Il silenzio che dura una vita intera

Silenzio lungo una vita

Sergio Paolo Bellandi nacque nel 1953, nel dopoguerra milanese, in una casa di ringhiera in zona Navigli. Il padre Paolo Luigi aveva fatto la guerra, era arrivato fino a Trieste, tornato con una scheggia piantata nella spalla sinistra e una medaglia al Valore Militare che indossava solo per il 25 aprile. La madre Gina Petrina infermiera allambulatorio del quartiere, era una donna mite, ormai scolorita dagli anni, che aveva imparato a parlare col marito a brevi frasi che non chiedevano risposta.

Sergio era il secondo figlio. Il maggiore, Marco, era nato nel quarantotto ed era il cocco del papà: tranquillo, saggio, capace di incassare senza battere ciglio. Sergio, invece, veniva fuori più sensibile. Bastava una delusione e gli venivano le lacrime; si stringeva alla madre e cercava protezione. Una dote che gli venne fatta passare in modo sbrigativo.

Uomo o femminuccia? grugniva Paolo Luigi, vedendolo piangere. Gli uomini non frignano. Forza, non fare la femmina.

Così Sergio imparava. Imparava a non piangere. A non lamentarsi mai. A rispondere a monosillabi, perché ogni conversazione col padre poteva finire con uno scappellotto o la cinghia dei pantaloni. Paolo Luigi non era una bestia era un soldato. Cresceva i figli come gli aveva insegnato la guerra: duro, senza indulgenza, disciplina di ferro. Lamore, per lui, non era fatto di parole era fatto di fatti. Lavorava in fabbrica, portava a casa lo stipendio, cera il tetto sopra la testa e la pasta nel piatto cosaltro volevano? Coccole? Carezze? Non le conosceva. O meglio, le conosceva, ma le considerava cose da donne, superflue, anzi pericolose. La tenerezza indebolisce. E un uomo deve stare in piedi. Sempre.

A volte la madre tentava di aggiustare le cose. Gli accarezzava la testa, sussurrava: Papà è stanco, è buono, ma non lo sa mostrare. Sergio annuiva. Ci credeva. Ma dentro, in lui, prese casa un pensiero fisso: lamore è quando non ti menano. E quando tu non meni. Lamore è lavorare. Lamore è sopportare. Lamore è tacere.

A quindici anni Sergio se ne andò da casa. Non scappò sul serio si iscrisse al CFP per fare il saldatore, finì in unofficina. Il padre approvò: Mestiere da uomo. La madre soffriva, ma non piangeva davanti a lui. Anche lei aveva imparato.

A diciottanni Sergio conobbe Lucia. Era figlia della collega della madre, venne a trovare Gina con una crostata nei panni e le guance rosse dallimbarazzo; si sistemava la treccia e rideva squillante, facendo echeggiare il corridoio. Sergio la guardava e non capiva cosa gli succedeva. Gli veniva voglia di essere bravo. Di fare qualcosa di bello. Dire qualcosa per cui non trovava parole.

Si frequentarono tre anni. Sergio la accompagnava a casa, in silenzio, le teneva la mano. Lucia allinizio tentava, lo incalzava: Sergio, a cosa pensi? Lui scrollava le spalle: A niente. Lei rideva, e si abituò. Le sembrava solo un po timido, che col tempo si sarebbe sciolto.

Lucia non sapeva che non cera nulla da sciogliere. Era ghiacciato fin dentro. Non dalla cattiveria, dalleducazione. Sergio semplicemente non sapeva che i sentimenti hanno dei nomi. Che si può parlarne. Non sapeva che il silenzio non è lunico modo di stare accanto a qualcuno.

La proposta di matrimonio arrivò quasi per caso, a tavola, tra il secondo e la macedonia. Erano a casa di Lucia, la madre di lei guardava Sergio con dolcezza e domandò:

E voi due, che pensate di fare per il futuro?

Sergio la guardò, si fece paonazzo e mormorò:

Sposarci.

Lucia poi rideva e raccontava: Un vero poeta! Ma gli occhi le si riempivano di lacrime. Aspettava parole. Belle, importanti, di quelle che si ricordano per sempre. E invece, un balbettio su sposarci. E lei disse sì. Perché lo amava. Perché credeva che dietro il gelo ci fosse un oceano.

Si sbagliava. Ma ci mise un po a capire.

***

Lucia Alessia Bellandi, nata Rossi, era di tuttaltra razza. Suo padre, Alessio Pietro, insegnava letteratura al liceo di quartiere, ma dentro era poeta. Scriveva versi nel cassetto, li leggeva di sera a sua moglie, piangeva ascoltando Ungaretti, chiamava la figlia fiorellino e sole mio fino a che se nandò in fretta, per un infarto fulminante, che Lucia aveva diciannove anni.

Sua madre, Nina Giuseppa, faceva la contabile, era una donna pratica ma non dura. Insegnava a Lucia la pazienza:

Gli uomini sono così le diceva quando Lucia si lamentava per i silenzi di Sergio Sono fatti così. Basta che non beva, non ti metta le mani addosso, lavori. Le parole son sciocchezze.

Lucia ascoltava, annuiva, ma dentro non era daccordo. Ricordava il padre che labbracciava senza motivo e le sussurrava: Figlia mia. Sperava che Sergio avrebbe imparato. Che un giorno, quando si sarebbe sentito sicuro, quando avrebbe capito che era il suo posto sicuro, avrebbe trovato il coraggio di aprirsi.

Aspettò trentanni.

I primi tempi volarono. Affittavano una stanza in cortile, poi ottennero una piccola casa popolare, poi arrivò il primo figlio Alessandro, poi la seconda Caterina. Sergio lavorava sodo, due impieghi, tornava tardi, si buttava sul divano senza nemmeno togliersi le scarpe. Lucia non si lamentava. Vedeva quanto si impegnava. Come risparmiava per la bici di Alessandro, come portava i bambini al parco la domenica (in silenzio, ma li portava), come aggiustò il rubinetto dopo che i vicini di sopra avevano allagato tutto, come le lasciava tutto lo stipendio, tenendosi giusto i soldi per il tram e le sigarette.

Lucia si ripeteva: è un bravo marito. Non beve, non tradisce, non mi tocca con violenza. Questo conta. Non capiva allora che lassenza del male non è la presenza del bene. Che una casa può essere silenziosa non di pace, ma di vuoto.

Ogni anno, a qualche ricorrenza, tra amiche che si vantavano dei mariti chi dichiarava il suo amore con biglietti nascosti, chi portava rose col bigliettino, chi sussurrava allorecchio cose dolci Lucia fissava Sergio. Sedeva con la faccia da sfinge, masticando insalata russa, senza mai alzare lo sguardo. Lei aspettava. Almeno riguardarla, almeno locchiata che vuol dire: Sono qui, sono con te. Lui niente. Mai.

Lucia imparò a non aspettare. Smetteva di chiedere. Capì: se ti amo doveva sentirlo, lo avrebbe sentito dai figli, dai nipoti, da chiunque, ma non dal marito. Si rassegnò. Dopottutto tutto andava bene. Tetto sulla testa, figli a posto, lui senza vizi. Cosaltro serve?

Non sapeva più cosa voleva. O lo sapeva, ma aveva deciso di non saperlo.

***

Alessandro, il maggiore, prese tutto dal padre. Introverso, affidabile, silenzioso. Ma Lucia ci mise lanima dove non laveva potuto con Sergio: insegnargli a parlare. Dialogava coi figli, leggeva loro favole, chiedeva delle loro paure, insegnava a dare un nome ai sentimenti. Alessandro restò poco parolaio, ma non chiuso. Diceva: Mamma, mi sei mancata quando tornava dal campeggio. Sapeva abbracciarla se la vedeva piangere. Vedeva come la madre guardava il padre, senza capire perché lui non guardasse mai indietro.

Caterina era tutta diversa. Energica, emotiva, tentava di smuovere il padre, gli si sedeva in braccio, lo scuoteva: Papà, dici qualcosa! Lui le accarezzava la testa, sorrideva solo allangolo delle labbra, senza fiatare. Quando crebbe, Caterina smise di insistere. Si rassegnò anche lei.

Alessandro divenne ingegnere come il padre ma più tenero. A venticinque portò a casa una ragazza Anita. Lucia la amò subito: allegra, luminosa, rideva come rideva Lucia da giovane. Sergio la guardò, annuì e disse: Piacere. E andò in garage.

La proposta la fece Alessandro dopo sei mesi. Chiese la mano di Anita davanti ai genitori, in ginocchio, come in un film. Lucia si commosse. Sergio restava seduto a guardare fuori dalla finestra. Non per noia, ma per sentirsi fuori posto dove cè da sentire e da dire. Sentiva. Ma non sapeva parlare.

Il pranzo di nozze fu in un ristorante storico, con soffitti a stucchi e tende damascate. I tavoli sistemati a ferro di cavallo, gli invitati elegantissimi, il presentatore con la giacca nera blaterava al microfono. Una ventina di persone: parenti, amici degli sposi, colleghi di Alessandro. Anita, in abito bianco, raggiante come una pubblicità del Mulino Bianco; Alessandro serio ma con gli occhi pieni.

Lucia accanto a Sergio, che indossava lunica giacca che aveva, blu con i gomiti lucidi. Lucia avevo insistito per un abito nuovo, lui: Ma va, questo va benissimo. Lei ormai non discuteva più.

Chiamano i genitori per il brindisi. Prima parla il padre di Anita: un discorso sentito, quasi commosso. Tocca a Sergio.

Lucia lo urta col gomito: Alzati, è il tuo turno.

Si alza, pesante, come dovesse salire in tribunale. Tutti lo guardano. Prende il bicchiere, guarda il figlio, Anita, poi Lucia. Un colpo di tosse.

Siate felici, biascica. Stop. Puntuale come un maresciallo.

Si siede.

Silenzio improvviso. Gli invitati si scambiano sguardi. Il presentatore apre la bocca per cambiare discorso, ma ecco che Alessandro si alza. Fissa il padre. Non arrabbiato, non pretenzioso attento. Come si chiede qualcosa dimportante con la paura della risposta.

Papà fa Alessandro tu la mamma la ami?

Silenzio assoluto. Pure i camerieri, tra un vassoio e laltro, si fermano.

Lucia sente il cuore scivolare giù da qualche parte. Guarda suo marito. Per la prima volta in tanti anni con speranza. Non quella bambina, loro, che crede ai miracoli. Una nuova. Dirà quelle parole? Riuscirà? Trentanni che aspetta. Trentanni il suo silenzio. Magari ora. Magari qui, davanti a tutti lo dice. Non per lei: per sé stesso. Per buttare giù quel muro costruito in una vita.

Sergio si fa paonazzo. Il suo volto marmoreo si macchia. Si gira dal figlio alla moglie, dalla moglie al tavolo. Apre la bocca, la richiude. Un singulto. Vorrebbe parlare. Sente arrivare in gola quelle parole mai dette. Ti amo. Certo che ti amo. Sono trentanni che ti amo. Roba semplice. Due sillabe. Dentro cè tutta la vita.

Apre la bocca.

E niente.

La vergogna, calda e soffocante, lo strozza. Nemmeno un sussurro. Trentanni di silenzio sono più forti. Il padre, la cinghia, gli uomini non piangono, la guerra finita da mezzo secolo ma ancora in lui, nei suoi geni, nella paura di sembrare debole. Dire ti amo è ammettere di essere vulnerabile. E lui non sa, non ha mai saputo.

Lucia vede il volto rosso, la gola che sale e scende, le mani che stringono la tovaglia. E la speranza negli occhi quella microfiammella durata trentanni si spegne piano. Come una candela senza ossigeno.

Si vergogna, esclama Lucia, forte e allegra, ma più finta di un cappuccino decaffeinato Sergio nostro non è da discorsi. Dai, brindiamo agli sposi!

Tutti tirano un sospiro, tornano a rumoreggiare, tintinnano i calici. Alessandro si siede, guarda la madre, e in quegli occhi cè qualcosa che Lucia non vorrebbe vedere: compassione.

Sergio resta a testa bassa. Sente bene che Lucia lha salvato. Come sempre. Per trentanni. Lo ha protetto, inventato spiegazioni, giustificato. E lui non ha saputo dire tre, dico TRE, parole. Tre maledette, che non costano niente ma valgono tutto.

Quella sera non beve. Sta lì, stretto al suo bicchiere freddo, e sente che dentro accade qualcosa. Ma non saprebbe dirne il nome. Vergogna? Dolore? Consapevolezza? Perdita?

A casa tornarono tardi. Lucia si spogliò, andò in camera, si buttò sul suo angolo di letto. Sergio rimase in bagno, guardandosi allo specchio. Il volto rosso, i capelli grigi sulle tempie, gli occhi che non avevano mai saputo parlare. Tentò di dirlo ad alta voce: Ti amo. Le labbra si mossero, senza alcun suono. Come se le sue corde vocali si fossero arrugginite in trentanni di silenzio.

Entrò in camera. Lucia aveva gli occhi chiusi. Sapeva che non dormiva. Avrebbe potuto avvicinarsi, abbracciarla, sussurrarle qualcosa nellorecchio. Avrebbe potuto. Ma rimase sulla soglia. Immobile.

Lucia aspettava. Un minuto. Cinque. Dieci.

Poi girò le spalle da un lato, tirò la coperta fin sotto il mento.

E per la prima volta in trentanni non disse: Buonanotte.

***

La mattina dopo qualcosa era cambiato. Non fuori dentro. Lucia si alzò, preparò il caffè, affettò il pane. Sergio uscì, si sedette al tavolo. Lucia gli mise la tazzina davanti. Non domandò comera andata la notte. Non sorrise. Solo mise la tazza e si allontanò.

Guardava la sua schiena, dritta e tesa. Avrebbe voluto dire qualcosa. Di nuovo, le parole non venivano.

Lucia, riuscì solo a sussurrare.

Lei si voltò.

Che cè?

Tu… si perse. Ieri sera… non hai detto…

Cosa non ho detto? tono calmo, troppo calmo.

Non riuscì a finirla. Scosse la testa, studiò la tazzina.

Lucia lo fissò ancora qualche istante, poi prese la borsa, disse Vado alla Coop e uscì.

La giornata passò lenta. Sergio stette in garage, rigirando una chiave inglese tra le mani, senza lavorare su nulla. Pensava. Per la prima volta in vita sua pensava a ciò che sentiva. Non al lavoro, ai soldi, alle riparazioni a lui stesso. Cosa aveva dentro. Era buio, vuoto, come una casa abbandonata con le finestre sbarrate. Sapeva che luce, un tempo, cera stata. Ricordava comera guardare la Lucia giovane con la treccia e sentire il cuore boom-boom. Ricordava come teneva la mano al cinema e aveva paura persino di respirare. Ricordava quando nacque Alessandro lui in piedi in corridoio della Mangiagalli e avrebbe voluto piangere, ma non ci riusciva: gli uomini non piangono.

Ricordava. Ma non laveva mai detto. Mai.

La sera, Lucia tornò, sistemò la spesa, mise su il bollitore. Cena muta. Poi accese la TV, si buttò in poltrona. Sergio si mise sul divano, pochi centimetri ma una distanza di trentanni di parole mai dette.

Dopo un paio di giorni arrivò la chiamata di Alessandro. Come va? Lucia rispose: Tutto bene. Alessandro fece silenzio e poi: Mamma, scusami. Non avrei dovuto… in pubblico…

Che sciocchezze! lo interruppe Lucia. Va tutto bene. Tuo padre è fatto così.

Chiuse la chiamata e restò seduta a guardare la strada buia. Sergio nel corridoio la ascoltava. Sentiva la sua voce calma, distaccata, straniera. Di chi ormai ha chiuso i conti. Che non aspetta più.

Andò a letto per primo. Lei arrivò dopo. Ancora, niente buonanotte. Lui ascoltava il suo fiato, e dentro sentiva che qualcosa cedeva. Il muro, quello costruito dal padre e rinforzato tutta una vita, aveva una crepa. Non per colpa di un colpo per colpa del vuoto. Perché oltre quella barriera ormai non cera più nessuno. Lucia era andata oltre. Non con il corpo con il cuore. Era lì, nel letto, ma già altrove. O forse non cera da anni, solo che lui non se nera accorto fino ad allora.

***

Sergio uscì di casa un mercoledì. Disse che andava al mercato, a prendere i chiodi. Lucia annuì distrattamente. Lui invece puntava diritto verso ledicola sotto casa, davanti a cui era passato mille volte senza mai entrare.

Dentro era piccolo, carico dodore di carta e polvere. La signora dietro il bancone, una donna sui cinquanta con la faccia stanca, lo guardò sospettosa: questo qui, tutto serio, in tuta da lavoro, che gira tra le cartoline.

Vuole una dauguri? Per un compleanno? Un anniversario?

Boh disse Sergio solo… qualcosa da scrivere.

La donna ne mise giù diverse. Con fiori, cuori, versi lunghissimi su lamore che tutto vince. Sergio le fissava: roba da altri, troppo patetiche. Non faceva rima con lui, che le poesie non le aveva mai digerite. In realtà con le parole proprio litigava.

Poi ne vide una. La più semplice. Bianca, senza disegni, solo una cornice dorata sottile. Dentro bianca, senza frasi.

Questa qui disse.

A casa si chiuse in garage. Sedere sopra una cassettina, cartolina fra le dita. La biro blu da operaio lì in tasca.

Scrisse: Lucia. Si fermò. E adesso? Gli passavano in testa tutte le cose mai dette. Che laveva sempre amata. Che non sapeva parlare. Che il papà laveva insegnato a stare zitto, la mamma a sopportare, ma nessuno a usare le parole. Che lui sapeva che lei aveva aspettato, e che lui non ce laveva fatta. Che si vergognava. Che non voleva perderla. Che lei era la sua vita, e senza di lei non era niente.

Provò a scriverle tutte. Ma la mano tremava. Troppa roba per uno che aveva tenuto tutto dentro trentanni. Non sapeva da dove cominciare. Non sapeva come starci in poche righe con trentanni sulle spalle.

Scrisse sette parole. Col carattere brutto, a scalfire la carta: Ti amo. Scusa, non so parlare.

Guardò la cartolina. Sette parole. Tutta una vita. La piegò in due, la infilò nella tasca della giacca. Stette in garage ancora un pezzo, incapace di andare in casa. Aveva paura. Paura che la leggesse e non rispondesse. Paura che rispondesse.

A sera, mentre Lucia era in doccia, entrò in camera. Tolse la cartolina e la mise sotto il suo cuscino. Le mani tremavano. Mai fatto nulla di simile. Mai.

Andò nel suo lato di letto, si girò verso il muro e finse di dormire. Il cuore correva talmente tanto che pareva dovesse sentirlo.

Lucia uscì dal bagno, spense la luce, si infilò a letto. Lui sentì mentre aggiustava il cuscino. Il fruscio aveva trovato la cartolina. Silenzio. Lui tratteneva il respiro.

Lucia leggeva. A lungo, per essere solo sette parole. Rileggeva. Carezzava quelle lettere grosse, tremolanti. Sette parole. Trentanni.

Restò stretta alla cartolina, guardando il soffitto buio. Poi la posò piano sul comodino. Si voltò sul fianco. Né verso di lui, né dallaltra parte. Semplicemente si voltò.

E disse sottovoce, nel buio:

Buonanotte.

Lui non rispose. Fingeva di dormire. Ma lei lo sapeva. Lo aveva sempre saputo.

***

Mattina

Sergio si svegliò con odore di caffè. Non capiva: solito profumo, ma cera qualcosa di diverso. Tese lorecchio. Lucia non sbatteva piatti. Non girava per la cucina. Silenzio.

Aprì gli occhi. Fuori già sole, caldo di primavera. Le lancette segnano le sette e mezza unora dopo del solito. Lucia non laveva svegliato.

Si alzò, si lavò, indossò la vecchia vestaglia. Corse in cucina. Silenziosa, ma la luce accesa. Dentro.

Tavola imbandita. Non come al solito in fretta, alla buona. No. La tovaglia bianca da festa, con i ricami, quella delle occasioni. I piatti del servizio buono, regalo di nozze sempre tenuto via. Pane a fette regolari. Burro nella burriera. Marmellata di visciole, la sua preferita nella coppetta.

E la tazza. Quella blu, con la crepa sul manico, che lui non voleva mai buttare. Accanto un bigliettino piegato a triangolo. Aprì con le dita che tremavano. La calligrafia di Lucia, ordinata e da maestra: Colazione pronta. Sono in doccia.

Si sedette. Non toccò nulla. Fissava il modo in cui era stata apparecchiata curato, pieno di amore. Tutte quelle attenzioni che per trentanni aveva dato per scontate.

Sentì lo scroscio dacqua. Lucia lavava via la notte. Lui era lì, tenendo quella nota, e sentiva qualcosa crescere in gola. Non piangeva da bambino. Da quellunica volta in cui il padre lo sorprese col viso bagnato e gli disse: Gli uomini non piangono. Non aveva pianto quarantanni.

Ora, pianse.

Piano. Senza voce. Le lacrime scendevano sulle guance, cadevano sulla tovaglia, sulla tazza blu. Non se le asciugò. Seduto, fissava la porta del bagno, piangeva. Non di vergogna. Non di dolore. Di sollievo. Che lei aveva capito. Che quelle sette parole scritte male contavano più di trentanni di mutismo.

La doccia si spense. Sentì passi. Lucia uscì in vestaglia, capelli bagnati e il profumo di sapone. Lo vide. Vide le lacrime. Si fermò.

Lui la fissava. Lei lo fissava.

Lucia disse. La voce impastata. Lucia, io…

Lei si avvicinò piano. Si sedette di fronte. Gli prese la mano, ruvida di saldatore, la sistemò sul tavolo. Posò la sua sopra. Sottile, vene in rilievo, la fede che lui aveva infilato trentanni prima, mai tolta.

Lo so, disse lei. Lho sempre saputo.

Ma perché… si arrestò.

Aspettavo, disse calma. Che fossi tu a dirmelo. Non perché te lo chiedeva nostro figlio. Non perché lo volevo io. Perché nasceva da te.

Lui taceva. Ma le lacrime non smettevano.

Sapevo chi sposavo. strinse la sua mano. E sono restata. Vuol dire che andava bene così.

Sergio la guardava. Nei suoi occhi non cera più il vuoto visto la sera prima. Cera qualcosaltro. Una speranza minuta, fragile. Come una primula appena spuntata dal gelo. Ma viva.

Farò… balbettò Farò del mio meglio. A parlare. Non sono bravo. Ci provo però.

Lucia sorrise.

Io so aspettare, rispose.

Lui le baciò la mano. Goffamente, impacciato, per la prima volta da decenni. Lucia non la ritrasse.

Poi si alzò, gli versò il caffè. Mise davanti a lui il piatto con le frittelle calde, preparate allalba. Si sedette accanto. Non di fronte: accanto. Da toccarsi la spalla.

Mangia disse che si raffreddano.

Lui afferrò la forchetta. Ne spezzò un pezzetto. Lo assaggiò. Era il sapore dellinfanzia, di casa, di calore. Masticava e sentiva che dentro, dove stavano tutti i vuoti, qualcosa cominciava a sciogliersi. Lentamente. Forse non per sempre. Ma adesso aveva le parole. Non tutte. Non belle. Solo le più importanti.

Le aveva scritte sulla cartolina. Ora erano tra loro.

Finì il caffè, posò la tazzina. Guardò Lucia. Lei fissava fuori, la primavera e i piccioni sul balcone. La faccia serena.

Lucia, disse.

Lei si voltò.

Grazie, disse lui. Che… che hai saputo aspettare.

Lei non rispose. Gli posò solo la mano sopra la sua. E rimasero lì, in silenzio in una cucina che profumava di caffè e frittelle. Un silenzio che non era più vuoto. Era pieno. Trentanni di parole mai dette e sette che avevano cambiato tutto.

Non subito. Non un miracolo. Non una rivoluzione.

Ma la speranza, che sembrava morta da trentanni, aveva ripreso a respirare.

Ed era abbastanza.

***

La domenica seguente, i figli vennero a pranzo. Lucia imbandì la tavola. Sergio sedeva a capotavola, silenzioso, ma guardava sua moglie in un modo nuovo. Attento, caldo, con qualcosa che non aveva mai saputo mostrare.

Durante la cena, Alessandro raccontò della luna di miele, Anita rideva, Caterina stuzzicava il fratello. Lucia ascoltava, sorrideva, serviva il bis a tutti.

Poi, dun tratto, Sergio alzò il bicchierino. Non per un brindisi, non per la salute e basta. Tutti zitti, occhi spalancati.

Vorrei… iniziò. Si inceppò. Rossì. Vorrei ringraziare vostra madre. Per tutto.

Non disse ti amo. Non ci riuscì. Ma Lucia capì. Gli fece un piccolo cenno, solo con gli occhi.

Alla mamma, disse Alessandro alzando il bicchiere.

Alla mamma, risposero tutti.

Bevvero. Lucia posò la mano sul ginocchio di Sergio sotto il tavolo, nascosto. Lui coprì la sua con la propria.

Nessuno ci fece caso. Ma loro sapevano. Entrambi.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

3 + 2 =

Il silenzio che dura una vita intera
Sorpresa! Ora vivrò con voi!” disse la suocera, rotolando la valigia.