottonano i cappotti e se ne vanno insieme.
Serena resta immobile.
La gente va e viene: bambini che urlano, telefoni che trillano, il profumo di pizza dal fast food.
Dopo un po, Serena esce. Trova una panchina. Il marzo è ancora umido, ma la panchina è asciutta. Sta lì, guarda macchine, il passa della gente. Nessuna lacrima. Sente solo qualcosa di denso e compatto dentro, come la terra sotto il freddo.
Poi si alza e torna a casa.
Nei giorni successivi continua. Fa tutto come sempre. Zuppe, lavoro da casa, TV. Gianni è il solito, scherza, a volte sparisce nei pensieri. Parla della Collina, che a primavera vanno a vedere la casa.
Magari si fa a rate, dice una sera. Così non dobbiamo accumulare tutto subito.
A rate…?
Sì. Prima un po, poi il resto col tempo.
E quanti soldi abbiamo adesso? chiede Serena, come se non lo sapesse.
Mah, con gli ultimi versamenti siamo a buon punto. Ora non ricordo esattamente, poi controllo.
Controlla, dai.
Dopo, e si mette a guardare la TV.
Serena se ne va in cucina.
Quella sera chiama Paola:
Mamma, tutto bene? Sembri strana…
Nulla, sono solo stanca.
Sempre sta storia dei risparmi?
Eh sì.
Ma ti serve per forza questa casa? Non vi basterebbe un appartamento nuovo a Modena? Perché quella delle colline?
Perché Gianni ci tiene.
E tu?
Serena ci pensa un attimo.
Anchio… dice infine. Cè il glicine e i meli.
Mah, fa la figlia con quel tono che hanno i figli, quando i genitori sembrano ingenui.
Senti, tutto a posto, e tu?
Il resto è sui bambini e cose così. Serena resta col telefono in mano a pensare ai meli delle foto. Era vera, quella casa? Esistevano, o Gianni aveva trovato la foto online, sapendo quanto significava per lei lidea di un giardino di glicine?
Più impressione che pensiero, come lacqua fredda sulle ginocchia.
Tre giorni dopo, telefona ad AutoCorso, per vedere se la Sportivo Rosso è ancora disponibile.
È andata via proprio ieri, dice la ragazza. Un regalo bellissimo, cliente premuroso, tutto con il maxi fiocco. Si è commossa anche la signora.
Un regalo.
Sì, proprio con il fiocco. Cliente soddisfatto!
Grazie.
Serena chiude, accende la moka, aspetta che il caffè risalga.
Poi apre laptop, controlla lestratto conto. Non chiama, si collega con le sue credenziali le avevano create insieme. Vede: i suoi accrediti sono fissi, puntuali. Quelli di Gianni, altalenanti, a volte la metà del promesso.
Nota i prelievi, regolari, spesso inspiegabili.
Prende il quaderno dei conti, apre una pagina nuova, ricomincia a spulciare.
Ci mette due ore. Il frigo ronza, fuori è già buio.
Chiude il quaderno, acqua, scruta la copertina.
Il puzzle ormai è chiaro. Tre anni a risparmiare, ogni mese puntuale. Tre anni di cibi scadenti, cappotti di seconda mano, niente medico se non strettamente necessario, capelli tagliati da sé. Tre anni a farsi sempre meno, più stretta, più silenziosa, per entrare nel limite.
I soldi però sparivano dal conto, sempre più inesorabilmente. E lì, nel reparto gioielleria, cè una donna che ride con Gianni.
Nel garage, una Sportivo Rosso col fiocco nuovo.
Uno scontrino da Ostriche in Galleria pari a un mese della loro spesa.
E camicie che sanno di profumo firmato.
Serena chiude il portatile, va in sala. Gianni guarda il TG.
Hai fame? chiede lei.
No, tardi.
Ok.
Serena va a dormire. A occhi aperti, nel buio, si domanda: quando ha smesso di pensare a se stessa se non come a una sopravvissuta. Non a medicine, né vestiti caldi a qualcosa di piacevole.
Caffè buono, quello sì che amava. Da un anno e mezzo beveva solo solubile, bustine da 10 centesimi, per risparmiare.
Un pezzetto di formaggio blu, quello con la muffa buona. Laveva mangiato anni prima, dinverno, ancora senza i tagli di bilancio. Lo metteva sul pane con luva, a fine pasto.
Le ostriche: le aveva assaggiate una volta sola, da giovane, giù in Versilia, e ci aveva pensato per tutto il viaggio di ritorno.
Serena si gira.
La decisione vera non nasce quella notte, ma piano, lenta come il pane in forno basso. Non saprebbe dire il momento esatto, ma al mattino, alzandosi, lo sente già dentro.
I giorni seguenti sono normali. Fa quello che deve. Gianni non si accorge di nulla, o finge. Non importa più.
Un giorno di giovedì, si veste con il suo vecchio blazer vinaccia invece del cappotto del mercatino (ci sta stretto, ma almeno è suo), e segue Gianni.
Lo ritrova con la stessa donna, davanti ad una caffetteria in via Garibaldi, camminano insieme, entrano nei giardinetti. Ci va dietro, ma a distanza. Poi li vede Gianni passa un pacchettino alla donna, lei lo apre, si scambiano una risata e un abbraccio lungo.
Serena guarda le mani coperte da guanti sottili, leggermente spellate, sfiorate dal freddo, e pensa a se stessa.
Torna a casa, mette insieme in una borsa ciò che è solo suo: qualche maglia, un libro, i documenti, la tessera sanitaria, il quaderno dei risparmi.
Il cappotto blu, lunico decente, lo mette sulla gruccia ma decide di indossare quello vecchio vinaccia. Più stretto, ma diverso.
Poi prende carta e penna.
Scrive: Grazie dello scontrino e del fiocco rosso. Spero fosse buono. Nientaltro. Pone la lettera accanto alla macchia sulla cerata.
Chiude la porta, lascia le chiavi sotto lo zerbino. Non per un patto, ma per non portarle più con sé.
Fuori, via degli Artigiani è normale: le finestre accese, qualcuno tira il cane al guinzaglio, il chiosco di fiori illumina langolo.
Serena attraversa la strada e cammina.
Sa dove va.
Il Carrefour di corso Vittorio è lì a due isolati. Mai entrata prezzi troppo alti, corsie lucide, frutta sistemata quasi da rivista. Luce calda, odore di pane appena sfornato.
Serena prende un carrellino, vaga tra gli scaffali.
Reparto pesce: trova subito il tonno fresco, rosso scuro, invitante. Quel pezzo, grazie. Il banconista le sorride.
Ostriche. Un vassoietto da sei. Li mette nel carrello.
Formaggi: gorgonzola erborinata, cremosa, piccante come le piaceva anni fa. Pane casareccio integrale, crosta croccante.
Caffè. Moka Etiopia: sentori di mirtillo e cioccolato fondente, scritto sulla confezione. Mai provato, lo prende.
Alla cassa Serena non fa caso alla cifra, paga con la sua carta quella dei suoi piccoli risparmi personali.
Esce, col sacchetto. Non va da Paola, troppo tardi. Non chiama nemmeno Valentina, la sua amica storica. Prende una stanza in un piccolo albergo in centro.
Dentro, dispone i suoi acquisti sul tavolo. Chiede in reception il coltellino per aprire le ostriche. Va bene così, grazie.
Si arrangia. Le prime due ci mette un po, poi diventa facile. Ne mangia una, chiude gli occhi. Sapore di mare e salsedine, come allora.
Un pezzo di tonno, pane integrale e una fetta di gorgonzola. Prepara il caffè nella macchinetta piccola. Rumore familiare, profumo intenso.
Serena mangia lenta. Fuori scorrono le luci della città, in camera cè silenzio e un po di musica dalla radio.
Mangia e pensa non a Gianni, né alla Collina, né a cosa dirà domani.
Pensa che le ostriche sanno di mare, il tonno di fresco, il formaggio è quello che ricorda, il caffè davvero profuma di mirtillo e fondente.
Forse, questa era lei. Non la spartanaccia indomabile, ma la donna che distingue il piacere vero dal surrogato, che sa starsene seduta in silenzio con il proprio cibo buono, che per tre anni ha vissuto con la testa piegata mentre ora, forse, è tornata a essere sé stessa.
Beve il caffè a piccoli sorsi. La città ronza fuori.
Ecco, ciao, dice piano. E si versa un altro po di caffè.
Non sa dove abiterà domani, né se chiamare la figlia o Valentina subito o mai. Non sa se ci saranno mai meli veri, magari una casa con glicine e panchina fatta sua. Non sa che cosa farà con Gianni, né se vorrà una spiegazione. Non sa quasi niente.
Ma stasera, in quella stanza, con il sacchetto vuoto delle ostriche e la moka profumata di mirtillo, sa che questa è lei: il suo gusto, la sua scelta.
E questo conta.
Morde lultimo pezzo di formaggio sul pane, guarda dalle tende i lampioni che si accendono veloci, uno dopo laltro, come se qualcuno avesse finalmente trovato linterruttore giusto.
Serena mastica. Non parla nemmeno sottovoce. Semplicemente è lì.
E questo, per ora, basta.
***
La mattina dopo si sveglia prima della sveglia. Resta un po immobile il soffitto è bianco, uno sbaffo vicino alla tenda. Stanza estranea, ma così meno pesante.
Si alza, si lava, si sistema davanti allo specchio. Il viso è stanco ma diverso. O le pare.
Non ci perde tempo. Si veste, prende la borsa. Pensa di chiamare Valentina, di parlare con la figlia, di trovare una sistemazione. Tante cose.
Ma prima scende al piccolo bar dellhotel e ordina la colazione: uovo, toast e vero caffè.
Il caffè è nel vetro, scalda le mani come una promessa.
Al tavolo vicino, una signora anziana legge il romanzo del giorno, assente da tutto. Ogni tanto sorseggia.
Serena pensa che le donne sole che leggono a colazione sembrano meno sole degli altri: sembrano occupate con se stesse, che è più importante.
Arriva luovo, caldo. Serena lo mangia piano, col pane.
Poi messaggia Valentina: Posso venire? Dopo ti spiego tutto.
Risponde subito: Sì, ti aspetto. Faccio il tè.
Serena finisce il caffè, infila il blazer vinaccia, prende la borsa.
Fuori laria ha cambiato odore: non ancora primavera, ma la traccia è qui, come quando lasfalto lascia trapelare lumidità viva della terra.
Si ferma un attimo sul gradino dellalbergo, alza il bavero, parte per la fermata.
Cammina senza pensare a nulla di preciso. Le gambe oggi reggono, la testa non gira. O forse è solo una buona giornata.
Passa una mamma giovane con il passeggino, su un ramo una cornacchia la osserva.
E tu cosa ne dici? le sussurra Serena.
La cornacchia vola via, indifferente, come se sapesse già tutto.
Serena sorride, non allegra ma vera.
Ecco lautobus. Si siede accanto al finestrino. La città scorre: palazzi, negozi, siepi nude, cartelloni pubblicitari. Per tre anni, non aveva quasi più guardato fuori. Era rimasta chiusa nei suoi calcoli, nelle sue paure, nei suoi progetti che erano anche quelli di qualcun altro.
La città era andata avanti. Senza di lei.
Recupererà.
Al semaforo, una Cinquecento, al volante una donna sulla cinquantina che canta con la radio, senza vergogna. Muove le labbra.
Poi verde. La macchina parte e lautobus prosegue.
Serena si lascia andare sullo schienale. Il cellulare tace, nessuno chiama, nessun messaggio. Gianni è a casa, forse intuisce. O non sa. Ormai sono fatti suoi.
Lei ha altro da fare.
Va da Valentina: cè il tè caldo, una bella chiacchierata da fare. Poi verrà il giorno dopo, con tutto quello che comporta: goffaggine, fatica, inquietudine, domande senza risposte.
Ma anche il resto.
Ci sarà caffè che sa di mirtillo.
Unostrica che sa di mare.
Il coraggio di guardarsi allo specchio senza ritrovarsi, dopo anni, una sconosciuta.
Non è tanto, certo. Ma non è niente.
Lautobus viaggia. La città è grigia e viva. Serena guarda in giro e pensa che forse i meli esistono davvero. Non quelli delle foto online, i veri. La lavanda pure. E le case con il portico e la panchina.
Sono cose che si trovano da sole.
Un giorno.
Per ora basta questo autobus, marzo che non è ancora primavera ma più nemmeno inverno.
E per ora, va bene così.






