Scalda tu stesso: il piacere di preparare da solo la tua pietanza preferita

Scaldatelo tu

Rosa Sannino mise la pentola di minestrone caldo sul tavolo e guardò suo marito. Giorgio Nicolini era già seduto, con il telefono in mano, senza nemmeno voltarsi al rumore dei passi.

Non cè il cucchiaio, disse lui senza alzare gli occhi.

Sono lì, nel portaposate, come sempre.

Lo vedo. Passami uno.

Rosa prese un cucchiaio e lo posò accanto al suo piatto. Giorgio non disse grazie; non lo diceva mai. Dopo trentun anni, ormai, Rosa non se lo aspettava più. Ma quella sera, qualcosa dentro di lei si fece sentire in modo diverso. Non la solita pesantezza diffusa, ma una fitta breve e tagliente. Come se un pezzetto di ghiaccio le fosse finito in cuore, cominciando a sciogliersi piano.

È freddo, disse Giorgio dopo aver posato il telefono.

È appena tolto dai fornelli.

Dico che è freddo. O vuoi contraddirmi pure su questo?

Rosa non rispose. Si avvicinò alla finestra. Dallaltra parte del vetro, la pioggia cadeva fitta, rumorosa, tipicamente milanese a fine dicembre. Il trentuno, pensava sempre, la pioggia scendeva diversa dagli altri giorni: più ricca e silenziosa, quasi che anche laria sapesse che qualcosa doveva finire e qualcosaltro, forse, iniziare.

Scaldamelo, arrivò la voce dietro le spalle.

Si voltò. Giorgio aveva di nuovo gli occhi sul telefono.

Puoi metterlo tu nel microonde.

Pausa. Una lunga pausa, in cui Rosa sentì il ticchettio dellorologio nel corridoio, le stoviglie che battevano in casa dei vicini, una porta di sotto che sbatteva col vento.

Cosa hai detto?

Ho detto che puoi scaldartelo tu. Tasto start, due minuti. Dovresti farcela.

Giorgio la fissò come si guarda qualcuno che ha appena detto qualcosa di assurdo, inverosimile, quasi offensivo.

Rosa…

Sì?

Tutto bene?

Perfettamente.

La guardò ancora a lungo, con lo sguardo severo di un padrone di casa che controlla che tutto sia in ordine.

Dai, scaldami il minestrone.

Rosa rimase alla finestra ancora un secondo. Poi si voltò, tornò ai fornelli e riaccese il gas sotto la pentola. Trentun anni di abitudini erano più forti di una fitta al cuore, lo capiva. Ma il ghiaccio dentro continuava comunque a sciogliersi.

Laveva conosciuto a ventidue anni. Lavorava allufficio amministrativo di una piccola fabbrica, lui era il capo officina: alto, sicuro, col tipo di sorriso che sembra dire so come si fa. Allinizio non capiva che quello era il sorriso di chi crede di avere il diritto di decidere per tutti, non di chi è semplicemente sicuro di sé. Lo capì molto tempo dopo.

I primi tre anni passarono quasi normali. Poi nacque Matteo e, quasi senza che se ne accorgesse, Giorgio cominciò a delegare tutto a lei: il figlio, la casa, la cucina, le lavatrici, le feste, le malattie, i ricevimenti a scuola. Lui lavorava. Il lavoro era sempre la scusa. Sto fuori tutto il giorno e vuoi pure che lavi i piatti? Anche Rosa lavorava, ma quello non contava mai.

Da tempo non chiamava più ciò che vivevano un rapporto. Era solo vita. Una lunga sequela di giorni in cui lei faceva e bastava: cucinava, puliva, stirava, andava a fare la spesa, faceva visita a sua suocera, prendeva il nipotino allasilo, se la nuora ne aveva bisogno. Eppure riusciva a ritagliarsi un pezzetto per sé: i suoi libri, lamica Lucia, le telefonate la sera quando Giorgio si piazzava davanti alla televisione.

Lucia era una vera amica, si conoscevano dalle medie. Lucia si era sposata tardi, a trentotto anni, con un vedovo con due figli, e, come si scoprì, era un uomo buono. Rosa, in fondo, la invidiava un po. Con dolcezza, con tenerezza, come si invidia chi è riuscito dove tu non hai potuto.

Rosa, basta, diceva Lucia al telefono. Mi hai raccontato del minestrone cinque volte questo mese. Ogni volta cambiando il tipo di minestrone, ma la storia è la stessa.

No dai, ogni volta è diverso.

No, è la stessa storia, solo con un minestrone diverso. Lo senti, vero?

Rosa lo sentiva. Ma che farci, a cinquantatré anni e con trentanni di una famiglia tossica, come diceva Lucia, non era semplice cambiare. Dove andare? Con chi? Il figlio è sposato, vive con la sua famiglia. Lappartamento era intestato ad entrambi. Però, almeno, il lavoro cera: faceva la contabile in una piccola impresa edile, e il direttore, Paolo Andreoli, la stimava davvero: Sannino, su di te regge tutta la contabilità. Quello sì che faceva sentire bene. Quella era una cosa vera.

Ma quella sera, qualcosa era cambiato. Lo sentiva in modo tangibile, come si sente il cambio del tempo. Il ghiaccio, quella fitta allalba, a mezzogiorno se nera già andato, lasciando il posto a una goccia di calore che Rosa non riconosceva. Era una sensazione nuova.

Dopo pranzo, telefonò suo figlio.

Mamma, venite da noi a Capodanno?

Non lo so ancora, Matteo.

Come non lo sai? E già il trentuno. Caterina sta facendo linsalata russa, dei dolci. Venite!

Parlerò con papà.

Mamma pause. Tu stai bene?

Sì.

Sicuro?

Dopo aver guardato la pioggia alla finestra, disse tranquilla:

Sì, sto bene. E chiuse la chiamata.

Giorgio era sdraiato sul divano con le notizie che parlavano del maltempo sul Nord Italia. Rosa entrò e si fermò in mezzo al soggiorno.

Matteo ci vuole a Capodanno.

Lontano. Troppo sbattimento.

Sono quaranta minuti di metropolitana.

Tornare tardi non mi va.

Possiamo dormire da loro.

E dove? Cè Arturo che dorme sul divano letto.

Caterina ha detto che hanno preso una poltrona letto nuova.

Non vengo. Mi fa male la schiena.

Rosa annuì. La schiena di Giorgio iniziava a dolere solo quando bisognava andare dai figli o dare una mano a qualcuno. Per andare a pescare, invece, non gli faceva mai male, e tutte le estati tornava pimpante.

Va bene. Io vado.

Che?

Vado da sola. Tu resta pure, se la schiena ti fa male.

Di nuovo la pausa. Lo stesso sguardo.

Cosa vuol dire da sola? È Capodanno.

Appunto. Voglio passarlo con mio figlio e mio nipote. Tu puoi aggiungerti se cambi idea.

Uscì nel corridoio per prendere la borsa dal ripiano alto dellarmadio. Le mani le tremavano, ma non era debolezza. Era altro. Era qualcosa di simile alla decisione.

Rosa, sei impazzita?

Lui adesso la bloccava nel corridoio, massiccio, il viso accigliato, le braccia conserte come a dire che la discussione era finita.

No, rispose senza voltarsi. Sto benissimo.

Vuoi davvero andartene sola a Capodanno?

Vado da mio figlio. Non è la stessa cosa.

Rosa!

Si voltò e lo fissò. Trentun anni aveva guardato quella faccia vedendoci cura e amore dove invece cera solo abitudine e possesso. Adesso vedeva solo un uomo stanco e offeso, abituato a tutto su misura sua.

Torno domani, disse. O dopodomani. Devo ancora decidere.

Indossò il cappotto, la sciarpa, prese la borsa. Giorgio diceva qualcosa dietro di lei: egoismo, età, vergogna, sempre così. Le conosceva tutte a memoria, come una poesia stanca che non ha più significato.

Aprì la porta e uscì sul pianerottolo.

La pioggia laccolse subito, leggera e frizzante, con lodore di agrumi che qualcuno nel palazzo portava nelle buste. Si fermò sui gradini e offrì il viso al cielo. Le gocce la accarezzavano, si scioglievano in fretta.

Non ricordava lultima volta che era stata lì così, a non fare niente per nessuno.

Lucia rispose al terzo squillo.

Rosa? Qualcosa non va?

Va tutto bene. Sto andando da Matteo a Capodanno. Da sola.

Pausa.

Da sola?

Giorgio resta. Schiena.

Rosa nella voce di Lucia cera una gioia cauta, nuova. Rosa, è vero?

Sì.

Sei bravissima.

Lo dici come se fossi unimpresa.

Lo è, Rosa. Forse non te ne rendi conto, ma lo è.

In metro impiegò quasi unora con cambio. Gente ovunque, tutti eleganti, borse e pacchetti, tinte di festa, agitazione che sapeva di attesa, ma serena. Rosa li guardava e pensava che il Capodanno non le era mai andato a genio. Non che non piacesse la festa, no. Era il fatto che ogni anno la stessa liturgia: tavola da preparare, insalate russe da tagliare, ospiti da accogliere, e un marito che, a fine serata, pronunciava sempre qualcosa che rovinava tutto.

Lanno prima aveva detto a Vera, lamica: Allora Vera, il marito dovè andato perso ancora?. Vera aveva sorriso, ma Rosa aveva visto la tensione nelle sue spalle. Dopo, Rosa chiese a Giorgio di non farlo più. Ma era solo una battuta, non conosci senso dellumorismo?.

Le sue battute facevano solo stringere il cuore, non ridere.

Fu Caterina ad aprire la porta: giovane, occhi grandi, la farina sulle mani.

Rosa! Che bello, finalmente! E Giorgio?

Non ce lha fatta. Sono venuta sola.

Caterina la guardò un secondo, intensa. Poi la abbracciò, vera e calda.

Entra, dai. Cè casino, ma è festa.

Arturo, il nipote di cinque anni, corse subito urlando e si gettò tra le braccia di Rosa.

Nonna! Nonna, ho scritto la lettera a Babbo Natale!

Davvero? E cosa hai chiesto?

Il modellino con il motore, come quello che costruisce! Sai, che si monta?

Ottima scelta.

E poi ho scritto che volevo che tu venissi. Ed eccoti qui! Funziona!

Rosa rise, finalmente, senza fatica. Era tanto che non rideva così, per la semplice gioia.

Matteo uscì dalla cucina, strofinaccio sulla spalla.

Mamma! La abbracciò forte, come da piccolo. Tutto ok?

Sì. Era tanto che non prendevo la metro a Capodanno. Tutti vestiti di festa.

Vieni, ti faccio un caffè. O preferisci un tè? Caterina, mamma che vuole?

Un caffè, grazie. Bello forte.

Sedettero in cucina, mentre Caterina trafficava con una grossa pentola e il piccolo correva di stanza in stanza col modellino. Matteo osservava sua madre. Rosa se ne accorgeva. La osservava non sollevando appena lo sguardo, ma davvero.

Mamma, sinceramente. Tutto bene?

Arturo, non correre in corridoio! rispose, perché il nipote passava troppo vicino al muro.

Mamma.

Matteo, non guardarmi così.

Come ti guardo?

Come chi pensa che debba spiegargli qualcosa.

Matteo restò in silenzio. Girò la tazzina tra le mani.

Voglio solo che tu sia felice.

Lo so.

Lo sei?

Rosa guardò ancora fuori: pioggia battente, sempre precisa, instancabile.

Ci penso, disse infine. È già qualcosa.

La serata fu vera, vissuta. Caterina era una padrona di casa brava davvero, e i suoi dolci fecero chiedere la ricetta anche a Rosa. Arturo si addormentò alle undici e quarantacinque sul divano, stretto al nuovo modellino. Allo scoccare della mezzanotte brindarono con Spuma Fiammella, e Rosa espresse un desiderio. Non lo disse a voce, ma per la prima volta, da anni, riguardava solo sé stessa.

Tornò a casa il due gennaio. Matteo insisteva per restare ancora, Caterina pure, Arturo montò uno spettacolo di pianto: Nonna, resta con noi!. Ma Rosa tornò. Scappare non serviva, lo sapeva. Non si può fuggire dalla vita: si può solo cambiarla.

Giorgio la accolse in corridoio. Voleva sembrare offeso, ma si vedeva che era solo solo.

Sei tornata.

Come va?

Da solo a Capodanno, ecco come va.

Avevo detto che potevi venire.

Schiena.

Lo so.

Entrò in stanza, posò la borsa, cominciò a sistemare la roba. Lui rimase sulla soglia.

Non ti scusi?

Rosa non rispose subito. Appese il cappotto, tolse gli stivali. Poi si voltò.

Scusarmi? Per cosa?

Per aver lasciato il marito da solo a Capodanno.

Giorgio, potevi venire. Hai scelto di restare. Non dipende da me.

Lui aprì bocca, la richiuse. Poi, debolmente:

Ma che ti succede?

Rosa sorrise, troppo sorpresa per nascondere il sorriso.

Mi è arrivato il Capodanno. In ritardo.

A gennaio Rosa pensò molto. Lei era una che pensava silenziosa, da sola, senza scrivere o parlare troppo. Rimuginava le idee come si tiene in mano un sasso per tanto tempo e poi finalmente si osserva da vicino.

Lidea si faceva chiara: aveva vissuto trentun anni con un uomo che non laveva rispettata. Non per cattiveria, forse, ma perché non lo considerava necessario. Per lui bastava cibo in tavola, un tetto, i vestiti. Il resto era romanticismo. E lei, Rosa? Aveva mai preteso rispetto? Lo aveva detto? Chiarito i suoi bisogni? No. Aveva solo taciuto e sopportato, perché così si fa, perché lamentarsi è brutto, andarsene impossibile, pazienza, così fan tutte.

Chi glielo aveva detto? Nessuno, ma era nellaria da sempre. Mamma diceva: La famiglia viene prima di tutto. La suocera: Luomo va accudito. Le vicine: I panni sporchi si lavano in casa. E così Rosa aveva costruito muri per contenere tutto quello che cresceva dentro.

Adesso, quei muri scricchiolavano. Non crollavano con boati. Solo piano, come il ghiaccio a marzo.

Lotto gennaio chiamò Lucia.

Rosa, ora ti racconto una cosa. Ma lasciami parlare.

Dimmi.

Ti ricordi Anna Ricci? Quella alta, rossa, abitava a via Scotti.

Certo.

Tre anni fa ha lasciato il marito. Aveva cinquantasei anni. Ha preso una casa, lavora al fioraio, adesso ha un reparto tutto suo. Laltro giorno ha detto: Lucia, non capisco perché non lho fatto prima. Pensavo che sarebbe crollato tutto, invece è crollato solo quello che doveva.

Rosa taceva.

Mi senti?

Sì.

Non ti sto dicendo cosa fare. Ti sto solo raccontando.

Ho capito.

Meriti di meglio, Rosa. Lo sai?

Lo so. Ma sapere e sentire sono due cose diverse.

Allora comincia a sentire.

Facile a dirsi. Difficile, quando la giornata è identica a ieri e Giorgio chiede che cè a pranzo? prima del buongiorno.

Ma qualcosa cambiava. Rosa se ne accorgeva nei dettagli. Prima, se Giorgio la offendeva, si rifugiava in cucina a farsi passare la rabbia. Ora rimaneva. Lo fissava. Non diceva nulla di troppo, ma non scappava. Solo lo guardava, e nei suoi occhi cera qualcosa che Giorgio finiva per tacere.

Una sera lui le disse:

Sei strana.

In che senso?

Non so. Mi guardi diverso.

Come?

Non so. Mi infastidisce.

Ti disturba se ti guardo?

Non così. È diverso.

Giorgio, forse non sei abituato. Forse è la prima volta che ti guardo davvero.

Non rispose. Sparì in cucina. Poi silenzio, poi solo la tv.

A metà gennaio, a lavoro ci fu una novità. Paolo Andreoli la chiamò in ufficio: la ditta apriva una nuova sede fuori Milano e cercavano un capo contabile. Stipendio migliore, orario più flessibile.

Sannino, vorrei offrirlo a lei. È la migliore che conosco.

Rosa sentì qualcosa raddrizzarsi dentro: come alzare la testa dopo anni di spalle curve.

Quando devo rispondere?

Una settimana. Ma spero in un sì.

A casa non disse subito nulla. Il nuovo ufficio era distante quaranta minuti. Più stipendio, responsabilità nuova. Una prospettiva diversa.

Dopo tre giorni chiamò Lucia.

Lucia, mi hanno proposto una promozione.

Rosa! Che meraviglia!

Sto pensando.

Ma cosa cè da pensare!

Giorgio sarà contrario. Nuova zona, orari diversi.

E ti serve il suo permesso?

No non credo.

Appunto. Ti apprezzano, ti stimano, ti pagano meglio. Vuoi davvero lasciar perdere per non disturbare Giorgio?

Non si tratta di disturbare lui dirà cose che

Che cosa? Che ti renderanno triste? Tanto ormai lo sei. Ma questa è la tua occasione. Fallo per te.

Il giorno dopo Rosa mandò un messaggio a Paolo Andreoli: Accetto. Grazie per la fiducia. Poi fece la composta di frutta secca, perché lindomani Arturo veniva a trovarla e a lui piaceva tanto.

A Giorgio lo comunicò a cena.

Ho una novità: mi hanno promossa. Farò la responsabile nella nuova sede.

Lontano?

Quaranta minuti.

A che ti serve?

Più responsabilità, stipendio più alto, lavoro interessante.

Già ora guadagni abbastanza.

Ora guadagnerò meglio.

Lui la guardò:

E chi prepara pranzo?

Rosa si prese alcuni istanti. Non perché cercasse le parole. Ma perché voleva sceglierle bene.

Giorgio, hai cinquantotto anni. Sei sano. Puoi farti da mangiare anche tu.

Io non so cucinare.

Non nasce nessuno imparato. Si impara.

Rosa!

Accetto la promozione, disse ferma. È una mia decisione.

Lui si rintanò in soggiorno. La tv ancora più alta. Rosa finì le faccende, andò sul balcone a respirare il gelo.

Pensò ad Anna Ricci coi suoi fiori, a Lucia suo marito, che a una festa le aveva detto: Lucia parla sempre di te, sono felice di conoscerti. Era stato così gentile che, in macchina, Rosa aveva pianto. Giorgio le chiese perché, rispose solo: Sono stanca. E lui più nulla.

A febbraio accadde qualcosa di inatteso. Cercando una cartella nel cassetto basso, trovò una busta un po sgualcita, senza francobollo. Dentro, una lettera. Era la grafia di Giorgio, la data risaliva a quando Matteo aveva circa sette anni.

Non voleva leggerla. Ma la lesse. E scoprì che non era per lei, ma per una certa Elena. Poche righe, personali. Giorgio scriveva che stava bene con lei, che a casa tutto difficile.

Rosa seduta per terra con il foglio in mano. Non pianse. Pensò. Prima: Quindi era allora. Poi: Quanto tempo ho perso. Subito dopo: No. Non lho perso. Ho cresciuto mio figlio. Ho vissuto. Ho costruito qualcosa.

Ripose la lettera, si lavò la faccia. Guardò nel suo riflesso: occhi grigi, sereni. Ormai si riconosceva meglio che dieci anni prima.

Quella sera chiamò Lucia.

Ho trovato una lettera. Nel cassetto. Non mia.

Pausa.

Rosa

Non dire niente. Va tutto bene. Ho capito che non si deve aspettare una scusa speciale. Il diritto di vivere la propria vita ce labbiamo e basta, senza prove.

Hai deciso?

Ci penso. Ma penso diverso.

Lucia tacque, poi dolce:

Ci sono. Ovunque tu decida di andare.

A marzo iniziò nel nuovo ufficio. Il team era piccolo e accogliente. Prese subito simpatia per Silvana, una signora tranquilla che le offrì il suo primo tè in pausa. Un gesto semplice, per questo così bello.

Il lavoro più complicato, ma niente paura. Era una cosa viva, concreta. La sera tornava a casa stanca, sì, ma non svuotata.

Giorgio non si abituò mai al suo nuovo impiego. Quel tuo lavoro, diceva, come si parla di cose inutili. Ma Rosa ormai non ci faceva più caso. Aveva imparato a separare: lavoro e vita.

Ad aprile, compleanno di Matteo. Festa in casa loro: Caterina, Arturo, un paio damici di Matteo. Giorgio era venuto, ma si vedeva che non ci voleva stare. Rimase in disparte, poi se ne andò appena possibile.

Uno degli amici del figlio, Sergio, era un restauratore: parlava dei vecchi palazzi come di persone: Fuori pieni di crepe, ma dentro fortissimi, solo stanchi allesterno. Sono i migliori.

Rosa pensò che quello valeva anche per le persone.

Quando Matteo la riaccompagnò alluscita:

Mamma, stavi bene oggi?

Sì, davvero.

Sono contento. La abbracciò. Sappi che, se ti serve mai aiuto per qualunque cosa basta dirlo.

Rosa fissò suo figlio. Trentatré anni, gentile, occhi come i suoi. Avrebbe voluto dirgli tante cose, ma annuì soltanto.

Te lo prometto.

A maggio, Silvana la chiamò sul cellulare.

Rosa, posso chiederti una cosa che non è lavorativa? Hai mai pensato non so bene come dirlo di vivere da sola?

Rosa quasi fece cadere il telefono.

Perché me lo chiede?

Anchio ci sono passata. Tanti anni fa. Volevo solo dirle che sembra, sai? Lo si vede. Scusi tanto se ho detto troppo.

No, rispose Rosa. Grazie, anzi.

Parlarono per unora. Silvana le raccontò la sua storia: lasciato il marito a cinquantuno, prima fatica, poi una nuova normalità, giusta la definì.

Non dico che dovresti fare lo stesso. Solo che è difficile solo allinizio. Poi ti abitui. Anche alla libertà.

Rosa restò sul divano a lungo. Il cielo di maggio era limpido, già quasi estivo, la casa odorava di caffè. Giorgio era fuori, sarebbe rientrato tardi.

Si alzò, accese il computer e iniziò a guardare appartamenti in affitto. Così, per vedere. Era possibile vivere da sola? Sì. Bastava la paga.

Chiuse e riaprì più volte la pagina. Alla fine prese un quaderno e fece due colonne: a sinistra cosa la tratteneva, a destra cosa la liberava. A sinistra tre voci. A destra solo una parola: paura.

Per tre settimane visse con quella parola. Cosera davvero quella paura? Il giudizio dei vicini? Ma chi mai la guardava? La solitudine? Ma da quanto era sola, in realtà? Trentanni dentro una casa con un uomo che non ti vede è la peggior solitudine. Paura di sbagliare? E chi mai stabilisce che restare è giusto e andarsene sbagliato?

La paura era solo abitudine, alla fine. Labitudine a pensare che non si può. Che non hai il diritto. Che così fanno tutti.

Ma non era vero per tutte. Anna Ricci no. Silvana no. Lucia no.

Il sedici giugno, Rosa chiamò per un annuncio. Monolocale, terzo piano, luminoso, vicino allufficio. La proprietaria, una signora di nome Antonietta, gentile, la ricevette il giorno dopo, scambiarono due chiacchiere serene.

Lavora? chiese Antonietta.

Capo contabile.

Ha animali?

No.

È tranquilla?

Penso di sì, vivo di silenzi e rise.

La prende?

La prendo.

Tornando a casa in autobus, guardava la città verde, vestita destate, la gente, i gelati, la vita. Stringeva la chiave nuova, che pesava come una cosa importante, perché era davvero importante.

A Giorgio lo disse la sera stessa. Niente giri:

Giorgio, devo parlarti.

Lui la guardò, seccato.

Ho preso una casa. Vado a vivere per conto mio.

Un silenzio assoluto. La tv chiacchierava lontana, ma come se non esistesse.

Che?

Me ne vado. Non da te come persona, ma dal modo in cui viviamo. Senza rispetto, senza calore, senza parlare. Voglio altro.

Cè un altro?

No. Ho trovato me. È diverso.

È una follia.

Forse. Ma è la mia follia.

Hai cinquantatré anni, Rosa.

Lo so bene.

Lui si sedette, poi si alzò. Non è serio.

Serissimo.

E la gente?

Ho pensato anche a questo, e ho deciso che non mi fermeranno più.

Dopo averla guardata ancora a lungo, sussurrò:

È per via di quella lettera.

Rosa lo fissò.

Lo sai?

Ho capito che lhai trovata.

Non è quello. Ha solo confermato quello che sapevo già. Non centra tu. Centro io.

Quella notte dormì poco, ascoltando i rumori di Giorgio in cucina, la tv, la casa che lentamente si spegneva.

Il trasloco lo fece a tappe. Matteo laiutò. Caterina venne con Arturo, che girava in casa come fosse un perito.

Nonna, cè il balcone!

Sì.

Bello. Posso portarti una piantina?

Certo.

Silvana portò una torta fatta da lei, con le fragole. Entrò la prima sera, quando la casa era ancora quasi vuota, e disse:

Rosa, benvenuta nella tua nuova vita.

Erano solo parole, semplici e serene, ma fecero venire i brividi.

Grazie, disse Rosa. Vieni dentro.

Rimasero fino a tardi, parlando di lavoro, figli, la città, i dolci di Caterina. Era una serata normale: due donne in una casa nuova con torta e tè.

Quando Silvana uscì, Rosa si sdraiò sul divano nuovo, si coprì col plaid, e ascoltò il silenzio. Non quello carico della vecchia casa, ma uno nuovo, tenero, tutto suo.

In agosto, Rosa era ormai a suo agio nella nuova routine: sapeva dove tutto stava, come gestire i colleghi, la contabilità, chi passava in portineria. La sera usciva a sedersi nel parchetto sotto casa, semplicemente osservando la gente e i cani, senza pensare a nulla. Nuovo, per lei: il non pensare. Limitarsi ad essere.

Giorgio la chiamò a fine agosto.

Matteo dice che tarrangi bene.

Sì.

Lo stipendio comè?

Va.

Parliamo?

Di cosa?

Di noi.

Rosa guardava i rami muoversi nel vento.

Giorgio, di noi come prima non cè più niente. Capisci?

Capisco ma, magari

No, disse dolce ma decisa. Non torno.

Perché?

Perché non stavo bene.

E qui?

Sto imparando. È diverso.

Lui tacque.

Sei cambiata.

Spero di sì.

Ancora una chiamata, poi meno spesso. Rosa rispondeva solo quando ne aveva voglia. Era una delle libertà nuove di cui, finalmente, godeva.

In autunno, Anna Ricci la chiamò: Lucia le aveva dato il numero.

Rosa Sannino? Sono Anna, la rossa, amica di Lucia. Le andrebbe un caffè?

Sì. Mi farebbe piacere.

Si incontrarono in una caffetteria. Anna indossava un cappotto blu vivace, sicura, non sfolgorante ma centrata. Parlarono quasi due ore. Anna raccontò del negozio di fiori, delle difficoltà, del giorno in cui, in autobus, si sorprese a cantare sottovoce: Non cantavo da ventanni, eppure eccolo lì.

Non si è mai pentita?

Solo di non averlo fatto prima.

Aveva paura?

Tanto. Ma la paura dura fino a che non lo fai. Poi sparisce.

Per giorni Rosa pensò a quelle parole: niente era crollato. Suo figlio cera, il nipote telefonava da solo: Nonna, mi manchi!. Il lavoro era valido. Silvana era unamica vera. Lucia, sempre accanto.

E poi, soprattutto, la sensazione di occupare finalmente il suo posto nella vita. Protagonista, non appendice. Rosa Sannino. Cinquantatré anni. Capo contabile. Mamma. Nonna. Persona.

Il Capodanno lo festeggiò due volte: con Matteo, Caterina, Arturo e i modellini, poi a casa sua con Lucia e marito, Silvana e Anna con un nuovo cappotto colorato. Musica lieve, risate tranquille, torta e tè. Nessuno a giudicare, nessuno a chiedere ma ricordi in tono amaro. Solo persone che avevano scelto di essere lì.

Scoccata la mezzanotte, Rosa alzò il bicchiere. Espresse un desiderio. Anche questa volta non lo disse a voce. Ma era nuovo: non speranza, non preghiera, solo un semplice, fermo vado avanti.

A metà gennaio, chiamò la suocera. Non la chiamava quasi mai. Galina Ferri, madre di Giorgio, ormai molto anziana, viveva con una nipote in provincia.

Rosa, ho parlato con Giorgio. Lo so.

Capisco.

Voglio dirti solo una cosa.

Dimmi.

Hai fatto bene.

Rosa rimase in silenzio.

Dovevo dirtelo prima, tanti anni fa. Ho visto tutto, come ti trattava. Non ho mai parlato: le madri non parlano dei figli. Sbagliato, ma così è. Mi dispiace.

Galina

Lascia parlare me. Sei una brava donna, lo sei sempre stata. Meriti una vita buona, letà non conta. Io ho novantanni e sono ancora qui che mi sorprendo della vita. Non ti chiudere dentro. Capito?

Sì, disse Rosa, con la voce che tremava.

Ogni tanto chiamami. Solo per parlare.

Lo farò.

Prometti?

Prometto.

Chiuse la chiamata e rimase lì, fissando il muro. Poi, allimprovviso, rise. A volte la vita sorprende nei modi meno attesi.

A fine febbraio, Matteo venne a trovarla da solo, con un sacchetto di dolci. Bevvero il tè, parlarono di Caterina, di lavoro, di Arturo che tra poco sarebbe andato a scuola.

Mamma, disse Matteo in piedi sulla porta. Stai bene. Sei diversa.

In meglio o peggio?

Meglio. Di più. Hai qualcosa di acceso dentro.

Era spento da tanto.

Lo so. La abbracciò forte. Scusami.

Per cosa?

Non ho visto. Non chiedevo. Pensavo tu stessi bene.

Matteo, ognuno vede quello che può. Non sei colpevole tu. Sei un bravo figlio, lo sei sempre stato.

Lui annuì, andò via.

Rosa rimase ancora un minuto alla porta. Poi tornò in cucina, tazza in mano, guardando la pioggia alla finestra. Pioggia ancora. Un inverno piovoso.

Pensava che un anno fa, sempre il trentuno dicembre, era a unaltra finestra, in unaltra casa, e il ghiaccio cominciava a sciogliersi. Senza rumore, piano.

Ora era tutto acqua. Lacqua con cui ci si può lavare il viso, saziarsi. Che scorre, mai ferma.

Dopo una settimana chiamò Giorgio. Lei rispose.

Rosa.

Sì.

Sono stato dal medico. Niente di grave, solo la pressione. Mi ha detto di stare più attento a cosa mangio.

Bene che ci sei andato.

Una volta me lo ricordavi tu.

Giorgio.

Dimmi?

Ora puoi ricordartelo da solo. Ed è giusto così.

Pausa.

Davvero non torni?

No.

Stai bene?

Rosa guardò la pioggia alla finestra. Sempre paziente, sempre ostinata, sempre dicembre.

Sì, disse. Sto bene. Non preoccuparti.

Non mi preoccupo. Chiedevo.

Lo so.

Unaltra pausa. Poi lui, piano:

So di essere colpevole.

Rosa non rispose subito. Scelse le parole, non per ferire, non per consolare. Solo per essere sincera.

Giorgio, non ti porto rancore. Abbiamo vissuto tanto insieme. Tutto non si può cancellare. Ma quella vita non era quella che volevo. E non so nemmeno se era quella che volevi tu. Pensaci.

Ci penso.

È utile.

Riagganciò. Mise il bollitore a scaldare. Prese la tazza. Guardò la chiave sul ripiano. Una chiave normale, niente di speciale. E invece era tutto.

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