Due volte nello stesso fiume. Una storia filosofica di errori, perdono e seconde possibilità
Una sera di febbraio gelida calava su Milano quando Alessandra finalmente arrivò allingresso del suo palazzo. Le dita, intorpidite dal freddo, a stento riuscivano a tenere le pesanti borse della spesa. Lascensore, come sempre, era fuori servizio da settimane e, come se non bastasse, doveva portare a braccia anche il figlioletto Lorenzo che, insofferente, la implorava di prenderlo in braccio.
Mamma, ho freddo si lamentava il bambino, stringendo la sciarpa intorno al collo. E ho fame. Perché ci stiamo mettendo così tanto?
Dai, amore, ancora un attimo, cercò di rassicurarlo Alessandra, riprendendo fiato e armeggiando col mazzo di chiavi. Siamo quasi arrivati. Fra poco siamo a casa, ci scaldiamo e ti preparo da mangiare. Ecco, stiamo entrando.
Fece passare il figlio in casa, poi, con un ultimo sforzo, portò le borse dentro e chiuse la porta dellingresso alle sue spalle. Lappartamento li accolse con il tepore tipico di una casa italiana, ma nellanimo di Alessandra regnava solo il gelo. Si tolse il cappotto e, piegandosi davanti a Lorenzo, gli sussurrò dolcemente:
Vai pure nella tua stanza a giocare, amore. Io preparo la cena, daccordo?
Il bambino annuì e, togliendosi le scarpe con rapido entusiasmo, corse via. Alessandra allora si avviò verso il soggiorno e lanciò un richiamo verso la camera:
Matteo, siamo a casa! Mi aiuti, per favore? Guarda quanta roba ho portato su!
Silenzio. Solo la voce ovattata di suo marito che gridava nel microfono avvolto dagli auricolari e concentrato davanti al computer:
Ma che fai?! Devi coprire me, non andare avanti da solo! Guarda come mi hanno tirato giù Questo è chiaramente un imbroglio, dai!
Alessandra si tolse le scarpe, passò nel soggiorno e sbirciò nella camera. Matteo stava inchiodato al pc, lo sguardo fisso sullo schermo, le dita nervose sulla tastiera e gli occhi segnati dalle ore davanti al monitor.
Matteo, mormorò con tono calmo, ti sto parlando.
Non ricevendo risposta, si avvicinò e gli sfiorò una spalla. Lui sussultò, si girò seccato e si sfilò gli auricolari:
Ma che fai? Mi hai rovinato proprio adesso che ero arrivato al boss finale! Lo capisci?
Siamo tornati, la sua voce restava calma, seppur ferita. Da lavoro. Nostro figlio è gelato, ha fame, ho portato su una montagna di spesa. Mi dai una mano?
Lasciami stare, finisco tra poco! borbottò Matteo, rimettendosi gli auricolari. Non disturbarmi.
Sperando che cambiasse atteggiamento, Alessandra rimase immobile ancora qualche secondo, poi si diresse in cucina.
Lì, la aspettava unaltra sorpresa amara. Il lavello strapieno di stoviglie sporche, tazze piene di macchie di caffè secco, piatti incrostati, una pentola che emanava odore di pasta cucinata giorni prima. Sul forno una padella annerita dal grasso, la tovaglia impiastricciata di sugo e il pavimento segnato da macchie di caffè indurite.
Alessandra chiuse gli occhi per soffocare le lacrime. «Non devo piangere, si disse, non devo.» Tuttavia le lacrime scesero lo stesso. Se le asciugò con la manica e si mise a lavare, per calmarsi occupando le mani.
Dopo mezzora, aveva rimesso in ordine, cotto dei tortellini e apparecchiato la tavola. Poi chiamò Lorenzo:
Vieni amore, si cena.
Lorenzo arrivò, si sedette, osservò il piatto ma esitava a mangiare.
Papà viene? chiese, serio, Mi aveva promesso che oggi mi avrebbe disegnato un carro armato. E che giocavamo insieme con le macchinine.
Papà è molto impegnato, rispose Alessandra trattenendo le emozioni. Dài, mangia, poi vai un po nella tua stanza. Dopo devo parlare con papà di cose da grandi.
Di cosa? chiese Lorenzo, giocando col cucchiaio tra i tortellini.
Sono questioni da adulti. Forza, mangia.
Quando il figlio ebbe inghiottito qualche boccone, Alessandra si alzò e tornò da Matteo. Questa volta nessuna delicata esitazione: si avvicinò al computer e spense direttamente il tasto.
Ma sei impazzita? gridò Matteo saltando in piedi. Stavo finendo una missione, e adesso ho perso tutto! Ti rendi conto di cosa hai fatto?
Sono consapevole, la voce era bassa ma netta. Ho salvato il nostro matrimonio. O quel che ne resta. Vieni a cenare. Dobbiamo parlare.
Non ho tempo per te, sbottò accennando a riaccendere il pc.
Matteò, lei si mise tra lui e lo schermo. Ho detto che ceniamo insieme, e parliamo.
Nello sguardo di Alessandra cera qualcosa che Matteo non aveva mai visto: una calma irremovibile. Lui borbottò, ma alla fine uscì e si sedette a tavola.
Mentre Alessandra accompagnava il figlio a letto e gli leggeva una favola, Matteo fissava il piatto come se i tortellini fossero i suoi nemici.
Matteo, esordì lei sedendosi di fronte. Fammi una sola risposta, e sii onesto. Quando è stata lultima volta che hai lavato un piatto, cucinato qualcosa o semplicemente giocato con nostro figlio?
Matteo la guardò con occhi accesi di rabbia:
Ricominci? Non ti va mai bene niente! Sto cercando lavoro, vado ai colloqui. Sembri convinta che io voglia restare senza lavorare.
Quando hai fatto questi colloqui? ribatté Alessandra. Ieri, quando sono tornata, eri al computer. Avanti ieri, uguale. Oggi, uguale. Quando sei andato?
Ci vado, tu non li vedi! gridò lui. La settimana scorsa ne ho fatti due! Ma pagano nulla! Devo lavorare per pochi euro? Ho la laurea! Cosa credi di me?
Sei mio marito, il tono di Alessandra era rotto ma fermo. E padre di nostro figlio. Da un anno non lavori. Un anno, Matteo. Non ti ho mai visto pulire per casa, né andare a fare la spesa. Io lavoro su due fronti, lascio Lorenzo tutto il giorno, torno e trovo solo disordine, tu che giochi e il bambino col tablet. Non gli rivolgi quasi la parola.
Gli parlo eccome! protestò Matteo. Ma lui gioca sempre!
Gioca perché tu non gli dai attenzione, ribatté Alessandra. Avevi promesso di disegnarli un carro armato. Lultima volta che hai preso una matita? Alle elementari forse?
Adesso sono il cattivo padre? tuonò Matteo. E tu allora? Lavori sempre, e i soldi non bastano mai. Forse dovresti prenderti un terzo impiego!
Matteo, la sua voce tremava, io non ce la faccio più. Ho finito le energie.
Riseguiti la sua sedia, si rifugiò in salotto, la testa tra le mani. Pianse silenziosamente.
Quella notte rimase a lungo sveglia, ascoltando Matteo di là tornare al computer: tasti che cliccavano, voce nellauricolare. Guardava il soffitto con la sensazione che la sua vita fosse scivolata via da un sogno che si era spezzato.
«Un anno fa era tutto diverso, pensava. Eravamo felici»
Allalba, preparò Lorenzo, lo portò allasilo, poi si recò in ufficio. I colleghi notarono il suo aspetto assente, ma non fecero domande.
Durante la pausa pranzo, la sua collega e amica Paola le si avvicinò mentre versava il tè.
Ale, che hai? Occhi rossi, hai pianto ancora Problemi con Matteo?
Sì, non finse. Stessa storia. Computer, indifferenza, niente aiuto. Non ce la faccio più, Paola. Sono stanca.
Ma allora perché lo sopporti? sbottò lamica. Lascialo. Lorenzo ne soffre? Ma pensa: starà meglio con un padre che lo ignora o senza?
Non ci riesco, abbassò il capo Alessandra. Lo amo ancora. Anzi, quello che era. Spero che cambi.
Non cambierà mai, sospirò Paola. O cambi tu, o resterai sempre così.
Lo so, ma continuo a sperare, sussurrò Alessandra.
Finirono il tè in silenzio.
Qualche giorno dopo, tornando dal lavoro, Alessandra decise per una passeggiata a piedi, per schiarirsi le idee, prima di andare a prendere Lorenzo allasilo. Camminando, i pensieri facevano rumore nella sua testa.
Attraversando viale Monforte, notò la carreggiata gelata, le strade brillavano sotto lo strato sottile di ghiaccio. Guardò a sinistra, poi a destra: nessuna macchina allorizzonte. Fece appena in tempo a posare un piede sulle strisce che una vettura scura sopraggiunse a tutta velocità.
Indietreggiando istintivamente, scivolò e cadde pesantemente sullasfalto. Lauto frenò bruscamente, invadendo laria con lodore di gomma bruciata. Alessandra, abbagliata dai fari, si ritrovò distesa col cuore martellante in gola a pochi centimetri dal cofano.
Subito, un uomo sulla sessantina elegante scese dallauto:
Signora! Sta bene? Le giuro, ho il dashcam, si vede che ha perso lequilibrio. Io non ho colpa, lo assicuro.
Alessandra si rialzò lentamente, aiutata dalluomo. Le doleva tutto, in particolar modo il braccio sinistro. Scrollò la neve e la terra dal cappotto, raccolse la borsa.
Tranquillo, borbottò con dolore. È colpa mia. Mi sono scivolata. Grazie per aver frenato.
Come si sente? la osservò luomo. È molto pallida. La testa fa male? Dove le fa più male?
Sto bene, provò a rassicuralo, ma una fitta al braccio la tradì e sussultò. Forse solo una botta al braccio. Devo andare.
No, disse fermo luomo. Non la lascio qui da sola così. Venga in macchina, la porto al pronto soccorso. Non discuta. Non potrei stare tranquillo sapendo di averla lasciata così.
Le aprì la portiera, la aiutò a sedersi nellabitacolo caldo e si mise alla guida. Durante il tragitto Alessandra rispose svogliatamente alle sue domande di cortesia.
Al pronto soccorso, lui laiutò ancora a spogliarsi e si registrò come suo accompagnatore. Il medico, una giovane dottoressa, la visitò con cautela, le fece fare una lastra e diagnosticò:
Niente fratture, solo una brutta contusione. Le metto una fasciatura. Riposo, un po di ghiaccio e niente sforzi per qualche giorno.
Uscì dal box stringendo al petto il braccio fasciato. Luomo subito le si avvicinò:
Cosa ha detto il medico?
Solo una botta seria, rispose Alessandra. Grazie davvero. Non sa che gentilezza sia per me adesso questa attenzione.
Mi chiamo Ettore Giannetti, si presentò lui. E lei?
Alessandra Bianchi, rispose lei. Piacere.
Alessandra, ripeté quasi assaggiando il nome. Nome stupendo. Senta, non posso lasciarla da sola. Fa buio, le strade sono scivolose. La riaccompagno io. Mi dia lindirizzo.
Ma non si disturbi, protestò lei. Ha già perso troppo tempo per colpa mia. Prendo lautobus.
Niente autobus. La accompagno, tagliò corto. E non replichi.
Fu così che la portò a casa. Prima, però, le propose:
Ha fame? Io non ho ancora cenato. Venga, la porto in un posto ottimo. Festeggiamo il miracolo della sua scampata!
Devo andare a prendere mio figlio allasilo tra poco, cercò di sottrarsi Alessandra.
Facciamo in tempo, lo prometto. Intanto mi racconta di lei. Ha uno sguardo così triste
Quella premura così schietta e calorosa la convinse. Ettore, deciso, la portò in un elegante ristorante vicino al centro. Davanti allingresso lei si vergognò della sua mise modesta.
Ettore, non posso entrare qui. Non sono vestita in modo adeguato
Lei è perfetta, tagliò corto. È mia ospite, entri.
Sedettero accanto a una vetrata, la musica dambiente li avvolse. Appena lei aprì il menù, il senso di disagio crebbe: piatti sconosciuti, prezzi da capogiro in euro.
Ettore intuì il suo impaccio:
Se mi permette, ordino io?
Alessandra assentì grata.
Arrivarono antipasti squisiti, seguiti da un calice di vino bianco.
Alla nostra conoscenza e al suo lieto scampato pericolo, propose solenne Ettore. Sa, quando lho vista sdraiata davanti al cofano già pensavo agli avvocati La stavo maledicendo mentalmente, le sarà venuto il singhiozzo?
Singhiozzo? domandò lei sorpresa.
Certo! Non sa che si dice così da noi: se qualcuno ti maledice, ti viene il singhiozzo
Sta scherzando!
Certo, ammise lui sorridendo. Mi pare di esserci riuscito, visto che ora sorride di nuovo.
E davvero, Alessandra sorrise per la prima volta dopo tanto. Quelluomo aveva una gentilezza umoristica capace di farle dimenticare almeno per una sera tutte le fatiche.
Cenarono, chiacchierarono. Ettore raccontò di viaggi, aneddoti, dimostrando spirito brillante e acuto. Lora volò.
È sposata? chiese a un certo punto con premura.
Il sorriso di Alessandra scomparve.
Sì, rispose. Anche se ormai è solo formalità.
Che è successo? chiese serio Ettore. Se vuole, eh
Forse è bene parlarne, sospirò infine Alessandra. Mio marito, Matteo, ha lasciato il lavoro ormai un anno fa. Si è offeso per una mancata promozione. Da allora non trova nulla che vada bene: paga troppo bassa, mansione non importante, ambiente non adatto Passa il tempo giocando a computer. E io faccio due lavori, ma tornando a casa trovo caos, Lorenzo ignorato, e lui urlante col microfono ai compagni online.
Lorenzo è vostro figlio?
Sì, cinque anni, annuì lei. Non si ricorda quasi più di comera suo papà: una volta era affettuoso, presente, cucina, fiori Ora non lo riconosco più.
Lo ama ancora? chiese Ettore.
Non lo so. Forse amo il ricordo di lui O forse ho paura di restare sola.
E allora perché non lo lascia?
Dopo una pausa, lei rispose pianissimo:
Non lo so. Forse spero ancora che possa cambiare. È sciocco?
Non è sciocco, scosse il capo luomo. È umano. Ma come uno che la vita lha vissuta mi consenta le dico: si cambia solo se davvero lo si desidera. Nessun altro può cambiare una persona, né con le lacrime, né con le urla. Se suo marito sta bene così e a sentire le sue parole, sì non cambierà mai. Perché dovrebbe?
Lo so, sussurrò Alessandra. Ma dove andrei? Niente casa mia, mamma ha un minuscolo trilocale col nuovo compagno. Non voglio essere di peso.
E se trovasse un lavoro migliore? Magari con un alloggio? chiese Ettore Se ne andrebbe?
Forse sì, dopo un lungo silenzio. Per Lorenzo, almeno.
Ettore rifletté qualche secondo, poi prese un biglietto da visita.
Eccolo. Sono proprietario di una catena di carrozzerie. Sto cercando un amministratore di fiducia, stipendio ottimo. Suo marito rifiuta certe offerte? Ma lei lavora, si dà da fare. Può essere una nuova strada. E come sistemazione, conosco il titolare di una fabbrica di dolciumi: offre alloggio ai dipendenti ed è alla ricerca di un contabile. Se è interessata, posso organizzare un colloquio.
Alessandra strinse il biglietto esitante.
Perché mi offre tutto questo? Non mi conosce nemmeno!
Vedo davanti a me una donna intelligente, bella e infelice, rispose Ettore. Voglio solo dare una mano. Perché posso. Tutto qui.
Ma perché proprio a me?
Perché anni fa anchio mi ritrovai in una situazione simile. Nessuno mi aiutò, ce la feci da solo, ma fu terribile. Se posso alleggerire il cammino di qualcuno, perché no?
Alessandra prese il biglietto, le mani tremavano.
Ci rifletterò, grazie.
Poi ripresero Lorenzo dallasilo ed Ettore li riaccompagnò sotto casa. Lorenzo guardava incuriosito la grande auto e il signore gentile. Ettore li salutò e se ne andò.
Alessandra salì lentamente, aprì la porta: il solito cliccare di tastiera, le urla del marito.
Doveri finita? Ho fame, è pronto?
Lei aiutò il figlioletto, mise su la pentola con una sola mano, evitando di sforzare il braccio. Solo allora Matteo, uscendo, si accorse della fasciatura.
Cosa ti è successo?
Sono caduta, botta al braccio.
Bah, niente di che, fece spallucce. Muoviti con la cena, che devo tornare al raid.
Mangiò senza dire grazie e tornò subito al computer. Lei sistemò la cucina, lavò i piatti. Era esausta. Si sedette sul divano, pianse in silenzio.
In quel momento il cellulare vibrò: era un messaggio di Ettore.
«Spero abbia preso la decisione giusta. Laspetto domani alle dieci, indirizzo sulla carta.»
Quella sera rimase a lungo fissa nel buio. Poi prese la decisione; si alzò e mise insieme qualche cosa in una borsa.
Al mattino chiese mezza giornata al lavoro, lasciò Lorenzo allasilo e si recò allappuntamento. Lufficio di Ettore era ampio e luminoso, le sembrava un altro mondo.
Alessandra, che piacere vederla, la accolse lui. Ho già parlato con il mio amico Carlo, quello della fabbrica di dolci. È urgente: il suo contabile va in maternità tra una settimana. Paga ottima e cè una stanza già pronta per lei nellalloggio aziendale. Le lascio anche il numero.
Non so come ringraziarla.
Non lo faccia, sorrise Ettore. Mi basta saperla felice.
Alessandra andò subito in fabbrica. Venne accolta in ufficio dal responsabile risorse umane, una giovane donna di nome Giulia.
Buongiorno! Cerca lavoro?
Sì, Ettore Giannetti mi ha dato il vostro recapito.
Ah, Ettore! Ci ha già avvisati. Stato contabile? Benissimo. La direttrice va in maternità, e con la sua esperienza ci fa molto comodo. Se accetta lo stipendio
Quando sentì la cifra Alessandra stentò a crederci: era più del doppio di quanto prendeva con due lavori.
Accetto volentieri, disse subito.
Compili questa scheda e vedrà il direttore, il dottor Carlo Pinotti. Ama conoscere di persona i candidati.
Alessandra compilò il modulo, poi bussò alla porta dellufficio del direttore.
Dentro cera un uomo di spalle intento a cercare dei documenti. Si girò.
Buongiorno, sono qui per Alessandra si bloccò. Il cuore le saltò in gola.
Alessandra? chiese lui stupefatto. Ale? Sei proprio tu?
Carlo balbettò lei.
Luomo davanti a lei era Carlo, la sua prima e grande storia damore. Quello che anni prima le aveva spezzato il cuore. Quello che aveva cercato di dimenticare senza riuscirci. Per lui aveva sposato Matteo, solo per non restare sola.
Incredibile disse Carlo avanzando. Sono passati anni Tu sembri la stessa.
Tu invece sei cambiato, rispose a bassa voce. Siamo cresciuti entrambi.
Siediti, parliamo, propose Carlo con semplicità.
Non cè nulla da dire, si irrigidì Alessandra, già col braccio sulla maniglia della porta.
Ale, ti prego, resta. Cinque minuti come vecchi amici.
Perplessa, Alessandra si sedette.
Sei sposata?
Sì, ma stiamo separandoci.
Lo so, Carlo accennò un cenno. Ettore mi ha raccontato. Mi dispiace.
Non serve la pietà, tagliò lei. È stata solo una mia scelta.
Ale, so che ti sei sentita tradita. Ma ti giuro che anni fa quella donna che hai visto a casa mia non era la mia compagna. Era la moglie del mio defunto fratello. Era incinta, le davo solo una mano, ma lei voleva altro e ti ha raccontato bugie.
Perché me lo dici ora?
Non voglio che tu pensi male di me, spiegò lui. Ti ho amata, ti amo ancora. Ti ho aspettata tutto questo tempo.
Non serve, bisbigliò Alessandra. Il nostro tempo è passato.
No che non è passato, ribatté lui. Ora ricomincia.
Lei si alzò.
Accetto il lavoro, disse senza voltarsi. Ma non voglio confidenze, parlami solo tramite la segretaria.
E uscì prima che Carlo potesse rispondere.
Passarono sei mesi. Alessandra lavorava in fabbrica, viveva nellalloggio, aveva divorziato da Matteo, che si era limitato a trasferire la madre a casa sua perché gli cucinasse e gli facesse da madre. Lorenzo era rimasto con lei.
Pian piano, Alessandra tornava sé stessa. Sorrideva, la notte dormiva meglio. Lambiente era sereno e il lavoro le piaceva. Carlo mantenne la parola: incontri solo di lavoro. Ma qualche volta, quando si attardava, notava la luce accesa nel suo studio fino a tardi.
Un giorno, tornando verso casa, incontrò Paola.
Come va qui? chiese lamica. E la vita?
Bene, molto meglio, rispose Alessandra. Non sapevo si potesse respirare così.
E il cuore? domandò sorniona Paola.
Tutto fermo.
Ho sentito che al tuo direttore interessi parecchio. È vero?
Non ne ho idea.
Ale, Paola le strinse la mano, meriti di essere felice. Se lui ti piace, dagli una possibilità. Non temere.
Non ho paura, ammise Alessandra. Ma sono stata già scottata una volta
E se stavolta fosse la volta giusta? sussurrò Paola.
Alessandra rimase in silenzio.
Quella sera, andando a prendere Lorenzo allasilo, vide una macchina nota. Carlo laspettava fuori.
Ale, vorrei parlarti. Solo cinque minuti.
Avrebbe voluto rifiutare, ma Lorenzo la trattenne:
Mamma, chi è quel signore? È simpatico? Possiamo andare con lui?
Va bene, sospirò lei. Cinque minuti.
Salirono in macchina. Lorenzo giocava tranquillo.
Ale, non voglio sembrare invadente. Ma non riesco a dimenticarti. Ho aspettato, non so più che altro fare. Ora che sei libera, vorrei solo una possibilità.
Carlo, io non sono più quella di ventanni fa. Sono diversa, ho un figlio, tanti pesi.
Anchio sono cambiato. Ho cresciuto il figlio di mio fratello come fosse mio, so cosa vuol dire prendersi delle responsabilità. Voglio formare una famiglia vera con voi. Non ora, se non sei pronta. Ma sappi che ti amo ancora, più di prima.
Lei vide nei suoi occhi una tenerezza antica. Stavolta qualcosa dentro si sciolse.
Non prometto nulla, confessò. Ma questa volta non ti eviterò. Ricominciamo, come amici, e vediamo.
Carlo sorrise finalmente sereno.
Daccordo. Da capo, insieme.
Dopo un altro anno si sposarono. Lorenzo adorava il nuovo papà, che giocava con lui, lo portava al parco, gli insegnava a costruire modellini. Gabriele, il figlio di Carlo, divenne subito amico intimo di Lorenzo.
Alessandra continuò a lavorare, ma adesso era direttore finanziario della fabbrica. Carlo ne era orgoglioso.
Nella loro nuova, grande famiglia regnavano armonia e affetto.
Lanno dopo nacque Margherita, dedicata alla nonna di Carlo.
Guardando quella casa, con Carlo che teneva in braccio la neonata, i ragazzi che costruivano castelli di mattoncini e Alessandra che sorrideva come non faceva da anni, nessuno avrebbe creduto che fino a poco prima quelle persone erano degli sconosciuti pieni di solitudine.
–
Nella vita di ciascuno di noi ci sono momenti in cui sembra che tutto sia perduto, in cui le forze ci abbandonano e si smette persino di sperare. Ma la vita è generosa, offre sempre una seconda possibilità, e a volte anche una terza. Limportante è non richiudere gli occhi quando la vita bussa di nuovo. Limportante è avere il coraggio di accettare quel dono, anche se fa paura, anche se fa male, anche se ci sembra impossibile farcela.
Alessandra aveva paura. Paura di fidarsi, di rivivere gli sbagli del passato. Ma ha trovato la forza di fare un passo, e quel passo lha portata alla felicità.
Carlo ha atteso, ha sperato, creduto. E alla fine la sua pazienza e il suo sentimento sono stati premiati.
Matteo è rimasto nel suo universo virtuale, senza vedere il mondo vero. Quella è stata la sua scelta. Ognuno decide la strada da percorrere: cè chi lotta per avanzare, anche se è difficile, e chi trova comodo restare fermo, accusando gli altri dei propri fallimenti.
Ma la vita, alla fine, è giusta. Ognuno raccoglie ciò che ha seminato. Non come punizione, solo per naturale conseguenza.
Alessandra ha trovato la sua gioia perché non ha avuto paura di abbracciare lignoto.
Ed è questo il vero insegnamento della sua storia.





