Giulio, questi gatti vivevano qui da prima che ci conoscessimo. Perché mai dovrei sbarazzarmi di loro? domandò Anna con la voce fredda come una granita allanice. Quello che proponi tu si chiama tradimento
Anna abitava in un paesino immerso nel verde denso come il pesto alla genovese. Destate le strade scomparivano sotto i rami fronzuti degli alberi e i balconi esplodevano di gerani e bouganville, profumando laria dalla primavera fino alle soglie dellinverno. In un posto così, era facile filosofeggiare sulla vita, sulla felicità e su cosa realmente conti nella vita tipo la pizza ben cotta o un caffè cremoso al bar della piazza.
La mamma di Anna era scomparsa ormai da tanto, lasciando la piccola Annetta alle cure della zia Concetta, cugina stretta e donna di tempra, con una leggera zoppia e un cuore grande come una teglia di lasagne. Concetta non aveva trovato chi la amasse sul serio, ma tutte le effusioni risparmiate le riversava su Anna. La bimba la adorava, la chiamava semplicemente mamma Concetta, e le era grata come solo chi è cresciuto tra braccia rassicuranti sa essere.
Mamma Concè, ciao! Sono tornata! gridava la ragazzina allingresso, dopo la scuola, dopo le passeggiate, poi dopo il liceo.
Figliola! Come è andata oggi?
Anna aveva imparato a leggere prestissimo: la mamma Concetta si sedeva con lei la sera e le leggeva libri, soprattutto sugli animali, sugli uccelli e perfino sulle formiche operaie. Quei dopocena, con la tazza di tisana e le pagine che frusciavano, erano diventati una liturgia domestica più sacra del rosario.
Intorno ai dodici anni, Anna portò a casa un gattino sperduto, piagnucolante sotto una Panda parcheggiata.
Mamma Concé, poverino È solo, abbandonato, nessuno lo vuole Ed ecco che la voce di Anna le scappava di commozione.
Annetta, adottiamolo, va! disse dolcemente Concetta, strizzandola in un abbraccio che odora di sapone neutro.
Così in casa arrivò Mina. Dopo qualche anno, fu Concetta stessa a portare dalla scuola un altro batuffolo.
Ma credi, Anna? Stamattina ci hanno lasciato una scatola di gattini fuori dalla porta! Noi maestre li abbiamo distribuiti tra noi raccontò esausta, posando lombrello.
Mamma Concé, ora abbiamo due micie! Che bello!
Anna accolse la nuova venuta come un regalo. Mina, allinizio, la guardò di sottecchi, poi la fiutò e la prese per la collottola, atterrando con lei sul divano, dove iniziò subito la toeletta come fosse sua figlia.
Gli anni passavano. Anna si prendeva cura sempre più della zia: spazzava, cucinava, andava a fare la spesa. Sapeva a memoria le pillole di mamma Concetta, il nome di tutti i medici e la accompagnava sempre alle visite. Stavano benissimo insieme, tra libri, film e lunghe chiacchierate che spaziavano dalle telenovele ai massimi sistemi.
Quando nella vita di Anna apparve Giulio conosciuto a una mostra darte contemporanea (che non aveva capito ma aveva finto di sì) la ragazza non nascose nulla. Al primo incontro, mamma Concetta provò una leggerissima inquietudine: quel tipo le sembrava poco sincero, un po troppo sciolto per i suoi gusti. Ma poi si convinse che era solo preoccupazione da mamma chioccia.
Il bene di Anna era la priorità, quindi la lasciò volare via verso la vita adulta. Anna e Giulio affittarono un bilocale e provarono la convivenza. Adesso Anna andava da Concetta due volte a settimana martedì e sabato (la domenica cera la partita, e lì, neanche a parlarne). Il sabato invitava Giulio, che però, puntualmente, trovava una scusa: la palestra, la partita della Juventus, la suocera in agguato.
Anna, dai, ma con quei gatti non riesco, lodore, il pelo Come ci vivevi in quella casa?
Giulio storceva il naso come davanti a una maleducata trippa. Anna rideva, cercando di sdrammatizzare.
Giulio, non immagini quanta allegria portino!
Eh, sì, proprio allegria ribatteva con lentusiasmo di una mozzarella scaduta.
Giulio, ma sono buffissime! Si gonfiano quando giocano, fanno le fusa forti come uno scooter, lanciano le pantofole per casa, rincorrono il topo finto e le stringhe delle scarpe. E quando si sdraiano sul petto sembra di avere un motore acceso sotto il naso!
No, Anna, a me non piacciono e non te la prendere rispondeva scontroso. In quella casa avete i vostri affari da donne pulizie, chiacchiere Io resto qui. Però cucina qualcosa di buono, eh, che almeno mi consoli la pancia!
Col passare dei mesi, mamma Concetta iniziò a sentirsi peggio. Anna passava da lei quasi ogni sera, dopo il lavoro. Propose a Giulio di trasferirsi da Concetta, ma lui si oppose con la fermezza di un direttore di banca. Così Anna si spaccava tra due mondi.
I lavori aumentavano: lavatrici quotidiane, pavimenti sanificati (della serie niente paura, ligiene è di casa). Lodore di malattia e vecchiaia cresceva e Anna tremava, consapevole che il tempo scorre pure sulla moka, figuriamoci sulla gente.
Mamma Concetta se ne andò serena, allalba, con Anna accanto. Chiacchierarono a lungo quella notte, poi Anna le lesse un libro ad alta voce. Si addormentò col lume acceso e fu il canto degli uccelli a svegliarla.
Andò in camera:
Mamma Concé oh, mamma mia
Afferò il cellulare:
Giulio, non cè più mormorò, tra le lacrime, svegliandolo di colpo.
Dopo il funerale, Anna aveva un vuoto grande come la Basilica di San Pietro. Lunica persona davvero sua non cera più. In quella mattina, vicino al letto, trovò una busta: dentro, il testamento della casa e una lettera.
Carissima Annetta,
So quanto ti farò male. Ormai non cè nessuno che possa abbracciarti e baciarti. Tua mamma è andata via quando eri piccola. Tuo papà meglio lasciar perdere.
Bimba mia, ti ho voluto un bene che non si può spiegare. Ricordatelo sempre. In ogni momento bello o brutto, io ti starò accanto.
La casa ormai è tua. Lavevo pensata per te, e ora lo è davvero. Una donna sta sempre meglio se ha un nido tutto suo. Anche piccolo, anche scassato, ma suo.
Annetta, ho solo una preghiera: prenditi cura delle mie vecchiette. Mina e Lilla, ora hanno solo te.
E sii felice. Ti voglio bene.
La tua mamma Concetta
Anna lesse e rilesse la lettera a voce bassa, bagnandola di lacrime. Accarezzava le gatte, se le stringeva al petto e bisbigliava parole dolci. Loro erano la sua famiglia, le ultime vestigia di mamma Concetta.
Decise di trasferirsi nella vecchia casa. Cera da risistemare tutto, prendersi cura delle gatte, reinventare la vita.
Giulio si rifiutò di seguirla.
Anna, viviamo un po separati. Io coi tuoi gatti non ce la posso fare. E poi cè ancora lodore del vecchio borbottò, con gli occhi azzurri che diventavano scuri.
Anna pativa, ma il dolore era più forte di tutto.
Col tempo, Anna si riprese. Giocava con le gatte, rileggeva i suoi libri preferiti, cambiava tende e lavava i tappeti. Giulio si vedeva sempre meno, e quello strano sollievo cresceva man mano che il suo ricordo si affievoliva come le luci di un locale allora di chiusura.
Una sera squillò il campanello.
Giulio? Ciao, entra pure! sorrise Anna.
Annina, mi sei mancata! le si gettò tra le braccia. Che bello qui! Non puzza più! Finalmente ti sei disfatta di quelle bestie?
Anna si staccò bruscamente.
Che vuol dire disfatta di loro?
Ma, quelle gatte da nonna puzzavano! Ricordo lodore, il pelo, le ciotole.
Giulio avanzò in salotto.
Allora? Sono ancora qui?
Mina giocava serenamente con la coda, mentre Lilla si leccava la zampa con aria da regina.
Giulio, queste gatte vivevano qui da ben prima di noi due. Spiegami perché mai dovrei eliminarle? rispose Anna glaciale.
Anna, non fare la testarda. Casa tua è bellissima! Facciamo un restyling, compriamo mobili moderni, sanitari nuovi. E via i gatti!
Si avvicinò molto, occhi puntati nei suoi.
Giulio, quello che chiedi si chiama tradimento.
Anna, non è tradimento, è buon senso. Non dico di buttarle in strada! Troviamo un rifugio, dai. Se vuoi, ti do anche qualche soldo per mantenerle lì, così almeno stiamo tranquilli!
Vuoi darmi dei soldi? Tu non capisci. Non posso lasciarle. Loro hanno bisogno di me quanto io di loro. Sono la mia famiglia!
Anna, non fare la filosofa. Pensa al domani. Carriera, matrimonio, figli. Il tempo passa Insomma, decidi. O la famiglia con me, o me ne vado.
Giulio era tronfio, convinto che lei avrebbe ceduto. Ma il silenzio glaciale di Anna lo inquietava più del temporale di Ferragosto. Nei suoi occhi nessuna gioia, nessun dubbio: solo stanchezza.
Per lui erano solo gatti. Vecchi, inutili, di peso. Incapace di vedere che erano il filo che la legava a mamma Concetta, allinfanzia, al senso stesso di casa.
Allimprovviso Anna capì che non avrebbe mai potuto vivere sotto il ricatto, tra condizioni e conteggi. Lamore non sopravvive agli ultimatum. Come si può pensare di fare figli con chi ti chiede di tradire i tuoi affetti più sinceri?
Giulio, sai che cè? Vai via. Ho bisogno di tornare a respirare. Non sono ancora pronta, e tu mi metti davanti a un aut aut. Vai.
Vado, vado! Io non ti correrò certo dietro! esplose lui, sbattendo la porta così forte che il servizio buono di zia Concetta tremò tutto.
I gatti saltarono sul divano, spaventati, e ad Anna si strinse il cuore. Eppure era un soffio di leggerezza. Si sedette tra le sue pelose vecchiette, immersa nel loro tepore:
Sarete sempre con me, capito? Nessuno vi porterà via! Mamma Concetta, mi senti? Le tue vecchiette restano qui, con me!
Qualche giorno dopo, tornando a casa col tramonto sul viso e la borsa della spesa in mano, Anna scorse Giulio sotto il portone. Guardava su, verso le finestre, tutto pensieroso come se aspettasse un miracolo.
Lei lo vide, fece un cenno con la mano e entrò senza voltarsi:
No, Giulio, no! Io resto con le gatte! disse, sparendo sulle scale.
La porta dietro di lei sigillò per sempre la storia tra la brava ragazza e il fidanzato dal cuore di granito.
Le gatte vissero la loro vecchiaia in pace. Ogni loro passo, fusa e pelo che girava per casa ricordava ad Anna la sua mamma Concetta, linfanzia dolce e la giovinezza solare.
Perché famiglia non è solo sangue. Famiglia sono quelli che scegliamo di amare. È cura, è esserci davvero, senza offerte e richieste in cambio.
E lì dove cè amore sincero, non cè spazio per i tradimenti, solo fedeltà e comprensione.
Dove non si sporca, si vive meglio. Dove cè calore, lo senti davvero. Soprattutto quando, accanto a te, una calda centrale a fusa trasforma la casa in un nido felice.






