LOmbra sotto il Guanciale
Ricordo ancora come fosse ieri quellinverno lungo e silenzioso, anche se sono passati tanti anni da allora. Era il tempo in cui, nel nostro piccolo paese tra le colline umbre, la notte sembrava più buia e i giorni eterni. La casa era sempre piena di pianto. Non il pianto tenero e affamato di una neonata, ma un grido acuto, straziante, che scuoteva i vetri e faceva rabbrividire le mura. Sembrava chiamare dal profondo la disperazione stessa.
La bambina si chiamava Ginevra, e aveva appena compiuto sette mesi quando cominciò quellincubo senza tregua.
Io, Luciacapelli chiari, occhi segnati dallinsonnianon sapevo più distinguere giorno da notte; il mio corpo era un guscio svuotato dal pianto continuo di Ginevra e dal senso d’impotenza. Due volte era venuto il medico del paese: una volta il vecchio dottor Spada, gli occhi stanchi, che dopo averla visitata aveva detto Coliche O forse spuntano i dentini. Passerà. La seconda volta era venuto il giovane sostituto, con troppa sicurezza; aveva prescritto una tisana per lo stomaco e detto Stia tranquilla, signora, sono cose che accadono. Non convinta, avevo portato Ginevra dal pediatra privato a Perugiauna clinica fredda e sfavillante, analisi di sangue e urine, eco addominali. Bambina sanissima, sentenziò la specialista. Osservazione neurologica consigliata. Ma per un appuntamento dal neurologo, dovevamo attendere tre mesi.
Era la terza notte che non dormivo da nessuna parte. Mio marito, Matteo, si rifugiava nella camera da letto, lasciando a me la cucina illuminata da una sola lampadina fioca e il grido di Ginevra fra le braccia.
Ti prego, aiutami qualcuno sussurrai, nel silenzio della cucina, come confidassi a una chiesa vuota.
La mattina dopo, appena mollato lanimo, incontrai la vicina, zia Carmela: alta, curva, mani nodose come radici di vecchio olivo, mi intercettò accanto al pozzo.
Ho sentito la tua piccolina, Lucia. Si guardava attorno, quasi temesse che anche le viti ci ascoltassero. Dovresti andare da una donna.
Che donna? chiesi, svuotata di energie e pronta a sentirmi proporre la camomilla della nonna o qualche rimedio del passato.
Carmela abbassò la voce, densa e greve come miele troppo vecchio:
Lisa Fiorenzi. Sta in fondo al paese, vicino al bosco. La casa con le persiane sempre chiuse, quella lì. Di sicuro lhai vista, andando alla chiesa nuova.
Certo che la conoscevo quella casa: la gente ne parlava a mezza voce. Casetta bassa di pietra, recinto storto, cancello di metallo arrugginitoI vetri sempre spenti sotto le persiane abbassate come se il tempo, là dentro, fosse rimasto fermo. Da anni si diceva in paese che Lisa eran morta, oppure che era una strega. O una santa. O tutte e due. Si diceva di tutto e di più: le voci corrono più veloci del vento umbro.
Aiuta davvero? chiesi, con una voce che tremava.
Aiuta. Alla mia nipote la riportò a nuova vita. I dottori non capivano nulla, ma Lisa venne, guardò, sussurrò qualcosa e in una settimana la mia nipotina era di nuovo in piedi. Solo cheCarmela si interruppe.
Solo che?
Non prende soldi Vuole qualcosaltro. Non si sa cosa, e non chiederlo nemmeno. Se vai, limitati a chiedere aiuto. Basta.
Non chiusi occhio quella notte. Ginevra gridava ancora più forte, come sentisse larrivo di un momento cruciale. Matteo non si alzò neanche una volta dal letto. Col tempo avevo capitoanche lui stava male, ma dentro, in un posto dove non curano né i medici né le pillole.
Allalba affidai Ginevra a mia suocera, Teresa, donna dura ma giusta. Mentre il sole rosava le vigne, mi avviai verso il bosco, al margine più lontano del paese.
Passai oltre viti nude, orti dinverno, ortensie spoglie e pozzi chiusi. A ogni passo laria si faceva più immobile, come se la natura trattenesse il respiro.
Davanti alla casa di Lisa mi fermai. Dal comignolo usciva un filo di fumo sottile, una prova di vita. Feci per entrare: il cancello ruvido mi scottava la mano, persino attraverso i guanti. Il cortile era selvatico ma non trascurato, mosso da un ordine che non era umano, ma della terra stessa. Salii sullo scalino e bussai.
Silenzio.
Bussai ancora, più forte.
I passi dentro tardarono ad arrivare. Un fruscio lento su assi vecchie, una pausa, poi finalmente uno scricchiolio della serratura. La porta si aprì di pocogiusto abbastanza per scorgere il viso.
Lisa Fiorenzi era piccola, segnata dalletà, asciutta e tesa come foglia secca. Gli occhi, neri e pieni di luce, mi scrutarono con tale intensità che abbassai subito lo sguardo. Aveva il fazzoletto scuro annodato sotto il mento e sulle spalle un grembiule ruvido. Le sue mani, nodose e gonfie, poggiavano una sullaltra allaltezza dello stomaco.
Che ti serve? chiese. La voce roca, profonda, di chi ha troppo taciuto nella vita.
Aiutatemi, vi prego. Mia figlia sono settimane che grida senza sosta. Nessuno sa perché. Carmela dice che siete lunica che mi può aiutare.
Mi fissò a lungocosì a lungo che pensai mi avrebbe chiuso la porta in faccia, o detto che avevo sbagliato casa. Ma poi domandò:
La piccola è battezzata?
Mi colse alla sprovvista. Nessuno, in paese o allospedale, ci aveva pensato. Avevamo rimandato: prima la mancanza di tempo, poi i soldi, poi il parroco malato e poi era iniziato quel grido, e i sacramenti erano spariti dalla mente.
No non labbiamo ancora battezzata, dissi quasi in colpa.
Lisa annuì, come se avesse previsto la risposta. Si voltò e mi fece cenno di entrare.
Entrai in una casa che odorava di timo, cera, qualcosa di pungente e indefinibile. Una candela accesa davanti allimmagine della Madonna, un vecchio libro aperto sul tavolo, un bicchiere ormai freddo di tisana. Lisa si infilò una scialle sulle spalle, gli stivali di gomma e mi precedette fuori senza dirmi altro che Andiamo. Indica la strada.
Il nostro cammino verso casa fu silenzioso. Passammo davanti a finestre dietro cui sbirciavano occhi curiosi, porte che si chiudevano e cani che si zittivano appena ci vedevano. Lisa non guardava nessuno, e la sua andatura fiera e contenuta faceva ammutolire anche le lingue più sciolte del vicinato.
La casa la sentimmo prima ancora di arrivare: il grido di Ginevra ci raggiungeva già dalla strada, tagliente e continuo come una sirena. Lisa affrettò il passo.
Dentro laria era pesante di stanchezza e paura. In corridoio alcune vicine si erano raccolte a dare una mano, ma stavano lì solo per spiare. Alla vista di Lisa, si scostarono di lato, istintivamente, come davanti a unincognita temibile.
Matteo spuntò dalla cucina, con la stessa espressione vuota e irraggiungibile dei giorni passati. Guardò Lisa come se fosse trasparente, poi sparì senza dire una parola.
Lisa si limitò a seguirlo con lo sguardo per un istante, poi entrò nella cameretta dove Ginevra urlava ormai da settimane. Stetti sulla soglia, stringendomi il braccio per il timore di crollare.
La culla era un minuscolo rifugio nascosto da una tenda a fiori stinta. Ginevra, accaldata, contratta dal pianto, era bollente. Lisa non le si avvicinò subito: sollevò la mano e la mosse sopra la culla, lenta, in croci e cerchi, sussurrando parole incomprensibili.
Dalla stanza sparì piano ogni suono. Il pianto si abbassò, poi cessò per qualche secondo. Ginevra, con gli occhi sgranati, fissava un angolo vuoto della cameretta. Un brivido mi corse lungo la schiena.
Poi il pianto tornò, ma più lieve.
Allimprovviso Lisa smise di muovere la mano: restò sospesa sul guanciale, come se avesse toccato qualcosa dinvisibile. Mi guardò e chiese:
Chi ha messo il crocifisso al collo a una bambina non battezzata? Chi lha dato?
Mi confusi. Ginevra portava un piccolo crocifisso dargento: un regalo di mia suocera, che laveva appeso per sicurezza quando la bimba aveva tre mesi. Non fa male, e magari aiuta, aveva detto. E io non avevo dato peso, considerandolo più una superstizione che altro.
È stata mia suocera, Teresa, mormorai. Perché?
Senza rispondere, Lisa si chinò sulla culla e, usando il pollice e lindice, sollevò langolo del guanciale. Non so come, ma dalla mano le comparve un vecchio coltellino lucido dal manico consunto. In un gesto deciso tracciò un taglio lungo una cucitura. Ne uscì una nuvola di piume, e tra queste tirò fuori un piccolo crocifisso nero, appeso a un filo intrecciato nero e posizionato a testa in giù.
Lo mostrò sul palmo, e la stanza parve sprofondare in un silenzio irreale.
Non è stata tua suocera a metterlo. È stato nascosto apposta sotto la testa della bambina. Per farla ammalare. Per travolgere te e consumare tuo marito.
Sentii la terra mancarmi sotto i piedi. Dun tratto capii che qualcunoqualcuno che conoscevo, forse una delle donne di casa o una conoscenteaveva messo quella maledizione lì di proposito.
Lisa ripose il coltello chissà dove e ordinò:
Ci vuole una buca, poco profonda, e dentro un falò. Subito.
Chiese che alcuni uomini del paese andassero fuori a scavare. Usando le pale, assieme a qualche vicino che fino ad allora era rimasto spettatore, fecero una fossa nellorto. Lisa lanciò il crocifisso nel fuoco. Le fiamme esplosero, alte, bianche, con un sibilo quasi rabbioso. Coprite subito di terra, non aspettate che si spegna, comandò lei, e così fecero: la buca venne sigillata in fretta, e tutto si tacque.
Lisa mi guardò negli occhi, con fermezza:
Tra unora dormirà. Domani devi portarla dal parroco, battezzarla come si deve. Hai capito?
Annuii, senza fiato.
Ginevra dormì davvero, allimprovviso, dopo venti minuti. Io invece rimasi sveglia. Nella mente mi passarono mille volti, gesti, ricordi confusi. Non dormivo dal pensiero di chi avesse potuto volerci tanto male.
Il mattino dopo partimmo con Teresa per la chiesina di un paesino qui vicino. Il parroco, un uomo giovane dallo sguardo dolce e stanco, non domandò nulla: battezzò Ginevra e la bambina spense le lacrime con il primo sorriso dopo settimane.
La febbre si sciolse come neve al sole e Ginevra tornò pian piano a essere la bimba di sempre. Matteo però era sempre distante, come se una parte di lui non fosse mai tornata da quella notte dinverno.
Non mi diedi pace finché non ebbi visto Annalisa. Era la ex compagna di scuola di Matteo, alta, capelli neri intrecciati sempre in ordine, vissuta in città e rientrata a vivere nel paese. Si era presentata qualche settimana prima per un tè, con un piccolo dono impacchettato per la bambina. Chiese di vedere Ginevra, restò nella stanza con lei qualche minuto mentre io finivo di preparare la caffettiera. Quando rientrai la vidi sistemare il cuscino con un sorriso che non arrivava mai agli occhi.
E poi Ricordai le voci sussurrate sulla porta mentre la accompagnava fuori e le sue paroletese, ostinate: Non è finita. Tu sei mio. Tornerai.
Adesso capivo tutto.
***
Il giorno dopo, andai da Annalisa. Aperta la porta, mi accolse con lo sguardo dritto e fermo.
Lo so che sei venuta per il crocifisso, mi disse.
Sei stata tu. Perché?
Perché con tuo marito avremmo dovuto vivere insieme. Quando è nata vostra figlia, lui mi ha dimenticata. Io non potevo accettarlo.
Tremai di rabbia e malinconia insieme. Annalisa mi guardava senza paura, con una lucidità gelida.
Spero tu non ritorni più in questa casa, dissi salendo verso la porta. Lisa ha detto che ognuno raccoglie quello che semina. Vedrai anche tu.
Scappai da lì e corsi da Lisa.
Mi accolse ancora una volta in silenzio.
Ha confessato le dissi . Che cosa posso fare ora? Ho paura che possa tornare o fare altro
Lisa scosse la testa:
Andrà via. Di queste cose il paese sa tutto, senza parlare. Non resisterà qui. E Matteo? Porta a lui questo, e mi consegnò una bottiglietta scura senza etichetta. Ogni giorno un cucchiaio. E niente vino, in nessuna circostanza. E non accettare più nulla dalle mani di Annalisa.
Seguii tutto alla lettera. Matteo nei primi giorni stette peggio: febbre, dolore, debolezza. Poi, pian piano, tornò tra noi. Un pomeriggio, guardando la bimba nella culla, pianse. Non diceva una parola: solo lacrime, finalmente umane.
Sto tornando, Lucia, sussurrò. È stato come vivere rinchiuso lontano, seppellito ma adesso sono qui.
Annalisa se ne andò in silenzio pochi giorni dopo. Nessuno la salutò. Come disse Lisa, chi diffonde oscurità non può vivere tra chi cerca la luce.
***
La domenica seguente, entrai nella vecchia chiesa per accendere una candela. Una per Ginevra, una per Matteo, una per Annalisa. Non per la morte, ma perché comprendesse, e un giorno perdonasse se stessa.
Quando tornai a casa, Matteo stava giocando con Ginevra, ridendo davverouna risata piena che non aveva più nulla a che fare con il vuoto che laveva inghiottito.
Posai la mano sulla sua spalla e accarezzai le dita piccole di nostra figlia.
Va tutto bene mormorai, come una certezza.
Matteo annuì. Fuori, la vita del paese continuava lenta: suoni di galline, portoni che sbattono, risate fra i filari. E sul margine del bosco, nella casetta con le persiane chiuse, Lisa sorseggiava il suo tè tiepido, sola come sempre, ma forse con un sorriso lieve, appena nascosto tra le rughe.
Di quello che aveva fatto non parlò mai a nessuno.
***
Riflessione
La vita in Umbria, come ovunque, raramente segue una strada dritta; somiglia piuttosto a un dedalo di corridoi, svolte cieche, sentieri illuminati dalla luna e da qualche candela accesa. A volte si cade, a volte qualcuno ci rialza: magari una mano nodosa che non ci aspettavamo.
Lucia, Matteo e Ginevra sono sopravvissuti. Non per forza per merito o intelligenza, ma perché, nel momento più oscuro, hanno avuto la forza di chiedere, e poi ricevere, aiuto.
Lisa Fiorenzi sapeva ciò che la gente moderna scorda: il mondo è fatto di strati, visibili e invisibili; alcune leggi non sono scritte nei libri: quello che semini, raccogli. Chi davvero ama, protegge, mai distrugge.
Chi semina odio, come Annalisa, raccoglie solitudine. E chi, come Lisa, aiuta silenziosamente, tiene in piedi il mondo: sono questi i veri eroi, senza mantello, senza gloria.
Lucia, in quelle settimane dinverno, è cresciuta. Ha capito che la felicità è saper attraversare anche la sofferenza; si è insegnata a chiedere, accettare, lamore e il sostegno, a non cedere alla disperazione, affidandosi alla speranza e alla pazienza del cuore.
Ginevra, crescendo, forse non ricorderà. Ma noi, a volte, siamo fatti anche di ciò che dimentichiamo. E crescerà tra mura in cui ama e viene amatalantidoto più potente per ogni male: lamore tenace, quotidiano.
Matteo gioca con la figlia, non rimanda più le cose importanti, ogni tanto sorride a Lucia senza motivo, e lei sa: ce lhanno fatta.
Lisa, nella sua casetta tra ombra e silenzio, continua a chiudere le sue persiane ma, ogni tanto, mi piace pensare che guardi fuori e sorrida, pensando a chi ha aiutato e a chi, forse, non è riuscita a salvare.
Un uomo o una donna non sono santi o streghe: sono solo persone che, quando cè bisogno, aprono la porta.
E spesso, è la cosa più importante che si possa fare.






