La nonna aveva una nostalgia che si poteva toccare
Lautobus si allontanava, come un fiume pigro che scivola tra le dolci colline lontane dal borgo centrale. Ormai, lasfalto era finito almeno tre curve fa, e quel paese scolorito che prima sembrava immobile adesso si accendeva nella memoria, come la fioca lanterna di una civiltà sognata.
Ma quindi… è quella nonna famosa per i cetrioli? domandò Agnese, serrando le labbra in una smorfia per tenere lontano il sonno. Filomena… come si chiamava di cognome?
Filomena Martellini, sì rispose Paolo, annuendo piano. La nostra infanzia profumava di quei cetrioli. Ogni Capodanno ah! sobbalzò allimprovviso su una buca mentre lautobus arrancava senza vergogna ogni Capodanno, una coppa di cetriolini sottolio troneggiava al centro del tavolo, come fosse il più nobile dei piatti.
Si perse poi a stuzzicare con lindice la fodera consumata del sedile.
Certo, la nonna mandava anche altro: zucchine, zucche, ogni tanto…
Sedevano uno davanti allaltra, sulle sedute stanche e cigolanti. Tutto il viaggio era una scossa di vibrazioni, mentre laria era un velo di benzina ed estate esausta. Fuori, campi falciati a metà, viali di pioppi gialli, e mucche disilluse che masticavano lerba scura. Un eterno autunno di Fattori o Segantini, sfocato da finestrini sporchi e sputacchiati.
Unaltra buca fece balzare i due in aria, strappando a Paolo un Ahi!. Sembrava che lautista non avesse più nulla da perdere.
Eh! fece Agnese, sospirando. Con strade così, mi sorprende che lautobus cammini ancora.
Hai ragione. Scusami Il giovane le accarezzò la mano, come se si portasse una colpa antica. Ricordavo mezzi più dignitosi, in questi paesi.
Oh, non ti preoccupare… abbozzò un sorriso di rassegnazione. Non mi aspettavo troppa comodità.
Attraversarono un ponte. Paolo osservava dal vetro incrinato il fiume che svaniva nella nebbia dei ricordi. Ma la mente correva tra anfratti di sogni: il nonno che pesca, la nonna che racconta storie di folletti e fate della campagna, amici di erbe e misteriosi decotti.
Proprio qui, io e il nonno buttavamo la lenza, sempre in quel fiume.
Agnese scrutava Paolo, cercando di interpretare quel volto tirato dalla nostalgia.
Ma tu hai detto che andiamo dalla nonna. Che vuoi invitarla a vivere in città. E il nonno… non cè più? chiese con tatto, posando la mano sulle sue.
Già, rispose lui, fissando il soffitto O meglio… sparì. Niente corpo, niente canna da pesca. Sospirò, continuando a guardare in alto. Diceva la polizia che… deglutì è annegato a pesca. Nessuno ci credeva… Io e lui sapevamo nuotare, pescavamo sempre insieme.
Agnese inspirò piano, come se temesse di soffiare via qualcosa di importante.
Da quanto non tornavi qui?
Proprio da allora. Al funerale.
Lei rimase in silenzio, aperta e poi chiusa la bocca, occhi persi fuori. Fu Paolo a riprendere:
Dai quattordici anni, i miei smisero di mandarmi qui. Se vuoi, vai da solo, dissero. Da allora, solo una volta. E avrei voluto, lo giuro fu interrotto da una buca alla partenza dissi che sarei tornato, lanno prossimo di sicuro!. Ma poi… sempre qualcosa, una scusa, non ci sono venuto quellestate. Però chiamavo, e loro ridevano: Divertiti, sei giovane, va bene così.
Guardava nel vuoto, tra i cespugli doro dietro il vetro.
Lanno dopo cera la maturità continuò piano Poi gli esami, luniversità… tutta lestate in ansia: ci riuscirò? …Alla fine non venni neanche quellanno. So che promisi e non mantenni, e poi… Poi il nonno è sparito. Allora sì che siamo accorsi tutti. Addii, messe, pranzi funebri. E io giurai a me stesso: Ora che la nonna è sola, verrò ogni anno. E ci ho creduto! Davvero! Ma…
Agnese si sedette accanto a lui, avvolgendolo in un abbraccio silenzioso.
Non è colpa tua, mormorò con la fronte sulla sua spalla.
***
La nonna, con i capelli grigi da regina senza corte, li fece subito sedere a tavola. Semplicissima, quella tavola: sempre lei, di legno sbiadito, con le cicatrici degli anni passati, liscia e consunta dal lato dove la nonna si sedeva ogni giorno. Allaltro angolo, un cesto di mele giallo-verdi faceva profumo dautunno.
Filomena Martellini posò davanti a loro patate arrosto ai porcini, versò orzata nei bicchieri, e ovviamente dal frigo tirò fuori il barattolo entusiasta di cetriolini sotto aceto. I gesti, certi ma lenti, come se ogni movimento rischiasse di spezzare qualcosa dinvisibile.
Agnese, per non farsi vedere commossa, addentò decisa un cetriolo.
Mmm occhi quasi chiusi. Quelli di sempre.
Sì! Paolo rispose subito con lo stesso entusiasmo di un bambino.
Già li conoscevi, tesoro mio?
Sì, signora Filomena, Paolo me li ha fatti assaggiare. Allora e ora, una delizia!
Mangia, mangia, bella mia. E tu pure, Paolino, la nonna finalmente sedette, poggiando la guancia sulla mano, a guardarli con occhi limpidi.
Per un po, solo il suono delle mascelle e le rondini alla finestra. Infine Paolo, ingoiando quasi tutto insieme, prese fiato:
Nonna, scusa se non sono venuto prima. Io solo…
Ma va, non fa niente scacciò via il pensiero con la mano. Importa che sei qui ora. E con fidanzata, pure Sorrise calda ad Agnese, che cercò di sorriderle altrettanto dolcemente. Felicissima che siate venuti. Mi darete una mano a bagnare i cetrioli… Metterete un po di concime… Ora ci vedremo spesso.
Paolo incrociò lo sguardo con Agnese, ma non aggiunse nulla.
Dormite qua stanotte?
Nonna, non si può Paolo arrossì leggermente. Abbiamo… il cane, Biscotto. Dobbiamo dargli da mangiare e portarlo fuori.
Paolo cercò i suoi occhi, ma lei sospirò, girando la testa.
Sempre di corsa voi, quelli di città, borbottò. Sempre impegnati. Mai un attimo di pace.
Si alzò e cominciò a trafficare intorno al vecchio fornello a gas. Paolo guardava la nonna, poi Agnese, inquieto.
Adesso vi preparo un po di tisana… buona, con le erbe…
Torniamo la prossima settimana, promesso! tentò Agnese, con voce tenera.
Questa calma comunque vi fa bene la nonna pareva non ascoltare. Tisane che fanno riposare… agitati come voi con questo correre moderno…
Girandosi, portò due tazze fumanti. Paolo si arrovellava: si era forse offesa? Ma nel suo viso restavano il miele, la cura.
Assaggiarono. Un sapore insolito, vellutato, senza tracce di menta.
Buona davvero sorseggiò Paolo Che cè dentro?
La nonna rispose grattandosi la testa davanti al barattolo delle erbe.
Non ricordo lanno scorso lho raccolta apposta… timo, foglie di fragola… bucce di mela, forse… Voi bevete. Fa bene, e basta.
Ancora un sorso.
Nonna, davvero non vuoi venire a vivere in città?
E lasciare i miei cetrioli?! esclamò inaspettatamente forte, poi la voce si fece di nuovo tenera E il mio orticello? Sono abituata qui, con le piante, con i meli. I cetrioli senza di me non resistono… Che dovrei fare in città?
Ma pure in città puoi coltivare qualcosa, sul balcone! intervenne Agnese. Anche solo dei fiori e con il nostro Biscotto a spasso, ancora meglio
Portate Biscotto qua! Anche lui si divertirebbe Filomena scosse la testa. No, no: sto bene qui. Bevete la tisana, su. Mica lho fatta ad acqua
Tra un sorso e laltro provarono a insistere, ma la nonna era irremovibile. Alla fine, con le tazze vuote, Paolo sospirò, una ruga in più in fronte:
Va be, tanto… Che vuoi fare, nonna? Ti aiutiamo almeno? Laviamo i piatti?
I piatti? Ah no, no, ci penso io si mise in piedi, portando le stoviglie al lavello scrostato. Siete venuti a trovarmi, vi ringrazio. Già mi sento meglio. Io me la cavo qui. Piuttosto, annaffiate i miei cetrioli.
Paolo si accorse, stupito, che i suoi gesti diventavano sempre più sicuri, quasi decisi.
Guarda, si muove meglio sussurrò incredula Agnese, Forse ce la facciamo. Son quasi le quattro… Dobbiamo solo sbrigarci, il ritorno parte alle cinque e qualcosa. Signora Filomena, dove si prende lacqua e il concime?
Venite, ve lo mostro e già Filomena, strofinando le mani nel grembiule, si dirigeva verso la porta. Prima annaffiate, poi concimate. Se fate in tempo.
***
Con due annaffiatoi pieni, Paolo entrò nella serra e restò in bilico sul gradino, annusando e osservando. Agnese lo rincorse, avvolgendo le braccia attorno alla sua schiena. Un calore denso e il profumo della terra li accolsero.
Le pareti di vetro erano quasi trasparenti allaltezza degli occhi, e si scorgevano la casa e i rami dei meli oltre. Ma più in basso, muschi verdi e alghe macchiavano tutto di scuro.
Il vialetto girava a sinistra, dopo pochi passi; le aiuole lo abbracciavano da entrambi i lati con bordi di legno basso. Tuttintorno, serpentine di viticci di cetriolo: sul pavimento, sulle sbarre di sostegno, contro i muri, perfino sopra ai cardini della porta. Le piante, piegate dal peso dei frutti: da minuscole bacche verdi con fiori gialli a cetrioli maturi, pronti per linsalata.
Paolo osservò la serra come si osserva una nave antica, annuendo rispettosamente. Lasciò uno degli annaffiatoi e cominciò a bagnare le piante più vicine.
Sembra che questi cetrioli vivano qui da anni, non mesi… sussurrò Agnese.
Già confermò Paolo. Chiudi la porta, amore, che esce il caldo.
Lei la chiuse con cura e mise la stanghetta.
Blocco?
Paolo scosse la testa.
No, lascia pure.
Si inoltrò nellangolo, seguendo il camminamento. Là, tutto sembrava uguale, più selvaggio. Sul fondo, dietro al velluto dei cetrioli, una vanga, due zappe, un secchio e altri attrezzi, appena intuibili.
Il primo annaffiatoio era già vuoto, Agnese gli passò il secondo. Più andavano avanti, più le aiuole sembravano indemoniate, come se la nonna entrasse raramente laggiù. Arrivati alla fine della serra, tornarono indietro, le braccia vuote di acqua e gli occhi pieni di spaesamento.
Questa porta è la stessa? Paolo esclamò titubante.
Dovrebbe balbettò Agnese.
La porta era ormai avviluppata dai viticci, su e giù: soglia, stipiti, maniglia, persino il chiavistello occultati da fili verdi e teneri. Nessuna traccia che lì avessero messo piede mezzora prima.
Paolo posò gli annaffiatoi e spinse. Nulla.
Non sembra. Forse ci sono due porte bofonchiò, senza crederci davvero. Il posto era uguale, ma tutto stranamente sbagliato. Torniamo indietro, controlliamo.
Proviamo acconsentì Agnese.
Passi sghembi, tornarono allaltra estremità. Ora pure lui era quasi certo fosse la stessa porta, eppure sembrava unaltra ancora. Provò a spingere la porta con forza, ma niente: era come incollata.
Ma che succede! sbottò, quasi gettando lannaffiatoio. Così perdiamo lautobus guardò lorologio e sobbalzò Ma… Siamo già in ritardo…
Impossibile! Agnese sbirciò l’orologio.
Sono già le cinque passate, lautobus parte tra otto minuti… mugugnò Paolo.
Agnese gli strinse la spalla, consigliandolo con uno sguardo a non disperarsi.
Non preoccuparti. Restiamo da Filomena, lo aveva detto. Basta avvisare la mamma per la passeggiata con Biscotto.
Ma come facciamo a perderci in una serra? È assurdo! Quattro muri e basta! Possibile?
Non può essere. scosse la testa. Forse la porta sè semplicemente incastrata.
Paolo ci provò col corpo, più volte, nulla.
Il chiavistello? azzardò Agnese.
Era tutto come lasciato. Esaminò la porta: i viticci ovunque, tra stipiti, intorno alla maniglia, persino i capolini delle foglie sembravano muoversi, ma niente da impedire davvero il passaggio.
Accidenti si sentì alle spalle.
Paolo si voltò. Agnese curva, combatteva con le sue scarpe.
Che cè?
Sono rimasta intrappolata in questi viticci.
Si chinò: non erano i lacci, ma una miriade di gambi che bloccavano la scarpa. Provò a strapparli, ma erano durissimi. Cercò di districarli, mentre Agnese si reggeva alle sue spalle per non cadere.
Chiamiamo Filomena? propose Agnese.
A che serve. La vecchina apre la porta magica? Slega i nodi?
Lei strinse le spalle, lui soffocò tra i rami. Invitò lei a cercare una zappa serviva tagliare, non sciogliere.
Sì, perdonami le baciò la fronte. Non sei tu la colpevole. Sono… la porta, lautobus Adesso cerco.
Ripercorse il vialetto, occhi attenti nellaria ormai fioca. Dietro langolo, niente strumenti. Un ammonimento gli tagliò lo stomaco; tornò da Agnese ansioso.
Stava quasi per arrendersi quando nella penombra, accanto al muro, scorse una canna da pesca. Si fermò spaesato.
Allimprovviso, un grido secco. Corse verso Agnese: lei era a terra, si sfregava la nuca gemendo.
Maledetti viticci Sono caduta e ho battuto la testa.
Tesoro le accarezzò la nuca Un po di ghiaccio servirebbe.
Non importa, la terra è abbastanza fredda tentò di sorridere, e lui con lei. Hai trovato la zappa?
No, solo una canna da pesca… come…
Quella non serve a noi! Lo interruppe lei.
Ma… quando io e il nonno…
Dovevi cercare gli attrezzi! si innervosì Agnese.
Sì, scusa… scosse la testa. Vado ancora? Ce la fai così?
No, meglio rialzarmi, qui fa freddo.
Lui la prese per le mani per sollevarla.
Ai, ai!
Che succede?
La lasciò giù, lei si toccava la coscia.
Accidenti mi sembra dessere legata.
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Paolo sollevò il capo ed emise un lamento lungo, quasi soffocato. Si inginocchiò, osservando la coscia che Agnese indicava. Non ci volle un sogno per vedere: due viticci la stringevano, e le punte si muovevano in modo visibile.
Caspita Non pensavo fosse possibile.
Che succede?
Lo stesso di prima ringhiò Paolo, provando a strappare i viticci, ma nulla. Si chinò alla gamba, provando coi denti.
Ma dai! Agnese protestò.
Devo morderli per spezzarli! Paolo digrignò i denti, urlò Evviva!
Il pezzo di viticcio si staccò: sorrise ampiamente, porgendolo ad Agnese.
Ecco il trofeo!
Anche lei sorrise, ammirando la foglia strappata. E intanto Paolo ripeté altri tre morsi: Tadaa! Oh, no
Un altro viticcio già avvolgeva laltra gamba.
Così non va disse lei seria Serve qualcosa di affilato. Vai a cercare gli attrezzi, li avevo proprio visti.
Ma io come ti lascio qui sola?
Cerca quei maledetti strumenti! gridò, spingendolo via. Lui cadde sulla terra. Resto io qui, due minuti si può stare!
I rami continuavano a salire sulla sua gamba, altri ondulavano come vermi pigri. Paolo le lanciò uno sguardo implorante.
Vai. Non posso fuggire rispose, quasi dolce.
Si trattenne un attimo sulla sua mano e si alzò. Dimprovviso nella serra calò la notte.
Che succede? vide il tetto scurirsi.
Sarà nuvoloso? Che ora è?
Paolo guardò lorologio, ma le lancette sparivano nel buio. Toccò il telefono.
Che giornata demenziale! Schermo spento!
Scaraventò il telefono, incollando il polso agli occhi.
Nove e quindici… nove e sedici… nove e diciassette! Ma è un incubo… tutto gira in fretta!
Si morse con forza. Dolore vero, tracce di denti nel buio. Ma nulla mutava, la lancetta dei minuti correva come quella dei secondi.
È tutta follia! Un sogno forse… Usciremo, ce la faremo! Cerca gli strumenti! Agnese quasi strillò, palpitante.
Sì, sì.
Si mosse a tastoni tra i filari, passi cauti. Seguiva le aiuole, cercando nel nero attrezzi dimenticati. Giunti a metà percorso, rallentò ancora, occhi ficcati tra buio e foglie.
Dallaltra parte, un respiro rauco e disperato:
Toh! Presto! Ugh! la voce di Agnese caotica, mescolata a colpi di tosse.
Paolo vide finalmente gli attrezzi, li prese. Aveva una vanga, correva senza pensare, voltò langolo: Agnese era a terra, la mano al collo, rantolava, scalciava. Lui si tuffò, la vanga in pugno.
Mancavano due passi, poi il piede venne stretto dai viticci. Cadde con la faccia nella terra, la vanga volteggiò nel buio. Agnese ansimava, si strappava le piante dalla faccia. Paolo la vedeva, a un metro, incapace di allungare la mano. Scalciava coi piedi, ma niente. I viticci salivano su di lui, sentiva l’abbraccio, talmente stretto da far male.
Agnese!
Lei tirava una mano attorno al collo, laltra graffiava sulle guance, tra i gambi che le soffocavano naso e bocca, gli occhi ormai persi. Un altro spasmo la travolse, finché la gamba calciò, lultimo colpo lieve, la testa girò su un fianco, una mano sul volto, laltra nei viticci.
Agneseee!
Paolo si protese con tutte le forze, riuscendo appena a toccarle la fronte. Si accartocciò di dolore, cercando di liberarsi la gamba. Nulla da fare. Si appoggiò con le mani al terreno, sollevandosi, scuotendo la gamba con tutta la rabbia che aveva dentro. Ma nulla, i viticci stringevano più di prima.
No, no, no!
Scoppiò a singhiozzare, pestando con il piede libero le piante intorno. Invano: i viticci salivano, salivano, dolorosi.
Neoooooo! urlò, tentando un balzo: ma il piede rimase ancorato, e cadde di peso, schiacciando una pianta. La testa e le spalle forarono il vetro della serra.
Restò sdraiato a faccia in su, occhi nellazzurro quasi allalba. Schiena bruciante dove si era infilzato nel vetro. Il sole color ruggine già salzava. Cinciallegre e passeri schizzavano sopra di lui, impazziti tra i rami, nel giardino.
Dal casale, la nonna sfrecciò varie volte nellorto, le sue gambe e il bastone tanto veloci da diventare macchie. Il sole scaldava le chiome giallo-verdi dei meli.
Si fermò su di lui, lo guardò con dolcezza e lo baciò in fronte.
Ecco, adesso va bene, figli miei. Ecco qua. Non dovete più tornare in città. State con me, per sempre.
Si rialzò, si pulì il grembiule, e già filava via, gambe e bastone come il vento. Il sole scalava il cielo. Paolo sentiva salire i viticci sul suo viso, pronta la carezza che manca a chi non torna mai.





