Diario di Lucia Bianchi
Lucia, hai letto bene la lista che ti ho dato? Ho scritto tutto, è chiaro, la voce di Elisabetta, mia suocera, aveva quel tono che usava con chi, secondo lei, non capisce al volo. Cè scritto: gelatina di tre tipi di carne. Di tre. Non di due, non di una. Di tre.
Elisabetta, sì che lho letta. Solo che volevo parlarne. Il compleanno è tra una settimana e pensavo…
Pensavi. Si è fermata su quella parola, lasciandola sospesa come un rimprovero. Tu pensavi, ma adesso ti dico io. Gelatina di tre tipi di carne, tortine rustiche coi funghi e con i carciofi, pesce in carpione, insalata russa e insalata capricciosa, poi quella con i bastoncini di granchio, uova ripiene, crespelle alla panna, anatra alle mele renette, rotolo di patate, sformato di ricotta, torta diplomatica e torta mimosa. Questo è il minimo, Lucia. Il minimo. Verranno quaranta persone.
Stringevo il telefono e fissavo fuori dalla finestra. Giù, la pioggerellina di novembre diventava nevischio umido; sentivo tutto il peso di quella conversazione inutile.
Ho capito, Elisabetta. Le posso richiamare più tardi, va bene?
Non aspettare troppo. Non cè molto tempo fino a sabato.
Ho appoggiato il telefono sul tavolo della cucina, sedendomi con un sospiro. Lelenco stava lì, scritto in un maiuscolo imperioso, tenuto fermo dalla saliera. Quattordici voci, e di fianco ogni piatto la specifica: Fatto in casa, non comprato, come laltra volta, ma meglio.
Come laltra volta. Era il compleanno di mia cognata Federica, cinque anni fa. Avevo iniziato a cucinare tre giorni prima. Non avevo praticamente dormito; le gambe si ribellavano, le mani piene di tagli e crepe per aver lavato pentole e coltelli senza sosta. Marco, mio marito, in quei giorni veniva a casa, mangiava qualcosa direttamente dal fornello e poi andava a guardare la televisione. Una volta solo chiese se mi servisse una mano. Risposi di no. Lui annuì e sparì. Senza cattiveria, solo così.
Alla festa, Elisabetta assaggiò la gelatina e mi chiamò vicino: Troppo sale, bisbigliò piatta, senza espressione. E basta. Gli altri lodavano, volevano il bis, qualcuno diceva che erano anni che non mangiava torte così buone. Lei scuoteva la testa: Da noi è tradizione, diceva. Il mio nome non lo ha mai pronunciato.
Ora, al tavolo di questa cucina in via dei Tigli, dove viviamo con Marco da diciannove anni, pensavo che tradizione per Elisabetta aveva un significato molto preciso: tradizione vuol dire che la nuora cucina. E pulisce. E ringrazia che la siederanno a tavola.
Il telefono vibrò. Era Federica.
Lucia, hai parlato con mamma? Dice che oggi sembravi strana.
Ero solo stanca, tutto qua.
Beh, tra una settimana cè la festa, bisognerebbe già fare la spesa. Mercoledì posso venire con te, ti aiuto con le buste. Pausa No, mercoledì ho estetista. Giovedì?
Federica, non ti preoccupare, faccio da sola.
Vedi tu. Solo mamma ci tiene che per lanatra tu usi le renette, non altri tipi di mele. La renetta fa la differenza, lo sai.
Lo so.
E la gelatina che sia bella trasparente. Laltra volta era un po torbida.
Chiusi gli occhi. Gelatina con tre carni, mele renette per lanatra, due torte, quaranta ospiti.
Va bene, Federica. Ho capito tutto.
Riposi il telefono in tasca e mi alzai. Bisognava pensare alla cena. Marco arrivava alle sette, affamato, e se non cera cena sarei stata fulminata da uno sguardo interrogativo e la fatidica domanda: Non hai preparato nulla oggi? Non era un rimprovero, solo il disorientamento genuino di chi aspetta il pullman che non arriva.
Aprii il frigo. Presi pollo, cipolla, carota. Via, pentola sul fuoco. Gesti antichi, automatici. Diciannove anni degli stessi gesti.
Avevo conosciuto Marco a ventisei anni. Allegro, chiacchierone, faceva ridere tutti. Al primo pranzo con i suoi, Elisabetta mi aveva detto: Lucia, sei proprio una brava ragazza. Presi la frase come un complimento. Solo dopo capii che brava per lei voleva dire che non contraddice.
Mi sposai a ventotto. Il primo anno fu anche bello. Poi nacque Andrea. Poi crebbe, partì per studiare fuori. Poi restò questa casa, questa cucina, questo elenco di ricette a quadretti.
Il brodo cominciò a bollire. Abbassai il fuoco e passai in camera. Volevo chiamare mamma, sentirne la voce. Ma il telefono stava già squillando.
Era lei.
Lucia la voce era bassa, ma in quel tono cera qualcosa che mi fece tremare. Puoi venire oggi?
Che è successo?
Papà non sta bene. Hanno chiamato lambulanza. Siamo in ospedale.
Stavo già infilando il cappotto quando mi venne in mente il brodo. Tornai indietro, spensi il fuoco. Mandai un messaggio a Marco: Papà in ospedale, sto andando dai miei, cena pronta sul fornello. Presi la borsa e uscii.
Fuori era umido e buio. Presi un taxi e guardai tutto il tempo la pioggia scorrere sul finestrino. Papà. Luigi. Settantadue anni, il cuore mai una lamentela. Diceva sempre: Starò in piedi più di tutti voi. Lo credevo sul serio, e volevo che fosse vero.
Lospedale aveva lodore di disinfettante e corridoi bianchi lunghissimi. Mamma era nellatrio, piccola, col cappotto ancora indosso, la borsetta stretta forte sul petto.
Mamma.
Si voltò. Aveva gli occhi asciutti, ma uno sguardo che mi tolse il respiro.
La pressione è altissima. Qualcosa alla testa, dicono. È crollato in corridoio. Sono uscita dalla cucina e lho trovato lì.
Come sta ora?
Lo stanno visitando. Il medico ha detto di aspettare.
Ci sedemmo sulle sedie di plastica. Mamma mi teneva la mano; mi venne in mente da quanto non andavo da loro. Tre settimane? Troppo presa da spese, cucina, le richieste di Elisabetta sul menù.
Dopo unora e mezza venne fuori un medico giovane, occhiali e faccia stanca.
È stabile ora, ci disse. Ma sospettiamo unischemia cerebrale. Servono altri esami e almeno una settimana di ricovero.
Si riprenderà? chiese mamma.
È presto per dirlo.
Riportai mamma a casa, le preparai il tè, restai con lei finché non si addormentò in poltrona. Poi rimasi sola in quella cucina silenziosa, la pace di casa mia, delle piante di geranio che mamma cura da sempre, della foto con papà che mi tiene la mano quando ero piccola.
Rientrai dopo mezzanotte.
Marco era sveglio, col telefono in mano. Lo posò appena mi vide.
Come sta?
Malissimo. Pensano sia ischemia.
Cavolo, disse. Poi dopo un attimo: Hai mangiato?
No.
Ho scaldato il pollo, serviti.
Mangiai in piedi, stanca. Poi andai a letto. Non avevo sonno, fissavo il soffitto e pensavo al volto di papà, alle mani di mamma, al profumo di quella cucina.
La mattina seguente chiamò Elisabetta.
Lucia, mi hanno detto che ieri sei uscita. Marco ha detto che tuo padre… Comunque, sei consapevole che mancano sei giorni?
Elisabetta, papà è in ospedale.
Lospedale è vicino, no? Non sei mica tu la malata. Quando pensi di iniziare a cucinare?
Mi venne unimprovvisa lucidità, come acqua che smette di scorrere e si fa lago.
Non lo so, per ora.
Come sarebbe? La sua voce tradiva un incredulo sgomento. Lucia, questo è il mio settantesimo! Succede una volta sola nella vita, capisci?
Capisco. Anche papà è uno solo.
Silenzio.
Bene, disse infine, vedrai che farai in tempo. Non devi mica stare sempre in ospedale. Lo visiti e sei libera.
Non risposi. Salutai e misi giù.
Marco stava prendendo il caffè.
Tua mamma?
Sì.
E quindi?
Chiedeva dei preparativi.
Lui annuì senza guardarmi, già di nuovo sul telefono.
Marco, gli dissi, e se in ospedale ci fosse tua mamma?
Alzò lo sguardo.
Che centra?
Non centra niente. Solo una domanda.
È diverso.
Perché?
Perché sarebbe mia mamma, rispose, come se fosse ovvio.
Mi vestii e andai in ospedale.
Papà era in una camera da quattro. Quando arrivai, dormiva e mi si strinse il cuore. Linfermiera disse che era solo un pisolino. Mi sedetti accanto, guardando le mani grandi, segnate dalla vita, con cui da piccola mi intagliava uccellini di legno. Queste mani un giorno mi avevano afferrata al volo mentre cadevo dalla bici.
Aprì gli occhi e mi sorrise, incerto.
Sei venuta, sussurrò.
Certo. Come ti senti?
Così così. Un po di testa. Sciocchezze.
Non sono sciocchezze, papà.
Vedremo
Rimasi due ore, poi avvisai mamma: era sveglio e parlava. Mamma rispose: Menomale, commossa.
Tornai in bus, fuori la città annebbiata nei vetri. Pensavo che davvero questo era importante adesso: papà in ospedale, mamma da sola. Non la lista di Elisabetta o la gelatina trasparente. Solo questo contava. Ma come avevo fatto per anni a non rendermene conto? O forse lavevo intuito, ma mai ammesso del tutto?
La sera Marco tornò allegro, pane fresco e storie di lavoro. Ascoltavo in silenzio. Poi gli dissi:
Marco, io non cucinerò per il compleanno.
Si fermò di colpo.
In che senso?
Nel senso che non lo farò. Papà è in ospedale, mamma ha bisogno del mio aiuto. Non posso stare tre giorni ai fornelli.
Lucia, e quando mi chiamava così era segno che si stava irritando, sono quaranta invitati, mamma ci tiene È il suo compleanno.
Marco, mio papà ha avuto unischemia.
Lo capisco. È grave. Ma in ospedale ci sono i medici. Non è che devi stare lì tutto il giorno.
Non importa. Non posso preparare dodici piatti per quaranta persone con papà in ospedale.
Fece avanti e indietro per la cucina.
Mamma non può disdire: tutti sono invitati, Federica ha già avvertito
Che ordinino da mangiare.
Ordinare? Lo sai che mamma lo vuole fatto in casa.
Lo so, Marco. Benissimo.
Mi fissò, stranito come davanti a qualcosa che non capiva più.
Lucia, pensaci bene È una volta nella vita, tuo padre è in ospedale, va bene, ma tu puoi cucinare comunque?
No.
No?
No, Marco.
Sparì in camera. Pochi minuti, chiamò Federica.
Lucia, che succede? Marco dice che rifiuti di cucinare! Ma lo sai quanti siamo?
So tutto.
È il settantesimo di mamma! Deve pure significare qualcosa!
Certo. Ma anche papà è importante. Sta male, ora.
Ma la festa non si può spostare!
Federica, la interruppi, ordinate. O cucinate voi. Vi passo le ricette.
Silenzio. Poi:
Noi non sappiamo cucinare così.
Imparerete.
Spensi. Ero sorpresa dal fatto che la mano non tremava. Mi aspettavo paura, rimorsi. Invece, solo calma.
Il giorno dopo di nuovo in ospedale. Papà meglio. Seduto, mangiava pappine e sbuffava. Gli portai il brodo della mamma in termos. Ecco, questo sì che è brodo, disse lui.
Di sera, in cucina dai miei, io e mamma prendemmo il tè, tra odore di pane e menta secca. Il suo odore, da sempre il mio.
Come stai, Lucia?
Tengo botta.
E Marco?
Niente, la suocera ha il compleanno sabato.
E tu vai?
Forse sì, ma non cucino.
Mamma tacque. Poi, premurosa:
Lucia, tu sei felice lì?
Alzai lo sguardo.
Cosa intendi?
Ti vedo sempre stanca, sempre di corsa, mai rilassata. Anche adesso guardi il telefono già due volte.
È abitudine.
Capisco, e mi versò altro tè, senza aggiungere parole.
Il mercoledì mi chiamò Elisabetta. Stavolta la voce era diversa, bassa, tremante.
Lucia, vorrei parlarti da adulte.
Sì.
So che tuo padre non sta bene. Mi dispiace sul serio. Ma capisci che ho aspettato questo giorno per ventanni? Ho settantanni, Lucia. Non ne avrò altri settantesimi.
Non parlai.
Non ti chiedo di abbandonare tuo padre. Ti chiedo solo quello che sai fare: cucini meglio di tutti noi e tu lo sai. Questo è il tuo contributo alla famiglia. O no?
Elisabetta, dissi piano, questa settimana ho capito che il mio contributo non sono torte, né piatti di carne. Mio padre è in ospedale e voglio stargli vicino.
E allora stai con lui. Ma puoi cucinare la sera! Non ti chiedo limpossibile.
Per me sarebbe impossibile, Elisabetta. Non posso fingere che vada tutto bene quando non è così.
Un lungo silenzio.
Sei sempre stata un po difficile, chiuse lei. Senza acrimonia, come se narrasse il meteo.
Forse sì.
Marco è molto contrariato.
Lo so.
Dice che sei cambiata.
Può essere.
Chiuse la chiamata. Le mie mani erano ferme.
Giovedì mattina preparai una borsa. Qualche cambio, il caricatore del telefono, il beauty case. Il passaporto. Non riflettei nemmeno troppo, feci e basta. Mandai un messaggio ad Andrea: “Nonno sta meglio, resto qualche giorno da loro. Tutto ok.” Rispose subito: “Mamma ti chiamo stasera. Sei sicura di star bene?” Gli scrissi, Sicurissima. Un bacio.
Quando Marco uscì per andare al lavoro, lasciai un biglietto in cucina: Resto dai miei. Chiamo.
Rimasi ancora qualche secondo alla porta di quella cucina. Diciannove anni. Questo tavolo, questo fornello, lodore di una casa che non è mai stata veramente mia.
Uscita, respirai il freddo e la mattina limpida, il cielo dautunno tra il blu e il grigio. Pensavo: diciannove anni sono una vita. Metà della mia. Eppure, per metà della vita mi sono data solo ciò che mi concedevano, niente di più.
Dai miei, odore di menta e luce calda. Mamma aprì, vide la borsa e non chiese nulla. Mi fece passare. Poi mi abbracciò, breve ma forte. Restai così e sentii che qualcosa dentro di me si stava finalmente allargando.
Resti qualche giorno? chiese lei.
Sì. Se posso.
Ma che domanda. Questa è casa tua.
Rimasi quattro giorni. Ogni mattina io e mamma in ospedale. Papà sempre meglio: più vigile, seccato dalle flebo, pronto già a lamentarsi della mensa. Il medico era cauto: con tempo e riabilitazione ce la farà.
Dormivo tanto, come non succedeva da una vita, senza sveglia. Mangiavo i piatti semplici di mamma: pasta e burro, minestra di verdure, torta di mele renette di settembre. Una torta semplice, familiare, e mentre ne sentivo il profumo mi vennero le lacrime.
Che succede? chiese mamma.
Niente. È buona.
Lei solo annuì, lasciandomi in pace.
Marco chiamò la prima volta venerdì sera, nervoso.
Torni?
Non lo so.
Lucia, domani è la festa. Qui è il panico; Federica cucina, brucia tutto.
Di di ordinare. Lho già detto.
Mamma è ferita.
Mi dispiace, ma io sono qui.
Pausa.
Sei cambiata, disse lui.
Forse. Ma va bene così.
Sabato, al compleanno non andai.
La mattina portammo il brodo e una brioche fatta in casa a papà. Mangió e disse che presto avrebbe cucinato lui, visto che mamma sera scordata come si fa. Mamma rise, e il loro battibecco mi diede un senso di calore due persone che si conoscono e che stanno bene insieme. Avevano settantanni e sapevano ancora farlo.
Di sera sedevo nella poltrona con un libro, mamma cuciva accanto a me, fuori iniziava a nevicare sul serio. Il telefono vibrò. Federica: Un disastro, nessuno ha mangiato, che vergogna. Elisabetta nulla. Marco: Allora?
Posai il telefono e mi immersi nel libro.
Con Marco ci parlammo qualche giorno dopo, quando rientrai solo per prendere alcune cose. Papà era fuori pericolo, mamma si gestiva.
Marco mi aspettava in cucina. Qualcosa in lui era cambiato.
Parliamo? chiese.
Sì.
Fu la prima volta, dopo tanto, che parlammo davvero. Gli dissi che ero stanca di essere solo funzionale, di essere comoda per tutti ma non per me stessa. Che per diciannove anni avevo dato, e che adesso mi era diventato insopportabile. Marco ascoltava, ogni tanto giustificava: non aveva voluto farmi sentire così, la mamma era la mamma, non pensava
Vuoi divorziare? chiese col tono piano di chi affronta la verità.
Voglio solo vivere diversamente. Il nome ancora non ce lha.
Annuì. Si versò da bere.
Chiamo Andrea.
Va bene.
Andrea arrivò due settimane dopo, in silenzio, con una borsa pesante e la sua aria da adesso parliamo seriamente.
Mamma, tutto ok?
Sì, tesoro, davvero.
Papà mi ha detto che che è tutto molto complicato.
È solo tutto onesto, corressi.
Restò tre giorni. Dapprima nervoso con me, poi con il padre, alla fine si rilassò. Quando partì, mi abbracciò forte.
Non ti vedevo così rilassata da secoli.
Si nota?
Molto.
Il divorzio fu civile. Marco restò in via dei Tigli, io andai dai miei, in attesa di sistemarmi. Mamma non parlò mai troppo. Solo mi preparò il letto, mise la biancheria fresca e sulla mensola la figura di un uccellino di legno che papà mi aveva intagliato da bambina. Lo trovai il primo giorno. Lo presi in mano: leggero, liscio, segnato di tacche.
Papà uscì dallospedale a dicembre, camminando lento ma da solo, con il bastone. Sulla soglia guardò me e mamma:
Eccoci, tutti a casa.
Capodanno fu in quattro: io, mamma, papà e Andrea venuto a posta. Addobbammo lalbero, guardammo vecchi film, mangiammo insalata russa e torta rustica di verdure. Una cosa semplice, preparata con mamma, fianco a fianco sulla spianatoia infarinata. Cucina per le persone, non per la lista, non per convenzione. Ma per chi si vuole bene.
A febbraio trovai un bilocale in affitto, quinto piano affacciato su un cortile con due betulle. Piccolo, quasi vuoto, profumo di pittura fresca e nuovi inizi. Entrai con due scatoloni, mi fermai a guardare dalla finestra. Le betulle erano nude, ma belle.
Federica mi chiamò una volta, a marzo. Voce dolente, ma meno astiosa.
Lucia, come va Noi qui, mamma insomma, non lo direbbe mai ma lo sai
Sì.
Vorresti venire ogni tanto, almeno per le feste? Siamo un po persi.
Sorrisi, anche se lei non poteva vedermi.
Vedrò, risposi. Se capita.
Almeno la gelatina la sai fare tu. Noi proviamo, ma viene sempre torbida!
Federica, ti mando la ricetta. Il segreto è filtrare il brodo due volte con la garza. Prova, vedrai.
Davvero?
Davvero. È solo fatica tua.
Le mandai la ricetta. Mi rispose con una faccina sorpresa e non la sentii più.
Papà migliorava lentamente. In primavera camminava senza bastone, pronto a discutere con i medici che lo voleva in campagna. Alla fine, con larrivo di maggio, lo portai alla cascina. Aprimmo casa, accendemmo il fuoco. Sul portico, col tè nelle vecchie tazze bordate dazzurro, guardammo il glicine in fiore.
Papà, ti ricordi gli uccellini che mi hai fatto?
Sì, li perdevi sempre.
Uno lho tenuto.
Lo so. Mamma mi ha detto. Fece una pausa. Sei stata coraggiosa, Lucia.
Perché?
Così, perché la vita è lunga e va vissuta dove importa davvero.
Annuii. Un profumo dolce, la voce di un cuculo lontano, la pace.
In primavera trovai lavoro. Tornai a fare la contabile, stavolta in un piccolo studio tranquillo. Allinizio tornare a una routine tutta mia fu strano. Poi mi abituai: per la prima volta da anni avevo una giornata davvero mia.
Ogni tanto, la domenica, andavo da mamma e papà. Si cucinava insieme, senza lunghi elenchi, senza stress: una torta, quello che cera. Papà sedeva con noi, dava consigli non richiesti, mamma lo zittiva fra due sorrisi. Luccellino di legno continuava a vegliare sul comodino.
Un giorno destate Andrea chiamò:
Mamma, come va?
Bene, Andrea, davvero bene.
Sono contento, davvero. Sei diversa.
Diversa?
In meglio.
Risi.
E tu?
Tutto bene. Con i colleghi pensiamo a ferragosto, ma vengo ad agosto qualche giorno. Va bene?
Guardavo le betulle piene, il verde fitto nel cortile.
Vieni, dissi. Ti preparo il minestrone.
Quello tradizionale?
Quello di mamma.
Il migliore del mondo, rispose lui. Promesso.




